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Una Ahnenerbe casalinga, ottantatreesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, ottantatreesima parte – Fabio Calabrese

Ricominciamo l’analisi dell’attività dei gruppi FB che si occupano delle tematiche connesse con l’eredità ancestrale. Questa volta tocca ripartire da abbastanza indietro, dagli inizi di settembre, complice il fatto che l’ottantunesima parte l’ho dedicata a una riflessione personale sull’origine dei popoli caucasici, e l’ottantaduesima è stata un’ “edizione speciale” a commento di due fatti quali la pronuncia sull’Out of Africa di Matteo Renzi e l’articolo sul “Primato nazionale” di Carlomanno Adinolfi cui è seguita la discutibilissima “confutazione” di Ethnopedia.
Il filmato del discorsetto di Renzi su You Tube pare sia una bufala, ma è una bufala VERITIERA, che rivela molto bene gli scopi dell’Out of Africa, le suggestioni che ci vogliono imporre attraverso questa “teoria” pseudoscientifica.
Forse più di altre volte, è necessario premettere che quello che sto cercando di tracciare, è un discorso personale, centrato sulle tematiche dell’eredità degli antenati, all’interno del lavoro di questi gruppi che si occupano di molte altre cose: metapolitica, spiritualità tradizionale, esoterismo.
L’8 settembre Nazzareno Mollicone ha postato su MANvantara una foto della carcassa di mammut risalente a 44.000 anni fa rinvenuta in Siberia conservata al Museo di Zoologia di San Pietroburgo, con una riflessione ovvia ma importante alla quale non molti sembrano arrivare: per permettere ad animali di quella mole di vivere e di trovarvi nutrimento sufficiente, il clima della Siberia di allora doveva essere molto diverso da quello di oggi, e consentire la presenza di una vegetazione rigogliosa.
Rimaniamo in Siberia, ma parliamo di tempi molto più vicini a noi: da una sepoltura tipo kurgan di circa 3000 anni fa nella regione dell’Altaj, sono riemersi i resti di una giovane donna di alta statura e dai lineamenti prettamente europidi oggi nota come principessa Ukok, anche se pare fosse piuttosto una sciamana, comunque un personaggio di alto rango. Ne abbiamo già parlato altre volte. Pier Ferreri ce la ricorda il 9 settembre cron il link su MANvantara a un articolo di lastoriaviva.it
Sempre il 9, Alessio Longhetti pone una questione interessante: in antico persiano il termine per re è Xayathiy, che è molto simile al sanscrito Xatriya che è il nome dato alla casta dei guerrieri. La radice non potrebbe essere la stessa del greco Xantos, biondo? Caratteri nordici, alta statura e biondismo, difatti si riscontano frequentemente nelle élite guerriere indoeuropee. In età classica, gli spartiati, i guerrieri spartani conservavano ancora queste caratteristiche, anche se questa élite guerriera, mai numerosa, fu letteralmente falcidiata nelle guerre persiane, in quella del Peloponneso e poi contro Tebe. E’ noto che quando i Tebani giunsero a Sparta, chiesero dove fossero quei famosi spartiati.
“Se ve ne fossero ancora”, gli fu risposto, “Voi non sareste qui”.
Il 13 settembre, sempre su MANvantara, abbiamo non una recensione ma il link alla pubblicità di un libro in lingua inglese, The Lost continent of Pan, di Susan B. Martinez. Secondo l’autrice, le somiglianze fra le antiche culture cinese, egizia, indiana, messicana e peruviana si spiegherebbero con l’eredità di una civiltà esistita in un continente oggi scomparso nel Pacifico. Pan? Mi erano già noti i nomi di Mu e Lemuria, ma Pan mi giunge nuovo, anche se pare modellato su Pangea.
Lo stesso giorno abbiamo un link a un articolo di “The Siberian Times” che segnala il ritrovamento dei resti ben conservati di un cucciolo di leone delle caverne risalenti a 50.000 anni fa. Come i mammut, come i resti del puledro di cui abbiamo parlato una delle volte scorse, anche questo ritrovamento ci fa vedere che all’epoca l’alto nord artico era abitabile, con un clima molto diverso da quello attuale.
Abbiamo poi il ripescaggio di una recensione di Michele Ruzzai del 27 gennaio 2017 al libro Quando il mare sommerse l’Europa di Vittorio Castellani. Tra l’altro, sulla scorta dell’autore, Michele evidenzia la sorprendente rapidità della comparsa nelle regioni costiere atlantiche dell’Europa occidentale di una cultura megalitica e agricola, che fa pensare alla provenienza da regioni oggi sommerse del nostro continente (Atlantide?).
Sempre in tema di ripescaggi, il nostro Michele riporta poi una sua “breve nota” del 2016 in cui risponde alla domanda su quali sono le fonti antiche, cui si sono ispirati gli autori della Tradizione, riguardo al mito degli Iperborei. Beh, qui non c’è che l’imbarazzo della scelta: dagli autori greci ai Veda indiani, all’Avesta iranica.
Il 15 settembre Alessio Longhetti riporta un link a un articolo del Guardian sulla genetica degli antichi Irlandesi che testimonierebbe un’origine mediorientale, ma, osserva il nostro amico:

“Eppure la ricostruzione del volto dei resti di una donna neolitica trovati vicino a Belfast mostrano tratti uguali a quelli dei moderni sudeuropei e in particolare della zona balcanica. Possiamo quindi dire che le più antiche civiltà mediorientali furono sviluppate da popolazioni di razza mediterranea o dinarica e che l’arabizzazione dell’area cominciò solo in seguito alla guerra santa invocata da Maometto ?”

In effetti, grazie alla pratica della mummificazione, conosciamo bene sia il fenotipo sia il DNA degli antichi Egizi, e sappiamo che erano nettamente più “europei” di coloro che abitano oggi la Valle del Nilo e non presentavano, a differenza di quel che accade oggi, alcuna infiltrazione di sangue subsahariano, e che le élite faraoniche avevano caratteristiche decisamente nordiche.
Abbiamo poi un altro ripescaggio, una recensione del 21 gennaio 2017 di Michele Ruzzai del libro La nozione di indomediterraneo in linguistica storica di Domenico Silvestri. Si tratta di un argomento interessante e assai poco conosciuto. Gli Indomediterranei sarebbero un gruppo di antiche popolazioni di tipo caucasico che avrebbero popolato l’area compresa tra il Mediterraneo orientale e l’India prima degli Indoeuropei e dei camito-semiti, a esso apparterrebbero i Dravidi creatori della civiltà di Mohenjo-Daro e – forse – i Sumeri.
Il 16 settembre ho linkato io su MANvantara un articolo (in lingua inglese) ripreso dal sito americano di Carolyn Yeager, a firma di Byorn Carey dal titolo (tradotto in italiano) I primi americani potrebbero essere stati europei. Si tratta della tesi di Stanford e Bradley di cui vi ho già ampiamente parlato, secondo la quale, prima che da popolazioni asiatiche provenienti dal ponte di terra della Beringia, il Nuovo Mondo sarebbe stato raggiunto da europei attraverso l’Atlantico. I due ricercatori hanno formulato questa ipotesi su base archeologica, constatando che la più antica industria litica americana, la cultura Clovis presenta una forte somiglianza con l’industria europea solutreana, mentre non ne ha alcuna con quelle contemporanee della Siberia. Questa tesi ha avuto un’imponente conferma dalla genetica: un terzo circa del DNA degli amerindi è riconducibile al tipo eurasiatico settentrionale, lo stesso degli europei. Guarda caso, MANvantara ha ripubblicato in questo periodo la recensione di Michele Ruzzai del libro L’uomo rosso e la tradizione di Antonio Bonifacio, di cui vi avevo già segnalato i lineamenti europidi della giovane pellerossa la cui foto è riprodotta in copertina.
Sempre il 16, Michele Ruzzai ha linkato un articolo de “Le scienze”, Gli uomini del nord, che parla del ritrovamento da parte di ricercatori norvegesi dell’Università di Bergen, di reperti di pietra e osso lavorati risalenti a 35-40.000 anni fa nel sito russo di Mamontovaya Kurya posto oltre il circolo polare artico. Anche se non si è potuto stabilire se essi risalgano all’uomo di Neanderthal o a quello di Cro Magnon, è certo che gli esseri umani abitavano le regioni artiche ben prima di quanto si ritenesse, e ciò si concilia difficilmente con l’ipotesi dell’origine africana.
Il 17 settembre Alessio Longhetti ha postato un link a “Il portale dei misteri”, portalemisteri.altervista.org , un articolo dove si parla di Arkeim, la “Stonehenge degli Urali”, un villaggio-fortezza risalente al XVII secolo avanti Cristo, che è stato accostato a Stonehenge in ragione della sua struttura circolare. Certo che di cose interessanti ce ne sarebbero da scoprire se i ricercatori non avessero la fissazione del Medio Oriente riguardo alle origini della civiltà e dell’Africa subsahariana per quelle remote della nostra specie!
Il 18 settembre Raffaele Giordano ripropone su MANvantara un articolo tratto da oldgoths.blogspot.com di cui vi ho già parlato in precedenza, relativo all’antica popolazione o gruppo di popolazioni chiamate (non so con quanta proprietà) indo-sciti, gente di alta statura, lineamenti europidi, colorito chiaro, che avrebbe abitato l’Asia centrale dagli Urali alla Mongolia. A questo gruppo appartenevano gli antichi Sciti stanziati nell’Europa orientale, e i loro discendenti odierni sarebbero gli attuali Circassi. Di una popolazione di questo gruppo faceva parte anche la principessa Ukok.
Abbiamo poi un ripescaggio di una recensione di Michele Ruzzai del marzo 2017 (ma sono straordinari questi ripescaggi, scopro sempre cose pubblicate anche in tempi recenti, che mi erano sfuggite. MANvantara somiglia sempre di più a una Wikipedia sulle tematiche della nostra eredità ancestrale), del libro di Antonio Bonifacio L’Egitto, dono di Atlantide. Qui però l’interesse maggiore non è tanto per l’Egitto o per Atlantide, ma per il fatto che anche Bonifacio mette in rilievo che in epoca preistorica le condizioni dell’Alto Nord eurasiatico dovevano essere ben diverse da quelle attuali.

 

“Pag. 16: Il mare a nord della Siberia centro-orientale è profondo meno di 200 metri e quindi durante la glaciazione wurmiana settori molto ampi della piattaforma continentale artica risultavano sicuramente emersi. Non si parla quindi della sola area limitata all’attuale stretto di Bering, ma di una distesa dalla superficie enorme.
Pag. 18: Viene citato l’astronomo Robert Ball secondo il quale, con un’estate più lunga ed un inverno più corto (rapporto giorni 229/136) alle alte latitudini vi sarebbero condizioni climatiche da “eterna primavera”.

Il 19 Andrea Anselmo ha condiviso un post su alcuni ritrovamenti davvero misteriosi. Reperti che non quadrano con l’idea convenzionale del nostro passato, spesso non è necessario andarli a cercare all’altro capo del mondo, li abbiamo in casa. In questo caso si tratta di grandi dischi di pietra di forma perfettamente regolare coperti di incisioni di età preistorica che si trovano nel cosiddetto bosco di Maometto nei pressi di Borgnone di Susa (Torino). Il bosco è chiamato così perché in età medioevale fu occupato dai Saraceni, ma ovviamente i dischi di pietra sono molto più antichi.
Il 24 Pierre Sogol ha postato un articolo di Paul Molga pubblicato sul sito francese “Les echos” www.lesechos.fr , intitolato (tradotto in italiano) Dubbi sull’origine africana dell’uomo. Gli argomenti esposti che tolgono credibilità all’Out of Africa li conosciamo già, i ritrovamenti di Jebel Irhoud, la scoperta dell’uomo di Denisova, quella dell’ominide balcanico Graecopithecus Freibergi, il nostro “El Greco”, quello recente di Denny, la ragazzina neanderthaliana-denisoviana i cui resti sono stati scoperti in Siberia. Quello che conta davvero è però che le voci che si stanno levando contro una visione falsata delle nostre origini, finalizzata a farci accettare con rassegnazione un disegno politico senza scrupoli, si stanno facendo sempre più numerose.
Il 26 settembre Cristina Coccia ha condiviso un link da “La stampa”. Ricercatori dell’Università di Edimburgo, decifrando i simboli incisi sulla stele detta dell’avvoltoio nel complesso preistorico di Gobeckli Tepe in Anatolia, avrebbero trovato la risposta a uno dei più inquietanti misteri dell’archeologia. Circa 13.000 anni fa, mentre con la diffusione dell’agricoltura stavano nascendo le prime culture stanziali, si è verificato un improvviso mutamento climatico, una mini-età glaciale durata circa un millennio, nota come Dryas recente che avrebbe ritardato di altrettanto tempo la comparsa delle prime civiltà. La stele dell’avvoltoio darebbe una spiegazione del Dryas che sarebbe stato causato dalla caduta sul nostro pianeta di una pioggia di comete.
Arriviamo alla fine di settembre. Qui, come vi ho già detto, si sono verificati due fatti riguardo ai quali non era possibile dare una valutazione e una risposta al più presto, e quindi ho redatto quell’ “edizione straordinaria” della nostra Ahnenerbe che è l’ottantaduesima parte: il video su You Tube di Matteo Renzi, e l’articolo di Carlomanno Adinolfi su “Il primato nazionale”, cui è seguita la rabbiosa replica di Ethnopedia. Ci sarebbe altro da dire, ad esempio Marco Zagni segnala che:
“Nel 2011, quando usci’ il mio La svastica e la runa Cavalli Sforza fece addirittura una mostra sull’Out of Africa con tanto di intervista radiofonica RAI , tanto si erano spaventati per quello che avevo scritto”.
Non c’è dubbio: il discorso è politico, e l’idea che l’Out of Africa sia messa in discussione spaventa molto i democratici, per quanto insostenibile sia in termini scientifici, poiché essa e la presunzione dell’inesistenza delle razze sono alla base dell’ideologia politicamente corretta e del tentativo di imporci un atteggiamento rassegnato o indifferente davanti all’invasione extracomunitaria.
Per l’occasione di questo dibattito (se così si può dire, perché da parte dei “democratici” sostenitori dell’Out of Africa come Ethnopedia non si vedono altro che insulti), Cristina Gatti ha ripescato un link che Michele Ruzzai aveva postato nel 2017 a un articolo di Bruce Fenton su “Ancient News”, di cui vi avevo già parlato, dove si cita l’opinione di Ulfur Arnason, docente di neuroscienze all’università di Lund. La cosa sorprendente è che lo scienziato svedese “brucia” l’Out of Africa con un ragionamento di una straordinaria semplicità, un vero e proprio uovo di Colombo: Sappiamo che in Eurasia è avvenuta la tripartizione della nostra specie nei tre rami di Cro Magnon, Neanderthal e Denisova, quindi è in Eurasia, non in Africa, che essa deve aver avuto origine.
Sempre Cristina Gatti, il 30 settembre ha linkato un articolo di gnxp.com sul colore della pelle delle popolazioni dell’Africa subsahariana. Quelle più antiche, come i khoisanidi, sono più chiare rispetto a quelle recenti. Possiamo allora pensare che, contrariamente a quanto ci viene continuamente ripetuto o sottinteso (senza prove, del resto), che la pigmentazione chiara sia ancestrale rispetto a quella scura. Se è così, possiamo pensare che quest’ultima e le caratteristiche che definiamo negroidi siano un’acquisizione relativamente tardiva dei sapiens che hanno popolato l’Africa provenendo dall’Eurasia, cioè il contrario di quel che ci viene perlopiù raccontato.


Un mese, quello di settembre, molto “denso”, che conferma non solo l’interesse nei nostri ambienti per le tematiche delle origini, ma anche a controbattere riguardo a esse le interessate menzogne del sistema, come parte di una cultura militante nel senso pieno dell’accezione.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 22 ottobre 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Pier Ferreri

    Una Wikipedia “Ancestrale”… non sarebbe una cattiva idea…

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