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Intervista al grecista Angelo Tonelli, presidente dell’associazione culturale Arthena – Marco Angella

Intervista al grecista Angelo Tonelli,  presidente dell’associazione culturale Arthena – Marco Angella

(da “Il Porticciolo”, anno XI, n. 4 (dicembre), La Spezia 2018, pp. 105-114)

Angelo Tonelli (nato a Lerici nel 1954), poeta, performer, regista teatrale, è riconosciuto come uno tra i massimi studiosi e traduttori italiani di classici greci. Vanta numerose pubblicazioni. Riportiamo le più importanti. Edizioni di classici: Oracoli caldaici, Coliseum 1993 – Rizzoli 1995 – Bompiani 2016; Eraclito, Dell’Origine, Feltrinelli 1993 e ristampa riveduta 2005; Properzio, Il libro di Cinzia, Marsilio 1993 (4 edizioni); T. S. Eliot, La Terra desolata e Quattro Quartetti, Feltrinelli 1995 (6 edizioni, con ristampa riveduta per il 2005); Seneca, Mondadori 1998; Zosimo di Panopoli, Coliseum 1988, Rizzoli 2004; Empedocle, Origini e Purificazioni, Bompiani 2002. Opere di poesia: Canti del Tempo (vincitore premio Eugenio Montale), Crocetti 1988; Frammenti del perpetuo poema, Campanotto 1998; Poemi dal Golfo degli Dei / Poems from the Gulf of the Gods, Agorà 2003; Canti di apocalisse e d’estasi, con appendice di traduzioni in inglese, tedesco, ungherese, latino (Campanotto 2008, vincitore assoluto Premio Città di Atri; menzione d’onore premio Lorenzo Montano 2009). Pubblicazioni recenti: Sulle tracce della Sapienza (Moretti & Vitali Editore 2009), un libro in cui sintetizza trenta anni di ricerche sulla sapienza presso i Greci, in Oriente, in Jung e in Eliot; il primo volume, Parmenide, Zenone, Melisso, Senofane di Le parole dei Sapienti, in sette volumi per Feltrinelli, sul pensiero dei sapienti greci preplatonici; Sperare l’insperabile. Per una democrazia sapienziale (Armando 2010); l’edizione Bompiani con testo greco a fronte di Tutta la tragedia greca già pubblicato con Marsilio (2011): per la prima volta al mondo un unico curatore, insieme filologo, drammaturgo e poeta, pubblica edizione con testo a fronte, introduzioni, note di tutti e tre i tragici greci; Le lamine d’oro orfiche con Tallone editore (2012); Eleusi, Orfismo. Misteri e tradizione iniziatica greca (Feltrinelli 2015); Seminare il possibile: democrazia e rivoluzione spirituale (AlboVersorio 2015); Guardare negli occhi la Gorgone: piccolo vademecum per attraversare le paure (Agorà editore 2016); Sulla Morte: considerazioni sul possibile Oltre (Le parole editore 2017); La degenerazione della politica e la democrazia smarrita. Una nuova etica per la sopravvivenza della civiltà (Armando Editore 2018). Per la sua opera complessiva ha ricevuto il premio speciale della giuria del Lerici Pea nel settembre 2008. Per il libro Eschilo Sofocle Euripide, tutte le tragedie (Bompiani 2011) ha ricevuto il Premio Speciale Lerici Pea 2011 e il Premio La Spezia-Lunigiana 2011. Lo intervistiamo, per conoscerlo meglio, in occasione del 20° anniversario della sua Presidenza all’Associazione culturale “Arthena”.

 

Quali sono stati i tuoi “maestri”?

Innumerevoli sono i maestri nel corso della vita, dalle persone che già fin da bambini ci insegnano a parlare e camminare, e dunque la madre e il padre e i nonni, a certe figure che, più avanti negli anni, colpiscono la nostra immaginazione magari per un attimo: ricordo sempre un artista un po’ dandy che circolava per Lerici quando avevo sui venti anni, e mi ispirava all’eccentricità creativa, un altro ancora di cui mi colpì lo sguardo luminoso, aperto. Anche il mare può essere maestro, a chi viva sulla costa, con quel senso di libertà e di illimitata apertura di spazi che sono anche gli spazi infiniti della nostra interiorità: “I confini dell’anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai: così abissalmente si dispiega”, ci dice Eraclito.  Ognuno può essere maestro all’altro in certi tratti della vita, ma il vero Maestro è il nostro Sé profondo, che sa cogliere il tragitto che certe figure indicano, e a cui ci convocano: le stesse figure che per noi sono maestri, per altri, qualora le incontrino, sono poco significative. Fatta questa premessa, se dovessi indicare le persone che maggiormente hanno contribuito alla mia formazione interiore, esistenziale e artistica, oltre a figure di riferimento nella mia formazione psicoanalitica junghiana e a amiche e amici che hanno condiviso e condividono con me la ricerca artistica e sapienziale, partirei da mio padre Francesco, poeta e portatore di poesia, figura molto amata nella nostra terra, che mi ha consentito di respirare da subito l’aria dell’arte e della libertà di pensiero e comportamento e non ha mai ostacolato le mie scelte, anche quando erano rischiose e molto controcorrente, come quella di sospendere gli studi universitari pressoché ultimati quando morì Giorgio Colli, con cui avrei dovuto laurearmi in Filosofia Greca Antica, per dedicarmi alla vita d’arte e di ricerca non condizionata.

Incontrai Colli quando frequentavo l’Università di Pisa, credo nel 1976. Era il Colli più essoterico, quello che aveva appena pubblicato La nascita della filosofia, e stava pubblicando La Sapienza greca. La prima impressione fu di avere incontrato il diavolo. Modi aristocratici, voce un po’ nasale con accento torinese: effetto distanza e arcano. In piena marea marxista e strutturalista introduceva il misticismo, Eleusi, Apollo e Dioniso. Una bestemmia che anticipava i tempi e l’apertura a esperienze sapienziali e mistiche. Colli voleva salvare la ragione purché connessa con il misticismo, io ero più interessato alla dimensione mistico-intuitiva. Nel corso della sua ultima lezione invitò a praticare la filologia come azione editoriale e quindi politica. Dopo che ebbe attraversato lo specchio lo sognai che mi indicava un libro nella biblioteca di Filologia greca di Pisa. Il giorno dopo andai. Presi il volume, lo aprii a caso: Zosimo di Panopoli, sull’acqua divina. Iniziai così il mio primo libro, che terminai 10 anni dopo. Da Colli ereditai la fondamentale intuizione che il mondo visibile è espressione di una immediatezza che ne è costantemente alla radice, e questa intuizione, ulteriormente consolidata da pratiche meditative e approfondimenti personali, rimane tuttora centrale nel mio modo di attraversare la vita.

Altra figura di grande importanza nella mia bildung è stata Madame Diane Ode-Beck Clotty (per tutti, a Lerici, “Diane”) a metà degli anni Ottanta. Di origine svizzera-francese, soggiornò a Lerici, in via Roma 36, a partire dagli anni Sessanta, se non prima, fino al duemila, estasiata dalla bellezza del Golfo, che battezzammo insieme Golfo degli Dei. Figura musaica, univa l’estro dell’artista (scrittrice, pittrice, raffinata cesellatrice di porcellane) a una potente ispirazione mistica e iniziatica. Ci unì questa comune vocazione, e condividemmo per lunghi anni la celebrazione della vita e la ricerca interiore. Diane univa Arte e Vita in una straordinaria sintesi ignea e solare, senza rinnegare Selene-Tanith, la Luna che veglia sulle malinconie e i fantasmi dell’anima. Diane è stata fondamentale soprattutto per la mia poesia e per la coltivazione della vita come via iniziatica. Aggiungerei infine, Achan Sumedho, maestro di meditazione buddhista della tradizione Theravada, che vidi solo per pochi minuti un giorno di trenta e più anni fa, il cui sorriso e la cui aura di sapienza e compassionevolezza mi indicarono anche quella via, insieme con il tragitto iniziatico greco (il misticismo eleusino, eracliteo, parmenideo, empedocleo) come centrale per la mia realizzazione. E il Venerabile Tae Hye Sunim, maestro di meditazione zen, il cui eremo, vicino a Lerici, ho il privilegio di frequentare da oltre venti anni in piena devozione e autonomia spirituale. Soprattutto, infine, Cristo, Buddha e Eraclito. Ma lo ripeto, il vero Maestro è il Sé.

Dal 1998 presiedi l’Associazione Culturale Arthena di Lerici. Ci puoi spiegare perché è nata e come ha operato sul territorio in questi anni?

Arthena è una Libera repubblica delle Arti e delle Lettere, animata dall’ideale di favorire una crescita culturale e soprattutto interiore di chi la frequenta e dei cittadini in generale. Si colloca al di fuori di ideologie e partiti, e è riuscita a resistere a numerosi attacchi istituzionali e non, consolidandosi sempre più come catalizzatore di una rigenerazione artistica, etica e spirituale. L’Associazione, fondata da Mario Tamberi all’inizio degli anni Novanta, è diretta da me a partire dal 1998, e ha sede a Pozzuolo, in una ex scuola elementare, nelle colline sopra San Terenzo di Lerici. Nel corso degli anni abbiamo trasformato un luogo degradato e dimenticato nella sede di raccordo e realizzazione comunale e provinciale di Corsi di formazione di alto livello (tra cui Teatro, Pittura, Restauro, Scrittura creativa, Canto, Pianoforte, Filosofia Greca Antica, Ricerca del Sé); ne abbiamo fatto lo spazio per mostre e azioni performative, a cui hanno dato vita i maggiori pittori, artisti, scultori della zona. Arthena si è avvalsa di numerose collaborazioni con Atenei Universitari italiani, come quello di Pisa e Parma, di cui abbiamo ospitato stagisti e con cui abbiamo organizzato eventi, il Trinity College di Dublino e il College of Charleston della South Carolina. Vi si sono tenuti innumerevoli convegni, dibattiti, spettacoli teatrali, e da qui sono partiti alcuni dei più rilevanti eventi di Poesia nazionali, come la rassegna Altramarea quest’anno alla sua ventitreesima edizione e Argonauti nel Golfo degli Dei, evento rito-mitomodernista (diciannovesima edizione). Argonauti, Altramarea e altre rassegne come Fuochi d’inverno, Synphilosophein, Cafè philosophique e soprattutto, a partire dal 2014, Mythoslogos, vanno a costituire un continuum culturale in espansione. Arthena ha realizzato nel corso degli anni varie pubblicazioni, tra cui gli Atti della Rassegna poetica Altramarea e il volume Per un teatro iniziatico, con fotografie di Ugo Ugolini, disegni di Giuliano Diofili e il copione di circa un decennio di spettacoli con regia e testo di Angelo Tonelli. Il Laboratorio di Poesia ha realizzato un volume, Parole sulla punta dei capelli, che raccoglie gli atti del seminario di poesia da me diretto dal 2000 al 2009, pubblicato dall’editore Giovane Holden di Viareggio. Nel 2013, inoltre, abbiamo pubblicato gli Atti del Convegno Spiritualità etica politica, realizzato a Lerici, che hanno ricevuto il plauso del Presidente della Repubblica. E abbiamo realizzato convegni con lo stesso titolo a Pisa (ottobre 2014) e Genova. Sono stati pubblicati anche, con Agorà Editore, gli Atti del Convegno Il giovane Colli, svoltosi con grande successo nell’inverno 2013, che hanno goduto eco nazionale e internazionale. Continua inoltre la pubblicazione della rivista LibereLuci, con crescente successo e collaboratori prestigiosi.

Di rilievo è a mio avviso l’Archivio della poesia ligure e italiana contemporanea, con oltre mille volumi in gran parte donati dagli autori, a cui si aggiunge dal 2017 l’Archivio Francesco Tonelli con la biblioteca, fotografie, e numerosissimi inediti di mio padre che attendono chi voglia impegnarsi nella loro edizione. L’Arthena nel ventennale della mia Direzione è dunque sempre più una realtà della cultura locale e provinciale e anche nazionale e internazionale, avendo esteso la sua rete di collaborazioni in tutta Italia e in Irlanda, USA, Germania, Ungheria, soprattutto grazie a eventi ormai entrati nella storia della cultura contemporanea come Argonauti e Altramarea, e MythosLogos, che anche quest’anno ha riscosso grande successo, con oltre diecimila spettatori.

Hai effettuato la traduzione di tutti i tragici greci e con la compagnia dell’Arthena porti in scena il teatro greco. Perché è importante, oggi, studiare ed interpretare i classici?

La civiltà contemporanea sta attraversando una crisi ecoantropologica di proporzioni inaudite su scala planetaria. Nel corso della storia si sono seminate, per inconsapevolezza e incapacità di governare le tendenze negative di base – ignoranza, avidità, spirito di prevaricazione –, cause che producono e produrranno effetti negativi che sono sotto gli occhi di tutti. La storia nasce dalle menti degli umani, dal modo in cui progettano e quindi agiscono. La storia come è stata fino a ora è bestemmia alla dignità originaria degli umani, e viviamo in una distopia globale. L’unico modo di porre rimedio a questa crisi, poiché essa nasce da una distorsione nella psiche degli individui e nella psiche collettiva, consiste in un recupero di strumenti di consapevolezza che troviamo nel DNA della nostra cultura, in particolare in Grecia. Qui fiorì la stagione della Sapienza, che circolava segreta nei Misteri di Eleusis, e trovava voce e incarnazione in Eraclito, Parmenide, Empedocle, Platone. A questa fonte, riconoscendo che le sue acque erano le stesse che circolavano nella Sapienza d’Oriente, in Egitto, nello sciamanesimo eurasiatico, possiamo e dobbiamo attingere per compensare l’unilateralizzazione tecnorazionalistica della psiche collettiva, che ha smarrito il senso dell’appartenenza dell’individuo all’ Uno-Tutto, e quindi della sua responsabilità nei confronti della pólis. Come la Sapienza – forgiata a Eleusi o in esperienze iniziatiche più o meno collettive – di Eraclito, Parmenide, Empedocle, Pitagora, Platone, anche la tragedia greca, consacrata a Dioniso, dio dei Misteri, dell’ebbrezza (la trance) e della contemplazione (lo specchio) induce uno stato di coscienza specifico, a chi abbia occhi per guardarla: trascendimento dell’Io ordinario e senso di appartenenza al cosmo e alla pólis; esplorazione delle ombre (Edipo) e solidificazione di una postazione interiore di risveglio e consapevolezza; acquisizione della capacità di gestire le emozioni perturbanti. In questo consiste la funzione educatrice della tragedia-sapienza. La parola poetica si inarca in direzione della vita, Apollo è Dioniso, e viceversa, la musica e la danza trascinano il linguaggio oltre i propri cerebrali confini, lo sguardo degli astanti sigilla le immagini in un circuito sacro. Alla fine resta nuovamente il silenzio della pietra, sguardo senza soggetto, oggetti vuoti. Dioniso e Ades sono lo stesso dio. Per questo con la Compagnia Teatro Iniziatico da venti anni mi dedico alla messa in scena di tragedie greche in chiave, appunto, iniziatica e rituale.

Nel 2009 hai pubblicato “Sulle tracce della sapienza” (Moretti & Vitali Editore), un libro in cui hai sintetizzato trent’anni di ricerche. Cos’era la “sapienza”? Chi, oggi, è da ritenersi “sapiente”?

Sapienza, in greco sophía, a differenza della filosofia, come scrivevo in incipit di quel libro, è un modo di essere, non di pensare. I Sapienti greci, come quelli orientali, dedicano la vita a conseguire e coltivare uno stato di coscienza privilegiato, che consiste nella intuizione fondamentale che “tutte le cose sono Uno, e l’Uno è tutte le cose”, come folgora Eraclito, e come troviamo nella concezione parmenidea del tò eón (“ciò che è”, erroneamente tradotto con “l’essere” da tutti gli studiosi, fuorché da Colli e me, che ne riprendo l’interpretazione); lo stesso dicasi per il “Bene” di Platone e la Mente Cosmica di Empedocle. Di questo stato di coscienza, ben radicato nella spiritualità ellenica perché in esso consisteva l’epopteía, ovvero l’esperienza culminante dell’iniziazione eleusina, i Sapienti si fanno portatori e comunicatori, in primis alla cerchia dei loro discepoli (gli allievi della scuola Eleatica per Parmenide, dell’Accademia per Platone, e così via), e in generale, attraverso la scrittura, per una cerchia più allargata, essoterica, di individui. Chi può definirsi Sapiente oggi? Chi si ponga nella loro stessa posizione e nello stesso stato di coscienza risvegliato.

Dal 2014 dirigi il festival MythosLogos, da te ideato, dedicato a sapienza, arte, filosofia della Grecia Antica. Ci puoi parlare di come è nato, di come è cresciuto e di come si sta sviluppando?

MythosLogos vede la sua prima edizione nel luglio 2014, con il patrocinio morale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, dell’Ambasciata di Grecia a Roma, della Provincia di La Spezia, del Centro Ellenico di Cultura-Comunità Ellenica di Milano, della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia, e con il contributo economico del Comune di Lerici. In seguito abbiamo realizzato altre quattro edizioni dell’evento, tutte di successo, e quella del 2019 sarà la sesta. E’ una Rassegna (amo poco il termine Festival) che mette in evidenza l’inattuale attualità della cultura greco-romana alla luce delle ricerche più avanzate, perché gli studi più recenti e seri intorno alla cultura greca la affrancano da una visione “chiusa” e autoctona di matrice ottocentesca con i suoi tristi risvolti nel Novecento mitteleuropeo e non solo, ravvisandone la feconda interazione con le civiltà coeve, orientali, nordeuropee, centroasiatiche e africane, e consentendo così una apertura di vastissimi orizzonti di ricerca intorno a queste interconnessioni da cui germina la grande stagione della cultura greca, sottratta a classicismi di maniera. Altrettanto attuale, in relazione al pensiero filosofico e scientifico contemporaneo, si rivela la riflessione intorno alle acquisizioni teoretiche e etiche della Sapienza e della filosofia greca, dai Preplatonici a Aristotele all’Ellenismo di Stoici, Scettici e Epicurei, nonché intorno alla democrazia originaria che è alla base della nostra. Abbiamo potuto verificare nel corso degli anni che esiste un interesse davvero eccezionale per la cultura greca e romana, in particolare per la mitologia, la drammaturgia, e la sapienza e la filosofia greca, e per la filosofia e la letteratura latina, qualora vengano presentate nella loro inattuale attualità di profondi sguardi sulla vita, capaci ancora adesso, riconducendoci alle nostre radici culturali, di ispirare un rinnovamento e un approfondimento della ricerca e un recupero della nostra identità. La scelta di Lerici e della Provincia di Spezia in generale, come sede per l’evento, ha anche motivazioni legate al genius loci e alla storia del Golfo.

In particolare la recente creazione di un Parco Subacqueo in seguito al ritrovamento di resti di una trireme romana alla Caletta di Fiascherino, nei pressi di Lerici, mi è sembrata occasione per rilanciare, nella prospettiva di una eventuale valorizzazione del castello monumentale o di Casa Doria come polo museale e espositivo dedicato alla cultura greco-romana e in generale mediterranea, il progetto di un grande evento catalizzatore, da mettere in atto in sinergia con altre località e istituzioni della Provincia. Inoltre Lerici si trova a soli dieci chilometri di distanza dall’area museale e archeologica di Luni, che è un sito di altissimo rilievo storico e archeologico, in relazione con la cultura di Roma antica. Il rinvenimento di epigrafi che celebrano l’offerta da parte di personaggi illustri di opere d’arte provenienti da varie località della Grecia e quella di oggetti di importazione o di ispirazione ellenica ne sono testimonianza. Altrettanto si può dire per iscrizioni bilingui in latino e greco rintracciate in Lunigiana e sicuramente provenienti dall’area di Luni, datate primo secolo dopo Cristo e che testimoniano la presenza certa di lavoratori greci.

Anche il Golfo di Spezia, e la Liguria di cui fa parte, ha una tradizione di legami con la grecità, per il comune e condiviso paesaggio costiero mediterraneo, propizio allo sviluppo di una fantasia lirico-mitopoietica non troppo lontana da quella che fiorì nella cultura greca (se ne trovano tracce evidenti, per esempio, in Mediterraneo di Montale); anche i suoi più illustri frequentatori, Byron, Shelley e Lawrence erano appassionati di grecità, tanto che Byron andò a morire a Mesolonghion in Grecia, e Shelley celebra ampiamente la grecità in particolare nel suo libro Defense of Poetry. Inoltre il libro dello studioso spezzino Ubaldo Formentini “I divini abitatori del Golfo” (in corso di ristampa presso Agorà edizioni), rievoca mitopoieticamente con suggestioni toponomastiche e collegamenti talora arditi il legame tra mitologia greca e Golfo. Senza dimenticare che le navi magnogreche, alla volta di Marsiglia, transitavano per una rotta parallela alla nostra costa, che non escludeva approdi sul litorale ligure e lunense. In sintesi: nel Golfo ci sono tutti gli indizi di una presenza del mondo antico in quanto componente costitutiva del paesaggio e del genius loci, ovvero dell’anima e della cultura del luogo in cui viviamo. Si pensi al nome stesso di Porto Venere, l’ellenica Afrodite, alla ben documentata presenza romana nel Golfo, dalle battaglie al Senato di Lerici, alla colonna ritrovata alla Caletta di Fiascherino, alle numerose vestigia di ville romane (Bocca di Magra, Mezzano, etc.), e soprattutto alla densità di ritrovamenti a Marola, San Vito, Muggiano, ma anche nel centro di Spezia, in via Biassa.

E’ inoltre evidente nel contesto in questione la centralità del nostro mare, sia perché è certa la presenza di un Lunai portus, sia perché il Golfo dei poeti fa parte del Mare Nostrum mediterraneo, culla delle grandi civiltà e culture afroeuropee e vicino orientali: uno dei punti di forza della Rassegna è proprio la ricostruzione di una visione della grecità non fondata sul modello “ariano”, ma come luogo di originale rielaborazione di un sostrato culturale, linguistico, mitologico e rituale che va dall’Egitto all’estremo Oriente alla Persia alla Mesopotamia.

Il 30 giugno ti sei esibito con la Compagnia Teatro Iniziatico Arthena al Teatro Andromeda di Santo Stefano Quisquina (Agrigento), visionaria creazione del pastore-scultore siciliano Lorenzo Reina. Ci puoi raccontare qualcosa di quel luogo e di questa esperienza?

Il teatro Andromeda è una della più alte realizzazioni dell’arte contemporanea, capolavoro di quello che io chiamo un approccio ritomodernista alla creazione artistica. E’ opera di un uomo di eccezionale talento, Lorenzo Reina, pastore-scultore siciliano, che si è lasciato ispirare dalle Muse, o dagli dei, o dagli astri, e fin da giovanissimo, quando portava al pascolo le pecore, coltivava un sogno: costruire un teatro. Vedendo che in un altipiano di sua proprietà, dove portava il gregge, le pecore amavano fermarsi sempre nello stesso posto, decise che lì doveva nascere il suo teatro, e ci lavorò per trenta anni, seguendo il progetto che gli dettavano le Muse o gli dei, o gli astri, e utilizzando solo pietre non lavorate da mano umana, con il solo aiuto di un trattore e di un operaio. Così è nato questo capolavoro di architettura naturale, paragonabile, per aura e bellezza, ai più significativi siti archeologici del pianeta: architettura sacra, con uno spazio scenico circolare e i sedili, in pietra, allineati come le stelle della costellazione Andromeda, a cui si accede incontrando altre fantastiche creazioni giganti di Reina, tra cui parole di Pietra e Parole di Luce; quest’ultima è costituita da un grande volto di pietra i cui occhi e la cui bocca, al solstizio d’estate,vengono attraversati dai raggi del sole verso il tramonto. Qui, con la cantante Paola Polito (che ha creato anche le melodie) e l’attrice della Compagnia di Teatro Iniziatico Galliana Barabini, ho avuto l’onore e la gioia di mettere in scena Páthei máthos, una alternanza di testi recitati e canti tratti dalle tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide, nell’area sacra del théatron Andromeda, a mille metri di altezza, sotto lo sguardo visibile di Helios, e quello invisibile degli astri evocati nella pietra, di fronte a un pubblico scelto, complice del rito antico della tragedia, dedicato a Dioniso, che ci ha travolti in un grande abbraccio finale, al grido condiviso dell’EUOE’!. Ci torneremo il 2 giugno 2019, theón bouloménon, con l’intera Compagnia Teatro Iniziatico, a mettere in scena Elettra di Euripide. E non vedo l’ora, anche perché Lorenzo Reina, oltre che grandissimo artista, è anche un principe di ospitalità, insieme con la sua deliziosa famiglia.

Tu scrivi versi da molti anni. Quali sono i tuoi punti di riferimento? Dove sta andando la “poesia” oggi?

Negli ultimi venti anni la poesia in Italia ha visto ridursi esponenzialmente la propria funzione di guida estetica morale, esistenziale e spirituale. Mai come adesso la poesia è tagliata fuori dalla comunicazione editoriale: gli editori non la pubblicano più perché nessuno la legge, e nessuno la legge perché non circola più una poesia capace di offrire paradigmi di vita interiore e poeti capaci di incarnare tale funzione della poesia. Trapassati gli esponenti della poesia ideologica del Novecento, e godendo, per fortuna, di pessima salute le ideologie, al momento attuale la più interiore delle arti sembra avere perduto appeal mediatico, con l’aggiunta di una sonora beffa: vengono trattati da poeti i cantautori che, pur presentando talora carattere di poeticità, banalizzano la póiesis volgendola a ritmi orecchiabili dalle moltitudini, e si cambia il nome di Piazza Dante Alighieri in Piazza Fabrizio De André. O si incorona premio nobel Bob Dylan.

Accanto alla responsabilità dei poeti (quelli di moda in Italia si caratterizzano proprio per un minimalismo metropolitano depressionario, o per eccessiva sudditanza all’ideologia cattolica e vaticana, o per un cerebralismo che poco ha a che fare con la profonda dimensione intuitiva dell’ispirazione), assai più grave è quella dei critici, che salvo rarissime eccezioni sono rimasti arenati nella formazione novecentesca, e non sanno cogliere lo spirito del tempo di adesso, che richiede una profonda rivoluzione nel modo di pensare il pianeta, e quindi promuovere nuove parole e pensieri, nuovo respiro, che includa una nuova spiritualità, sapienza, consapevolezza, senso di appartenenza di ognuno al Tutto. Questo nonostante in Italia e nel mondo vi siano voci poetiche ecospirituali che hanno anticipato tale nuova necessaria sensibilità. Cito, per tutti, rispondendo trasversalmente alla tua domanda, il Mitomodernismo, fondato da Giuseppe Conte e altri poeti, che io ho declinato in una personale chiave orfica e ritomodernista; e il movimento Poetry and Discovery, che mi vede nel comitato direttivo, insieme con Tomaso Kemeny, Flaminia Cruciani, Paola Pennecchi, Pietro Berra e altri poeti italiani e europei. Con Massimo Maggiari, poeta e scrittore italiano che vive negli Stati Uniti, collaboro da venti anni alla realizzazione di eventi poetici, in primis Argonauti nel Golfo degli Dei, che diffondano una poesia capace di rasentare lo sciamanesimo e elicitare stati di coscienza unitari. La poesia inoltre, come la meditazione (uso il termine in senso tecnico, trattandosi di una pratica spirituale di matrice orientale, e più specificamente buddista) è disciplina dello spirito apollodionisiaca. Entrambe, poesia e meditazione, attingono dalla sfera schopenhaueriana della volontà di vivere, o dalla zoé, o dalla vita nel suo palpitare radioso e straziante, la materia-energia del proprio páthos (Dioniso) e lo distillano con strumenti diversi (la scrittura, introversa o comunicativa, per l’una, la contemplazione interiorizzante per la seconda), ma accomunati dalla condivisa postazione di distanza inerente rispetto alla materia-energia emozionale, sensoriale, sentimentale, pulsionale del páthos. Esistono varie forme di ispirazione e espressione poetica: emozionale, sentimentale, intellettuale e la combinazione di queste. Ma esiste anche una poesia transmentale, che definirei sostanzialmente orfica: qui la parola si inarca oltre di sé e allude all’Assoluto che dimora alla radice delle cose sensibili e riverbera in esse questo stesso Assoluto, che è pura coscienza unitaria. E’una poesia che costringe la ratio a cortocircuitare e, per essere intesa, la obbliga al salto nell’intuizione: quel noûs che uno scoliasta anonimo di Platone definiva “occhio dell’anima”, e che ha radici nel sacro profondo. E’ questa la poesia in cui credo, e in questa direzione deve andare la poesia oggi, per contribuire alla edificazione dell’homo sapiens e di una civiltà illuminata, l’unica in grado di evitare la apocalissi in atto nel pianeta Terra.

Compito del poietés nell’epoca contemporanea, vero e proprio kaliyuga dello spirito e della civiltà, è ricomporre questa trama spezzata, far vibrare di sapienza poesia, prosa e pensiero, attingendo, al di là delle ecclesie secolarizzate e colluse con il potere, dalle tradizioni spirituali viventi – tra cui il buddismo spicca per profondità e sublime riflessione sulla possibile creazione dell’homonovus, e dunque per capacità di emancipazione collettiva – la scintilla del Risveglio, e facendola collidere e colludere con l’immaginario contemporaneo, in una sempre rinnovantesi creazione di bellezza e intensità artistica. Che sia impulso alla rigenerazione spirituale e quindi politica della civitas umana.

MARCO ANGELLA

ALLEGATO: IL GRECISTA ANGELO TONELLI (FOTO DI MARCO ANGELLA)
FOTO SCATTATA IL 24 LUGLIO 2018 IN PIAZZA MOTTINO A LERICI

L’INTERVISTA E’ STATA PRESENTATA PRESSO IL MUNICIPIO DI LERICI SABATO 22 DICEMBRE 2018, IN OCCASIONE DELL’EVENTO “ARTHENA DAY: SCATENIAMO IL PARADISO!”

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Categorie: Intervista

Pubblicato da Ereticamente il 26 Dicembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Francesco Domenico Mancini

    Una intervista da leggere e rileggere!

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