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Una Ahnenerbe casalinga, ottantasettesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, ottantasettesima parte – Fabio Calabrese

Siamo sempre in attesa che le scoperte antropologiche, paleoantropologiche e archeologiche ci offrano consistenti novità sulle nostre origini, ma sappiamo che questo non può avvenire a comando, e che gli eventi di cui stiamo parlando non possono avvenire con la stessa frequenza di quelli registrati dalle cronache sportive, dalla politica o dal gossip.

Nel frattempo è utile esaminare lavoro di ricerca e di riflessione sulle tematiche delle origini compiuto nei nostri ambienti, lavoro importante, importantissimo perché fa vedere come il tema dell’identità storica ed etnica sia sentito, ma è bene tenere d’occhio anche quanto avviene nel campo avversario, poiché la partita si gioca attorno all’idea che abbiamo di noi stessi, o che si riesce a dare alla gente di se stessa e del suo posto nel mondo, poi ci sono ancora altre cose: fatti esterni che possono arrivare più o meno a sorpresa, e infine anche la ricerca e la riflessione personali che hanno comunque la loro ragion d’essere.

Un esempio del primo tipo è rappresentato dall’ottantaduesima parte, una specie di “edizione straordinari” motivata da due fatti avvenuti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, un video su Youtube (probabilmente un fake, ma questo non ha importanza) dove si vede un Matteo Renzi proclamare che dal momento che “veniamo tutti dall’Africa” dobbiamo accogliere a braccia aperte i cosiddetti migranti che oggi ci invadono. In tutta franchezza che questo sia il frutto di un abile montaggio o che l’ex premier abbia effettivamente detto queste cose, la trovo una questione del tutto secondaria. L’elemento veramente importante è che questo video scopre gli altarini riguardo alla falsa teoria dell’Out of Africa, ci permette di capire per creare quali suggestioni è stata creata questa mistificazione pseudoscientifica.

L’altro fatto è stato la pubblicazione di un articolo di Carlomanno Adinolfi su “Il primato nazionale”, che è un’analisi dei fatti che tolgono credibilità all’Out of Africa, articolo che è stato seguito da una livorosa replica su “Ethnopedia” che lo (ci) accusa di rifiutare una “teoria scientifica” semplicemente perché non gli (ci) piace. E’ la classica storia del bue che da del cornuto all’asino. Come anch’io ho sempre fatto su queste pagine, Adinolfi cita fatti che rendono l’Out of Africa sempre più traballante: la scoperta dell’uomo di Denisova, quella di “El Greco”, l’ominide balcanico che ha un’età quasi doppia di quelli africani, infine l’ultimo ritrovamento, quello di Denny, la ragazzina tredicenne parte neanderthaliana parte denisoviana. Da parte di “Ethnopedia” invece c’è solo il rimbrotto livoroso di chi vede una delle sue fissazioni preferite crollare irrimediabilmente.

L’ottantunesima e l’ottantaseiesima parte, invece le ho dedicate ad alcune riflessioni personali, che tuttavia non credo siano prive d’importanza, data la rilevanza di queste tematiche. E non vi nascondo che entrambe sono varie volte “scivolate” indietro sulla lista delle cose da pubblicare su “Ereticamente” e nella rubrica della “Ahnenerbe casalinga” in particolare sotto la pressione di cose che in quel momento era più urgente trattare.

Come vi ho spiegato altre volte, noi potremmo considerare la tematica delle origini nel suo insieme come una torta a quattro strati. Senza andare a cose remote, comunque lontane dall’esperienza umana e che certamente è difficile che possano avere implicazioni politiche, come l’origine dell’universo o della vita sul nostro pianeta, i quattro strati che abbiamo considerato sono: l’origine della nostra specie, quella dei popoli indoeuropei, della civiltà europea e infine, tematica più vicina a noi, nella quale dovremmo sentirci maggiormente coinvolti, l’origine dei popoli italici.

Come ho spiegato nell’ottantunesima parte, tuttavia fra la prima e la seconda di queste tematiche se ne potrebbe inserire un’altra, l’origine dei popoli caucasici, delle popolazioni caucasiche, “bianche” di cui gli Indoeuropei sono semplicemente una frazione. Allora vediamo che ad esempio gran parte dell’Asia deve essere stata in epoca remota abitata da popolazioni caucasiche poi sommerse dall’espansione mongolica che ha lasciato ai suoi bordi popolazioni “bianche” residuali, come gli Ainu del Giappone, i Daiaki del Borneo, i Polinesiani che si sono certamente avventurati nel Pacifico provenendo dall’Asia. Anche gli Indoeuropei provengono probabilmente da questo nucleo caucasico perduto, attraverso la cultura eurasiatica dei Kurgan.

Cerchiamo di capire chi erano questi nostri antenati indoeuropei: cavalieri nomadi e conquistatori con l’istinto di esplorare e di spingersi sempre oltre, o agricoltori stanziali, poi costruttori di città e di civiltà? Alternativamente entrambe le cose, e ad analizzare questo loro doppio aspetto, ho dedicato l’ottantaseiesima parte.

Facciamo un passo indietro. Certamente dei vari strati della torta delle origini, l’ultimo e il più recente, quello più vicino a noi, la tematica delle origini italiche, è anche quello a proposito del quale in questi anni sono riuscito a dire di meno, su “Ereticamente” o altrove, rispetto a come il tema meriterebbe di essere affrontato.

Alcuni anni fa pubblicai su “Ereticamente” un paio di articoli sull’argomento che provocarono un’accesa critica da parte di alcuni lettori. C’è poi la storia di una conferenza su questa tematica, che avrei  dovuto tenere qui a Trieste alla Casa del Combattente, che è stata più volte rimandata perché gli organizzatori hanno manifestato preferenza per altri argomenti, poi alla fine non se n’è fatto nulla. Per scaramanzia – cosa volete, ognuno ha le sue debolezze – non pubblico mai i testi delle conferenze prima di averle tenute, ma credo proprio che stavolta farò presto un’eccezione.

Più avanti, appena mi sarà possibile, vi darò il testo di questa conferenza che non sono riuscito a tenere, “Alle radici dell’italianità”, suddiviso, come per prassi, in due parti in ragione della sua lunghezza, ma ecco un rapido accenno al suo contenuto.

I nostri antenati italici erano innegabilmente di ceppo caucasico-indoeuropeo, un ramo degli Indoeuropei non più eterogeneo di quanto lo fossero Celti, Germani, Slavi. Le invasioni che l’Italia ha subito nel corso dei secoli tra la caduta dell’impero romano e il risorgimento, non hanno influito se non in misura estremamente modesta sul nostro patrimonio genetico: i Longobardi calati in Italia, ad esempio, non erano più di 100.000 persone, e gli Ostrogoti di Teodorico più o meno la metà.

Non parliamo poi del fatto che la leggenda di una Sicilia araba oggi appassionatamente coltivata da separatisti antinazionali e mondialisti pro-immigrazione in uno strano miscuglio tra il Manifesto del partito comunista e il corano, e che evidenzia come meglio non si potrebbe il fatto che l’identitarismo di corto respiro, il separatismo municipalistico è precisamente uno strumento del piano Kalergi, è una leggenda del tutto inventata. E’ storicamente accertato che i coloni venuti dal Magreb durante la dominazione mussulmana dell’isola, che non durò più di un paio di secoli, e che non furono mai molto numerosi, con la riconquista normanna se ne tornarono nell’Africa settentrionale, senza lasciare tracce genetiche di rilievo, e furono rimpiazzati in buona misura da immigrati dal settentrione della Penisola, tanto che oggi la Sicilia è geneticamente meno “meridionale” di altre regioni del sud.

L’idea che gli Italiani sarebbero forse uniti da un discutibile e comunque insignificante collante culturale, ma da nessuna coerenza etnica e genetica, non è che una menzogna di regime esattamente come l’Out of Africa.

Le persone facenti parte delle associazioni d’arma che frequentano la Casa del Combattente, ben difficilmente possiamo pensare che siano condizionate da ideologie di sinistra multietniche e mondialiste, e ancora meno questo è pensabile per i lettori di “Ereticamente”. E allora da dove viene tutta questa riluttanza ad affrontare la tematica nazionale? A mio parere una spiegazione c’è, ed è molto chiara: tre quarti di secolo di repubblica italiana democratica e antifascista ci hanno portati ad avere nausea di noi stessi, e allora vorremmo essere padani, celti, longobardi, oppure magni greci (della Magna Grecia) o bi-siculi (delle Due Sicilie), tutto meno che italiani. Ma non è di essere italiani che ci dobbiamo vergognare, è la repubblica democratica e antifascista che deve farci nausea e schifo.

Rileggendo l’ottantaduesima e l’ottantaseiesima parte complessivamente, ho avuto l’impressione che ci sia un discorso da completare, che le due tematiche si saldino rivelando una prospettiva che non è stata adeguatamente sviscerata. Diciamo a partire dalla fine dell’ultima glaciazione attorno a 12-10.000 anni fa, deve essersi cominciato a produrre in tutta l’area eurasiatica un considerevole mutamento antropologico. Mentre in Asia le popolazioni mongoliche sono andate incontro a una notevole espansione a discapito di quelle caucasiche, in Europa gli antenati degli Indoeuropei, dalle estremità settentrionali e orientali del nostro continente, si sarebbero riversati verso l’occidente e il meridione. Come spiegare ciò? Soprattutto considerando che verosimilmente non si è trattato di episodi ma di movimenti di vasta portata e durata.

Un’ipotesi ragionevole sarebbe quella di mettere in relazione ciò con i mutamenti climatici, considerando il fatto che le diverse popolazioni umane hanno adattamenti naturali differenti alle varie condizioni climatiche del nostro pianeta, e quindi con i cambiamenti ambientali che hanno caratterizzato la fine di ciò che siamo soliti chiamare l’età glaciale, si sono verificati altrettanti cambiamenti nella distribuzione delle popolazioni.

Abbiamo visto più volte che durante l’età cosiddetta glaciale vaste aree delle regioni artiche erano sgombre dai ghiacci e abitabili, non c’è soltanto l’opinione al riguardo degli autori che rientrano nel filone del pensiero tradizionale, Evola e Tilak (che però non sono illazioni gratuite ma si fondano ad esempio sul fatto che determinati fenomeni astronomici descritti nei Veda si sarebbero potuti osservare solo al disopra del circolo polare), abbiamo anche ad esempio le scoperte del ricercatore russo Vladimir Pitluko che ha trovato tracce di presenza umana al disopra del circolo polare artico risalenti a 40.000 anni fa, per non parlare delle misteriose piramidi della penisola di Kola per le quali la stampa russa ha citato apertamente il nome e il mito di Iperborea. D’altra parte, basta pensare che se le condizioni climatiche dell’Artico fossero state simili a quelle di oggi, in cui sopravvive solo una stentata flora rappresentata da licheni e poco altro, la megafauna, i branchi di mammut e altri grandi animali di cui sono stati ritrovati numerosi resti, non avrebbero avuto di che sostentarsi.

Tutto questo, lo ricordiamo, mentre quello che oggi è il cuore del nostro continente (ma la stessa cosa avveniva nelle Americhe) era avvolto da un’imponente cappa glaciale. Ce n’è abbastanza per autorizzare il sospetto che da allora la temperatura media del nostro pianeta non debba essere variata un gran che, ma che sia piuttosto cambiata la localizzazione delle zone glaciali e temperate.

Come può essere avvenuto ciò? Diciamo subito che al presente non esiste una teoria scientifica generalmente accettata che spieghi il fenomeno delle glaciazioni (che si è presentato varie volte nella storia del nostro pianeta). Si va dall’ipotesi di un periodico indebolimento dell’attività solare a quella secondo la quale la Terra attraverserebbe periodicamente zone dello spazio dense di pulviscolo cosmico che schermerebbe la radiazione solare, oppure il medesimo effetto potrebbe essere provocato dalle polveri rilasciate nell’atmosfera da maxi eruzioni vulcaniche, o dalla caduta di comete o meteoriti. Insomma, si brancola nel buio.

Un ricercatore fuori dagli schemi, di quelli che “la scienza” ufficiale si rifiuta per principio di prendere in considerazione, Graham Hancock, ha proposto nel libro Impronte degli dei un’ipotesi che potrebbe dare una spiegazione valida a quello che ancora oggi si può considerare il mistero delle glaciazioni.

Noi sappiamo che la crosta terrestre non è statica, ma è divisa in enormi zolle, le placche tettoniche che, scivolando sopra il nucleo fuso del nostro pianeta, si  spostano lentamente le une rispetto alle altre, trascinando i continenti con sé e provocando il fenomeno geologico conosciuto come deriva dei continenti. Bene, immaginiamo che oltre a questo movimento la crosta terrestre ne abbia anche un altro, che possa scivolare in blocco sopra il nucleo del nostro pianeta. Hancock fa il paragone con la buccia di un’arancia che si fosse riusciti a staccare dagli spicchi sottostanti senza romperla. In questo caso, il movimento potrebbe essere molto più rapido e improvviso. E’ un fatto curioso che questa teoria derivi da osservazioni astronomiche: su Marte si trovano, poste agli antipodi l’una dall’altra, due regioni geologicamente simili ai poli che però si trovano nei pressi di quello che è l’attuale equatore del pianeta. Si tratta probabilmente degli antichi poli che sono finiti nella posizione attuale a seguito di uno scivolamento della litosfera marziana sul suo nucleo quando il pianeta era ancora geologicamente attivo. Che nel remoto passato lo fosse, su questo non c’è dubbio, dato che ospita ancora oggi il Monte Olympus, il più imponente vulcano del sistema solare.

Perché la litosfera terrestre non si sarebbe potuta comportare in maniera simile? Questa ipotesi permette di spiegare una sorprendente anomalia storica come la carta di Piri Reis. Quest’ultima, scoperta negli anni ’60  nel Topkapi di Istanbul, un tempo residenza dei sultani, è una carta che faceva parte di un mappamondo realizzato nel XVI secolo e geografo ottomano Piri Reis: essa raffigura l’America meridionale con una precisione sorprendente considerando che l’America era stata da poco scoperta dagli Europei che non si erano certo affrettati a passare informazioni alla Sublime Porta, ma la vera sorpresa è un’altra: essa raffigura anche la costa antartica come doveva presentarsi quando il continente australe era libero da ghiacci, e l’Antartide sarà scoperta dagli Europei solo nel XIX secolo. Piri Reis ha lasciato scritto di non essersi avvalso delle recenti fonti europee, ma di carte antiche, alcune delle quali molto antiche.

Se il polo artico fino a dodici-tredicimila anni fa era in una posizione diversa da quella attuale, lo sarà stato anche il polo australe, e l’Antartide libera da ghiacci potrebbe essere stata raggiunta da esploratori, o magari abitata. I motivi per cui le teorie di Hancock sono respinte a priori dalla “scienza” accademica, sono sempre gli stessi: la gelosia professionale di una casta che si ritiene detentrice della verità, e il fatto che l’idea dell’esistenza di civiltà evolute nel remoto passato mette in crisi la concezione della storia come ascendente progresso lineare.

Rimaniamo sul fatto che questa ottantasettesima parte ha una fisionomia un po’ particolare, dedicata all’approfondimento di tematiche trattate nei miei scritti precedenti. Come avete visto, a distanza di più di due anni, ho deciso di dare una continuazione a un’altra serie di miei articoli “storica”, Ex Oriente Lux, ma sarà poi vero?, il che può anche sembrare strano, dato che a suo tempo avevo deciso di concentrare sotto il titolo di Una Ahnenerbe casalinga tutto quanto riguardasse le tematiche delle origini, per non complicare troppo la vita né a voi lettori né a me stesso.

Il fatto è che una parte almeno di questo discorso di confronto fra Europa e Oriente l’avevo lasciata in sospeso, proprio quella, forse più importante, che marca la profonda differenza spirituale fra i due mondi: razionalità e ricerca della conoscenza da un lato, fideismo, supposta rivelazione, la persuasione che la verità si trovi in un libro ispirato “da Dio” dall’altro. Ciò che mi ha fatto esitare nell’intraprendere questa parte non secondaria del nostro discorso, è stato il timore di parere “troppo illuminista”.

Nel frattempo però sono riuscito a scrivere e pubblicare su “Ereticamente” i sei articoli che nel loro insieme costituiscono il saggio Scienza e democrazia, il che mi ha permesso di chiarire un concetto che ritengo essenziale: quella che sotto l’imperio dell’ideologia democratica passa per scienza non è affatto tale, se per scienza intendiamo il metodo galileiano di interrogazione della realtà attraverso l’osservazione e l’esperimento, ma mera ciarlataneria ideologica, si veda ad esempio la negazione dell’esistenza delle razze umane, a dispetto dell’esperienza e delle evidenze fornite dalla genetica. Sapendo questo, sarà ancora meno difficile riconoscersi in una tradizione filosofica che risale a Talete e Platone (ricordiamo che filosofia significa “amore per la conoscenza”) e che rappresenta il genuino pensiero europeo di contro a ogni fideismo asiatico, per quanto prima il cristianesimo poi la democrazia abbiano cercato di distorcerla a proprio uso e consumo.

Io adesso non vi so dire se dopo questa ripresa temporanea Ex Oriente lux proseguirà, sto valutando la cosa. Quello invece di cui vi posso dare la più ampia assicurazione, è che finché mi sarà possibile, proseguirà il mio impegno per “Ereticamente” e in difesa della nostra visione del mondo.

NOTA:

Nell’illustrazione: A sinistra la copertina de La dimora artica nei Veda, forse il testo più classico riguardo alla tematica delle origini iperboree, al centro quella di Impronte degli dei di Graham Hancock, a sinistra la mappa di Piri Reis.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 24 Dicembre 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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