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Tra l’incudine e il martello – Fabio Calabrese

Tra l’incudine e il martello – Fabio Calabrese

Questo quattro novembre cade una ricorrenza di quelle che la repubblica democratica ha democraticamente cancellato dal nostro calendario, non si sa mai che gli Italiani che da tre generazioni si è fatto di tutto per allevare come conigli, ricordino che i loro nonni e bisnonni sono stati invece dei leoni, vale a dire il centenario della vittoria italiana nella prima guerra mondiale.

La mia intenzione tuttavia, non è ora quella di stendere un articolo celebrativo ma di cercare di analizzare il reale significato di questo evento cruciale – nel bene e nel male – della nostra storia.

Va premesso il fatto che, a prescindere dalle implicazioni strategiche e politiche di questo conflitto, della sua insanguinata vittoria, del fatto che essa abbia ripagato o meno il sacrificio e la spaventosa emorragia di vite umane che ha comportato, una cosa che non può essere messa in discussione è il valore dimostrato dai nostri soldati, soprattutto nelle circostanze avverse: si pensi alla resistenza dei nostri alpini alla Strafeexpedition austro-tedesca del 1916, che bloccò, nonostante l’inferiorità di forze, l’offensiva nemica proprio quando era sul punto di sboccare nella pianura e prendere alle spalle l’intero fronte dell’Isonzo, oppure la durissima battaglia del Piave del giugno 1918, ma prima ancora, il sacrificio del Genova cavalleria e delle altre unità che a Pozzuolo del Friuli nell’ottobre 2017 si sacrificarono fino all’ultimo uomo per tenere fermo il nemico e permettere al grosso del nostro esercito di riparare oltre la sponda del Piave, facendo in tal modo sì che Caporetto fosse si una battaglia perduta, ma non l’annientamento dell’esercito italiano come forza combattente e la perdita della guerra.

In un paio di articoli già apparsi su “Ereticamente”, che in realtà sono il testo di una conferenza da me tenuta a Trieste alla Casa del Combattente, avevo parlato della nostra partecipazione alla prima guerra mondiale come di Una guerra sbagliata. Sbagliata in che senso?

Sbagliata innanzi tutto, condotta malissimo, dal punto di vista strategico. Basti pensare a questo: l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa il 24 maggio 1915. La guerra era scoppiata nell’agosto 1914, quasi dieci mesi prima, c’era stato tutto il tempo per rendersi conto che l’introduzione della mitragliatrice, delle trincee, dei reticolati, l’avevano congelata in un terribile impasse che richiedeva uno spropositato tributo di sangue per ogni metro di terreno conquistato. Ciò nonostante, Luigi Cadorna, cui era stato affidato il comando supremo dell’esercito italiano, assunse l’incarico avendo ancora in testa le campagne napoleoniche e ottocentesche, le battaglie risolte a fil di sciabola dalle cariche di cavalleria. Le sue direttive prevedevano una rapida avanzata nella pianura giuliana, cui avrebbero dovuto seguire l’attraversamento dei valichi alpini e una puntata su Vienna, sul modello della campagna d’Italia di Napoleone, escludendo che si dovesse ricorrere alla guerra di trincea.

Un piano simile si sarebbe forse potuto realizzare se si fosse agito con rapidità, cogliendo gli Austriaci di sorpresa prima che avessero il tempo di approntare difese, ma anche qui brillò l’inefficienza dell’Alto Comando italiano: la dichiarazione di guerra avvenne il 24 maggio: per ritardi burocratici e disorganizzazione, la prevista offensiva che diede il via alla prima delle sanguinosissime e sostanzialmente inutili battaglie dell’Isonzo, scattò a fine giugno. Un mese di tempo del quale gli Austriaci approfittarono per fortificare le loro posizioni rendendocele imprendibili.

Secondo quanto riferisce Franco Bandini nella storia della prima guerra mondiale pubblicata a puntate nel 1968 dalla Domenica del Corriere, Giulio Douhet, teorico del bombardamento aereo, e una delle migliori teste pensanti di quella generazione, espresse il giudizio che Luigi Cadorna ne capiva di strategia quanto una cameriera o un portinaio.

Si doveva arrivare a Vienna. Con un enorme dispendio di vite umane, si arrivò appena a Gorizia prima di essere travolti dal disastro di Caporetto. Quest’ultimo fu certamente una conseguenza del fatto che la fine delle ostilità sul fronte orientale aveva permesso agli austro-tedeschi di schierare nuove forze sul nostro fronte oltre che su quello occidentale, ma anche del logoramento subito dal nostro esercito in tre anni di offensive sostanzialmente inutili.

Le responsabilità di Armando Diaz, succeduto a Cadorna dopo Caporetto, furono poco minori di quelle del suo predecessore. Egli soprattutto non capì che dopo la battaglia del Piave del giugno 1918 in cui gli Austriaci avevano dato fondo alle ultime riserve, le loro forze erano ridotte allo stremo, e sarebbe bastata un’ultima spallata. Invece, per eccesso di prudenza, la battaglia finale di Vittorio Veneto tardò fino all’ottobre e sembrò un successo “in scia” di quelli che gli anglo-francesi avevano riportato sul fronte occidentale in luglio-agosto. In tal modo i durissimi sacrifici degli anni precedenti furono sostanzialmente vanificati: ci presentammo al tavolo della pace non come i vincitori di Vittorio Veneto ma come i vinti di Caporetto, con gli “alleati” occidentali che non avevano altro desiderio se non quello di concederci il meno possibile.

Proprio nel corso della discussione seguita alla mia conferenza, un ascoltatore, persona che, dato l’ambiente, di cose militari se ne intende, mi ha riferito questo giudizio pronunciato da Erwin Rommel che, avendo avuto gli Italiani come nemici nella prima guerra mondiale e come alleati nella seconda, di certo li conosceva:

“I soldati italiani sono dei leoni, gli ufficiali delle salsicce, i generali delle m.rde”.

Sbagliata dal punto di vista strategico, questa guerra lo fu forse ancora di più da quello politico. Da triestino, lo devo ammettere con rincrescimento: se la finalità era quella del completamento dell’unità nazionale, portare il risorgimento all’epilogo, possiamo dire che i risultati in cui si poteva sperare schierandosi da una parte o dall’altra, sostanzialmente si equivalessero, infatti, se il Trentino e la Venezia Giulia erano in mani austriache, Nizza, la Savoia e la Corsica erano sotto il dominio francese, e Malta sotto quello inglese, ma non c’è soltanto questo: c’era la questione delle colonie, allora considerate fondamentali per l’economia di un Paese, che ci poneva in diretto conflitto con Francesi e Inglesi, per non parlare del fatto che l’Inghilterra, che controllava il Mediterraneo attraverso l’asse Gibilterra-Malta-Alessandria, di fatto ci stringeva dentro le nostre acque territoriali. Le ragioni che avevano indotto l’Italia a stipulare nel 1882 la Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria non erano prive di fondamento, e rimanevano valide.

In più, schierarsi con l’Intesa significava aderire al fronte liberal-democratico-massonico, le forze che lavoravano per la dissoluzione dell’Europa. Poco prima del nostro ingresso nel conflitto, nella sede del Partito Nazionalista ci fu un rovente dibattito sull’opportunità da quale parte l’Italia si dovesse schierare. Le ragioni dell’Intesa furono rappresentate da Filippo Tommaso Marinetti, quelle della Triplice Alleanza da Julius Evola.

“Le sue idee sono lontane dalle mie quanto quelle di un esquimese”, disse Marinetti a Evola, ma a posteriori dobbiamo ammettere che tutti i torti, il barone siciliano proprio non li aveva.

Nel periodo precedente l’ingresso italiano nel conflitto, vi furono trattative con le due parti, e da parte austriaca fu promessa all’Italia la cessione del Trentino e la costituzione di Trieste in territorio libero, solo perché ci mantenessimo neutrali, era il “parecchio” che avremmo potuto ottenere praticamente gratis sostenuto da Giolitti e che fu sbeffeggiato dagli interventisti. Naturalmente è tutto da vedere che nel caso di una guerra conclusa in termini favorevoli agli Imperi Centrali, queste promesse sarebbero state mantenute, ma nel caso lo fossero state, e considerato poi quanto abbiamo perso in seguito agli eventi della seconda guerra mondiale: l’Istria, Fiume, gran parte della Venezia Giulia, si potrebbe dire che abbiamo combattuto la Grande Guerra, con le sue lunghe sofferenze, con la perdita di mezzo milione di vite dei nostri combattenti, con i suoi pesanti strascichi, per avere che cosa? Praticamente quasi soltanto l’Alto Adige, il Tirolo meridionale, una terra che non era e non è mai stata italiana, che nel secolo intercorso da allora ci ha dato qualche campione negli sport invernali, ma anche problemi e grane a non finire.

Tuttavia, lo sappiamo bene, l’intervento a fianco dell’Intesa fu imposto a un’Italia riluttante dove prevalevano i sentimenti neutralisti, dalla Corona, dal re Vittorio Emanuele III, non per motivi di interesse nazionale, ma per i legami che esistevano tra casa Savoia e la massoneria internazionale.

Noi non dobbiamo assolutamente pensare che l’esperienza risorgimentale attesti in qualche modo una posizione dei franco-britannici come “alleati naturali” dell’Italia e dell’unità italiana. Parliamo della Francia, la Francia di Napoleone III che nel 1848 soppresse la repubblica romana, che nel 1859 ci piantò in asso con l’armistizio di Villafranca e nonostante questo riuscì a ottenere la cessione di Nizza e della Savoia, che fino al 1870 fu l’ostacolo all’annessione di Roma. E non dimentichiamoci neppure che il primo episodio “risorgimentale” di una ritrovata coscienza nazionale italiana non fu una ribellione contro gli Austriaci, ma contro i Francesi, di Verona che si ribellò ai soprusi delle truppe napoleoniche, che risposero con la sanguinosa repressione ricordata come “pasque veronesi”.

Una delle ragioni per le quali l’unità nazionale è mancata per tanti secoli, è stata certamente la presenza dello Stato della Chiesa nel cuore della nostra Penisola, con i papi sempre pronti a chiamare in Italia invasori stranieri non appena qualcuno minacciasse di ricostruire l’unità italiana ponendo fine al loro staterello. Queste aggressioni sono venute soprattutto dalla Francia, non a caso chiamata dal papato “figlia prediletta della Chiesa”, da Carlo Magno che distrusse il regno longobardo quando era sul punto di trasformarsi in una monarchia nazionale, a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, chiamato dal papa ad annientare la dinastia di Svevia, a Napoleone III che nel 1848 distrusse la repubblica romana, e fino al 1870 fu l’ostacolo all’annessione di Roma. Davvero, se la Francia è la “sorella latina”, è meglio essere figli unici.

L’Inghilterra è geograficamente più lontana da noi, e questo dovrebbe diminuire i contenziosi, ma non dimentichiamo la repressione garibaldina dei moti popolari di Bronte, lì c’era la ducea di Nelson, lì c’erano interessi inglesi da tutelare, e lo scollamento fra lo stato unitario italiano e le plebi meridionali, la rivolta popolare che gli storici hanno mistificato come brigantaggio, cominciò lì.

C’è un discorso che va fatto con molta chiarezza e sincerità: il risorgimento non fu una totalità unica: ci sono due fenomeni che si incrociano e si sovrappongono, uno è l’insorgenza spontanea delle nostre genti contro secoli di oppressione e dominazione straniera, un altro è il movimento di ispirazione liberal-democratico-massonica, teleguidato da Londra e Parigi, che a un certo punto di questa insorgenza si è impadronito. Io ho dedicato a questo aspetto della nostra storia un ampio articolo apparso su “L’uomo libero”, poi una conferenza, Le due facce del risorgimento, il cui testo è apparso su “Ereticamente” suddiviso in due articoli.

La cartina di tornasole che permette di distinguere l’un aspetto all’altro, è molto semplice da rilevare: noi vediamo che quando gli interessi dell’Italia e quelli della loggia vengono a conflitto, questi “patrioti” scelgono invariabilmente la loggia, dimostrando così quale è la loro vera “patria”. I Piemontesi che cedono a Napoleone III Nizza e la Savoia nonostante questi abbia tradito gli impegni presi a Plombiers, i garibaldini che reprimono il moto di Bronte, e che nel 1870 accorreranno in aiuto della Francia nonostante questa fosse l’ostacolo all’annessione di Roma. I governi della “destra storica” che fino a che non saranno sbalzati dalla rivoluzione parlamentare di Depretis, eviteranno di introdurre in Italia il minimo processo di industrializzazione, sempre per non mettersi in concorrenza con Francia e Inghilterra.

Può essere che da un certo punto di vista l’unità nazionale italiana mancata per tanti secoli, si debba considerare un effetto collaterale non voluto dell’azione sovvertitrice compiuta a livello internazionale dal movimento liberal-democratico-massonico, ma questo non ci obbliga ad alcuna gratitudine nei confronti di esso, anche perché i suoi interessi e i nostri interessi nazionali sono stati divergenti più spesso di quanto non si pensi, e questo lo dovemmo constatare in modo molto amaro alla pace di Parigi del 1919.

Il problema è però che se la prima guerra mondiale è stata una guerra sbagliata, una guerra “giusta” da combattere non c’era, schierarsi dalla parte degli Imperi Centrali si sarebbe probabilmente rivelato altrettanto sbagliato. Ci trovavamo insomma TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO.

A Trieste oggi c’è molta gente che ha un atteggiamento nostalgico nei confronti dell’impero degli Asburgo, che coltiva la favola dell’Austria “Paese ordinato” e uso a trattare con equanime imparzialità i popoli del suo impero multietnico. Ciò, oltre che fondarsi sull’indispensabile ignoranza dei fatti storici, non è che l’espressione locale di quel sentimento diffuso un po’ dovunque nella Penisola, per cui i lombardi ad esempio vorrebbero essere celti o longobardi o i meridionali Magni Greci o bi-siculi (delle Due Sicilie); si vorrebbe essere tutto meno che italiani, perché tre quarti di secolo di democrazia antifascista non hanno solo gravemente intaccato il senso di appartenenza nazionale, ma ci hanno ridotti ad avere nausea di noi stessi, ma, l’ho detto tante volte, non è di essere italiani che ci dobbiamo vergognare, è la democrazia antifascista che ci deve fare nausea e schifo.

I fatti storici ci dicono qualcosa di molto diverso: c’è una direttiva impartita da Francesco Giuseppe nel 1867 che impone nei territori italiani ancora sotto dominio austriaco, di favorire l’elemento slavo a discapito di quello italiano in vista di una loro progressiva slavizzazione.

Questa data del 1867 non è assolutamente casuale: si era da poco conclusa la guerra austro-prussiana (per noi terza guerra d’indipendenza) con la vittoria prussiana di Sadowa, che aveva portato all’espulsione dell’Austria dalla Confederazione Germanica e alla perdita del Veneto a favore dell’Italia.

L’imperatore austriaco aveva certamente compreso che si era determinata una situazione del tutto nuova con importanti conseguenze. La Confederazione era stata un surrogato del Sacro Romano Impero cui gli Asburgo avevano dovuto rinunciare nel 1806. Ora, separati da essa, gli austriaci di nazionalità tedesca erano una minoranza nell’impero multietnico percorso da spinte separatiste per ogni dove e, per tenerlo insieme, occorreva giocare al massimo sul divide et impera, sulla contrapposizione tra le varie nazionalità. Il primo passo fu l’elevazione dell’Ungheria in regno autonomo, unito all’Austria solo dalla persona del sovrano, poi occorreva accattivarsi gli Slavi, e favorendo gli Slavi meridionali a danno degli Italiani si prendevano due piccioni con una fava, poiché era chiaro che le spinte irredentistiche avrebbero sempre più attratto questi ultimi verso l’Italia. Nel 1859 se n’era andata la Lombardia, nel 1866 era stata la volta del Veneto, il resto era questione di tempo. Eliminando o riducendo a minoranza l’elemento italiano, si ancoravano queste terre alla corona asburgica.

Bisogna capire bene anche quali furono i retroscena della Triplice Alleanza. Bismarck sapeva bene che aver sconfitto l’Austria non bastava per arrivare all’unità tedesca, c’era un altro grosso ostacolo, la Francia di Napoleone III. La distruzione dell’impero germanico che metteva la Francia in sicurezza sul confine orientale era stata il capolavoro del cardinale Richelieu, ottenuta prima attizzando la guerra dei Trent’Anni, poi imponendo con la pace di Westfalia la trasformazione dello stesso in una blanda confederazione tra il mosaico degli stati tedeschi, un risultato che Napoleone III non poteva assolutamente permettersi di veder compromesso, e subito dopo Sadowa aveva iniziato ad agire in tal senso, facendo leva sull’antagonismo religioso fra i tedeschi meridionali cattolici e il nord protestante, assumendo un dubbio ruolo di protettore dei cattolici tedeschi.

Occorreva battere la Francia, ma per farlo era indispensabile non avere nemici nell’area germanica, quindi nei confronti dell’Austria arrivò la mano tesa dopo la legnata di Sadowa, in particolare appoggiando le ambizioni austriache di espansione nei Balcani.

Per l’Italia, ultima arrivata nel “concerto delle potenze” e che le ambizioni coloniali mettevano in contrasto con Francia e Inghilterra, la Prussia/Germania rappresentava l’unico alleato possibile. In sostanza, sia l’Italia sia l’Austria avevano convenienza all’alleanza tedesca, ma non è che reciprocamente si amassero, tutt’altro!

Nel 1907 il terremoto di Messina non mise solo in ginocchio la Sicilia, ma rappresentò un colpo durissimo per il gracile stato italiano. Allora, alla corte di Vienna qualcuno ventilò che quello fosse il momento adatto per una guerra contro l’Italia, per riprendersi quello che era stato perso nelle guerre risorgimentali. Non se ne fece nulla, ma la cosa si riseppe. L’Austria era – si disse – “un alleato coi denti di lupo”.

Al momento dello scoppio della prima guerra mondiale, noi non eravamo vincolati a intervenire al fianco degli Imperi Centrali, perché la Triplice Alleanza era puramente difensiva, mentre era stata l’Austria ad attaccare la Serbia, ma c’è un altro fatto di cui non si tiene conto: era stata l’Austria per prima a violare la Triplice Alleanza. Essa infatti prevedeva che a ingrandimenti dell’impero asburgico nei Balcani, “l’inorientamento” dell’Austria, come si usava dire, sarebbero dovute corrispondere rettifiche territoriali a favore dell’Italia, e in tal modo i nostri politici speravano di risolvere pacificamente il problema delle terre irredente. Bene, l’annessione austriaca della Bosnia Erzegovina non ci fruttò l’incremento territoriale neppure di un metro (il che, tra l’altro, rende molto dubbio che le promesse fatte a Giolitti per assicurare la neutralità italiana, in caso di un esito del conflitto favorevole agli Imperi Centrali, sarebbero state onorate).

C’è chi ha voluto vedere nel cambiamento di alleanze del 1915 una sorta di prefigurazione del cambiamento di fronte, del voltafaccia vergognoso dell’8 settembre 1943, ma si tratta di un paragone che non regge. Quest’ultimo fu davvero un atto infame e inescusabile che ha segnato di una macchia indelebile il nostro onore nazionale: buttarsi nelle braccia dell’invasore e dichiarare nemico, e colpire alla schiena l’alleato con cui fino al giorno prima si erano divisi “pane e morte”. Se non altro, da una certa soddisfazione constatare che esso non servì a salvare la monarchia sabauda, mentre in Giappone che continuò a combattere coerentemente dalla stessa parte fino alla fine, il trono imperiale è rimasto.

Sciolto bene o male il nodo austriaco con la scomparsa dell’impero asburgico e la riduzione dell’Austria alla piccola repubblica che è ancora oggi, dopo la pace di Parigi (non Versailles, Versailles è semplicemente il luogo dove fu consegnato il diktat alla Germania, diktat che era solo uno degli atti, anche se il più importante, che componevano l’elaborato piano “di pace”), rimanevano validi i motivi che ci avevano spinti a suo tempo a stipulare la Triplice Alleanza, anzi, i contrasti con gli “alleati occidentali” che al tavolo della pace ci trattarono nella peggior maniera possibile, si erano semmai acuiti.

L’alleanza con la Germania era nella logica delle cose, anche se ovviamente ci sarebbe voluto tempo, e l’affermarsi nello stato tedesco di una guida forte che la rimettesse in piedi dopo l’umiliazione della sconfitta. Possiamo anzi dire che con l’avvento del fascismo in Italia e del nazionalsocialismo in Germania, essa assume un significato più ampio, perché Italia e Germania formano un asse naturale, un perno della difesa europea contro la duplice minaccia, bolscevica a est, e liberal-massonica a ovest, perché Francia e Inghilterra, sia pure uscite formalmente vincitrici dal conflitto, ne sono di fatto esse pure ridimensionate al ruolo di proconsoli dell’ingerenza statunitense nel nostro continente.

Il discorso che abbiamo già visto, dell’obiettiva divergenza fra l’interesse nazionale italiano e quello del movimento liberal-democratico-massonico, con l’affermazione del fascismo, diventa più chiaro, drammaticamente chiaro. E’ ormai accertato che a premere per il nostro intervento nel secondo conflitto mondiale furono in primo luogo la Corona e gli alti gradi militari che, anche questo è ormai accertato, fin dal primo giorno di guerra cominciarono a passare informazioni al nemico, non prima di aver inventato ogni artificio possibile per nascondere a Mussolini lo stato di impreparazione e disorganizzazione delle nostre forze armate. E’ chiaro che casa Savoia il cui legame con la massoneria internazionale non era mai venuto meno, contava sulla sconfitta come mezzo per liberarsi del fascismo, e la vergogna dell’8 settembre 1943 non fu che l’ultimo atto di questo infame gioco.

Le finalità del fascismo e di quanti sostennero in buona fede il nostro intervento nel conflitto, erano ovviamente ben diverse: si trattava di fare dell’Italia una grande potenza, ma prima di tutto di completare l’unità nazionale riportando nel seno dell’Italia le terre che ancora mancavano: Nizza, la Corsica, la Savoia, Malta, sulla sponda orientale la Dalmazia che ci era stata negata a Parigi nel 1919, e se non fosse stato per l’impresa dannunziana non avremmo avuto neppure Fiume.

Il fatto che nel secondo conflitto la vittoria non ci arridesse, e anzi dovemmo subire la perdita di gran parte di quanto avevamo conquistato con tanto sacrificio nella Grande Guerra, non cambia ciò. Si vuole condannare il fascismo per questo? Allora per coerenza si dovrebbero ugualmente condannare il risorgimento e l’esistenza stessa dell’Italia come stato nazionale.

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Categorie: Controstoria, Grande Guerra

Pubblicato da Fabio Calabrese il 29 Ottobre 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. ROberto FattoreRoberto Fattore

    C’è una considerazione da fare circa la Grande Guerra. Una piccola nazione coesa (seppure con numerose differenze regionali al proprio interno), pur tra tanti errori strategici e con immensi sacrifici, è riuscita a sconfiggere un impero multiculturale e multietnico ritenuto più potente e agguerrito. Il multiculturalismo non paga sul piano militare…

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