La pelle di Malaparte – Emanuele Casalena

La pelle di Malaparte – Emanuele Casalena

Quis fuit faber Malaparte domus? Chi ne fu l’autore: Adalberto Libera o Kurt Erich Suckert (C. Malaparte) & Uberto Bonetti? Quest’ultimo in realtà non aveva titolo a firmar progetti, era pittore, disegnatore, allievo di Lorenzo Viani all’Accademia di Lucca, aderì negli anni ’30 all’Aeropittura futurista, fu illustratore dell’Artiglio, settimanale ufficiale del PNF, morì alla memoria a ragion della sua doppia fede in F invisa alla critica della Repubblica nata dall’antifascismo, trapassò il Lete dell’oblio nella sua città, Viareggio, era il ‘93. Il suo contributo, saldato con modesta parcella, fu di trasferire su carta le visioni oniriche del narciso scrittore, dar forma ai suoi desiderata e passarli al costruttore, il buon Adolfo Amitrano, persona mite, competente, soprattutto “non carestoso” nel far lavori in economia, forse fu lui l’autentico demiurgo di questo prisma di A. Libera capolavoro dell’architettura moderna, fiore all’occhiello dell’isola di Capri perciò: Chapeau!

Adalberto Libera, Villa Malaparte a Capri

L’anno clou della vicenda fu il 1938. Il 12 marzo Malaparte acquistò da un pescatore, allora quarantenne, Antonio Vuotto ( cognome simbolo a Capri, basti pensare alla Piazzetta )  Capo Massullo, promontorio roccioso, lungo 70 metri, largo 15, pietra ed erbacce, “Non ci cresce niente. E’ un terreno che serve solo ai gabbiani per farci il nido” rispose il proprietario al quesito dello scrittore: “Ci fate qualcosa?”. Pattuirono il prezzo di dodicimila lire per quel brullo masso solitario, selvaggio a Pizzolungo, a picco nelle acque di Cala del Fico, impossibile da antropizzare, ma  la scintilla d’amore era scoccata a prima vista, pendent la promenade con un amico gay, partì un dardo al cuore, un fremito sensuale così descritto dallo scrittore : “V’era a Capri, nella parte più selvaggia, più solitaria, più drammatica, in quella parte tutta volta a mezzogiorno e ad oriente, dove l’isola da umana diventa feroce, dove la natura si esprime con una forza incomparabile, e crudele, un promontorio di straordinaria purezza di linee, avventato in mare come un artiglio di roccia. Nessun luogo, in Italia, ha tale ampiezza d’orizzonte, tale profondità di sentimento. E’ un luogo, certo, solo adatto per uomini forti, per liberi spiriti”. Da quella prua a strapiombo nel blu-verdastre del mare era ed è possibile spaziare verso l’orizzonte mirando le sagome dei tre faraglioni gotici di Capri, lo scoglio del Monacone, seguire col dito il profilo della penisola sorrentina, percepire Amalfi, Paestum, vedere l’infinito del cielo fare il Narciso di Caravaggio sull’acqua. Esistono luoghi magici, abiti di madre Natura ch’aspettano d’essere indossati, sono in empatia amorosa col nostro esserci, ci attirano col canto delle sirene o con la forza terribile del sublime, perché là incontriamo il nostro di genius loci, ci è dato di volgergli le spalle? Ebbene è’ là su quel calcare impossibile, senza vie d’accesso, una testa rocciosa d’elefante strozzata da una gola a sella, che l’autore di Kaputt e della “Pelle” decise di costruirci la “casa come me”, un ritratto, anzi un autoritratto della sua persona. Niente archi, volte, porticati, pergolati odorosi, tutta iconografia caprese, via anche il bianco, doveva essere un modello di casa d’ alta sartoria, una mise dell’animo solfureo del suo mèntore, doveva essere Malaparte. Ma chi avrebbe osato tanto, progettare una villa su un luogo tanto impervio, impossibile da immaginarsi non solo per la morfologia del luogo ma per l’impossibilità di edificare sulle coste come voleva il Ministro Bottai, un pugno al cuore della speculazione edilizia, col testo ormai pronto della L. 1497 del ’39. Una vera Legge quadro sulla protezione delle bellezze artistiche e naturali ancora non c’era nel ‘38, a ciò s’aggiungeva il vuoto legislativo in urbanistica colmato con la L. 1150 del ’42. Si andava avanti con i Regolamenti edilizi, chi li applicava solo ai centri urbani, chi anche nelle aree periferiche o rurali, però uno strumento per i Comuni c’era eccome, parliamo del decreto 22 novembre 1937, n. 2105, prevedeva, all’art. 6, la licenza edilizia per tutte le opere da effettuare nell’intero territorio comunale, senza fare distinzione alcuna tra centro abitato, zone di espansione edilizia e restanti località con divieto di costruire sui cigli costieri (anche per ragioni di sicurezza) salvo parere favorevole delle Soprintendenze regionali.  Insomma, mentre in pentola bollivano nuove normative che avrebbero fatto zac ai sogni di Malaparte, già espulso dal PNF e confinato a Lipari col suo cane Febo, a Capri occorreva la licenza edilizia a firma del Podestà più il parere vincolante della Soprintendenza campana. Parentesi: Curzio fu fascista della prima ora, presente il 28 ottobre alla marcia su Roma, poi fu critico sarcastico del regime tanto da essere confinato nelle Eolie, perdonato rientrò nei ranghi ma dopo l’otto settembre si scoprì antifascista, chiese ed ottenne da Togliatti l’ingresso nel P.C.I., nell’ora del trapasso morì democristiano.

Allora, in quel ’38, bisognava giocarsi bene le amicizie rimaste tipo il Ministro degli Affari Esteri Galeazzo Ciano e, attraverso la sua mediazione, arrivare a Giuseppe Bottai allora Ministro dell’Educazione Nazionale.  Per il progettista la scelta, suggerita da un amico, cadde sul trentino Adalberto Libera “il migliore, un genio”, professionista assai stimato dal regime, all’epoca molto indaffarato col Palazzo dei Congressi all’EUR. Così acquistato il solingo scoglio, Curzio formalizzò l’incarico all’illustre architetto ma senza dargli carta bianca perché quella casa doveva essere proprio una camicia su misura, calzata a pennello sulla personalità del giornalista scrittore e questo fu il vulnus del loro continuo diverbio. In proposito Malaparte esternava questa sua volontà dì essere il protagonista assoluto della villa, scriveva: Vorrei costruirmela tutta con le mie mani, pietra su pietra, mattone su mattone, una città come me. Mi farei architetto, muratore, manovale, falegname, stuccatore, tutti i mestieri farei, perché la città fosse mia, proprio mia, dalle cantine ai tetti, mia come la vorrei. Una città che mi somigliasse, che fosse il mio ritratto e insieme la mia biografia. E tutti, appena entrandoci, sentissero che quella città sono io”.

E da qui la matassa s’ingarbuglia non poco, il 21 marzo del ’38 la Commissione edilizia rilascia una prima licenza per la costruzione di una cisterna per la raccolta dell’acqua, da realizzarsi scavando nella roccia, più una stradina di collegamento tra l’arteria comunale e il promontorio. La Ditta Amitrano si mise subito all’opera in attesa della licenza per tirare su le mura della villa. Passeranno quasi sei mesi, ma il 12 settembre il Podestà firmò la licenza a costruire, acquisito il benestare capestro della Soprintendenza all’Arte Medievale e Moderna della Campania, il pressing di Ciano aveva dato i suoi frutti, eppur gli eredi Vuotto sostengono che non ci furono “raccomandazioni” dall’ alto.

Licenze edilizie, N.O. si danno solo su progetti accompagnati da relazioni tecniche non sulle chiacchiere, perciò A. Libera certamente firmò villa Malaparte, apportando al progetto una seconda stesura, meno caprese della prima, una variante dettata dai continui suggerimenti dell’irrequieto committente (es. l’allungamento della sagoma di 3 m), lo schema della casa è riassunto da uno schizzo a penna tracciato dall’architetto e sotto riportato. Ma Curzio voleva “dettare” il manufatto fin nelle virgole, come faceva Totò analfabeta a suo fratello Peppino in “Totò, Peppino e la malafemmina”. C’era per villa Malaparte pure un problema economico non da poco, Libera aveva stimato un costo di 200-250 mila lire più parcella, un botto per le tasche dello scrittore toscano. Così già in estate il rapporto tra architetto e committente volse alla burrasca fino al divorzio, probabilmente Curzio spingeva per una terza soluzione, fatto sta che piante, sezioni e prospetti erano già stati inoltrati a chi di dovere per avere N.O. e licenza, però ad oggi quegli elaborati non sono stati rinvenuti, calando la nebbia del mistero sull’autore del progetto come accennato in testa a questo articolo.

 

 

 

Adalberto Libera, schizzo a penna su carta di Villa Malaparte a Punta Massullo

Quei rapidi tratti schizzati da Libera ci dicono che verso la sella rocciosa ad ovest in corrispondenza della gola, la villa prevedeva una grande scalinata, l’elemento cult di questa architettura, un trapezio isoscele ribaltato sulla base minore rivolta alla gola, artifizio di forma creato per dare l’illusione prospettica del cannocchiale, idea di Malaparte succhiata alla chiesa dell’Annunziata a Lipari.

Lipari, chiesa dell’Annunziata

Lassù in alto non c’è un edificio sacro come nelle ziqqurat sumere o nei templi Inca, il lastrico solare che chiudeva l’edificio, diventa lui ara sacrificale dell’olocausto di Malaparte, sacerdote-vittima bruciato dal dio Helios ripetendo un antico rito greco-ebraico.

Una lunga virgola nera disegnava una vela curva, schermo pudico alla privacy per il nudista scrittore sdraiato, magari con una delle favorite del momento, a crogiolarsi al sole.

Restituzione in 3D di Casa Malaparte vista dall’alto

La casa è disposta su tre livelli, il primo scavato nella roccia, gli altri adagiati in sequenza verticale sul promontorio a mo’ del corpo d’ un ramarro mimetizzatosi sullo scoglio del quale prende forma sul ventre. Un miracolo unico di architettura razionalista organica, integrata nell’habitat di cui è figlia legittima per DNA, una sua spontanea epifania; facendo propria la sacralità solitaria del luogo, un tempio laico poggiato sull’eterno. D’altronde l’idea di Malaparte era di farne sì un eremo dell’io ma anche un aristocratico buen-retiro salottiero dove lui, novello Tiberio, poteva godere di se stesso o con gli amici, alzando i ponti dagli affanni del mondo, Capri inclusa. Un cenobio ove rifugiarsi a scrivere, pensare, staccando la spina da un quotidiano diviso tra mille impegni, letterari, giornalistici, politici, relazionali, ma chiamando con l’indice flessuoso chi lo potesse sostenere in volo o sotto le coltri del letto. Non era il bozzolo per una famiglia che non aveva, la villa era la barca a vela di un navigatore solitario, uso a cambiar rotta pur d’arrivare al successo, restare sempre in superficie.  Quella casa sembra un’arca lasciata sull’irsuto scoglio dopo il Diluvio, canta il poema antico dell’uomo stretto nella morsa tra Natura e divinità ancestrali, luogo votato al sacrificio per placare gli dei Apollo, Demetra, Etere, Nettuno (sole, terra, aria, acqua), inerpicandosi sulla gradinata fin sul piano della terrazza altare, naos aperto ai quattro elementi, a loro offriva il suoi sensi il poeta.

Sotto il muso triangolare della gradinata, furono ricavati locali di servizio, al PT s’entrava da una porta lungo il fianco, defilata, richiamo all’antro di una grotta gelosa del mistero racchiuso, par di calarsi dalla luce accecante all’ombra di un sottomarino; a sinistra le stanze degli ospiti, a destra il grande salone di poppa con i suoi quadri di vetro dai quali contemplare il cielo, il paesaggio cangiante del mare, oblò giganti antesignani degli acquari. Al primo piano si distribuisce l’alcova dello scrittore con l’appartamento privato, la stanza della favorita (ma non era, diciur, un gran amatore) ed il suo spazio sacro: lo studio.

Un elaborato rinvenuto nell’archivio di Libera disegna (non rileva) in pianta, scala1:200, l’abitazione.  Emergono dalla comparazione con lo stato di fatto, divenuto in itinere creativo, molte varianti al progetto, scelte dettate da Malaparte man mano che si costruiva, quasi una sua recita a soggetto dall’inizio dei lavori, gennaio del ’39, fino al giugno del ’42 quando la villa era fruibile.

Però quel foglio testimonia che il progetto architettonico fu di A. Libera, quanto “libero” nelle soluzioni non c’è dato saperlo, certamente il suo vulcanico committente gli guidò la mano nello stendere i disegni, fu un progetto di compromessi ma l’opera su carta è sua e lì finì quel continuo braccio di ferro. Il trio Malaparte, Bonetti, Amitrano apportò sostanziali modifiche strutturali ed  interne alla casa, intervenendo sulla tipologia portante, sulla divisione e dimensione degli spazi, la loro distribuzione oltre che sugli accessi, modificando, in questi ed altri elementi, il progetto di Libera, avvalorando quanto scrisse lo stesso Bonetti:“ La realizzazione materiale dell’edificio è stata effettuata su disegni propri ma dietro Vostro indirizzo estetico e costruttivo” logicamente anche nella scelta dei materiali di tutte le opere di finitura e arredo, pavimenti in pietra locale, rivestimenti, porte, finestre, camini, colori, ecc. […].

Al mite, paziente, saggio Amitrano toccò la parte tecnica, dalla cisterna, alla stradina, fin su, su nella scelta e posa in opus incerum della pietre autoctone per la muratura di sostegno, un sistema antico voluto fortemente dallo scrittore non in linea con le nuove tecnologie di certo proposte dall’architetto. E poi l’armatura dei solai, l’impermeabilizzazione, le pareti di tramezzatura, gli occhioni delle finestre, gli intonaci e via dicendo operando con l’esperienza di cantiere per dare malta, mattoni e travi alle idee di Malaparte. In pratica fece da ingegnere empirico per tenere in piedi il manufatto, costruirne ossa, muscoli, carne fino alla Pelle in quanto le idee senza buone stampelle fatte a regola d’arte non stanno sulle gambe. Già, la pelle era intonaco, un guanto di protezione delle membrature contro le intemperie, lo scrittore invece prediligeva la pietra stuccata lavorata a vista, vinse il saggio Amitrano. In ultimo la pittura dell’esterno, in primis fu provato il bianco, un colore tipico caprese utilizzato per ragioni d’isolamento termico, ma giustamente a Malaparte quella tinta a calce non piacque, qui la spuntò lui sul costruttore e l’armadillo accovacciato si rivestì di un caldo rosso pompeiano. Tutti gli interni furono curati nei dettagli perché dentro quel corpo ciascun ospite potesse leggervi chiaramente lo spirito del loro autore e Malaparte stesso contemplare il proprio ritratto come nel romanzo di Oscar Wilde.

Fonte ARCHIDIAP, Piante, Sezioni e Prospetti di villa Malaparte

Il 28 settembre Brigitte Bardot taglierà il nastro delle 84 primavere, un mito ritiratosi in silenzio, Giovanna d’Arco animalista, assisa sulla riva destra, eretica antislamica, ammiratrice di Jean Marie Le Pen, ma è un’altra storia. Nel 1963, in questa villa, col permesso degli eredi Ronchi che avevano soffiato Casa per me alla designata Cina, interpretò la giovane, sensuale Camille nel film Il disprezzo di J. L. Godard, ispirato all’omonimo romanzo di Alberto Moravia, prodotto da Carlo Ponti, sponsor, per la parte, della sua Loren ma si piegò al compromesso.

Fotogramma tratto dal film Il disprezzo di J. L. Godard del 1963

B.B. compare nuda come una bagnante, salamandra bocconi sulla terrazza di casa Malaparte a godersi il sole, un libricino puritano le copre il popò, un’Eva dopo il peccato ma assorbita ancora nell’immacolata Natura edenica (aveva dato il suo corpo a nostra madre in Et Dieu crea la femme del’56), M. Piccoli le è dinanzi, suo marito è un Adamo integrato nella nuova condizione, tutto vestito sotto un sole cocente. Lui ha bisogno di scrivere la sceneggiatura d’un film di F. Lang sull’Odissea, ha finto pelosamente di non accorgersi delle avances del produttore a Camille. Giustamente lei lo disprezza per questo e sarà crack tra i due scendendo giù dalla magnifica scala rastremata in basso, simbolo di un imbuto nel quale si versano nevrosi, sentimenti, incomprensioni e ciò che ne esce è un liquido nuovo, forte, capace di rompere le ipocrisie borghesi. La villa prestò i suoi interni-esterni ad alcune sequenze d’un film della Nouvelle Vague, tagliato, ricucito, mal doppiato, rivisto persino nella colonna musicale, non fu un successo al botteghino, però Bi-Bi era omogenea allo spirito e al fascino di quel paesaggio, a quella Casa Matta; ad entrambe, quasi fossero una cosa sola si poteva dire: “Vi amo totalmente, teneramente, tragicamente”, adattando una battuta del lungometraggio.

Emanuele Casalena

 

Bibliografia

Alessandro Scialdone, Casa Malaparte, Adalberto Libera, Archi Diap, 22 giugno 2015

Marco Sammicheli, Casa Malaparte tra sogno e realtà, Abitare-Correre della Sera, 28.04.2017

Francesco Saverio ALESSIO, Villa Malaparte – Capri, Italia – dal 1938 al 1943, Architettura Mediterranea florense.it web site

Marida Talamona, Casa Malaparte, Clup, Milano 1990

Giallo Libera-Malaparte, in: «L’Architettura, cronache e storia» n. 443, 9/1992, pp. 594–595.

M. Ferrari, “Adalberto Libera, casa Malaparte a Capri. 1938-1942”. Ilios ed. Bari 2008

John Hejduk, Adalberto Libera e Villa Malaparte, Casa come me, pubblicato in origine sul n. 605/aprile i98 di Domus, ripubblicato il 21 luglio 2012.

Legenda

F=Fascismo/Futurismo

N.O.= Nulla osta

B.B.= Brigitte Dardot

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Categorie: Architettura, Arte, Arte e Modernità

Pubblicato da Ereticamente il 12 settembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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