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Una Ahnenerbe casalinga, ottantanovesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, ottantanovesima parte – Fabio Calabrese

“Mai dire mai”, è un motto sulla cui validità si dovrebbe continuamente riflettere. L’ottantottesima parte della nostra Ahnenerbe, come avete visto, l’ho dedicata a un riepilogo degli eventi del 2018 e a un confronto fra quel che l’annata trascorsa ci ha riservato, e il 2017. Come vi ho detto, a paragone dell’anno che l’ha preceduto, caratterizzato da scoperte importanti che hanno o avrebbero imposto di riscrivere completamente la nostra storia più remota (perché c’è da fare i conti con il fatto che l’Out of Africa, la “teoria” delle presunte origini africane della nostra specie è una parte dell’ideologia dogmatica “democratica” e “antirazzista” che non tollera di essere messa in discussione, e a cui i dati di fatto non interessano per nulla), tra cui il ritrovamento dei resti dell’ominide balcanico “El Greco”, e l’identificazione da parte di due ricercatori dell’Università di Buffalo, di una proteina, la MUC7, che ha permesso di ipotizzare l’esistenza di una “specie fantasma” di ominidi africani con cui i sapiens provenienti dall’Eurasia si sarebbero incrociati dando origine agli odierni subsahariani, il 2018 è apparso relativamente vuoto e povero di eventi.

E’ anche per questo motivo, per l’esigenza di riempire il vuoto, che nell’anno appena trascorso, ho dato molto spazio all’attività dei gruppi facebook, cosa che mi è stata rimproverata, non solo perché si tratta di un discorso che coinvolge un numero di persone relativamente esiguo, ma perché sapere che tizio, illustre sconosciuto, ha commentato, magari interpretandolo del tutto a modo suo, un articolo apparso su una rivista, non può costituire un grande motivo di interesse, ragion per cui, preso atto della fondatezza di quest’obiezione, dell’attività dei gruppi FB non mi occuperò più in questa sede, pur augurando la miglior fortuna a ciascuno di loro e a chi li gestisce.

Vi ho detto la volta scorsa che forse l’unica scoperta veramente importante che ha caratterizzato la ricerca paleoantropologica nel 2018, è stato il ritrovamento dei resti di Denny, la ragazzina tredicenne ibrida di Neanderthal e Denisova vissuta in Siberia 90.000 anni fa. Bene, a quanto pare, è sempre meglio evitare di pronunciare giudizi troppo drastici, perché proprio verso la fine dell’anno ci è pervenuta una notizia in ambito archeologico-paleoantropologico, di importanza senz’altro paragonabile al rinvenimento di Denny.

Vorrei prima però fare un passo indietro e mettere meglio a fuoco l’importanza di questo ritrovamento. Certamente, ricorderete che uno degli eventi che hanno contrassegnato il 2018 in quest’area dove si sovrappongono politica e paleoantropologia (e vorrei una volta di più sottolineare il fatto che questa ingerenza della politica nella ricerca scientifica non è un’invenzione “nostra” ma una “brillante trovata” di democratici e antirazzisti che hanno inventato l’Out of Africa al preciso scopo di negare l’esistenza delle razze umane) è stato l’articolo di Carlomanno Adinolfi sul “Primato nazionale” che ha dato una sintesi dei fatti che smentiscono l’Out of Africa, a cui ha risposto il ringhio livoroso quanto privo di reali argomenti, della solita Ethnopedia.

Tra i fatti citati da Adinolfi c’è appunto il ritrovamento di Denny oltre a quello di El Greco. Nel caso di El Greco, lo capiamo molto bene, si tratta di un fossile che demolisce alla base uno dei fondamenti dell’Out of Africa (“Homo deriva dagli ominidi, gli ominidi erano africani, dunque homo è nato in Africa”), abbiamo la prova che non è così, perché c’erano ominidi non africani, El Greco, ma non solo lui, come abbiamo già visto. Ma Denny, in che senso i suoi resti costituiscono una smentita dell’Out of Africa?

Qui il discorso è un tantino più complesso, e occorre rifarsi alle ricerche di Svante Paabo, che è stato il fondatore della paleogenetica, lo studio dei DNA antichi. Queste ricerche hanno evidenziato che i nostri antenati preistorici più diretti, gli uomini di Cro Magnon, si sono ripetutamente incrociati con due altre varietà umane: gli uomini di Neanderthal e di Denisova, e noi portiamo nel nostro patrimonio genetico le tracce di questi incroci.

Ma se questo è avvenuto, e questi accoppiamenti non hanno generato ibridi sterili che non avrebbero potuto essere nostri antenati, questo significa che Cro Magnon, Neanderthal e Denisova non erano tre specie umane distinte, ma tre varietà della stessa specie, la nostra, ma significa anche che homo sapiens era presente in Eurasia almeno 300-350.000 anni fa, un dato incompatibile con l’Out of Africa.

Veniamo allora alla notizia giunta giusto a fine anno che la scorsa volta non ho fatto in tempo a menzionare. Cerchiamo subito di comprendere un fatto molto importante: bisogna avere una percezione molto chiara degli ordini di grandezza temporali per non cadere in errori interpretativi che potrebbero facilmente compromettere la nostra posizione. In questo caso, parliamo non delle centinaia ma delle decine di migliaia di anni, non alle origini della nostra specie, ma a quello della differenziazione delle varie popolazioni umane. Tuttavia anche questa scoperta ci dice in un certo senso la stessa cosa: ci fa capire come “la scienza” ufficiale attuale si basi su di una sistematica sottovalutazione di tutto quello che è caucasico, europide, “bianco”.

Ogni tanto capita una di quelle notizie che fanno sussultare, soprattutto quando mettono voglia di dire “Perbacco, ma allora avevo ragione più di quel che pensavo”, quando quella che era parsa anche a chi l’aveva formulata, una semplice congettura, si dimostra un fatto supportato da prove. Come ricorderete, io ho dedicato l’ottantaduesima parte a un tema specifico, l’origine delle popolazioni caucasiche di cui gli Indoeuropei sono solo un ramo. Poiché popolazioni caucasiche residuali si trovano nelle regioni più periferiche dell’Asia orientale: Daiaki del Borneo, Ainu del Giappone, probabili antenati dei Polinesiani che devono aver abitato da qualche parte sulle coste asiatiche del Pacifico prima di addentrarsi nel più vasto oceano del pianeta, avevo avanzato l’ipotesi che in epoca remota vi fosse una consistente presenza caucasica nel cuore dell’Asia, poi soppiantata o assimilata dall’espansione delle genti mongoliche.

Bene, una recente scoperta sembra confermare in pieno questa mia ipotesi. Ce ne parla un articolo pubblicato sul sito “Turtle People”. Si tratta dei resti di un ragazzo vissuto in Siberia 24.000 anni fa, noto come ragazzo di Mal’ta, dal nome del villaggio siberiano non distante dal lago Baikal dove furono rinvenuti. Questi resti sono stati conservati per oltre cinquant’anni al museo Hermitage di San Pietroburgo, finché nel 2009 ricercatori dell’Università di Copenhagen hanno avuto il permesso di condurre studi genetici su di essi. I risultati pubblicati recentemente in uno studio su “Nature”, sono stati più che sorprendenti: il DNA del ragazzo è simile a quello delle popolazioni dell’Europa occidentale, si suppone che avesse occhi e capelli castani. Il DNA del ragazzo è anche per il 25% sovrapponibile a quello dei nativi americani. Abbiamo già visto, e ne ho parlato più volte, che un terzo circa del DNA dei nativi americani (escludendo, s’intende, meticciamenti recenti) è caucasico. Da dove può venire loro? C’è l’ipotesi di Clovis, di una migrazione avvenuta attraverso l’Atlantico in età glaciale. Un’ipotesi alternativa è che i loro antenati si fossero mescolati con popolazioni caucasiche già all’attraversamento della Beringia.

Un fatto curioso che vale la pena di evidenziare, è che l’articolo, ovviamente in inglese, è comparso sul sito The Turtle People, letteralmente, “La gente della tartaruga”, che è, come è facile comprendere, un sito dei nativi americani. Nei confronti della parte “bianca” della loro eredità, che risalga a Clovis o alla Beringia, queste persone sembrano mostrare un atteggiamento altalenante. In questo caso sembrano non solo accettarla senza problemi, ma volerla mettere in evidenza. Diversamente andarono le cose, ad esempio, col ritrovamento dello scheletro dell’uomo di Kennewick, riguardo al quale le comunità native americane cercarono di impedire lo studio.

Ma bisogna anche capire questa gente, ricordare lo spaventoso genocidio che hanno subito nel XIX secolo. Gli yankee hanno mostrato loro l’aspetto peggiore di tutto ciò che è “bianco”, hanno dimostrato loro di essere la fogna della varietà caucasica della nostra specie.

Un nome del quale si è parlato ultimamente, è quello di Ibtesam Reatz, genetista ed esperto di pigmentazione umana, nonché degli esiti molto “politicamente scorretti” delle sue ricerche. A quanto pare, dati forniti dalla genetica alla mano, gli Europei non sono mai stati neri, alcuni di loro sono stati in passato, come lo sono oggi, un po’ più scuri di altri, secondo le latitudini, con variazioni nella pigmentazione della pelle non maggiori di quelle che si riscontrano oggi ad esempio fra gli amerindi.

Io personalmente ho sempre nutrito il sospetto che a certe ricostruzioni, come quella dell’uomo di Cheddar, il “primo inglese” sia stato attribuito un colore scuro non per motivi scientifici, ma unicamente per compiacere gli invasori che, senza che nessuno di noi glielo abbia chiesto, si stanno insediando in maniera sempre più massiccia nel nostro continente. Per far piacere a loro o per “non offenderli” (perché sono anche terribilmente suscettibili) dovremmo divulgare una versione falsata della nostra storia. Ricordo che anni fa a Stoccolma una mostra sull’Età del Bronzo scandinava fu sospesa per “non offendere” gli immigrati.

E noi allora, non avremmo tutto il diritto di sentirci offesi quando i libri di storia ignorano a bella posta il fatto che i complessi megalitici europei, Stonehenge, Newgrange, i templi maltesi precedono di un millennio (o più, come l’antichissimo cerchio megalitico tedesco di Gosek) le piramidi egizie e le ziggurat babilonesi? La verità pura e semplice, è che la civiltà europea è stata creata dagli uomini europei di stirpe caucasica e che non dobbiamo nulla né a questi nuovi venuti né ai loro antenati.

E’ quasi ovvio dire che non si potrebbe non menzionare “Le scienze”, anche se devo dire che tutte le volte solo a menzionare questa pubblicazione che rappresenta quanto di più rigorosamente ortodosso nel campo dell’ortodossia “scientifica” provo una sensazione strana: non pubblicano un articolo di paleoantropologia senza spiegare che esso e le scoperte che menziona “confermano” o quanto meno “non smentiscono” l’Out of Africa, anche se il contenuto concreto dell’articolo, solo che lo si legga con un po’ di attenzione, dice esattamente il contrario, così come nel campo della fisica ogni nuova scoperta “conferma” la relatività di Einstein, anche se con la relatività in realtà non c’entra per nulla.

E’ lo stesso atteggiamento a cui, volenti o nolenti, erano costretti gli astronomi del cinquecento e del seicento, che erano costretti a dire che l’eliocentrismo era una semplice finzione matematica per semplificare i calcoli, ma che la “verità vera” sul sistema solare era quella sostenuta da Tolomeo e dalla bibbia. Una volta Galileo fu troppo esplicito, e sappiamo come è andata a finire.

A questo riguardo segnalo, purtroppo in ritardo, un articolo on line apparso su lescienze.it nel novembre 2018. Si tratta di un articolo sui reperti litici cinesi rinvenuti nella grotta di Guanyndong nella Cina meridionale, che retrodatano la comparsa dell’industria litica levalloisiana a un periodo tra 80.000 e 170.000 anni fa. Certo, trattandosi de “Le scienze”, non c’era da aspettarsi che questo articolo attaccasse l’Out of Africa, ma di certo questa scoperta, assieme a molte altre, la rende sempre meno probabile. Scopriamo fossili umani e reperti litici che ogni volta ci spingono a retrodatare la comparsa della nostra specie sempre più indietro nel tempo, fino a livelli assolutamente incompatibili con la favola della sua presunta origine africana.

Nel 2012 “Le scienze” aveva offerto allegato alla pubblicazione il libro di Nicholas Wade Una scomoda eredità, di cui ora viene proposto un link dal quale è possibile nuovamente scaricare la versione on line che peraltro possedevo già sotto forma di PDF. Si tratta di uno di quei testi che, data la lunghezza, nonché la fatica della lettura del file a schermo, mi ero riproposto di leggere e recensire al momento del mio pensionamento slittato di un anno. Se ricordate, ve ne ho parlato in I volti della decadenza.

Al riguardo, bisogna dire che questo testo, e non poteva essere altrimenti, vista la fonte della pubblicazione, è allineato con la più completa ortodossia “scientifica” politicamente corretta, Out of Africa e quant’altro. Nonostante questo, il libro è stato oggetto di dure critiche da parte degli ambienti democratici e marxisti. La sua colpa, aver evidenziato il fatto che “la scomoda eredità”, l’eredità genetica, ha un ruolo essenziale nel determinare ciò che sono gli esseri umani. Questa è una verità ovvia che da molto fastidio a democratici e “compagni” che vorrebbero l’essere umano plasmabile a loro talento e gusto, a prescindere, anzi negando che esistano fra gli uomini differenti identità nazionali, etniche, razziali, cioè che fanno capo ai fattori innati-biologici. Il contatto con la scienza, anche quella più “politicamente corretta”, cioè addomesticata, non può che distruggere le loro utopie. Questa è la riprova più lampante del fatto che l’ideologia democratica e marxista è uno stentato e malaticcio fiore di serra che non sopporta il confronto con la realtà.

Nel rifiuto del reale che caratterizza gli eredi dell’ideologia che avrebbe dovuto “unire i proletari di tutto il mondo”, e allo stesso modo gli epigoni di quell’ideologia democratica che ha preteso di presentarsi come “il pensiero unico”, noi possiamo cogliere i sintomi della prossima scomparsa di queste forme di pensiero che si rivelano sempre meno credibili. Possiamo lasciarli al loro meritato destino, a noi incombe ben altro compito: la difesa a oltranza dei popoli europei dalla morte per sostituzione etnica.

 

 

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra il numero di novembre 2018 de “Le Scienze”, al centro,una nativa americana dai tratti sorprendentemente europidi, è molto verosimile che il ragazzo di Mal’ta presentasse le stesse caratteristiche etniche, a destra la copertina del libro Una scomoda eredità di Nicholas Wade.

 

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 21 Gennaio 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. (Scarica Le 4 Età dell ‘Umanità Georgel gratis qui :
    https://www.scribd.com/document/393368717/Le-4-Eta-dell-Umanita-Georgel )

    Buon 2019

    Per quanto riguarda la Cina si cita sempre e solamente la migrazione Indoeuropea Tocara e si tralascia di menzionare o la si confonde con la precedente migrazione biaca “Atlantidea” quando la Britannia (l’Atland) era collegata al continente Eurasiatico.Probabilmente le Piramidi di Cina risalgono a questa prima migrazione dopo la catastrofe del 9600 a.C.

    Cito i seguenti interessanti articoli
    I serpenti della saggezza :
    http://inglinga.blogspot.com/2018/10/the-nagas-aryan-initiates.html?m

    http://inglinga.blogspot.com/2018/10/the-serpents-of-wisdom.html

    http://inglinga.blogspot.com/2018/03/the-shining-ones.html?m=0

    Dovremmo ora considerare il collegamento tra i “Druidi celtici” e il Serpente, un collegamento che potremmo applicare ai Germano-Celti piuttosto che ai Gallo-Celti del Sud. Piuttosto che vedere questi ‘Serpenti saggi’ come un popolo ‘pre-ariano’ espropriato dagli Ariani, la verità sembra essere che questi erano ariani affini agli Ariani vedici dell’India. Abbiamo un’antica leggenda contenuta nell’Edda in prosa di come Woden abbia condotto il suo popolo fuori dalla zona conosciuta come “Troia” (che potrebbe essere l’ormai famoso “Asaport” che era in Armenia [ora Turchia] che ha una tecnologia avanzata trovata dagli archeologi). Li condusse indietro nel Nord Europa, che era la loro Ur-Lands. Possiamo quindi vedere un movimento verso l’esterno, verso est e verso sud ,di nuovo nel Nord Europa guidato da Woden.

    Possiamo supporre che i resti degli stessi popoli vivessero ancora in alcune parti del Nord Europa e che i due si fondessero insieme, mentre Aesir e Vanir si fondevano insieme nella mitologia (la storia segue un mito rcetipo ). Quindi, non c’è bisogno di una “teoria dell’invasione” (*) che sembra essere il caso dei moderni studiosi dell’establishment quando non riescono a spiegare qualcosa che non capiscono. È l’antica saggezza detenuta da questi serpenti-folk che troviamo nascosta nei segreti custoditi dai druidi che, come abbiamo dimostrato più e più volte, non erano tutti “celtici” ma erano germanici (come il Tegeingl). Possiamo anche supporre che la saggezza del serpenteè stato trasmesso da questi Folk di Heathen alla nuova fede religiosa di Krist.

    (*) Queste ‘teorie di invasione’ invariabilmente vedono le incursioni in entrata come gli ‘ariani’ che distruggono una ‘alta civiltà’ già esistente. Qui il mito archetipo racconta una storia molto diversa, poiché queste “alte civiltà” erano i resti morenti di una volta “alta civiltà” che era in declino e degenerazione, e che fu invasa dai barbari che poi fondarono una nuova “alta civiltà” dal rovine e resti di quello vecchio. Entrambe le civiltà morenti e ricreate erano ariane come in India.

    Il Gobi – ci sono prove che un’altra alta civiltà è stata creata nell’area ora conosciuta come il deserto del Gobi, e questa era la casa degli ariani che hanno lasciato At-al-land dopo la catastrofe. Ancora una volta, sembrerebbe che una vasta catastrofe abbia spazzato via anche questa civiltà. Dovremmo ricordare qui che sono coinvolti periodi di migliaia di anni. Possiamo supporre che la patria degli Ariani del Gobi fosse chiamata Shambhalla che ci viene giù attraverso il Buddhismo ariano (Buddha era un ariano della tribù Sakya che viveva in India).

    Le migrazioni di popoli dopo la caduta della Civiltà del Gobi sembrano essere stati in un’area intorno a quella che oggi è conosciuta come l’India. Questa non fu la successiva ‘Ariana Invasione’, ma la civiltà costruita attorno ad Harappan che ora è considerata come vedica-ariana e non come una forma “indigena” che fu poi invasa dagli ariani. Le successive incursioni nell’area sembrano aver sostituito una precedente civiltà ariana. Troviamo nei Veda ariani la saggezza più profonda e profonda del mondo antico che è stata creata da una scienza molto alta e sofisticata che chiameremo la Scienza Ariana.

    Il manu di Atlantide e la migrazione nel Gobi
    http://cosmicconvergence.org/?p=16629

    Pre-America: l’origine della civiltà indogermanica e la scrittura cuneiforme di Tiwanaku
    http://losvikingosenamerica.blogspot.com/2017/02/preamerica-el-origen-de-la-civilizacion.html

    Rāvaṇa e l’Atlantide Meridionale: dall’America all’India
    https://immagineperduta.it/vimana-le-macchine-volanti-della-preistoria-transumanesimo-dei-cyborg/

    L’agopuntura portata in Cina dalle migrazioni dall’ Atland
    http://inglinga.blogspot.com/2015/08/the-aryan-wanderings.html

    Gli Dei Bianchi d’america
    http://inglinga.blogspot.com/2018/03/the-white-gods.html?m=0

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