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Narrativa fantastica, una rilettura politica, quattordicesima parte – Fabio Calabrese

Narrativa fantastica, una rilettura politica, quattordicesima parte – Fabio Calabrese

Sarà forse un po’ improprio, ma dopo aver esaminato la letteratura fantastica per generi, bisognerà dire anche qualcosa della critica, dell’elaborazione teorica che bene o male ha accompagnato la produzione narrativa, nel campo del fantastico come altrove.

Bene, in questo caso ci imbattiamo subito in una difficoltà: la fantascienza, la fantasy, l’horror moderni hanno avuto il loro maggior sviluppo nel mondo anglosassone, in particolare negli Stati Uniti. Possiamo affermare che la critica e la saggistica fantascientifiche non hanno assolutamente avuto uno sviluppo paragonabile alla diffusione proliferante della narrativa.

Basta notare che fra le opere maggiormente apprezzate in questo settore vi sono la Guida alla fantascienza di Isaac Asimov e Un miliardo di anni di Brian Aldiss, che non è americano ma inglese.

La Guida alla fantascienza è un’opera sconclusionata e disorganica, che probabilmente non sarebbe mai giunta alle stampe se non fosse per il fatto che gli editori considerano tutto ciò che porta la firma di Asimov sinonimo stesso di fantascienza oltre che facilmente vendibile al pubblico degli appassionati e addetti ai lavori. Si tratta sostanzialmente di una raccolta di introduzioni e recensioni. La cosa più notevole che contiene, è probabilmente un furibondo attacco contro George Orwell e 1984, che ha soprattutto il potere di indispettire il lettore appena accorto. Tra un intellettuale umanista, giustamente preoccupato di ciò che l’eterna brama di potere congiunta con i mezzi che la tecnologia mette a disposizione, può fare agli esseri umani, e l’acritico esaltatore delle “magnifiche sorti e progressive”, il dubbio da che parte mettersi non può durare nemmeno un secondo.

Un miliardo di anni non è un’opera di saggistica/critica fantascientifica, ma una storia del genere fantastico che parte dai Sumeri, dall’epopea di Gilgamesh, per non arrivare a trattare il fantastico moderno e ancor meno la fantascienza se non nelle ultime, ultimissime pagine. Un lavoro non privo di interesse, ma se volevamo una critica ed esposizione ragionata della fantascienza e del fantastico, non è quello che cercavamo.

La critica e la saggistica fantastica e fantascientifica nel mondo anglosassone hanno uno spessore? Si, certo, quello della carta velina.

Quella italiana è – ovviamente – tutta un’altra storia, una storia molto più politicizzata, e quindi di estremo interesse in questa sede, appunto, di rilettura politica dell’universo fantastico-fantascientifico, o forse dovremmo dire più apertamente politicizzata, perché quando Asimov attacca Orwell, lo fa in nome di un’ideologia progressista nettamente di sinistra, ma si trincera dietro un’apparenza di neutralità.

In compenso, però, da noi si può riscontrare lo stesso provincialismo da beghe di riunione condominiale, lo stesso squallore che caratterizza la politica italiana in ogni altro settore.

Nel 1978, il giornalista Remo Guerrini pubblicò sulla rivista “Robot” un articolo su Fantascienza e politica. In questo articolo, tutto sommato abbastanza anodino a parte un generico taglio “di sinistra” a rileggerlo a distanza di decenni, dove non si andava oltre alcune constatazioni banali circa il fatto che gli autori di fantascienza hanno le loro idee politiche, e che queste si riflettono in quello che scrivono, una frase scatenò un putiferio, là dove Guerrini diceva di preferire Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco “che si dichiarano apertamente fascisti” a Robert Heinlein, “Che saltabecca fra gli umori hippy e il fascismo”. Beh, ho sempre avuto l’impressione che se Guerrini invece che “fascisti” avesse scritto “di destra”, non sarebbe accaduto niente.

Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, allora curatori della casa editrice Fanucci, stavano allora portando avanti un lavoro serio e accurato analizzando la letteratura fantastica alla luce del pensiero tradizionale, ispirandosi a Julius Evola, René Guenon e gli altri Maestri in questo campo, ed era la prima volta che i testi di letteratura fantastica e fantascientifica erano pubblicati in Italia muniti di un serio apparato critico, oltre tutto in edizioni integrali e con traduzioni non approssimative.

Diciamolo pure, finalmente i due curatori della casa editrice romana avevano chiuso con il malvezzo tanto diffuso allora nell’ambiente, di trattare la narrativa fantastica come materiale di serie B e/o il pubblico dei lettori come bambini ritardati.

Per capire certe cose, il clima degli anni ’70, il clima di massima intossicazione ideologica, occorre averlo vissuto. Erano gli anni in cui “i compagni” salmodiavano nelle piazze “uccidere i fascisti non è reato” e non si limitavano a dichiararlo in teoria, come dimostra una lunga serie di episodi sanguinosi tutti regolarmente impuniti – con i responsabili spesso noti – di cui la strage di via Acca Larenzia, il rogo di Primavalle, gli omicidi di Sergio Ramelli e di Mikis Mantakas sono stati solo i casi più eclatanti.

Quello di Guerrini, spero che non se ne fosse reso conto, era un vero e proprio invito al linciaggio nei confronti dei due curatori della casa editrice romana che nulla avevano fatto per meritarsi ciò.

Di Gianfranco De Turris in particolare, una figura che col tempo – come era giusto che fosse – ha guadagnato sempre più spessore nel panorama culturale italiano, è oggi direttore del Centro Studi Julius Evola, ed anche “Ereticamente” si è onorata di ospitare alcune sue collaborazioni, vorrei parlarvi diffusamente più avanti, adesso vediamo come andarono le cose sul fronte opposto.

Il numero di “Robot” contenente l’articolo di Guerrini ebbe un insperato successo di vendite (probabilmente per la semplice ragione che tanti volevano capire quale fosse mai l’oggetto del contendere di una polemica che improvvisamente aveva cominciato a dilaniare l’ambiente degli appassionati italiani di fantascienza), e questo diede all’editore la falsa idea che una fantascienza politicamente orientata a sinistra fosse ciò che ci voleva per fare breccia sul pubblico, con il risultato che “Robot” iniziò una parabola discendente che la portò all’estinzione.

In ogni caso, almeno per un periodo temporaneo la fantascienza sembrò una nuova terra di conquista per i “sinistri” di ogni specie.

In breve tempo nacque una pubblicazione, “Un’ambigua utopia” che comparve per un paio di numeri come fanzine, rivista amatoriale, per poi subito dopo trasformarsi in rivista professionale, editare ancora un paio di numeri in questa veste, e poi sparire nel nulla.

La cosa più interessante, probabilmente è però cercare di capire cosa c’è al fondo di questa mentalità: questa bizzarra testata riprendeva il sottotitolo di un romanzo di Ursula Le Guin, I reietti dell’altro pianeta. Questa scrittrice, autrice di punta di un parallelo tentativo del femminismo americano di espugnare la presunta roccaforte maschile della fantascienza, e per questo motivo sopravvalutata ben al di là dei suoi effettivi meriti letterari, in questo romanzo aveva deciso di tracciare non tanto un’utopia ambigua, quanto piuttosto un’utopia imperfetta (poiché il grande limite delle utopie del passato sarebbe stato quello di disegnare società ideali e quindi irrealizzabili), tracciando la storia di due pianeti, il pauperistico Anarres e il tecnologico e “moderno” Urras, con una scoperta simpatia – ovviamente – per il primo. In sostanza, appena mascherato dalla trasposizione su scala interplanetaria, un apologo del terzomondismo.

Una domanda che mi piacerebbe fare a tutti i terzomondisti è come mai questi Paesi che spesso dispongono di ricchezze naturali che si rivelano incapaci di sfruttare, se veramente incarnano in una qualche misura il “buon selvaggio” delirato da Rousseau, “padre” di tutte le intossicazioni ideologiche (marxismo compreso), come mai si rivelino così avidi di imitare e sfruttare la tanto deprecata tecnologia occidentale soprattutto per quanto riguarda gli armamenti, e come mai costoro non si avvedono che la miseria di quei popoli che cercano di far ricadere sull’ “Occidente capitalista e colonialista” che semmai li ha fatti uscire dalla preistoria, ha cause invece nettamente endogene, gli sprechi e i lussi delle loro classi dirigenti, lo stato permanente di guerriglia che affligge quelle aree del mondo, inefficienza, burocrazia pletorica, corrotta e parassitaria, e via dicendo.

Tuttavia, il romanzo più noto della Le Guin è verosimilmente un altro, La mano sinistra delle tenebre, dove si immaginano un mondo e una società composta da esseri umani in grado di cambiare sesso periodicamente e/o a volontà, qualcosa che oggi possiamo leggere tranquillamente come una sorta di manifesto dell’ideologia gender.

Il titolo, che sembrerebbe più appropriato a una storia di horror piuttosto che a qualcosa che ha a che fare con la fantascienza, si ricollega a una frase del romanzo dove si spiega che “La luce è la mano sinistra delle tenebre”. Il positivo come assenza o limite della negatività, cioè il rovesciamento esatto del pensiero di Platone.

Noi capiamo molte cose e alla fine il cerchio si chiude considerando che Ursula K Le Guin, come amava firmarsi, Ursula Kroeber Le Guin, deceduta a gennaio di quest’anno, era la figlia dell’antropologo Alfred Kroeber, allievo di Claude Levi Strauss e di Franz Boas. Ritroviamo il persistente dogma dell’antropologia culturale, il rifiuto di distinguere tra le conoscenze e gli usi, tra il gesto simbolico e l’azione reale. Compiere un viaggio spaziale e narrare una storia è la stessa cosa, come avviene in un altro racconto di Ursula Kroeber, è in ultima analisi la trasposizione letteraria dell’irrazionalismo di sinistra, dell’epistemologia anarchica teorizzata da Paul Feyerabend, il rifiuto di tre millenni di cultura europea. (Io vi pregherei di andare a rileggervi quanto ho scritto nella sesta parte di Scienza e democrazia).

Tutto ciò sarebbe puerile se non fosse tragico, espressione dell’odio per tutto ciò che europeo, “occidentale”, “bianco” e/o dell’odio che i “bianchi occidentali” sono stati indotti a nutrire per se stessi.

Esiste una fondamentale differenza fra la “critica” fantastica-fantascientifica di sinistra e quella rappresentata ad esempio da Gianfranco De Turris e dalla scuola neosimbolista che si è raccolta attorno a lui. A questi ultimi non si può disconoscere l’applicazione coerente di un preciso metodo di analisi testuale condotto ai fini di rintracciare negli autori del fantastico l’eterno linguaggio del simbolo (comune ad esempio anche al mondo dell’arte), che ci rimanda a una serie di significati e valori tradizionali e meta-temporali. Su alcune analisi specifiche si può ovviamente discutere, ma questo è tutto un altro discorso.

“A sinistra” non troviamo nulla del genere. A parte gli umori hippy e femministi, improbabili trasposizioni fortemente idealizzate di una “guerra partigiana” mai avvenuta, improbabili distopie basate su irreali “golpe fascisti” e simili, non troviamo altro che ingiurie e invettive contro gli autori fantastici non inclini al “politicamente corretto”, da George Orwell a H. P. Lovecraft, a Robert Heinlein, e letteralmente null’altro.

Ho l’impressione che le cose non potrebbero essere in nessun modo differenti da così, che per “i compagni” sia impossibile dare luogo a una scuola interpretativa della letteratura fantastica paragonabile al neosimbolismo perché mancano loro le basi mentali e culturali per farlo, che la loro presenza nel campo sia un’intrusione in qualcosa che non gli appartiene.

Lo si vede facilmente dal fatto che quella stessa antipatia che costoro hanno per autori fantastici come Orwell, Lovecraf, Heinlein (ma anche Howard e Tolkien) è nutrita verso la fantascienza e il fantastico in genere da una sinistra i cui interessi letterari restano nell’orizzonte del realismo socialista e del neorealismo, gli unici in definitiva che si accordino realmente alla visione del mondo marxista.

Per costoro, il fantastico resta una terra di occupazione di cui è arduo fingersi nativi.
Questo lo si è visto con grande chiarezza nel caso di John R. R. Tolkien. Quando arrivò in Italia negli anni ’70 Il signore degli anelli ed andò incontro a un inaspettato successo che non dovette quasi nulla al sistema mediatico (da noi fu pubblicato da una casa editrice, la Rusconi, fin allora piccolissima, e che proprio grazie al successo di Tolkien acquisì un importante respiro nel panorama editoriale nazionale), ma si diffuse grazie al passaparola di amici che lo consigliavano ad amici, gli “intellettuali” della sinistra nostrana si diedero a un vero fuoco di sbarramento conto un’opera che parlava di trascendenza, di valori atemporali, di onore, di fedeltà, era tutto il contrario della visione marxista e di ciò che la sinistra aveva predicato e predicava.

Di fronte al fallimento di questa strategia, “contrordine, compagni” con il classico atteggiamento dei trinariciuti giustamente derisi da Guareschi, si decise che Tolkien doveva essere “assimilato a sinistra”. Poiché l’autore, inglese di famiglia e cittadinanza, era nato in Sudafrica, si pensò di inventare che da giovane avesse partecipato alle manifestazioni anti-apartheid, e la cosa era semplicemente ridicola, perché quando la famiglia lasciò il Sudafrica per tornare in Inghilterra, Tolkien aveva appena due anni.

Non si può non menzionare il fatto che, sulla base di una lettura altrettanto falsata, Il signore degli anelli diventò una specie di bibbia degli hippy californiani che vi vollero vedere un testo anarchico, considerando la lotta contro Sauron il simbolo della ribellione al potere, qualsiasi specie di potere, una “lettura” che agli occhi di un lettore avvertito non regge nemmeno per poche pagine, infatti è evidente che Tolkien contrappone al potere illegittimo e tirannico di Sauron non un’utopia anarcoide, ma il potere legittimo, incarnato dall’autorità sacrale di Gandalf e da quella civile di Aragorn ma, come ho detto all’inizio, lo spessore critico statunitense nei confronti della letteratura fantastica è quello della carta velina.

I marxisti hanno sempre cercato di persuaderci che l’orrore tirannico sovietico bolscevico, e che del resto abbiamo sempre, senza nessuna eccezione visto realizzato ogni qual volta e dovunque il comunismo abbia preso il potere, non fosse che una temporanea fase intermedia in attesa della realizzazione di un’idilliaca società a venire, senza classi né ingiustizie o disparità sociali.

Bene, di autori comunisti, sia per convinzione, sia perché costretti a essere tali in quanto nati in Unione Sovietica o nei Paesi dell’Est europeo, non ce ne sono stati davvero pochi. Non è singolare che mai nessuno di loro abbia cercato di descrivere, o almeno di immaginare questa meravigliosa società futura?

Io ho l’impressione che nessuno sia quanto meno riuscito a farlo per un motivo molto semplice: noi possiamo certamente immaginare qualcosa che non è reale, ma occorre che non sia contraddittorio sul piano logico. Provate a immaginare un triangolo quadrato: ovvio che non riuscite a visualizzarlo! Io ho l’impressione che la società senza classi preconizzata da Marx sia un’impossibilità dello stesso tipo dei triangoli quadrati. Provate a pensarci: può essere che nel corso del XX secolo le vite di milioni di uomini siano state sacrificate… al nulla!

Forse una parziale eccezione molto sui generis può essere rappresentata dal romanzo dello scienziato e scrittore sovietico Ivan Efremov La galassia di Andromeda ambientato in un lontano futuro dopo il comunismo. A prescindere dal fatto che scrivere nell’Unione Sovietica di un mondo post-comunista deve aver richiesto una dose non trascurabile di coraggio, oggi fa una singolare impressione soprattutto rileggere la presentazione dell’edizione italiana – Feltrinelli – di questo romanzo, dove un possibile mondo post-comunista è rimandato a un futuro remoto, separato dalla nostra epoca da un abisso incommensurabile di secoli. Invece, come sappiamo, il comunismo sovietico non è riuscito a giungere alla fine del XX secolo. Viene da sorridere, ma da sorridere amaro pensando al costo umano atroce che ha avuto quest’utopia.

Questa, naturalmente, è solo metà della storia. Dobbiamo vedere l’altro lato, a partire da quel che successe a Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco dopo l’inopinato attacco rappresentato dall’articolo di Guerrini. Raccontiamo questa storia come si procede nell’andamento della scrittura, andando da sinistra verso destra. Cose da dire, come vedrete, non ne mancheranno.

Nota: nell’illustrazione, a sinistra la copertina di Un miliardo di anni di Brian Aldiss, al centro quella della Guida alla fantascienza di Isaac Asimov, a sinistra I reietti dell’altro pianeta di Ursula K. Le Guin.

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Categorie: Letteratura

Pubblicato da Fabio Calabrese il 31 Dicembre 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anton

    Da quel poco che so, De Turris rimase alla Fanucci, tutto sommato, per un periodo di tempo non molto lungo in quanto mal visto da una parte dei colleghi “di sinistra”. E ricordo le polemiche che accompagnarono il suo approdo alla rivista “L’Eternauta”, fresca di acquisizione da parte della gloriosa Comic Art di Rinaldo Traini. Alcuni lettori (più che altro: lettrici), abituati com’erano alla gestione di Oreste Del Buono, inviavano periodicamente alla redazione lettere polemiche criticando il nuovo corso “non omologante” impostato da De Turris e addirittura, alcuni smisero di acquistare la rivista…

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