Realtà e simbolo: in bilico sull’abisso, sull’orlo del baratro – Gianfranco De Turris

Realtà e simbolo: in bilico sull’abisso, sull’orlo del baratro – Gianfranco De Turris

C’è quel camion bianco e verde con il rosso e giallo del logo della ditta,carico di generi alimentari che sta lì fermo sotto la pioggia battente a dieci metri dal vuoto con il motore acceso perché il conducente è scappato senza togliere la chiavetta. E’ quasi mezzogiorno del 14 agosto 2018 ed è appena avvenuto il disastro peggiore e di maggiore impatto degli ultimi decenni in Italia, disastro provocato dall’uomo e non dalla Natura e non può che restare nell’Immaginario collettivo anche dopo un mese e la notizia man mano scompare dalle prime pagine dei quotidiani e dalle informazioni “alte” dei telegiornali. E non può non essere considerato anche un simbolo della condizione nostra e della nazione. Non sempre, ma spesso, certi eventi non restano fini a se stessi, nel senso che limitano il loro significato all’evento materiale in sé, ma vanno oltre, hanno un valore ed un significato ulteriore, altro, rimandano a un senso di cui oggi, nell’Occidente da secoli desacralizzato quasi nessuno si accorge e se glielo spieghi ti ridono in faccia, ti prendono per un mezzo matto esaltato. Eppure bisogna “leggerli” anche così.
La questione è che il collasso del Viadotto Morandi non ha provocato soltanto 43 vittime fra automobilisti su di esso ed operai sotto di esso, non ha provocato soltanto l’interruzione di una importante autostrada e della circolazione a Genova, ma qualcosa di assai più profondo che nessuno nelle dozzine di commenti sul disastro ha rilevato.

I simboli sono due: il cavalcavia crollato e l’autocarro in bilico. I ponti non collegano semplicemente due rive opposte. Nell’antichità e almeno sino al Medioevo il ponte aveva una sua sacralità e alla sua costruzione partecipavano non solo corporazioni specifiche ma sovrintendevano anche i sacerdoti che li consacravano. Il sacerdote era un pontifex, cioè un “facitore di ponti” fra l’alto e il basso, fra il divino e l’umano. Il ponte collegava quindi non solo due sponde fisiche ma anche metafisiche, e il crollo di un ponte era un vero dramma che preannunciava sventure e si doveva sanare il più rapidamente possibile, anche riconsacrandolo. Il Viadotto Morandi è collassato non per un terremoto o per un ciclone che non si possono impedire, ma a causa dell’incuria dell’uomo, di un modo di costruzione impreciso e non adatto che, pur se rilevato durante i decenni, non è stato risolto in modo definitivo. Affermare che il cemento armato o il calcestruzzo si degrada dopo cinquant’anni è una stupidaggine: dipende da come era fatto, altrimenti tutta l’Italia sarebbe una maceria!

In realtà, diversi testimoni hanno detto che durante il temporale un fulmine l’avrebbe colpito: se è così si tratta di un altro segno premonitore che rientra in quelle che i tecnici adesso definiscono le “concause” del crollo: i tiranti, o stralli, che hanno ceduto, un pilone che si è torto su se stesso, i duecento metri di viadotto che sono sprofondi all’improvviso. A me pare un simbolo evidente: si è interrotto il collegamento fra passato e presente e futuro, quello fra l’Italia del “boom economico” degli anni Sessanta (il ponte venne inaugurato nel 1967 alla presenza del presidente Saragat) e l’Italia odierna che non riesce ad uscire dalla crisi che dal 2008 – dieci anni! – attanaglia l’Europa, mentre molti altri Paesi ce l’hanno fatta noi ancora stentiamo a farlo, arranchiamo siamo in stallo. E’ un taglio netto fra un popolo che mezzo secolo fa era ottimista e propositivo, con una moneta solida, guardava sicuro all’avvenire, ed un popolo arrabbiato, sfiduciato, rancoroso, deluso e pessimista che non crede a nuove prospettive, al quale la famosa Tangentopoli di venticinque anni fa non ha insegnato proprio nulla come rivelano le cronache quotidiane. Un anno dopo quella inaugurazione esplose il “Sessantotto”: è là che comincia la vera cesura fra due cultura, fra due modi di pensare. “Tagliarsi i ponti alle spalle” significa non avere più vie di ripiego per mettersi al sicuro anche sul piano delle idee, valori, memorie. Andare avanti senza più punti di riferimento certi per tutti, aver separato due culture. Mentre i due tronconi sospesi nel vuoto sembrano i trampolini di una piscina in attesa di qualcuno che voglia fare un salto acrobatico nel Nulla.

L’autocarro bianco e verde e rosso (ma anche giallo-verde…) è proprio l’Italia con il suo governo attuale: carico di beni sta lì col motore accesso sotto la pioggia scrosciante, ma senza autista e a pochi metri dall’Abisso. Imballato, bloccato, magari vorrebbe proseguire, ma non solo non può farlo perché cadrebbe nel vuoto, ma anche perché non c’è nessuno al posto di guida, il conducente essendo fuggito per paura, per salvarsi la pelle. Precisamente la condizione del nostro Paese in completo stallo nonostante le sue potenzialità, senza un percorso, senza direttive sull’orlo del disastro definitivo. Una immagine disperante, alla quale non pare ci sia rimedio. O meglio, il rimedio potrebbe esserci ma difficile e radicale: ricostruire materialmente e simbolicamente quel ponte che unisce le due sponde della vita della nazione, ma soprattutto che vada al posto di guida del camion bianco e verde e rosso un conducente con idee coraggiose e chiare, che lasci da parte la demagogia spicciola e la faziosità, che riunisca il Paese e non lo divida invece fra buoni e cattivi per censo e idee, che lo rimetta in moto sul piano pratico , morale e spirituale, che lasci da parte l’ideologia pauperista e complottista, che indichi mete precise senza prendersela solo e sempre con il passato di cento anni fa, che sia per qualcosa e non sempre contro qualcosa, che faccia rispettare le regole a tutti e chi sbaglia deve pagare senza essere assolto perché la pensa in una certa maniera e condannato perché la pensa in un’altra. Che infine dia una scrollata ad una massa di italiani storditi non tanto dalla “ludopatia” ma dai nuovi mass media che ne condizionano la vita quotidiana, specie tra i ragazzi che ormai sono quasi incapaci di distinguere tra Realtà e Finzione e che da minorenni commettono reati atroci “per noia” senza rendersi conto della loro efferatezza.

Insomma, si tratta di un’operazione culturale. Vale a dire ricostruire una cultura che ricolleghi passato e presente di una nazione che preferisce rimuovere e condannare invece di accettare e capire. Una cultura senza iati, senza interruzioni, che ricostruisca l’identità di un popolo che l’ha persa dimenticando se stesso in nome di un demagogico “buonismo”, di una generica “democrazia”, di slogan come “torniamo umani”. Verrebbe voglia di dire invece: “torniamo alieni”. Cioè diversi dalla mucillagine indistinta che ci assedia, ritorniamo “barbari”, come è anche il senso di alienus, ritroviamo una nostra identità culturale, noi che siamo la nazione che nel mondo ha un retaggio che nessun’altra possiede, come solo all’estero ci ricordano. Monumenti e opere d’arte non sono soltanto “cose” che attraggono i turisti, ma anche significano altro. Dobbiamo svegliarci da questo interminabile incubo di una piovosa giornata di mezza estate… “L’Italia è mora. Viva l’Italia!” dice il titolo di un nuovo programma tv. Speriamo solo che non ne esca uno zombi, un morto vivente, e che l’Italia sia veramente viva…

Gianfranco de Turris

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Categorie: Simbolismo

Pubblicato da Ereticamente il 14 settembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. paolo

    Ottimo articolo che tuttavia non tiene conto della sostanziosa ipotesi della ‘demolizione controllata’. Perché di quello si è trattato. Senz’altro un avvertimento mafioso a chi di dovere dopo l’incidente sull’autostrada a Borgo Panigale alcuni giorni prima. D’altronde il simbolismo dei numeri, che sempre occorre in questi strani eventi, rappresenta la ‘pistola fumante’ dei veri responsabili. E mi riferisco cioè ai numeri 9 ed 11. L’orario ufficiale del crollo e cioè le ore 11 e 36 non ricorda per analogia l’altra data ben più fatidica, vale a dire l’11 settembre?
    Significativo il fatto – e questo onestamente m’era sfuggito, ma ne deduco che l’abbiano fatto di proposito- di aver piazzato sull’orlo dell’abisso il furgone della Basko i cui colori richiamano senza possibili equivoci la bandiera italiana. Come a dire – e lo rammenta bene l’articolista- è l’Italia ad essere in bilico, ormai irrimediabile preda delle forze della dissoluzione, Alta Finanza e Vaticano.

  2. Uccio Alessandrone

    Di grazia quali sarebbero i paesi usciti dalla crisi ? Sono le banche Ebree che hanno innescato LA crisi ,LA famigerata Lehman brothers bank banca Ebrea fallita che con l’altra banca Ebrea Goldman Sachs ha fottutto I risparmi di mezzo mondo ,solo che tutti guardano da un altra parte quando si tratta di Ebrei ,strana cecita’ !

  3. Louis Vermont

    L’ipotesi dell’esplosione mi sembra piuttosto fantasiosa onestamente, anche se mi è capitata di pensare anche a questo. Il giorno dell’esplosione dell’autocisterna a Borgo Panigale, per ironia della sorte mi trovavo in Liguria e vedendo quelle immagini mi venne da pensare tra me e me, se una cosa del genere fosse capitata a Genova che strage ne sarebbe venuta, visto i ponti e le strade che passano di fianco a quartieri popolari.Inutile dire che pochi giorni dopo, ripensando alla mia “cassandrata”,i brividi che mi sono venuti.
    Ma questa “cassandrata” era facilmente immaginabile, visto le criticità appena elencate. E visto che parliamo di una città che è ingestibile per il traffico di mezzi, ed anzi, potremmo dire che sia quasi alla stregua di Venezia. Ora giustamente, ce lo siamo presi con la lurida famiglia dei maglioncini colorati – e la loro paccottaglia colorata e il loro fotografo, un personaggio da prendere a bottigliate, ogni volta che ci mostra la sua faccia- a cui si è regalata le autostrade, la loro compagnia di giro di tecnici e ingegneri che dovevano controllare e nel frattempo erano stipendiati da chi dovevano controllare (e immaginiamo le prebende e mazzette!). Ma dovremmo prendecerla con la famiglia mafiosa di Torino e la sua propaggine ebraica (De Benedetti – Elkann), che per vendere le sue auto e i suoi camion, che in altri paesi schifavano, hanno praticamente distrutto il sistema dei trasporti italiani che non sia su gomma! Abbiamo buttato giù catrame a quantità che oggi non riusciamo (e non vogliamo) più mantenere. Quanti ponti marci percorriamo ancora, ma mi fermo qui per non fare delle altre “cassandrate”…

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