Il futuro del Sovranismo – Roberto Siconolfi

Il futuro del Sovranismo – Roberto Siconolfi

Tutto il movimento politico-ideologico legato allo schieramento sovranista/populista si muove in un contesto e su una serie di direzioni precise. Proseguendo per questa strada nuovi interrogativi vengono fuori, su scelte cruciali alle quali si può rispondere sia con l’alternativa secca oppure con l’affermazione di un’ondata ideologico-politica pluraleche pur avendo un’asse centrale ben distinto, contiene “diverse” se non addirittura “contrastanti” opzioni. Per quanto riguarda il contesto,partendo dall’aspetto più evidente, bisogna prendere atto della prosciugazione definitiva dell’area politica di sinistra ma più precisamente del marxismo. La morte di Domenico Losurdo incarna una fine simbolica di tutto il marxismo “intellettualmente onesto” col quale vale la pena ancora confrontarsi e col quale si possono trovare anche punti di convergenza per battaglie politiche molto concrete.  Stesso discorso può valere per determinate soggettività politiche, esponenti di quell’area. Tuttavia, bisogna prendere atto che il marxismo è completamente finito, e non per motivi di chissà quale portata storica. Esso ha raggiunto il suo punto minimo, lo“0” della sua parabola discendente.

La nuova epoca, il nuovo millennio, la possibilità di guardare con prospettiva storica ad ampio raggio deve portare, e porta già, per chi non se ne sia accorto, all’affermazione o meglio al “ritorno” di tutt’altri principii e valori che sarebbe più opportuno definire “spirituali”. L’inconsistenza e la “desolazione” della proposta “materialista” ed “economicista” del marxismo a confronto è ben poca cosa e non è nemmeno più sentita. Non a caso questi residuati bellici di intellettuali, gruppi e gruppuscoli vari, non sanno più che pesci prendere con la fase in atto. I peggiori di essi abbaiano fascista e razzista, i migliori ci presentano le solite pappardelle sulle rivoluzioni socialiste, con l’“economia al centro di tutto” e della “lotta di classe” come motore dei cambiamenti storici. Grande merito va sicuramente a Costanzo Preve per aver notevolmente modificato l’impostazione base del marxismo, recuperando una concezione idealistica molto simile al Marx primordiale, fino ai “Manoscritti Filosofico-Economici”. Tuttavia un vero moto “rivoluzionario”, nel senso di revolvere, va concepito su principii molto più ampi, e la filosofia di Preve può essere utile fino a un certo punto, come può essere utile recuperare una certa genuinità dell’azione politica di esponenti del marxismo e la necessità di società “giuste” ed “eque” da esso espresse.

L’altro lato da prendere in esame è il campo della destra, e parlo dell’area radicale, di cui una parte è nel nuovo corso e appoggia il governo in carica. In taluni casi essa lo fa anche “molto” entusiasticamente, ma in altri si rinchiude in una critica distruttiva e a prescindere. Le posizioni critiche risentono troppo di una concezione reazionaria tout court, per cui tutto ciò che è popolo è di per sé sbagliato. In “Populismo – La fine della destra e della sinistra”, Alain de Benoist ricorda che diversamente da queste concezioni “la democrazia moderna è sfociata non nell’oclocrazia, il potere della plebaglia o della moltitudine denunciato già da Platone, ma in una forma nuova di oligarchia politico-mediatica e finanziaria”. La questione di fondo è che pur miscelando nell’unico calderone di popolo gli aspetti sia di demos (il popolo politico), che ethnos (il popolo definito dalla sua storia e dalla sua cultura) che plebs (il popolo delle persone normali e delle classi popolari), il populismo porta alla ribalta il popolo come soggetto politico storico. Un popolo “cosciente di sé”, che attualmente non ha “alcuna” voce in capitolo e che quindi chiede “naturalmente” di esprimersi. Anche dal punto di vista di una concezione “organica” è vero che le società sono guidate dalla testa, ma è pur vero che esiste la pancia, è vero che lo “Stato organico” è la rappresentazione massima dell’elemento superiore che ordina l’inferiore, ma è pur vero che esiste l’elemento inferiore. Il sistema mondialistico, ben rappresentato dalla UE, praticamente “annichilisce” sia la “pancia” e che l’elemento “inferiore”.

In questo senso il populismo potrebbe essere visto come un’operazione di risveglio collettivo del “femminino sacro” nei popoli d’Europa e d’Occidente. Infatti, affinché lo Spirito possa primeggiare all’interno dello Stato, alla luce di queste concezioni, non lo si può certo fare se l’anima è completamente sottomessa, soverchiata e non coniugata ad esso. L’analisi di destra e sinistra dal punto di vista del contesto politico-ideologico in atto, ci è utile perché uno dei punti teorici del movimento sovranista/populista è il superamento della dicotomia destra/sinistra. Questo siase coniughiamo il superamento in varie formule, sia se lo affrontiamo col trasversalismo, in chiave di alleanze politiche, ideologiche e genericamente “intellettuali”. A riguardo l’operazione più corretta, fluida e lineare sarebbe direttamente elaborare “nuove sintesi teoriche”, ingrado di dare sfogo al meglio della metafisica, della scienza, della cultura “occidentale” all’interno di quadri teorici organici che fungano essi stessi da guida “pratica” nell’azione politica, sia in chiave strategica che nella gestione di nuove comunità e più complessivamente dello Stato. In fin dei conti è molto più semplice e realizzabile formare gli individui a un “nuovo pensiero”, piuttosto che mettere insieme elementi che esprimano tendenze e posizioni molte volte contrastanti ed esclusive l’una dell’altra. A riguardo spunti interessanti vengono, sempre da Alain de Benoist che riesce nella coniugazione di elementi storici del pensiero conservatore come l’opposizione all’“ideologia del progresso”, con elementi storici del socialismo come la questione “economico-sociale”, e la nuova configurazione di “classi in lotta”, stesso nella contraddizione popoli vs élite. Altra ipotesi in campo è quella di Alexander Dugin, il quale nel suo “Quarta teoria politica” presenta una via di uscita alle 3 ideologie otto-novecentesche – liberalismo, socialismo/comunismo e nazionalismo/fascismo –, il tutto in virtù della riscoperta dei principii e dei valori a-temporali della pre-modernità.

Nella sua visione, le élite hanno già realizzato una sintesi tra gli aspetti economici capitalistici della destra e quelli legati al campo dei “diritti civili”, aspetto della sinistra. Di converso bisognerà realizzare una fusione tra il meglio della “destra”, ovvero la battaglia per i valori, e il meglio della “sinistra”, cioè la lotta per la “giustizia sociale”. Uno dei quesiti fondamentali a cui risponde il “momento populista” in atto è il seguente: su quale fattore di lotta focalizzarsi? Basta, come sostengono alcuni intellettuali “famosi”, tenere lo scontro dal punto di vista delle “classi in lotta” pur riformulando la contraddizione tra una élite finanziaria contro le classi borghesi e proletarie, tra capitale finanziario transnazionale vs. capitale produttivo nazionale e classi medio-basse, o, meglio ancora, tra creditori vs debitori? Oppure, seppur ammettendo l’importanza di questo aspetto e della riformulazione di esso, non sia fondamentale, invece, concentrarsi su una “rivoluzione dello Spirito” oche generalizzando e parlando un linguaggio accessibile anche ad ambienti di “massa” e “contemporanei”, potremmo definire della “Coscienza”? E ciò tenendo conto proprio di essa nel suo stato attuale “anestetizzato” e “colonizzato”, sia dal punto di vista individuale che collettivo, attraverso strumenti e veleni vari come l’americanismo, lo svilimento delle identità, l’abusodi stupefacenti, l’uso ossessivo della tecnologia telematica, la diffusione di stili di vita “decadenti” e “triviali”, ecc. Ancora, un’altra domanda fondamentale da porsi è quella legata al modello politico, una domanda legata alla dottrina dello Stato ma più in generale alla “visione del mondo”. Il movimento sovranista/populista, può portare ad un innalzamento del sistema democratico tipo “democrazia organica”, recuperando le concezioni alte della democrazia come quella di Pericle, o degli Hómoioi (gli Spartiati)? Oppure è possibile immaginare sistemi organici, basati su “verticalità” e “differenziazioni”, legate alle “propensioni naturali” degli individui – alla stregua di concezioni elaborate da Platone, Giorgio Gemisto Pletone, e prima ancora del sistema indiano delle “caste”, nel suo senso più “pulito” ed “armonico”?

E’ possibile coniugare quest’ultimo modello con forme di orizzontalità che pongano pari dignità a tutti, o che si sviluppino in sistemi “olocratici” magari combinati al “comunitarismo”, ovvero a comunità politiche autodeterminate che esprimano le proprie caratteristiche storico-geografiche? Elemento cruciale è, poi, la politica estera e l’ottica geopolitica complessiva. E’ ora di affermare nella pratica, le prime strategie di uscita dalla NATO, aprendo ad “Est” e a blocchi come la Cina, l’India, e al Sud-America? E’ necessario sostenere la sovranità sotto attacco di Stati come la Siria, la repubblica islamica iraniana, le repubbliche bolivariane, questo senza entrare nel merito dei loro rispettivi governi, ed affermare a viva voce la lotta del popolo palestinese contro Israele e Sionismo, e magari costruendo un asse complessivo in funzione “anti-saudita”? Davvero ci dovremmo rinchiudere nei giochetti statunitensi di spaccatura dell’Europa, anziché affermare una nuova e forte “Europa dei popoli”? L’amministrazione Trump, il quale è pur sempre un idiota, cerca di utilizzare a riguardo la leva del nuovo governo italiano ma per i suoi scopi di egemonia sul continente. Ed è il momento di vigilare davanti alle varie manovre di Goldman Sachs e Steven Bannon, il quale promuove il movimento populista europeo in chiave anti-eurasiatica, seppur aperto alla Russia, e peggio ancora agganciandosi ad Israele e alla presunta origine “giudeo-cristiana” dell’Europa. E in ambito geopolitico, è il momento di pensare ad una grande “macroarea eurasiatica”, inglobando quello che Mr. Mackinder, nella sua relazione alla Royal Geographical Society il 25 gennaio 1904, definiva come il “perno geografico della storia” (in pratica territori dell’ex URSS ed est Europa), ma in funzione anti- talassocratica, e dunque anti-americana?  Poi sul Vaticano, quale potrebbe essere il futuro delle relazioni con uno Stato, che continua imperterrito ad ingerire nelle faccende italiane? Ciò alla luce del papato di Francesco I, che incarna il nuovo corso gesuitico improntato al comunismo delle “reducciones” sud americane e ai discorsi evanescenti sull’accoglienza, l’accettazione e la compassione che assomigliano più a un armamentario “new age” che ai principi del cristianesimo.

Sempre all’interno di questo campo, ma spostandosi ai centri “occulti” di potere, è necessario monitorare “scientificamente” i movimenti di tutte le logge e società segrete che operano nel quadro nazionale, tenendo conto di quelle che si oppongono al nuovo corso sovranista/populista, e di quelle che lo favoriscono cercando di pilotarlo e “incanalarlo” in binari ad esse convenienti. Altri quesiti importanti sono da porsi in merito a cultura, modelli di sviluppo e in particolare sul sistema economico e le sue ricadute su ambiente, convivenza e comunità.  Bisogna iniziare ad agire per modificare nettamente l’impostazione aziendalista, progressista, disinformatrice e nichilista di scuola e TV pubblica? Fino a che punto si può pensare di spremere le risorse ambientali, e parlo di quelle finite, che in alcuni casi sono “già” finite o in via di esaurimento? Secondo i calcoli basati sull’“impronta ecologica”, si è determinato il fatto che di questo passo ci vorrà 1 pianeta terra e mezzo per andare avanti, e ciò senza considerare quando entreranno nel mondo dei consumi di massa la Cina o l’India. La domanda di fondo è, dunque, improntare un nuovo sistema economico basato sulla “decrescita”, oppure procedere sempre su questa strada, pur regolamentando l’economia, sottomettendola al primato dello Stato e modificando il sistema turbocapitalistico con un meccanismo più equo, giusto e sostenibile anche ecologicamente?

Importante, poi, la questione della tecnologia o meglio di tutto quel complesso di processi che rientrano nel “Transumanesimo”, nelle modifiche antropologiche e più in generale nei meccanismi di svilimento delle qualità umane e che comprendono anche altri campi (gender, abuso di droghe e psicofarmaci, pornografia on line, annullamento delle differenze etnico-nazionali, ecc). In che chiave interpretare ciò? Con un rifiuto deciso seppur ben ragionato, ed impostato, quindi, ad un ritorno ad un Uomo “integrale” che si sviluppa nelle sue qualità “superiori”?E magari riuscendo anche a rigenerare una scienza e una medicina in tal senso, che ci consenta di uscire dallo scientismo, e meglio ancora da tutta la visione complessiva positivista, e di recuperare l’unità tra Spirito e corpo/materia?  Avrebbe senso, invece, riuscire ad interpretare anche questo “processo” portandolo, però, a contribuzione di modelli di società organiche e impostati su valori “superiori”, come pensa Nick Land o il movimento Dark Enlightenment? Uno dei temi fondamentali da affrontare, con serietà di ricerca, è quello dei “complotti”. E’ mai possibile liquidare, come fanno certe aree politiche, questo tema come frutto di fantasie di disturbati mentali, oppure come roba divenuta di massa e quindi da “sfigati”? Certo bisogna saper discernere la banalizzazione dalla questione seria, la diceria dagli elementi “veri”e “scientifici”, e ancora sarebbe bene approfondire il fatto che ciò che viene passato per complotto è una vera e propria operazione “governativa”, seppur segreta o del dietro le quinte, differentemente dal vero “complotto” che ha a che fare con il piano “tridimensionale” della storia, e con la manipolazione di conoscenze “ancestrali”, ovviamente in chiave non solo “intellettuale”.

Questo è il punto del discorso, non il fatto per cui se alcuni credono alla “teoria della terra piatta” allora ogni possibilità di “complotto” è una sciocchezza simile. E poi, appunto, tenere alta la guardia verso coloro che diffondono queste teorie strampalate, di solito per conto degli stessi “centri di potere” che essi dicono di combattere, e col fine di far dibattere la gente per mesi su argomenti irrilevanti o erronei, “camuffando” i veri obbiettivi. Ultimo tema, per certi versi il primo, è la questione “moneta”. Quali leve si possono e si devono introdurre per recuperare sovranità e dare al denaro, in generale, il suo posto più consono nella vita e nelle relazioni comunitarie, e quindi “togliendogli il primato”? E’ possibile sfruttare le nuove tecnologie, come il Bitcoin, seppur in forme adeguate e rimodulate? Oppure sarebbe utile approcciarsi a sistemi di moneta complementare e fiscale, per aggirare i vincoli del sistema Euro? E’ immaginabile, infine, in maniera ancora più avanguardistica e netta, una società dove il denaro recuperi pienamente il suo valore esclusivamente convenzionale, immettendosi sulla strada di un suo totale “superamento” in virtù di un approdo a forme di economia basate sullo scambio, sul baratto e meccanismi simili? Il nuovo corso politico deve incarnare lo “spirito del tempo”, ed occorre dare profondità a qualunque tipo di manovra e azione nell’ambito sovranista/populista. A tal fine è il caso di iniziare un serio dibattito intellettuale, in alternativa al quale, viceversa, ogni manovra e azione, soprattutto quelle di tipo governativo, saranno solo temporanee e alla lunga fallimentari.

Roberto Siconolfi

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Categorie: Sovranità

Pubblicato da Ereticamente il 10 settembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Claudio Antonelli

    L’Europa e il “sovranismo”
    Un bisogno di confini

    Nelle ultime elezioni i socialdemocratici svedesi hanno resistito all’avanzata dei populisti-sovranisti. Gli europeisti hanno così potuto tirare un sospiro di sollievo.
    La cerchia dei “sovranisti” appare tuttavia in espansione, grazie anche all’apporto del “ducesco” Matteo Salvini, il quale, oltre ad essere un ammiratore di Trump e di Putin, è in ottimi rapporti con il primo ministro ungherese Viktor Mihály Orban, autentico orco populista e sovranista. Ciò preoccupa seriamente coloro per i quali “populista” e “sovranista” fanno tutt’uno con “xenofobo” e “razzista”…
    Occorrerebbe però che quest’ultimi spieghino come mai il sostantivo “sovranità”, parola di per sé nobile (ogni Stato degno di questo nome vuol essere sovrano), abbia partorito l’aggettivo degenere “sovranista”. Com’è avvenuta questa trasformazione?
    È avvenuta attraverso l’eliminazione, dal vocabolario perbenista, del prosaico sostantivo “sovranità”, rimpiazzato dai suoi termini antinomici “europeismo”, “mondialismo”, “globalismo”, evocanti ecumenismo, amore universale e il santo slogan “Siamo tutti figli di Dio!”. In soldoni, “sovranità” è divenuta una mala parola. Eppure, senza “sovranità” nessun governo, anche se di tipo sovranazionale, potrà sussistere. Ma non c’è niente da fare: in quest’Europa che suscita tante palpitazioni, i buonisti hanno voluto combattere la sovranità nazionale, senza preoccuparsi di creare al suo posto una parvenza di sovranità “europea”.
    Si cerca di eliminare i confini della Nazione, senza però pensare di sostituirli con un unico confine, più ampio e generoso, da sorvegliare e difendere: il confine d’Europa. Realtà ancora inesistente. Sarebbe come se i nuovi proprietari di un edificio abitativo decidessero di eliminare per sempre le porte d’entrata dei singoli appartamenti, visto che gli inquilini anelano a vivere in comune, senza però pensare d’installare un robusto portone d’entrata. Ma un’Europa priva di un suo portone d’entrata ossia di una sua frontiera rimane un’astrazione.
    Gli ardenti europeisti dovrebbero far prova di vero spirito europeo, dimostrandosi capaci, sì, di superare e sublimare lo spirito nazionale, ma senza divenire sbracatamente mondialisti, perché chi ama tutti, in realtà non ama nessuno; e chi vuole essere tutto in realtà non è niente. Sul piano geografico, culturale, storico e via dicendo, l’Europa è un continente distinto dagli altri, e quindi essa non può includere l’intero universo, come invece vorrebbe il papa argentino.
    Agli incondizionati europeisti io proporre un test: indicare quali sono gli stati confinanti con questa Europa, divenuta burocraticamente Unione Europea, da loro ardentemente amata ma di cui probabilmente non conoscono i confini.
    E così diviene barzelletta questo territorio europeo senza veri confini. Insisto sui confini, sulla sovranità, e sull’esclusione dell’Altro invece che sulla sua beatificazione masochistica, perché l’aspetto colabrodo di quest’Europa unilateralmente aperta, è la causa principale della reazione di popoli che hanno nel proprio dna il culto della propria differenza e l’istinto dei sacrosanti confini.
    ———-

  2. Louis Vermont

    Lo scritto del lettore che mi ha preceduto, è una delle miglior disanime che abbia letto. Mi permetto di aggiungere una riflessione sull’icona dell'”Altro” che giustamente il lettore di prima riempie di sterco.
    “L’altro” e “il diverso da noi” è diventato la religione della nostra epoca. Ci impongono,ci coercitano, talvolta con una violenza psicologica grave e con una rabbia da gallina isterica, di tollerarlo e amarlo, di vivere insieme a lui, di immedersimarsi in lui, ci proclamano con anima greve che non possiamo più vivere senza di lui. Che sia il negretto o che sia qualche caso umano pronto a piagnucolare, lo si è fatto diventare il fondamento della nostra “civiltà”(Ma quale?).Ci proclamano che “l’altro” è sempre qualcosa di positivo, un “arricchimento culturale” (ma di cosa?) e a prescindere che oggi “cultura” non si capisce più cosa sia, visto che “cultura” è diventata ogni conato che erutta un qualsiasi demente (il più delle volte sempre un “altro” un “diverso”). Un’ossessione di alcuni habituè di caffè, di anime pie lacerate, che con la loro demagogia arruffona propagandata attraverso i loro mezzi culturali, mediatici, ludici è divenuta un’ossessione collettiva. Francamente “l’altro” e il “diverso” detto fuori dai denti è passibile di ripugnanza ed qualcosa che da all’ esistenza una visione fosca, nel pensare che possono esistere siffatti personaggi.
    Poi sui confini che l’Europa che ha il DOVERE di proteggere, basterebbe solamente vedere i due miliardi di negri sotto i nostri piedi, con la loro demografia esorbitante, arrappati come lupi e istigati abilmente (in primis da vermi bianchi sinistrosi) per non titubare, per non perdersi in parole vacue e per mandare le navi militari da guerra sul mediterraneo e soprattutto in Africa. Non farlo, non è solo masochismo, non farlo è un’infamia.

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