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Una Ahnenerbe casalinga, ottantottesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, ottantottesima parte – Fabio Calabrese

Il momento del passaggio da un anno all’altro è sempre tempo di bilanci, un periodo in cui si sente il bisogno di trarre un po’ di conclusioni. Ora mi sembra opportuno farlo qui, relativamente ai miei scritti che sono finora apparsi su “Ereticamente”, ma in particolare riguardo a questa rubrica che è certamente la più folta di articoli e longeva, e se guardiamo bene, anche il traguardo del centesimo articolo non appare ormai più così distante.

Cosa possiamo vedere se ci guardiamo indietro a riconsiderare il cammino finora percorso?

Un confronto fra le due annate 2017 e 2018 risulta molto istruttivo. Ora, diciamo che dal nostro punto di vista il 2017 è stato un anno eccezionale, al punto che io stesso mi sono stupito, e vi ho più volte comunicato questa mia sensazione, del fatto che le scoperte nel campo della paleoantropologia, dell’archeologia, dello studio delle origini, si sono succedute con un ritmo incalzante, al punto da permettermi di fare di questa serie di articoli una rubrica fissa, nemmeno si trattasse, che so, di eventi sportivi o di gossip. Ne ricordiamo brevemente le più importanti.

Proprio a inizio d’anno, la scoperta dei resti di un ominide non africano risalente a 7,2 milioni di anni fa nella Penisola balcanica, questa creatura è stata battezzata Graecopithecus Freibergi, e soprannominata più confidenzialmente “El Greco”. Se qualcuno avesse mai nutrito dei dubbi sul fatto che l’Out of Africa, la leggenda delle nostre presunte origini africane non è una teoria scientifica ma un costrutto ideologico volto a distruggere il concetto di razze umane, si potrebbe ricredere vedendo la reazione innervosita e – diciamolo pure – isterica che questa scoperta, che mina l’Out of Africa, ha suscitato nei democratici e antifascisti costretti più che mai a celare sotto lo sdegno e l’insulto la loro paura della realtà. Ne è stato un eccellente esempio un articolo apparso su “Ethnopedia” a firma di tale Kirk (mai che ci mettano le facce e i loro veri nomi) che se la prende – indovinate un po’ – con “Ereticamente”.

C’è stata poi da segnalare una scoperta fatta da due ricercatori dell’Università di Buffalo, Homer Gockumen e Stephen Ruhl, che studiando le proteine della saliva, le mucine, ne hanno individuata una, la MUC7, la cui variante africana si presenta solo nell’Africa sub-sahariana e nelle popolazioni originarie da lì e in nessun altro gruppo umano vivente o estinto. Da ciò costoro hanno dedotto che la proteina “africana” deve essere l’eredità di un ominide preistorico con cui gli homo sapiens provenienti dall’Eurasia si sarebbero incrociati circa 40.000 anni fa.

I ricercatori dell’Università di Buffalo hanno fatto notare che il movimento di colonizzazione deve per forza essere avvenuto dall’Eurasia all’Africa, perché altrimenti la MUC7 “africana” si ritroverebbe magari minoritaria, anche in qualche gruppo umano non africano. Se il dibattito sulle presunte origini africane fosse realmente una questione scientifica e non ideologica, questa dovrebbe essere la pietra tombale definitiva dell’Out of Africa, ma possiamo essere sicuri che i paladini dell’antirazzismo continueranno a sostenerla a dispetto dell’evidenza dei fatti.

Gockumen e Ruhl non avanzano ipotesi su quale potrebbe essere l’ominide con cui i sapiens emigrati in Africa si sarebbero incrociati, si limitano a parlare di una “specie fantasma”, tuttavia un’idea abbastanza precisa dell’identità di questo ominide, la può dare il lavoro di una ricercatrice italiana, Margherita Mussi, un’archeologa che ha effettuato ricerche nel sito etiopico di Melka Kunture.

Un concetto che occorre tenere presente, è che fino a sapiens, l’evoluzione culturale e degli strumenti litici è strettamente legata all’evoluzione biologica. In poche parole il perfezionamento degli strumenti dipende strettamente dall’evoluzione del cervello.

Studiando l’acueuleano, cioè l’industria litica dell’homo erectus, la Mussi ha visto che esso in Africa non presenta alcun segno di evoluzione a differenza di quanto avviene in Eurasia. Come ha spiegato in un testo significativamente intitolato Due acheuleani, due specie, homo erectus in Africa non sarebbe andato incontro a nessuna evoluzione, mentre in Eurasia si sarebbe evoluto in heidelbergensis poi in sapiens, dividendosi nei tre rami Cro-Magnon, Neanderthal e Denisova. La “specie fantasma” di cui i biologi di Buffalo hanno scoperto le tracce, allora altro non sarebbe che il “vecchio” homo erectus rimasto immutato fino a poche decine di migliaia di anni fa sul suolo africano.

Due altre scoperte sono poi venute a indebolire sempre di più le posizioni dei sostenitori dell’Out of Africa: il ritrovamento di una fila di impronte fossili sorprendentemente umane nell’isola di Creta risalenti a 5,7 milioni di anni fa, e il ritrovamento in Germania, vicino a Francoforte, di denti ominidi vecchi di poco meno di nove milioni di anni.

Infine, quasi alla fine dell’anno è arrivata la notizia che un team di anatomisti britannici guidato da sir Solly Zuckermann, la massima autorità mondiale nel campo dell’anatomia comparata, ha sottoposto a un’attenta analisi le ossa della famosa Lucy, e concluso che si trattava semplicemente di una scimmia, e che non ha nulla a che fare con la genealogia umana. Sale a manciate sulle ferite dei paladini dell’Out of Africa!

Si licet parva componere magnis, a un livello di importanza e di risonanza molto minori, ma l’anno è stato di rilievo anche per il nostro ambiente. Nel nostro piccolo ma vivace ambito triestino, per quanto riguarda le tematiche che ci interessano, nel 2017 abbiamo avuto a cura del circolo Identità e Tradizione, le due conferenze di Michele Ruzzai Le radici antiche degli indoeuropei del 27 gennaio e Patria artica o madre Africa del 24 febbraio, e la mia Alle origini dell’Europa dell’11 marzo.

In particolare, per quanto riguarda la prima delle due conferenze di Michele, il 27 gennaio era il giorno della memoria, è noi, appunto, abbiamo ricordato, ma non quello che il potere mondialista vorrebbe.

Sarebbe stato probabilmente pretendere troppo dalla benevolenza degli dei aspettarsi che il 2018 ripetesse un simile exploit, una simile concentrazione di scoperte ed eventi eccezionali, e infatti non abbiamo avuto notizia di ritrovamenti paragonabili a quelli del 2017, tranne forse quello dei resti di “Denny”, una ragazzina siberiana tredicenne risalente a 90.000 anni fa ibrida di Neanderthal e Denisova, di padre denisoviano e madre neanderthaliana.

Eppure – come vedete – siamo proceduti finora. Se quest’anno non ci ha presentato un seguito di scoperte paragonabili a quelle del 2017, diverse cose sono venute a riempire il vuoto, tra le altre cose il lavoro dei gruppi facebook, gravitanti nella nostra area, ma poiché mi è stato fatto notare che forse ho insistito troppo su di essi in relazione all’entità del fenomeno che rappresentano, adesso non ne parleremo.

C’è poi da dire che il nostro gruppo triestino è certamente una realtà piccola, ma molto vivace. Il nome di Gianfranco Drioli vi sarà probabilmente noto come l’autore dei due bei libri pubblicati dalle edizioni Ritter, Ahnenerbe e Iperborea, la ricerca senza fine della patria perduta. Grazie al fatto che Gianfranco Drioli è diventato presidente della locale sezione dell’ALTA (Associazione Lagunari e Truppe Anfibie), abbiamo avuto accesso agli ampi locali della Casa del Combattente triestina, e in questa sede è stato possibile tenere manifestazioni, conferenze, presentazioni librarie.

In questa sede, a gennaio ho potuto tenere la conferenza Ma veniamo veramente dall’Africa?, il cui testo avete potuto leggere su “Ereticamente” suddiviso in tre articoli. A essere sincero, a parte le recenti scoperte del 2017 di cui vi ho detto più sopra, non mi pare di avere detto nulla che non fosse già noto, ma considerati tutti insieme gli argomenti e le prove che contraddicono l’Out of Africa, ne svelano la natura di assunto ideologico e non di teoria scientifica, hanno un impatto che altrimenti mancherebbe.

Un ambiente alquanto diverso è rappresentato dal Triskell, il festival celtico triestino che si tiene attorno al solstizio d’estate (collocazione temporale per me problematica, perché viene a coincidere con l’impegno degli esami di maturità), al quale da diversi anni do il mio contributo sotto forma di una conferenza (nonché a volte di presentazioni librarie delle mie opere narrative nel campo del fantastico, ma questo è un altro discorso).

Qui, è chiaro, ci si rivolge a un pubblico che non è politicamente orientato, si può parlare di archeologia, di storia della civiltà, ma non fare discorsi scopertamente politici, e tuttavia rappresenta sempre un canale per diffondere la nostra visione del mondo, sia pure in forma più velata.

Questo vale in maniera particolare per il tema che mi ero riproposto di svolgere quest’anno, vale a dire Il fenomeno megalitico nell’Europa continentale. E’ facile comprendere che l’innalzamento delle costruzioni megalitiche, con i complessi problemi ingegneristici che deve avere posto, per di più se, come spesso accadeva, l’erezione di questi monumenti doveva corrispondere a sofisticate correlazioni astronomiche, non poteva essere un fenomeno isolato all’interno di culture altrimenti barbare, ma richiedeva l’esistenza di società ben più avanzate di quel che si è soliti supporre, e questi monumenti si trovano sparsi sul nostro continente dalle coste atlantiche alla Russia.

Raccogliendo il materiale per questa conferenza, io stesso ho provato un senso di stupore. Come è possibile – mi sono chiesto – che gli archeologi ufficiali, diciamo intorno ai tre-quattromila anni fa, non vedano nulla che non si trovi in Medio Oriente? Da cosa può dipendere questa cecità voluta se non dalla volontà di minimizzare tutto quanto è europeo, nel tentativo di farci digerire senza troppe recriminazioni la sostituzione etnica in atto, la stessa funzione che assolve su un altro piano la mistificazione dell’Out of Africa? E questo è certamente un fatto politico di primaria importanza. Io ho evitato di esplicitare troppo apertamente ai miei ascoltatori questa conclusione, che nondimeno sarà chiara a tutti voi.

Quanto prima, ma anche in questo caso si dovrà fare i conti con la molteplicità di filoni di ricerca che sto tenendo in piedi su “Ereticamente”, vi renderò disponibile il testo di questa conferenza che anch’esso, per la sua lunghezza ho dovuto suddividere in tre articoli. Non è che ci tenga a essere prolisso, ma ci sono tematiche che non si possono trattare in maniera sbrigativa.

Come avete avuto modo di vedere, il lavoro della mia Ahnenerbe casalinga (averceli i mezzi per esplorare il mondo sulle tracce dei nostri remoti antenati come la Ahnenerbe del Terzo Reich!) è strutturato su più livelli. Certamente ci sono – quando capitano – le notizie di ritrovamenti e scoperte scientifiche che gettano nuova luce sulle nostre origini, e abbiamo visto che in questo, mentre il 2017 è stato un’annata eccezionale, il 2018 ha latitato alquanto. C’è poi il lavoro di informazione e di aggiornamento su come il dibattito sulle nostre origini procede nei nostri ambienti, attraverso l’uscita di libri, articoli, conferenze, e abbiamo visto quanto spazio ha richiesto tenersi aggiornati da questo punto di vista, ed è bene che sia così, perché sapere da dove veniamo è indispensabile per capire chi siamo e dove andiamo, ma oltre a ciò, c’è anche un aspetto di riflessione e ricerca personali.

Ad esempio, avete visto che nei miei articoli precedenti ho suddiviso la questione delle origini in quattro livelli per ognuno dei quali c’è una versione della scienza ufficiale, una menzogna di regime da respingere. Per quanto riguarda le origini della nostra specie, l’Out of Africa, circa i popoli europei, la favola che li vorrebbe discendere da pacifici agricoltori mediorientali, riguardo alla civiltà europea la presunzione di una sua totale dipendenza da influenze civilizzatrici orientali e mediorientali (vi ho dedicato la serie di articoli Ex oriente lux, ma sarà poi vero?), e infine riguardo all’Italia la leggenda di regime che il nostro popolo, unito dalla geografia e da un certo collante culturale, non avrebbe tuttavia alcuna coerenza etnica-genetica, di sangue.

Bene, fra il primo e il secondo di questi livelli, se ne deve probabilmente situare un altro, quello dell’origine delle popolazioni caucasiche, “bianche”, concetto più ampio di quello di indoeuropei. Me ne sono occupato nell’ottantunesima parte della nostra Ahnenerbe, evidenziando il concento che l’origine dei popoli caucasici si confonde con quella stessa di homo sapiens, infatti le caratteristiche congoidi, “nere” e quelle mongoliche, non compaiono che molto tardi nella documentazione fossile umana. Veniamo dai neri, come proclama la versione più semplicistica ed estremista dell’Out of Africa? Semplicemente impossibile, poiché i nostri antenati erano caucasici e popolavano l’Europa molto prima che i neri esistessero!

Un’altra riflessione personale, un ulteriore approfondimento di questa tematica che sembra inesauribile, ve l’ho esposto nell’ottantaseiesima parte. Questi nostri avi indoeuropei, in definitiva chi erano? Un identikit sembra difficile da tracciare perché ci sono due immagini che si sovrappongono e in parte si contrappongono: quella della gente stanziale, dedita all’agricoltura e poi a dare vita a città e stati, profondamente legato alla terra su cui vive, sangue e suolo, e quella dell’allevatore, cavaliere e conquistatore nomade sempre spinto dall’impulso di andare “più oltre”, impulso che una volta raggiunti i limiti della terraferma, spinge il cavaliere a trasformarsi in marinaio, e si pensi alla grande espansione marittima dell’Europa dal XVI al XIX secolo! Bene, l’unica posizione ragionevole al riguardo, è ammettere che l’animo indoeuropeo presenta entrambi questi aspetti. “Spirito prussiano e spirito vichingo”, direbbe Oswald Spengler.

Un anno si conclude, un altro se ne apre. Ars longa, vita brevis. Certamente, c’è ancora tanto da conoscere, approfondire, divulgare. In ogni caso, il nostro impegno continuerà finché sarà possibile, finché le forze ci sorreggono.

NOTA:
Nell’illustrazione: a sinistra, ecco come i grafici di “Le scienze” hanno visualizzato la “specie fantasma” individuata dai biologi dell’Università di Buffalo. Al centro, la locandina della conferenza sull’Out of Africa tenuta da Michele Ruzzai presso il circolo Identità e Tradizione di Trieste il 24 febbraio 2017. Lo stesso tema è stato poi affrontato nella conferenza da me tenuta presso la Casa del Combattente di Trieste il 26 gennaio 2018. A destra, una suggestiva immagine notturna di Stonehenge, il più noto di tutti i monumenti megalitici.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 7 Gennaio 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Nebel

    Lo studio antropologico ed etnologico si svolge fin dai suoi albori, così come ogni altro tipo di studio e ricerca, in Europa. Presso le più antiche università europee. Condotte da studiosi di portata mondiale e di origini francesi, tedesche, svedesi, italiane… perché negare l’evidenza e sostenere dunque tesi ‘”masochistiche” fin dal 19° secolo, quando far “digerire” l’immigrazione non era un problema prioritario, anzi tutt’altro? Io apprezzo molto la sua rubrica, dott. Calabrese, e concordo con le sue affermazioni. Ma vorrei comprendere a questo punto quale è davvero la posta in palio di questo gioco…

  2. Nebel

    Potrebbe interessare:

    https://associazionericercaitalianaaliena.wordpress.com/2018/07/16/lidolo-di-sigir-due-volte-piu-antico-della-piramide-di-cheope/

    il sito di provenienza è “alternativo” ma le fonti che cita sono più che attendibili

  3. Fabio Calabrese

    Caro Nebel: io credo che lei con la sua domanda tocchi un punto davvero essenziale. Certo, noi oggi capiamo bene perché ci si vogliano imporre a tutti i costi e con ogni mezzo l’Out of Africa e l’Ex Oriente lux, sminuire il ruolo storico dell’Europa per farci accettare l’immigrazione, ma si tratta di cose che si inseriscono, come lei fa notare, di una tendenza molto più vecchia, che risale fino al XIX secolo. Bene, non è difficile capire che la tendenza a imporre agli Europei un’immagine riduttiva di se stessi per spingerli ad accettare/rassegnarsi alla dominazione americana e sovietica, può aver agito sin dal 1945, ma prima? Probabilmente un misto di buonismo anticolonialista tipico della sinistra già da allora, e di gusto per l’esotismo, hanno agito in questa direzione. Le faccio un esempio, noi sappiamo che né la decifrazione della lineare B né la scoperta delle tombe micenee hanno avuto lo stesso impatto sulla cultura popolare delle decifrazione dei geroglifici e della scoperta della tomba di Tutankhamon, sebbene dal punto di vista archeologico si possano considerare equivalenti. E poi non va dimenticato che la nostra percezione della storia si è costruita su una base biblica, come se tutta la storia europea non fosse che un’appendice di una vicenda mediorientale.

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