Guido Ceronetti, l’orfano di Patria – Emanuele Casalena

Guido Ceronetti, l’orfano di Patria – Emanuele Casalena

Sulle lapidi sono scritte due date: nativitas et finis vitae, null’altro, niente perché, magari una foto destinata a ingiallire; Guido Ceronetti, aerea figurina di Chagall, s’è alzato in volo da quel di Cetona il 13 settembre scorso, lui quasi torinese classe 1927 la stessa di Fidel come ricordava. In quell’anno Martin Heidegger pubblicava un rompicapo, Essere e tempo. Bisogna riempire la strada lunga 91 anni, i punti sono infiniti dice la geometria ma i giorni no, quelli sono, nel suo caso, disposti dentro un labirinto. Per rispetto alla memoria fu filologo, ostetrico della parola, questa la sua vocazione principe, poi a latere fu tante altre cose, drammaturgo, poeta, giornalista, scrittore e perché no filosofo socratico, in generale si definì artista.  A lui s’addice il verso di Morsello “anche se tutti noi no” a leggere l’ultima sua intervista del ’14 al Fatto Quotidiano, un testamento realista su una Paese (orrore lessicale), l’Italia, dimenticata Madrepatria, cagna sdentata, abbandonata in una casa di riposo. Ce n’era per tutti masticando l’erba insipida del presente, meglio quella, magari amara, del passato ma di sapore forte, da sputar nel piatto ma almeno te ne resta il ricordo, così per quel ventennio nero, per lui retorica apologia della Patria, vano progetto di dare carne e sangue a quella parola magica che fu bandiera del Risorgimento.

Esistono gli “scomodi”, perché s’interrogano, alzano l’indice bagnato verso il vento, decidono di remare contro, per indole, istinto, cultura, proprietà propria, Ceronetti fu questo, il filosofo ignoto (o ignorato), giornalista già dal ‘45, per avere di che vivere, al tramonto curava un suo elzeviro “Preservativi” tirato avanti sul Foglio di Ferrara (il giornalista), aforismi, riflessioni acute sul pane senza lievito dei nostri giorni. Radicale non radical-chic, repubblicano, vaccinato dal virus influenzale dell’antifascismo ma mai fascista, lucido analista dei nostri mali capitali, pensatore controcorrente, riscoprì la sacralità del teatro di strada, lui che fu un biblista accanito, diceva, in questo, d’essere secondo solo al Cardinal Martini, suo compagno di classe alle elementari dai Gesuiti.

Famiglia “normale” la sua, Guido nasce sulle alture del Monferrato, in un piccolo paese dell’hinterland torinese, Andezeno località di antica origine celtica, lassù è tornato fedele alle sue radici e al suo catarismo in salsa leopardiana.

Il Papà aveva combattuto nella Grande Guerra da Caporetto al Piave, poi la curiosità o l’amore per il cinema l’avevano spinto a frequentare una saletta di proiezioni, donne fatali con occhi da maliarde deco’, languide pose, sete fruscianti, tende d’appoggio al melodramma d’amore, non una parola, qualche sottotitolo, era il cinema muto. Dentro quel cinemino di paese conobbe la sua sposa, una cugina, staccava i bigliettini colorati alla cassa, facendoti un sorriso, e fu amore, matrimonio e… Guido. Vita decorosa senza salti nel buio, papà è un piccolo imprenditore delle decorazioni, per il figliolo studi classici ove nacque la sua razionale passione per la lingua madre, il latino. In tempi di rivoluzione i Ceronetti camminarono dritti senza “partecipare”, né fascisti né anti, ma solo pedalare, dopo la morte della Patria l’8 settembre, l’adolescente Guido partecipò alla propaganda resistenziale senza colpo ferire.

E’ dal dopoguerra del secolo lungo (altro che breve visti i misfatti con milioni di morti ammazzati) che il giovanotto anticipa Il mio canto libero di Battisti là dove il testo di Mogol dice: “La veste dei fantasmi del passato/Cadendo lascia il quadro immacolato”. I fantasmi sono i luoghi comuni, gli abiti quotidiani, gli orizzonti ristretti degli intellettuali di sezione, quelli che ci riparano dall’incognita del viaggio, s’offrono maglione della mamma, facendoci simili alle tre scimmiette.  Al contrario Ceronetti fu un omerico viaggiatore, non tra il procellar del mare, ma nel ventre della parola, lui poliglotta, sbucciando l’uovo per arrivare al rosso del tuorlo, esperire la scoperta della perla nascosta nella ruvida ostrica, la bellezza di Afrodite sbocciata dal caldo mare di Citera.

Una produzione industriale di scritti la sua, diremmo sterminata, custodita a Losanna presso la Fondazione Prezzolini, un epistolario illuminante ad esempio con Sergio Quinzio (anche lui del’27) opinioni opposte su una trave portante dell’occidente, il cristianesimo. Entrambi si immersero nella Bibbia, ma quale? Per Guido l’Antico Testamento, ordinato nei significati dalla paziente esegesi  dei Masoreti, staccando le parole legate come vagoni, inserendo le vocali delle quali i testi erano privi. Un lavoro durato circa 400 anni, con la cura sapienziale degli scribi lavorando sulle radici dei lemmi per intuirne il significato, ma lasciando pur sempre dei dubbi di ermeneutica. Nascono così le traduzioni di Ceronetti dei Salmi, del libro di Isaia, del libro di Giobbe (un personaggio che molto gli appartiene perché interroga il dolore), del Cantico dei Cantici (bellezza dell’amore, fragilità del corpo, corde tese verso l’infinito) e del più laico dei testi sacri Qohèlet (“Vanità, delle vanità, dice Qohèlet/Vanità delle vanità: tutto è vanità”) nichilismo dell’Ecclesiaste.

Qualcuno ha definito Quinzio e Ceronetti la destra divina, quella che da un lato ha fatto meraviglie, dall’altro ha lasciato l’uomo solo avvolto nel mistero della vita con l’unica lampada, per cercare il nascondiglio di Dio, accesa sulla sua parola.  Ma destra anche perché scopriamo in loro dei conservatori accaniti, dei S. Girolamo anacoreti intenti allo studio, alla ricerca come fosse preghiera, assai simili alla descrizione figurativa che ne diede nei suoi oli Antonello da Messina.

Il porto dei saggi è sovente quello mai trovato, Sergio restò nel lago di Tiberiade camminando sulle acque, aveva la fede, Ceronetti, a dire il vero, s’era perso, troppo il suo esistenzialismo heideggeriano, il pessimismo o realismo del “solo un dio può salvarci” ammesso che questo dio lo ritenga utile.

Davanti a noi c’è la tragedia del corpo, unico strumento di martirio eterno dalla nascita al suo finire senza soluzione di continuità, per cui arrivò a definire l’aborto “legittima difesa” in netto contrasto col suo ambientalismo vegetariano considerando la mattanza degli animali un omicidio per soddisfare la caprofagia umana di escrementi.

La sua, dagli anni ’80, fu una posizione edenica ante litteram, un ritorno forzoso, individuale allo stato dei nostri progenitori in quel Paradiso perduto dove il sangue non costituiva il nutrimento della fame. Il problema insoluto restava però la nostra discendenza da Caino, tra l’altro fondatore di città perché agricoltore, figura stanziale programmata al possesso dei beni, all’amore armato della proprietà privata, al commercio con guadagno, archetipo del nostro consumismo. La vita in quest’ottica si fa sempre più sottile, svuotata d’ ogni significato trascendente, la realtà puro galleggiamento nel quotidiano, la lingua stessa diventa anoressia della comunicazione, stereotipo insignificante, appropriato al consumo nello scambio merci. La miseria del linguaggio notoriamente influisce sullo sviluppo aperto dell’intelligenza ed è proprio questo il fine dell’inciviltà globale, ridurre la capacità umana di pensiero, facendone una massa informe da plasmare.

L’ipocrisia del cretinismo è nelle frasi idiomatiche, salvagenti del nulla come, per lui, l’odioso: “Come stai” o “Come sta?” magari rivolti a malati terminali, aggiungeremmo un rosario di parole e frasette preconfezionate buone a seconda delle circostanze da “condoglianze” ad “auguri!”, pronunciate queste ci sentiamo più buoni. E’ severamente proibito calpestare le aiuole del pensiero, seguire solo i viottoli della pubblicità progresso chiacchierando per via di fibra ottica, Giga, Ram, Whatsup, spingendosi fino alle vette dei “tronisti” o asciugando le lacrime dei destinatari di “C’è posta per te”, dimentichi dell’ammonimento dantesco “fatti non foste per viver come bruti”.

A chi si è seduto dinanzi all’antro della grotta dei tre filosofi di Giorgione, non resta che alzarsi e sfidare il buio di volte lontane, cercando il filo, se c’è, che porta alla conoscenza sapiente, un percorso lungo bollato di gnosticismo, altro peccatuccio di Ceronetti. Lui se n’è fregato del giudizio della gente, basco calzato alla ventitré, viso sottile, emaciato da profeta Geremia più che il messianico Isaia, scaglia con aforismi, corsivi, romanzi sull’assurdo umano, poesie, i suoi anatemi, in fondo soddisfatto di essere profeta, “voce di uno che grida nel deserto”.

Agli inizi degli anni ’70 il nostro entra nel grande quotidiano industriale La Stampa, scrivere è il suo mestiere d’artista, collaborerà al giornalone degli Agnelli per 40 anni, ma a modo suo, da eccentrico fustigatore dei vizi capitali dell’homo italicus, schernendosi della chiamata alle armi delle ideologie correnti, prima fra tutte il marxismo. Lui che si definiva un cittadino di Gerusatene, amante dei greci e dei latini (aveva tradotto Eschilo, Catullo, Marziale, Giovenale) non poteva che posizionarsi sulla riva, allora assai scomoda, della Tradizione. Fu un anticomunista convinto, militante, come il povero Fantozzi potè dire, dopo aver visto la pizza di Ėjzenštejn, “ La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca”, il socialismo reale era stalinismo anche se vestito con la  giacca e cravatta del “Migliore”.

Antifascista sì ma non bigotto al punto da scandalizzare i lettori de La Stampa con le sue riflessioni eretiche sul caso Priebke, “vittima di una giustizia dell’odio”, sull’attentato di via Rasella e la strage delle Fosse Ardeatine, culminate con una cartolina indirizzata al capitano delle SS nella quale si dichiarava dispiaciuto per la mancata concessione della grazia, apriti cielo! I nostri Kaifa si stracciarono le vesti.

Ma non solo posizioni controcorrente, anche passioni letterarie eretiche se pensiamo all’ammirazione e vicinanza di pensiero esistenziale di Ceronetti con L. Ferdinand Céline, di cui citava una frase enigmatica “Je ne suis pas un artiste, mais j’ai la mémoire des fleurs», e del rumeno Emil Cioran, ex Guardia di ferro, che Guido ha fatto conoscere al pubblico italiano, in lui aveva scoperto la forza del male dell’uomo, vero cancro del pianeta, aderendo appieno alla sua riflessione filosofica. Poi amava un sepolto (dalla critica) Mario Sironi di lui dice in un’intervista: Nell’opera di Sironi ci sono tante frange di regime ma c’è sempre del genio. E poi è uno dei pochi grandi pittori delle montagne. Le sue Dolomiti scoprono l’anima della montagna. Le pare si possa dire lo stesso delle Alpi di Segantini? E chissà se Sironi sarebbe stato ispirato dalle tranquille Alpi svizzere. Lo ispirarono invece le Dolomiti, luoghi di combattimento, dove lui ha anche combattuto. Sono quadri molto malinconici, dove si concentra un’anima in tormento”.

Negli anni 70 Ceronetti con la moglie Erica Tedeschi diede vita al Teatro dei Sensibili, pensate un po’ nel tinello della sua casa di Albano laziale, continuando lì gli spettacoli delle sue marionette “ideofore” fino al 1981, ad assistervi anche nomi blasonati della cultura quali Piovene, Montale, Bassani, Soldati, Fellini, Einaudi. Da quella esperienza nasce il teatro di strada con gli attori e le marionette della compagnia e lui improvvisato musicista d’organo di Barberia accompagnava questi testi dove si mescolano riflessioni acute con l’umanesimo della poesia. Nel 1970 c’è il debutto, al suo teatro itinerante, de La iena di San Giorgio, storia/leggenda tratta dalle cronache del 1835 dove si racconta di un macellaio che produceva insaccati usando la carne umana delle vittime. Giorgio Orsolano, questo il suo nome, fu condannato ed impiccato con l’accusa di omicidio e di cannibalismo.

Guido Ceronetti, bozzetto per la iena di S. Giorgio, 1985

Nel 1979 la Adelphi pubblica Il silenzio del corpo. Materiali per studio di medicina, gettata nel cassonetto la ricerca trascendentale, venuta meno l’indagine metafisica, l’uomo resta solo davanti allo specchio, tutto ciò che vede è il proprio sòma, quella materia corrotta e corruttibile in continua metamorfosi, luogo deputato a scandire il segmento della sua esistenza, null’altro c’è di fuori secondo il messianismo illuminista del 1789. Per assurdo il divino scende ad abitare nel corpo caduco, sofferente, votato al fallimento della morte, sono le piaghe di Giobbe sulle quali soffia misterioso l’alito di Dio. Possibile che si innamori di una casa che si trasformerà in polvere come ricorda l’Ecclesiaste?  E’ l’assurdo dei nostri credo, un paradosso sullo stato dell’uomo. Allora Ceronetti si immerge in aforismi, citazioni colte, riflessioni esistenziali, suggerimenti al messia della Medicina, scrive il suo zibaldone ma con la leggerezza dell’ironia sottile di chi avverte l’impalpabilità di poter comprendere l’essere. L’enigma resta irrisolto, forse irrisolvibile con i nostri strumenti pur costruendo ponti tra le varie discipline dalle scienze alle arti, gettando l’occhio dentro le fedi religiose.

Che la bellezza salvi il mondo non c’è dato saperlo ma visto l’uso-abuso che ne facciamo sembra impresa impossibile, Ceronetti nei primi anni ’80 si mette in viaggio, rigorosamente a piedi come un pellegrino della via Francigena, un lungo serpente di passi nella nostra Patria, da nord a sud, prendendo appunti e scrivendo amare osservazioni sullo stato del Bel Paese. Nasce Viaggio in Italia con commenti amari sullo stato di degrado del giardino d’Europa causato non solo dalla politica del territorio ma soprattutto, a guardar bene, dall’ignoranza del nostro popolo davanti a quella bellezza della quale tanto decanta l’eccellenza senza prendersene cura affatto. E’ l’orgoglio dei cretini proiettati nell’emulazione scimmiesca di mode, usi estranei alla propria cultura per sentirsi dentro la corrente, questa supina resa rende la Madrepatria, agli occhi dell’autore, assai poco interessante.

A proposito dell’eclissi della Patria leggiamo quanto rilasciato nell’intervista a Silvia Truzzi:L’Italia mi fa soffrire, per motivi di passione civile. Mi vedo come un patriota vissuto in una ininterrotta perdizione di patria, in una non-patria. L’assenza di patria, scriveva Heidegger nel 1946, sta diventando un destino mondiale. Dappertutto, le patrie stanno scomparendo […]. Migrazioni di popoli e globalizzazione tecnologica abbattono quelle frontiere per le quali abbiamo combattuto e penato tanto. Posso dire come Lucrezio: “In questo tempo di sciagure per la patria”.

Non c’è in questa amarezza anche il sale di Oriana Fallaci?

Anche quella fede cattolica della quale l’Italia vantava d’essere il caposaldo si è disciolta nel secolarismo anzi lo insegue senza produrre un pensiero che non sia perfettamente corretto con i temi acquosi del progressismo globale.

All’angelo allora non resta che raccontare il male, mescolarsi con l’uomo dal quale non può che essere ferito, nascono così Le ballate dell’angelo ferito, o l’Apocalisse di Ceronetti che ci accompagna nella Storia da Giulio Cesare a Papa Wojtyla, una via crucis dolente dove tocca stazioni molto attuali come l’accanimento terapeutico, l’eutanasia, il dio Techne, l’abisso nel quale stiamo sprofondando la Natura. Riemerge il catarismo che considerava ogni azione umana opera del Male compresa la creazione, una porta sull’esoterismo gnostico che avvicina le posizioni di Ceronetti a Elémire Zolla. Sembra un viaggio nella notte con flebili luci come il teatro di strada, la poesia, lo scrittore ci appare nelle vesti di chi grida da Seir alla sentinella posta in alto: “Sentinella quanto resta della notte? E quella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte;/se volete domandare, domandate, /convertitevi, venite!”. Convertitevi è l’imperativo per tornare a vedere l’alba, Cristina Campo, bagliore letterario, ben più che una “donna letterata”, a lui così vicina, fraterna per l’amore verso la Parola originaria, pregna di significato, lo aveva già fatto riscoprendo l’ars scribendi  quale  valore immutabile della Tradizione. La bellezza è l’archetipo della Kalokagathia, disvelamento misterico di verità e bellezza operato dallo scrittore, perché a citare un aforisma di Guido «L’arte è sempre trascendente anche per chi la pratica. Viene, chissà, dall’anima del mondo, da Dio. Il mistero letterario è stato sempre insondabile “.

Emanuele Casalena

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Categorie: Arte, Cultura

Pubblicato da Ereticamente il 10 ottobre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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