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E se questa democrazia fosse il “male assoluto”? – Sandro Giovannini

E se questa democrazia fosse il “male assoluto”? – Sandro Giovannini

Il male assoluto è come un sacco da boxer, si prende tutti i pugni e non ne restituisce nessuno. Sappiamo alla fine che chi vince s’è allenato bene al sacco e chi perde, evidentemente, meno proficuamente, ma questo, essendo solo il risultato, non dice nulla delle ragioni di chi gli tirava i pugni. Ed ogni volta che ci avviciniamo alla metafora dobbiamo ricordarci quante implicite, quante variabili, quante follie, stanno in quel sacco, di fronte a chi gli tira pugni. Ora… ad esempio, mi chiedo: ma l’eccezionalismo (quello che produce tanti onori ed orrori) è una costante della storia che privilegia solo pochi popoli o per alcuni è improponibile? Per esempio, per l’Italia, è stato o sarebbe (ancora) proponibile? Eppure, se dobbiamo considerarci con fredda oggettività, pochi popoli, come l’italico, nella storia, potrebbero (e forse potrebbero ancora) esser stati eccezionali. Certo è dalla caduta della pars occidentalis che l’imperium non ha più prodotto un’eccezione, innegabile, insuperabile. Perché l’unica eccezione che si possa infatti almeno rispettare (temere) è proprio quella innegabile, insuperabile. Altri nostri primati, evidenti, si sono mossi su diversi e successivi piani, ma sono stati comunque solo parte di un tutto od un periodo, irripetibile ed imperfetto. Ed il momento che supera, cioè che nega l’evidenza è quel momento in cui l’impero inizia la sua fase discendente, che non è però, né facile per nessuno né corta ed in genere è poi costellata di tragedie immani. L’esempio dell’impero americano, oggi. Quindi l’evidenza, qualsiasi sia la sua moralità dichiarata o quella contestabile (perché il non giudizio od a maggior ragione il contro-giudizio di valore viene in realtà sostenuto prevalentemente dagli indeboliti, dai disfattisti, dai sovversivi in una prima fase, poi da troppi in una fase intermedia ed infine dalla maggioranza), è l’unico dato certo. Indiscutibile per tutti. Il karma negativo così svolta, diviene pesanteur, vortex tamasico, fortemente traente. Ed allora s’avanza la fosca divisione: inaudite defezioni e sublimi eroismi. Questo avviene, allora, ben al di là del giudizio di valore, anche se tale discrimine serve al singolo per scegliere come posizionarsi nelle crinalità epocali, perché è un puro dato (forse l’unico) costantemente rilevabile. Dicevamo: inaudite defezioni, sublimi eroismi. Eroismi che, ben sappiamo, portano in sé il crisma del più d’uno, qualunque cosa esso implichi o comporti. Defezioni, che possono avere mille ragioni e mille scuse, ma – alla fine – non spartiscono mai il sé senza mutilarlo, (…il contrario esatto di ciò che dice Noica, riguardo all’essere) nell’apparente utile conservazione.

I defezionari, molti, che occhieggiano paurosi dietro i muri e alla fine partono solo se s’illudono di vincere… S’ingrossano a dismisura dopo le soluzioni. Gli eroi, pochi (ultima fase), relique – a vario titolo – d’un valore castale, conscio od inconscio che sia, che in alcuni frangenti (anch’essi eccezionali) potrebbe persino ricondizionarsi – anch’esso a vario titolo – ai più… al popolo (ma esperibile come laos e non certo come demos) e con ragione indubitabilmente elitaria, marginale ed attiva, di rinuncia dell’io verso il Sé, pur nella vittoria interiore. Splendente. Il caso, ad esempio, degli Arditi. O dei Corpi Franchi, nel caso di perdenti. Ciò che in società organiche era di molti, a volte persino dei più, diviene, necessariamente, di pochi.

E la guerra… tu lo sai… ormai uccide i migliori sia dei vinti che dei vincitori, moltiplicando all’infinito la razza inestirpabile dei bastardi e dei vigliacchi già dilagati da secoli, accorpando il popolo debole come un infante al suo peggior demone, tanto più o tanto meno gli sia stato chiesto, non fa differenza, ma soprattutto tanto meno fosse realmente in grado di dare… Ma chi ricorda dei vincitori i morti in un popolo duro che ha vinto se non per rituali omelie e cos’importa realmente di loro se non viventi nei vivi, sopravvissuti ed irosi? Perché chi sopravvive, anche dei vincitori, dovrebbe essere della stessa razza dei morti eroi, il che poi – nella vita del compromesso di pace – è veramente duro… difficile, quasi impossibile. E questo si conferma solo se s’impone una forte rettorica dell’ordine che giustifichi e valorizzi l’autentica persuasione che ha portato alla desctructio destructionis, al disordine ribelle dei forti, degli impavidi, degli strafottenti del moderatismo inconcludente. Ch’é a suo modo folle, contro ogni narrazione subdola (“…il paradiso diventa artificiale, l’enfer non plus…”), perché produce solo disunione, caduta, sofferenza, decadenza, resa, morte. Alla finale morte dei popoli, quindi – in realtà – alla morte dei più… Murder by capital. Ma ciò che conta davvero – ciò che resta alla fine di tutto – è la rapina dei vivi ai morti (gli abbiamo tolto la forza d’amare e godere, di cibarsi esultare indignarsi e gridare e sorridere per anni, per anni, per anni…) e la consegna severa dei morti ai vivi coraggiosi e superstiti (…il lascito dei caduti vicini, fratelli… onore e debito, innegabili), esistendo questo poi solamente nell’omelia dei sopravvissuti alla vittoria, nell’ostia della vittoria propria. Alzata necessariamente come un trofeo. Nella sconfitta poi, – lo sappiamo bene, per esperienza diretta ed epocale – si dirà ch’era tutta retorica. E questo potrebbe essere perfino funzionale ai perdenti. Ma non è solo un meccanismo fattuale, comprensibile, di transfert, è forse soprattutto una scelta ideologica… lo dimostra la perdurante – storica – narrazione catto-progressista della geopolitica, ove la sovranità (chiunque riguardi e qualsivoglia ambito implichi) viene declinata sempre al negativo, quando dovrebbe rappresentare comunque un minimo necessario e scontato. Per ragioni prima internazionaliste ed ora globaliste, si ridice nemico pernicioso. Per questo, ora – pur comprensibilmente – molta sovranità s’è ricondizionata anch’essa – sulle carsiche faglie a perdere e sulle tristi linee di ripiegamento – a sovranismo. “…Sovra-voler produce sovra- effetto…”. Ma allora… quelli che nella vittoria alzavano l’ostia dei morti non facevano solo la suprema finzione (alla Stevens). Uno mi raccontava che – in un tempo, tra i piloti, quasi ogni giorno, si faceva il Presente armato ed il funerale… E non s’interessavano del giudizio vigliacco e rancoroso dei più, ma affermavano il loro diritto di vita e di possesso della vita, che rimane sempre e che non si può lasciare in mano ai causidici ben vivi … non essendo ciò più fattibile agli eroi morti.

Sono logiche spietate, lo sappiamo bene fuor d’esaltazioni inutili… ma che si ripetono nella storia, senza eccezioni. L’eccezionalismo, allora, in realtà, implica l’eliminazione dell’eccezione, la riduzione a normalità della funzione di dominio. Si può solo dominare od essere dominati, sia pur proporzionalmente, predittivamente, destinalmente… il resto è finzione senza onore, non suprema finzione, comunque s’inventi, gestisca o sviluppi la volontà di potenza, in relazione alla parola data alle folle. “La menzogna è lo strumento della volontà di potenza, ma la volontà di potenza non è menzognera”, come recitiamo in un nostro recente Elogicon…

Invece nella sconfitta non c’è menzogna o ragione che tenga perché non c’è Dio, non c’è Dea… Può esserci, c’è… solo la ragazza indomita che a bordo pista saluta romanamente i nostri prigionieri vergognosi che scorrono polverosi in Nordafrica sui camion inglesi; o “…la contadinella un po’ tozza ma bella, ch’aveva a braccio due tedeschi, e cantava cantava amore senz’aver bisogno d’andar in cielo, aveva condotto i canadesi su un campo di mine…”.

Nella sconfitta non c’è che corrispondenza di sangue e di fango per quello che ti faranno – poi – subire. E proprio per questo è meglio l’onore dei morti che la sopravvivenza dei vinti. Ma non riguarda solo loro, i morti ed i vivi di quel tempo, i nostri eroi di quella prova, ch’è sempre ultima anche se ritorna senza sosta. Il tempo non si ferma. Il sangue – nonostante tutto – si rinnova… per forza vengono le generazioni infinite del dopo. E dalla sconfitta c’è solo il subire, il servire od il ribellarsi per poter ricominciare davvero a combattere. Oppure – come ora per troppi – semplici sopravviventi che chiedono in realtà molto poco a se stessi… di vivere senza eccessivi disturbi. Al Sé. Perché qui parliamo di vocazioni, non di legittimazioni formali o pedantesche.

E poi ci saranno persino quelli che diranno (ultima feccia epocale) che gli arditi (perenni) sono del territorio sventrato dei frustrati, delle paurose vittime dei padri, transfert di violenza, d’educazione severa e di paideia non bastarda. In parte (in partenza) può essere persino vero… Ma chi avrebbe fondato ordini, ranghi, schiere, vittorie, trionfi, sofferenze, sconfitte durissime e poi ancora vittorie insperate, se non la razza inestirpabile d’allievi dei padri e dei nonni, di quelli che portano rispetto persino per sconosciuti avi putativi, presunti, persino inventati, se li troviamo al loro giusto posto di comprimari di epoche certe e d’imperi comunque indiscutibili? Non saranno certo i biascicatori di preghiere, “…i renitenti alla leva dell’Ideale… i perbenisti frenatori dal passo calcolato, i becchini cocciuti nello sforzo di seppellire primavere entusiaste di gloria…”, coloro che potranno fondare ordini. Potranno solo essere trascinati senza essere, senza volontà, senza Sé… ma gli rimane d’offendere (offendere?) tutti questi come fascisti e non capire ch’essi risorgono, qualsiasi sia la forma ch’assumano, come acqua pura di fonte nel deserto dei vivi, magari dopo esser filtrata per territori sconvolti e lunari, tra immondizie e degrado, tra rovine e macerie, nell’architettata confusione immonda della mano pesante, quella che sta dietro ogni cosa e che governa ipocritamente tutto, alla faccia dei ciechi dei sordi e dei muti.

Ma – parliamoci chiaro – per i guerrieri ci vorrebbero almeno due vite, almeno due vite perché vedi è inutile programmare delle educazioni profonde, addestrare l’uomo che è la cosa più difficile, e poi vederselo morire… Lo spreco sacro avviene solo sui grandissimi numeri… La dépense dilapidante e virulenta della phisis, dell’infinito grande e piccolo, non sappiamo mai quanto affidato alla vacuità, al destino, all’indeterminazione… No. Nel mondo artificiale dell’uomo, l’addestramento invece è come l’arte, una pratica che può – ed a volte deve proprio – durare. Certo c’è l’eccezione della rapidità folgorante ma l’eccezione dentro l’eccezione è durissima da sopportare per qualsiasi societas, anche la migliore. Se l’uomo s’autoeduca e poi muore può andare anche benissimo per lui… Per lui va benissimo. Ma per chi resta? Tutti gli altri, vigliacchi e cialtroni, prendono il sopravvento, come il Bushido dice che l’uomo per educarsi deve distanziare la vita proprio amandola nella morte possibile, sempre accanto… ma questa è morale castale, reversibile solo all’interno, ogni vita tanto più colta, divenendo indispensabile proprio per gli altri, per il popolo (laos), non per sé… Per il Sé – paradossale egotismo – ognuno può fare come vuole del proprio, ma proprio per gli altri è – rimane – che deve riflettere sulla durata, sulla paideia, sull’esempio, che non solo è vita splendente nel lampo… così per tante tradizioni e prendiamo le più diverse… ad esempio Gurdjieff e Castaneda ed il Bushido di prima, i guerrieri, dalle più diverse dimensioni storiche e geo-etiche… dovrebbero durare. Lavorare. Produrre stile. Per questo Cesare cercava disperatamente di farlo capire a qualcuno dei suoi arditi, che si lanciavano avanti a tutti, a volte solo per compiacerlo, senza neanche un percome e solo per farsi vedere da lui, che evidentemente parlava forse soprattutto quando non parlava… L’istituzione ampia degli Arditi invece è illuminante, in quel tempo dopo il ’17, proprio per il metodo, l’interazione – ben gestita – tra l’audacia folle e la programmazione minuziosa. E’ la solita geniale intuizione, che si determina rara nel tempo – ed in quel caso (solo in quel caso?) imposta dalla necessità – d’integrazione d’opposti. Con le conseguenze storiche che tutti sappiamo. Non ci arriverebbero mai gli altri, coloro che non sanno significare per presenza/assenza, per depauperamento primario dell’attaccamento… Schiaffo a tutte le prevedibili logiche di prima, me ne frego degli altri e di me stesso… per eccesso d’amore, per eccesso di calore o di freddezza, di sangue… base non tiepida – appunto calda o fredda – di tutte le pratiche onorevoli, ascetiche, virili, entusiaste, eccessive, di ogni mano destra o sinistra, comunque d’ogni grandezza… Consona al tempo della poesia, della musica, della calligrafia, della ritmica, dell’arte, mai escluse ma – per educarsi – assorbite. Per il guerriero – così corretto dall’assenza e dall’eccesso – dalla vacuità e dal destino, conquistare il regno e non il mondo od il mondo assieme al regno e morire… è il meglio per Sé, per i più essendo invece escluso in sorta di specchio. Esclusi dalla partecipazione… ma cosa vuoi partecipare se ti manca l’interiore eversione, il tuo cambio di passo… ch’è in salita? E ch’è problematico, sempre. Cosa mai potrai comprendere della partecipazione? Arco di volta e punto di svolta che inventi il terzo tra le forze divaricanti d’ogni sistema, che superi la dicotomia insensata degli opposti… Questa sarebbe una possibile, perfettibile democrazia e verrebbe – paradosso, ma la storia n’é piena – proprio dal suo contrario. Ovvero il potere al popolo nel senso di un potere agente e sapiente, ma questo non è naturalmente né sovranaturalmente sempre possibile, o facile, per l’eterna resistenza di un peggio rispetto ad un meglio…

Tu dici – ma nei tempi questo cambia! Invece il rapporto – lo dicono i Maestri – rimane sostanzialmente costante… tutto si trasforma ma nulla muta veramente nel rapporto di proporzione e si determina comunque una spaventosa esclusione dai benefici del meglio… che è poi sempre non ciò che appare il meglio al peggio… E questo perché il peggio sceglie per regolarità sua propria ciò che gli è più comodo che quasi mai sarà il meglio come noi lo intendiamo…

E sempre ricordati: ogni fantasia, stupida o geniale che fosse è sempre superata dal reale, che sta nella zona dell’ombra per venire alla luce – come dice l’Oscuro… nella trama sotto/sopra l’ordito, la T ancestrale ed eterna. La devi vedere, valutare, amare. E questo ci insegna che è il reale il nostro maestro di sogni, visioni e follie, di sobrietà ed eccesso, di quotidianità e d’impero… che ci fa uomini e sperimentando, se gli dei ci guardano e gli avi ci guidano, guerrieri.

Sandro Giovannini

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 5 dicembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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