Nel silenzio dei monti l’altro… – Mario Michele Merlino

Nel silenzio dei monti l’altro… – Mario Michele Merlino

Quando è nato in me il bisogno – linguaggio del corpo – di perdermi per sentieri e boschi e guardare verso le cime e ascoltare vento e silenzio? Soprattutto perché? Io che sono cresciuto, in tanta parte d’infanzia e adolescenza, sulla riva dell’Adriatico e avendo a confine la piatta linea dell’orizzonte. Unico rilievo le tre cime – modeste – del monte Titano, un museo all’aperto per turisti dal gusto facile e a buon mercato in quella Repubblica di San Marino dall’animo falso e un po’ accattone. Anch’io mi sono lasciato trascinare – lo confesso – da negozietti con riproduzione di soldatini in gesso e di automobili colorate.

Sfoglio una vecchia antologia ad uso dei licei. Da Epistola di Francesco Petrarca in cui si descrive l’ascensione al monte Ventoux (Ventoso) in Provenza dove il poeta rende unitaria la descrizione della natura con il piano trascendente quale realizzazione di sé. Tema, quest’ultimo, che ispirerà il Secretum, ove l’influenza di Sant’Agostino si fa palese e diviene premessa e monito, sempre attuale, per tutti coloro che ravvisano insofferenti la banalità del quotidiano. Su una cartolina con riproduzione di qualche pittura moderna un’amica volle donarmi, a conclusione di breve disastrosa relazione, questa espressione del Petrarca, appunto:‘Sentio inexpletum quoddam in prae-cordis meis semper’. Vi è sempre in me qualcosa d’inappagato, di inespresso o di qualcosa di simile. Ed io ne avverto la vicinanza alle mie insaziabili inquietudini, mi appartiene come ossa carne sangue…

Scrive: ‘… io soprattutto m’arrampicavo per il montano sentiero con passi più moderati, mentre mio fratello per una scorciatoia attraverso il crinale del monte saliva sempre più in alto: io, più fiacco, ridiscendevo verso il basso, e a lui che mi chiamava mostrandomi la via giusta rispondevo che speravo di trovare un più facile accesso dall’altro fianco del monte, e che non mi rincresceva di fare una via più lunga ma più agevole’. (Nel diverso atteggiamento si raccoglie il significato allegorico: difatti il fratello Gherardo si fa prossimo a sottrarsi dalle lusinghe del mondo – abbraccerà gli ordini monastici –, mentre Francesco induce e, in fondo, si trascina nell’indecisione, avvinto dal richiamo dei sensi).

Ascesa e ascesi. Alpi bellunesi, ad esempio. Lascio di primo mattino l’accogliente baita di Emilia, prendo un sentiero qualsiasi purché mi conduca in alto. Quando il sudore scivola lungo la schiena e dal sopracciglio stilla goccia a goccia a bruciare gli occhi il fiato si fa corto la bocca s’impasta le gambe s’induriscono negli scarponi le dita dei piedi sembrano prendere fuoco. E, intanto, ti insulti ‘che cazzo ci faccio qui? In città ho la macchina mi sposto con l’autobus scendo in metropolitana’. Quasi godendo in autocommiserazione ‘ora, sai che ti dico, mi fermo mi acciambello simile a verme su pietra me torno indietro’. Facile giustificarsi, l’assoluzione pronta. E, poi, insorge una vocina, maledetta!, si insinua insiste ti persuade come ‘magari arrivi fino a quell’albero solitario, un po’ oltre, ancora pochi metri dei minuti, dai…’. Piccola é la vittoria, ma tutta mi appartiene. E riprendi il cammino. Avanti.

(La baita, ormai di raffinata eleganza tanto da apparire su riviste specializzate, s’erge ultima lungo il sentiero che conduce all’eremo di Sant’Agapito da dove si scorge la vallata fin là, linea d’argento, il fiume si confonde con la ricchezza del verde. Qui era arrivato Albert, ultimo suo rifugio, prima di morirvi per quel tumore ai polmoni, la cui origine – mi dice Emilia – va ricercata nei gas venefici respirati, da paracadutista, nella guerra d’Indocina. E lei l’ha protetta resa sempre più accogliente aristocratica unica simile ad un mausoleo per ‘ignoto’ eroe o alcova di un amore immenso. Mi restano un paio di guantoni rossi da boxe due o tre foto).

Curioso di vetrine e interno di librerie. Ho acquistato – ormai sono oltre trent’anni – in edizione raffinata, cofanetto e carta velina, La salita del Monte Carmelo, apice della mistica barocca e non solo, di San Giovanni della Croce, il cui titolo rimanda, va da sè, all’ascesa quale ascesi. Come vi sono arrivato non ricordo. Quale eco per un nichilista? ‘Notte che mi hai guidato| – O notte amabil più dei primi albori – O notte che hai congiunto – l’Amata con l’amato, – l’amata nell’Amato trasformata!’. Ascesa e ascesi si fondono; il linguaggio del corpo rende vivo lo spirito mai domo; mettersi in gioco… Essere in cammino, essere contro. Per questo fummo educati a darci alla montagna – al cerchio con il fuoco il canto il senso austero del gesto – a rispettare e onorare il Solstizio – attendere l’alba sicura per volgersi verso il sole la sua luce e accoglierlo a braccio teso.

Ho scritto del Semprevisa, sopra Sezze, dove ho raccolto la muta testimonianza di quella comunità – e la memoria scopre il volto di ‘Cispo’ che se n’andò prima nella Legione, in Africa, e poi intraprese l’immenso estremo volo verso l’ignoto; ho raccontato di una domenica mattina, a Francoforte, in cammino sul Taunus, bosco e la nebbia e il fango e l’improvvisa magica apparizione d’un vecchio a guida quando la mente s’era messa a dubitare del percorso. E i lupi sul monte Pellecchia dai grandi occhi scontrosi con cui si rivolsero a noi, divisi da uno sperone di roccia e altro.

L’inviolabilità della montagna, simile a tentazione verso corpo di donna, illudersi di essere prossimo al ‘distante’, dove finito e infinito sembrano non più estranei ma unica linea necessaria l’uno dell’altro. L’Essere e il Nulla. L’uno dell’altro, ingannevolo richiamo forse, abbisognando. Lacerazione e sintesi, al contempo. Ascendere è sottrarsi al principio di gravità, perdere consistenza, creare nuove relazioni, armonia, con il proprio corpo. Come nella danza quando, per un attimo, ci si libra (e Nietzsche docet. Non solo il passo di danza del dio Dioniso. L’ardire e la prudenza, l’aquila e il serpente, compagni di Zarathustra). Come scrive Daumal ne Il Monte Analogo essere l’alpinismo ‘arte di percorrere le montagne affrontando i massimi pericoli con la massima prudenza’. E aggiunge: ‘realizzazione di un sapere in una azione’.

Vi è – e concludo queste noterelle sul significato del procedere in alto ed oltre ( non cito di Evola Meditazione delle vette) – una ulteriore considerazione del medesimo Daumal: ‘Camminare insieme, parlare, mangiare, tacere insieme… avremo occasione di agire insieme, di soffrire insieme e ci vuole tutto per fare conoscenza’. Anche quando si è soli, nel cammino, senti di appartenere ad una comunità. E’ la città che t’imprigiona ti isola ti avvilisce… Solitudine e isolamento non sono sinonimi. Nel silenzio della montagna c’è sempre un altro.

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 8 ottobre 2018

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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