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Un importante autore della Tradizione Classica: Marziano Capella – Diego Fusaro

Un importante autore della Tradizione Classica: Marziano Capella – Diego Fusaro

Marziano Minneio Felice Capella (lat. Martianus Mineus Felix Capella) è stato un importante scrittore e avvocato romano del IV-V secolo. Nativo di Cartagine, fu inizialmente avvocato e in età avanzata divenne scrittore, occupandosi più da vicino di filosofia. Ci è noto soprattutto per il trattato didattico indirizzato a suo figlio, De nuptiis Mercurii et Philologiae: Le nozze di Mercurio con la Filologia, misto di prosa e versi di vari metri. Con il suo impianto allegorico (l’ascesa al cielo della Filologia con le sette arti liberali per sposare Mercurio, ovvero l’Eloquenza) risulta una specie di enciclopedia dell’erudizione classica che sarà diffusissima nel Medioevo cristiano. L’autore utilizza varie fonti nella compilazione della sua opera, fra cui Varrone Reatino e Apuleio. Il suo non è certo un latino molto raffinato: la prosodia talvolta lascia a desiderare e molte metafore appesantiscono la narrazione. In età medievale e rinascimentale vennero effettuate aggiunte e rettifiche di ogni tipo al testo originario. Al cuore dell’opera Le nozze di Mercurio con la Filologia sta la considerazione secondo cui la retorica non ha riconquistato il valore classico di educazione generale dell’uomo: alla luce di questa considerazione, Marziano Capella organizza, traendolo da Varrone, un modello di corso completo di studi che riassuma i saperi e le scienze latine ed ellenistiche, in cui la retorica è disciplina pari alle altre Capella elenca dunque grammatica, dialettica, retorica, geometria, aritmetica, astronomia e musica, istituendo il sistema che sarà adottato e definitivamente stabilito come base dell’educazione cristiana da Cassiodoro (480-575) nelle Institutiones destinate all’educazione dei monaci. Soffermiamoci più diffusamente sul testo del De nuptiis Mercurii et Philologiae: dicevamo, si tratta di un testo destinato a godere di grande fortuna, a tal punto da venir considerato – nella tarda antichità – fondamentale per la formazione del sapere occidentale. Nonostante le complesse (e talvolta ardite) allegorie e l’arduo stile “prosimetrico”, cioè in prosa e in versi, l’opera godette di una vasta fortuna nel Medioevo.

Fu un anello importante nella transizione dalla cultura pagana tardoantica, della quale è espressione, a quella dell’incipiente Occidente cristiano, in cui fu largamente recepita, venendo utilizzata, tra l’altro, da Giovanni Scoto Eriugena, sant’Anselmo e Alano di Lilla. Ne sono prova i numerosi manoscritti in cui è tramandata l’opera, mentre relativamente povera è la tradizione a stampa, segno di un interesse scemante: essa comincia con l’editio princeps pubblicata da Enrico di Santorso a Vicenza nel 1499 e culmina con quella dell’appena quindicenne Ugo Grozio, apparsa a Leida un secolo più tardi. Ma la fortuna dell’opera – va detto – si estese ben oltre l’ambito letterario e filosofico, ispirando soprattutto l’immaginazione di artisti che raffigurarono in vario modo le sette arti liberali: su pergamena, su pietra, in affreschi, con tele e tappeti. Perfino Botticelli, nel preparare il dipinto a noi noto tramite Vasari come la Primavera, secondo una recente ipotesi di Claudia Villa (poi ripresa, con geniali considerazioni, da Giovanni Reale) si sarebbe basato sulle descrizioni di Marziano Capella. Del misterioso autore sappiamo solo quel poco che egli stesso racconta alla fine della sua impresa. Era pagano, viveva a Cartagine, esercitava – come già abbiamo detto – la professione di avvocato, professava dottrine neoplatoniche e neopitagoriche, compose il suo capolavoro in età avanzata, ad uso del figlio, probabilmente agli inizi del V secolo a. C. Qual è l’argomento dell’opera? Gli dèi dell’Olimpo – racconta Marziano nella sua fabula allegorica in nove libri – erano preoccupati del fatto che Mercurio, dio del linguaggio e della parola che Marziano Capella identifica esplicitamente con l’egizio Teuth, non avesse ancora trovato una sposa a lui adatta. Per porre fine al suo perdurante celibato, su consiglio del fratello Apollo, Mercurio si decide a sposare una vergine mortale, Filologia, simbolo dell’amore per il logos e del sapere che l’uomo consegue per suo mezzo. La fanciulla, ascesa in cielo, è sottoposta all’esame del senato divino riunito al completo attorno a Giove.

La sposa è accompagnata da sette damigelle, che personificano le sette arti liberali: le tre del discorso, grammatica, dialettica e retorica (il trivium), e le quattro del numero, geometria, aritmetica, astronomia e armonia o musica (il quadrivium). Ciascuna espone diffusamente i contenuti della disciplina che rappresenta, e dall’insieme risulta un quadro dell’intero scibile umano, cioè del “ciclo” formativo che costituisce la cultura completa, “enciclopedica”, così detta perchè nella filosofia neoplatonica (ma già in Platone: si ricordi la definizione del tempo fornita nel Timeo) il circolo era considerato figura geometrica perfetta. Già da tempo – spiega Capella – Mercurio arde di amore per Filologia, e per la passione verso di lei ha pronte numerose discipline tra le sue ancelle, ed egli stesso, per piacere alla fanciulla, ha conseguito una eccezionale eleganza nei parlare, con ornamenti stilistici e linguaggio distinto, e inoltre suona alla perfezione il liuto e la lira dorata e la dotta cetra… è conveniente che egli si unisca in matrimonio con quella stessa fanciulla che non tollererebbe che egli chiudesse gli occhi anche quando egli volesse riposare. Filologia doveva unirsi allo stesso Cillenio, che ella aveva, sì, sempre desiderato con sorprendente ardore, tuttavia lo aveva appena osservato correre dopo essersi unto nella palestra, mentre ella stessa stava cogliendo fiori, dopo avere scelto alcune erbette. I primi due libri sono interamente incentrati sulla cornice narrativa, densamente popolata di figure allegoriche, con la narrazione della ricerca di una moglie da parte di Mercurio e la presentazione di Filologia, la sposa designata, al concilio degli dèi; la seconda parte è articolata in sette libri, in ciascuno dei quali è esposta una delle arti liberali, dapprima quelle del trivio (grammatica, dialettica, retorica), poi quelle del quadrivio (geometria, aritmetica, astronomia, musica).

Dalla tarda antichità, ma soprattutto dalla età carolingia alla età rinascimentale, le Nozze furono ampiamente usate come libro di testo e come punto di riferimento indispensabile per lo studio delle discipline liberali. Molte generazioni di studiosi europei si formarono su questa agile summa del sapere del mondo classico, che in tale forma passò al Medioevo e al Rinascimento e che fu spesso glossata e commentata: tra i commenti più importanti vanno ricordati quelli di Martino di Laon, di Giovanni Scoto Eriugena e di Remigio d’Auxerre. Forte influsso, a livello sia letterario sia iconografico, fu esercitato anche dalla cornice allegorica delle Nozze, indipendentemente dai contenuti delle arti liberali. Tra i giudizi positivi espressi sull’opera di Marziano, ricordiamo quello di Niccolo Copernico, che loda il nostro autore per avere descritto, nel suo VII libro dedicato all’astronomia, le orbite dei pianeti di Mercurio e di Venere come eliocentriche e non come geocentriche, secondo una teoria già formulata nell’antichità. Occorre, del resto, notare che Marziano si rifà al sistema delle arti liberali elaborato da Varrone nei suoi Libri delle discipline, con un’importante variante: esclude dal novero la medicina e l’architettura. Invece secondo Ilsetraud Hadot, altra specialista dell’argomento, questa convinzione risalirebbe a un errore di Friedrich Ritschl, il maestro di Nietzsche, che considerava Varrone quale primo codificatore latino dell’enciclopedia delle arti liberali secondo un preesistente modello ellenistico. Il testo, si legge a tratti come un romanzo. Prendiamo per esempio l’entrata in scena della Dialettica, nel quarto libro. È presentata come una dama pallida in volto, ma dallo sguardo acuto e penetrante. Porta la veste e il velo di Atene, e in mano tiene i simboli del suo potere: nella sinistra un serpente, nella destra tavolette legate da un uncino nascosto, e mentre la sinistra nasconde sotto il vestito le sue insidie, la destra è esibita a tutti. Il suo aspetto è nell’insieme aggressivo e minaccioso, ed ella proferisce ad alta voce, in tono sacerdotale, formule incomprensibili ai più: che l’universale affermativa è contrapposta in modo obliquo alla particolare negativa, che entrambe sono convertibili, e che lei è la sola in grado di distinguere il vero dal falso.

La dialettica dichiara inoltre di avere origini greche, ma di saper esprimersi anche nella lingua dei Romani grazie alla mediazione di Varrone. Espone quindi il suo insegnamento, comprendente tutte le dottrine fondamentali della logica classica. Infine, quando si accinge a illustrare i sofismi, ovvero i ragionamenti capziosi e gli inganni cui si ricorre per confutare l’avversario, interviene Pallade che la interrompe: “Basta così, o nobile fonte di scienza profonda”. Una descrizione allegorica, diventata canonica, il cui influsso si fa letteralmente tangibile se la si rilegge tenendo sott’occhio le numerose iconografie della dialettica. Essa è inoltre ricca di spunti filosofici da approfondire: per esempio l’identificazione della dialettica con la fonte stessa del sapere scientifico (fons scientiae), ossia la sua definizione come corpo di regole per ben ragionare al fine di discernere il vero dal falso, e quindi la sua rigorosa separazione dalla sofistica e dall’eristica. Osservazioni analoghe potrebbero essere svolte per ciascuna delle altre discipline, su cui Marziano si sofferma con attenzione. È importante sottolineare che nel loro insieme le discipline liberali formano, per l’uomo tardoantico, il cammino ideale che l’anima deve compiere per conquistare la sapienza che la rende simile a Dio. Dopo l’unione con Mercurio, in effetti, Filologia sarà accolta tra gli immortali. In questa cornice teologicoallegorica e con questa finalità edificante l’opera presenta in un compendio enciclopedico dello scibile dell’epoca secondo una struttura diventata paradigmatica, che fu veicolata attraverso tutto il Medioevo fino al Rinascimento. In età moderna, con l’irrompere del nuovo ideale di scienza, basato sul metodo matematico, il tradizionale sistema delle arti liberali perderà sempre più di interesse, e con la sua sparizione anche l’opera di Marziano Capella cadrà in oblio. Essa fu e rimane nondimeno uno dei pilastri del canone occidentale.

Diego Fusaro

(www.diegofusaro.com)

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Categorie: Tradizione Classica

Pubblicato da Ereticamente il 15 settembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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