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2001, Odissea nello spazio. Attualità di un’opera archetipica – Federica Francesconi (2^ parte)

2001, Odissea nello spazio. Attualità di un’opera archetipica – Federica Francesconi (2^ parte)

Venendo ai nostri giorni, è possibile attualizzare il tesoro simbolico che il film di Kubrick racchiude dentro di sé? Nel film è chiaramente simbolizzato sotto forma di immagini il tema dell’esplorazione del proprio Sé, che raggiunge la sua massima esplicazione nella scena finale, quella in cui Bowman specchiandosi vede riflessa la sua immagine invecchiata e poi se stesso sotto forma di feto pronto a fare il suo ultimo viaggio verso la Terra, dove spargerà i semi della nuova consapevolezza.

Nel film le fasi dell’evoluzione spirituale del protagonista, un vero e proprio viaggio interiore di tipo iniziatico, sono scandite dalla comparsa improvvisa del monolite nero, che solo apparentemente accompagna le fasi di civilizzazione dell’umanità, dall’epoca preistorica fino all’avveniristica conquista dello spazio. Questo errore di interpretazione, ossia che il monolite rappresenta gli stadi dell’evoluzione tecnologica dell’umanità e che persino la guidi, ha segnato l’approccio ermeneutico dominante al film, quello in base al quale le conquiste tecnologiche dell’umanità precedono, o meglio vanno di pari passo con l’evoluzione spirituale. L’Occidente per secoli ha concepito l’idea grandiosa, che solo negli ultimi decenni è stata messa in discussione, che sviluppo scientifico ed evoluzione spirituale siano paralleli, che anzi il primo sia il presupposto necessario della seconda. Questa errata convinzione è caduta miseramente dopo le terribili esperienze delle guerre mondiali, dei genocidi e dell’affermazione su scala globale del neoliberismo, che sta impoverendo i popoli e distruggendo gli ecosistemi. Oggi solo gli irriducibili stregoni della scienza e della tecnocrazia si ostinano a sostenere la tesi sopra esposta. Nel film di Kubrick abbiamo la prima confutazione cinematografica della tesi del felice connubio tra scienza ed evoluzione spirituale. Tale divorzio nel film è magnificamente rappresentato dal conflitto tra l’astronauta Bowman e il computer HAL9000, la quale è tuttavia una macchina progettata da esseri umani, sicché il conflitto vero adombrato dal film è quello tra due concezioni, due modi di essere dell’umanità. Il primo modo è quello riconducibile ad un modello di umanità dominata dalla tecnica. La tecnocrazia, lungi dall’aver migliorato la vita dell’umanità, l’ha al contrario depotenziata e mortificata. HAL9000 non è al servizio dell’umanità ma della tecnocrazia. Il progetto della macchina è quello di sabotare la missione, cosa che implica l’uccisione degli astronauti. La macchina è stata progettata per uccidere, sicché è l’uomo che uccide se stesso. Siamo qui in presenza di un prototipo di umanità che stermina se stessa in nome della superiorità della scienza sul singolo essere umano e sulla specie.

A fare da contrappeso a questa idea perversa di umanità è Bowman, che nel film riveste i panni dell’eroe antimoderno, il quale, lungi dall’ossequiare la macchina e dipendere così dai suoi comandi, in un gesto di profonda generosità si ribella contro di essa, cioè contro la concezione tecnocratica dell’uomo. Bowman rientra in contatto con la sua umanità, che l’asservimento al computer aveva annullato. Così facendo scopre che la sua interiorità e la sua libertà, si riappropria cioè della sua capacità di discernere il bene e il male. La macchina progettata dall’uomo è senz’anima. Essa esegue dei comandi in base a dei programmi ben definiti: in essa non ci sono spinte emozionali e rigurgiti di coscienza ma solo dati, hardware e software. HAL9000, con i suoi impulsi distruttivi ed autodistruttivi, simboleggia un tipo di umanità che ha perso la sua capacità innata di preservarsi e di preservare il pianeta in cui vive. Per essa bene e male sono nozioni incomprensibili che non rispondono ad alcun grafico, algoritmo o calcolo. Come non riconoscere in HAL9000 i parametri dell’attuale economicismo che sta portando alla deriva l’umanità? Dicevamo che Bowman, che incarna un’umanità genuina, si ribella alla macchina. Perché lo fa? Ingenuamente si può pensare che lo faccia per spirito di sopravvivenza, ma se analizziamo le scene centrali del film capiamo che lo scopo di Bowman è di dimostrare a se stesso che può domare la macchina distruttiva. Da un punto di vista iniziatico HAL9000 rappresenta l’emisfero sinistro del cervello: la logica, il calcolo, il ragionamento puro; Bowman, invece, è la figura umana che nel momento più cruciale della missione è riuscito a mettere in comunicazione l’emisfero sinistro con quello destro, sede delle emozioni e dell’intuizione. Bowman intuisce che il destino della missione di cui è a capo, che adombra il destino stesso dell’umanità, è quello di andare oltre l’intelligenza artificiale, prodotto genuino dell’emisfero sinistro del cervello umano. Per farlo egli deve uccidere il computer assassino, che sabota la sintonizzazione dei due emisferi. Dopo un tete a tete drammatico, HAL9000 viene disinnestato. La vittoria sulla macchina permette a Bowman di percorre un ulteriore grado di coscienza: dall’inconscio al vero Sé. Simbolo del Sé che viene alla luce è il tunnel spazio-temporale che Bowman percorre ad occhi aperti. L’occhio che vede è la quintessenza dell’ingresso dell’uomo in uno stato di coscienza superiore, dove non esistono più impedimenti, ostacoli e lotte esterne. Ora la lotta è interiore, e consiste nel sopravvivere all’illuminazione abbagliante che il denudarsi della coscienza produce. La fase, dolorosissima, è quella della nigredo alchemica.

L’entrata in un nuovo universo rappresenta un’ulteriore stadio del viaggio interiore. Dopo aver attraversato la sua negatività Bowman è disorientato. In suo aiuto viene la civiltà che lo ha guidato nella sua nuova casa, arredata come se fosse ancora sulla Terra. Questa familiarità aiuta Bowman a riprendersi dallo shock provocatogli dal viaggio interdimensionale, ma le prove non sono ancora finite. La scena in cui Bowman con ancora indosso la tua spaziale e il casco vede riflessa nello specchio la sua immagine invecchiata, saturnina, rappresenta lo stadio alchemico dell’albedo. Bowman sopravvive al rispecchiamento del suo vero Sé, di cui l’Io è soltanto parvenza terrena. Ed è così che può attraversare indenne la morte sdraiato in un letto al centro della camera da letto. Compare di nuovo il monolite, questa volta faccia a faccia con l’essere umano depurato dalle sue imperfezioni e fragilità. L’ultimo incontro di Bowman con il monolite è preludio alla sua nuova rinascita. Bowman riconosce nel monolite la Via del ritorno a casa, questa volta però a tornare è il suo vero Sé. Il feto che viaggia verso la Terra è simbolo del raggiungimento del Super-conscio, ossia di quello stadio in cui l’essere umano, limato nelle sue imperfezioni, diventa tutt’uno con l’Essere supremo. Riecheggia in questa scena il passo di Gv 3,3-4: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Alla domanda di Nicodemo Gesù risponde che la nascita a cui egli allude è quella d’acqua e da spirito, cioè una rinascita non tanto (e non solo) fisica quanto iniziatica. E’ qui evocato il tema della morte iniziatica, che non corrisponde tanto alla fine dei processi bio-chimici quanto al superamento dello stato profano, ovvero il viaggio di ritorno dell’essere umano dalle tenebre alla Luce. Ed è il viaggio che Bowman compie attraverso il tunnel spazio-temporale verso l’Infinito, verso l’Eternità e verso il ricongiungimento all’Essere supremo. Bowman muore per rinascere come essere totalmente trasformato, per compiere in una nuova esistenza la terza fase dell’Opera, quella rubedo a cui tutti gli iniziati ambiscono. Anche Dante Alighieri nel canto XXXIII del Puragotorio – notare la simbologia del numero 33 – al verso 144 esprime la stesso concetto iniziatico: “Io ritornai dalla santissima onda rifatto sì come piante novelle rinovellate di novella fronda, puro e disposto a salire le stelle”. Dopo il viaggio nelle viscere della terra, Dante e Bowman sono pronti per salire verso l’Infinito e oltre, rigenerati nel loro essere da una nuova consapevolezza che non andrà perduta come la carne e il sangue. Garanzia del raggiungimento del secondo grado della Grande Opera è per Dante la presenza di Beatrice-Sophìa come guida nel Paradiso, per Bowman il monolite, che compare poco prima di rinascere come feto, verso il quale egli tende la mano fiducioso. Ad entrambi si sono spalancate le porte della visione sublime, l’opera al rosso o Rubedo, che entrambi percorrono purificati dalla loro condizione profana. A Dante è concesso di varcare la soglia del Paradiso, a Bowman di tornare sulla Terra carico della sua mercurialità fissa.

Federica Francesconi

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Categorie: Cinema

Pubblicato da Ereticamente il 5 novembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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