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DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa (XXX parte) – Gianluca Padovan

DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa  (XXX parte) – Gianluca Padovan

«Ben presto, da Spezia dapprima, e poi da tutta Italia, affluirono attorno a questa Bandiera Italiana – forse l’unica rimasta a riva dopo l’armistizio – dapprima centinaia, e poi migliaia e migliaia di giovani, tutti volontari per riprendere le armi e continuare il combattimento al grido: “Per l’onore d’Italia”»

Junio Valerio Borghese, La Xa Flottiglia MAS, Effepi, 2016

 

“Per l’onore d’Italia”.

Ventinove “piccole puntate” sull’epopea della Decima MAS è poca cosa a confronto di quanto meriti la Storia di questo Esercito Italiano composto di soli Volontari, uomini e donne.

In questa trentesima e conclusiva parte si cercherà di “tirare qualche somma”, ma soprattutto di ricordare coloro i quali la “storia italiana” ha già posto nel dimenticatoio.

Ma procediamo con calma.

Nel primo contributo sulla Decima s’è posta una domanda: «per quale motivo costoro hanno ritenuto di dover proseguire la guerra?», sottintendendo a partire dal giorno 9 settembre 1943.

Perché è arreso e vilipeso solo chi depone le armi con ignominia.

Ma al di là delle tante altre risposte che si potrebbero dare, io credo, una cosa ha giocato un ruolo determinante: l’essere consci che l’onore va sempre comunque tenuto alto e se cedimenti vi sono è bene riscattarlo. A qualsiasi prezzo. Perché la Storia, quella vera, non dimentica. Mai.

E quell’Onore la Decima Flottiglia M.A.S., ovvero questo Esercito Italiano composto di soli Volontari e Volontarie, l’ha riscattato.

Altrettanto certamente ci sono stati e ancora vi sono i detrattori, ma si tratta di “malanni” presenti in ogni tempo ed epoca, come la grandine.

E già il Comandante Borghese lo scriveva: «Nella canea imperante di insulti, di ingiurie, di calunnie di cui oggi gli italiani di ogni parte e partito si gratificano vicendevolmente, o di cui la Xa, col suo Comandante, riscuote la sua parte, si ritiene doveroso portare una nota coscienziosa e meditativa, esponendo con serietà, obiettività e lealtà l’operato della Xa – espressione dei sani intendimenti dei suoi oltre 20 mila volontari, per i quali ideali oltre duemila hanno dato la vita» (Junio Valerio Borghese, La Xa Flottiglia MAS, Effepi, Genova 2016, p. 11).

L’ambito di gioco.

La “storia ufficiale” è indubbiamente uno strumento tanto di conoscenza quanto di controllo delle masse, quindi una sorta di “persuasione occulta” dal momento che nelle scuole, negli istituti, nei licei e nelle università gli studenti “assumono” il medesimo programma ministeriale mediante i testi d’apprendimento appositamente composti e confezionati. La “pressione storica” viene esercitata ad ampio raggio dai così detti “organi d’informazione” i quali diffondono capillarmente sul territorio nazionale. E tale sistema non si faccia l’errore d’inquadrarlo nei soli e così detti “sistemi totalitari” (1).

Oggi, per quanto l’informazione sia controllata ad ogni livello, si ha la possibilità, con un minimo d’impegno, di farsi una propria opinione su taluni fatti storici triti e ritriti, ma riportati in modo falso e tendenzioso.

Vediamo ora, seppure per sommi capi, quali siano stati i prodromi del clima in cui il Comandante Borghese e la Xa Flottiglia M.A.S. si sono trovati ad operare.

La Storia d’Italia in breve forma.

Siamo a metà del XIX secolo. Il “super-massone” Napoleone Bonaparte ha già tradito un bel po’ di logge cercando di fare l’imperatore di mezza Europa, ma gli è andata male. O, meglio, ha erroneamente scritto i propri conti. Altro che “beniamino” della Francia e “liberatore” dell’Italia!

L’Inghilterra, da parte sua, continua a voler essere la padrona del Mediterraneo. Con la Francia fuori gioco, l’Austria che sta in cima all’Adriatico, ecco che la Loggia inglese, proprietaria della privatissima Banca d’Inghilterra, paga i massoni Savoia e a loro fa togliere di mezzo il florido Regno delle Due Sicilie. Florido sì, ma militarmente mal comandato e con ufficiali che afferiscono solo alle logge di fondazione inglese. Poi comanda ai Savoia: state al nostro servizio, tenetevi l’Italia, ma che sia male difesa e con un esercito adeguato alle sole repressioni popolari; l’importante è che si faccia sempre l’ordinato “gioco” (2). Così è ancora oggi, ma ben peggio di ieri.

E il XIX secolo termina con la “rivolta del pane” del 1898, con le cinque giornate di repressione milanese dove Fiorenzo Bava Beccaris fa sparare cannonate a colpo singolo e a mitraglia sulla gente; col nuovo secolo appoggerà Mussolini in Parlamento.

Sulla guerra di conquista del Corno d’Africa s’è già scritto su Ereticamente (3), quindi si passa alla guerra contro la Turchia (1911-1912), ricordata come “guerra di Libia”. Già, ulteriore passo per sgomberare il Mediterraneo su ordine della massoneria inglese, per quanto anche lo Stato della Chiesa, sempre pronto a farsi gli interessi d’altri e non quelli dei fedeli, ci abbia messo del proprio. Ma si sa, quelli erano “infedeli”. Come dimenticare che almeno fino alla metà del XVIII secolo le scorrerie turchesche erano la piaga delle coste italiane?

Prima Guerra Mondiale: quel che interessa ricordare è che Benito Mussolini, massone, prende i soldi innanzitutto dal banchiere polacco ebraico Giuseppe Leopold Toeplitz (4) per cambiare bandiera e giornale nonché fondare il Fascio d’Azione Rivoluzionaria Interventista. Da antimilitarista diviene quindi “guerriero” che vede il fronte con il telescopio: potere del denaro! I “capipopolo” di spicco, tutti massoni, fanno sentire la propria voce all’Arena Civica di Milano: Alceste De Ambris, Gino Luzzatto e Benito Mussolini. La guerra arricchisce le banche e gli industriali, ma ammazza, sconvolge e affama il Popolo Italiano (5). Nei libri di “storia italiana” si parla dei più di cinquecentomila civili italiani morti a causa della guerra? No!

Chi ricorda invece i centomila soldati italiani morti in prigionia e il fatto che i Savoia impedirono di rifornirli di generi di sussistenza anche attraverso la Croce Rossa fino ai primi mesi del 1918? Il re e il suo stato maggiore li consideravano disertori e al loro rientro in patria intentarono contro ognuno di loro il processo (leggere utilmente e scaricabile dal web: Attilio Loyola, La prigionia degli italiani in Austria, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1918).

Il Soldato Italiano venne vilipeso verbalmente dal proprio stato maggiore, soprattutto a seguito dello sfondamento di Plezzo-Caporetto, ma il principale responsabile è invece il generale Pietro Badoglio, in quel momento “ricoverato” in retrovia, a Kosi (6). Tutto lo stato maggiore sabaudo subisce comunque il contraccolpo dello sfondamento tranne, assai curiosamente, Badoglio: il solo a fare carriera e in modo sfolgorante.

Il fascio massone di “combattimento”.

A fine guerra, se vi fosse stato un capo degno, il Popolo avrebbe portato a termine una bella rivolta togliendo di mezzo i Savoia (come scordare quasi mezzo milione d’invalidi di guerra?). E questo senza cadere nelle fauci del comunismo sovietico, generatosi nel bund ebraico dell’est.

Ma a fare i “capipopolo” c’erano i massoni Gabriele D’Annunzio e Benito Mussolini, più pochi altri “compagni”.

A questo proposito mai si dimentichi che Mussolini è stato amico di Vladimir Il’ic Ulianov (alias Lenin), massone anch’egli (7), unendosi prima con la Balabanov e poi con la Sarfatti e sposandosi, per soprammercato, con la Ida Dalser e da cui ha avuto un figlio: Albino Mussolini, fatto miseramente morire nel manicomio di Mombello.

Terminato il disastroso conflitto-genocidio, il 21 marzo 1919 si fonda il Fascio di Combattimento di Milano nei locali dell’Associazione Commercianti ed Esercenti, a Piazza San Sepolcro. Un paio di giorni più tardi, il 23 marzo, l’adunata del neonato movimento non si svolge al Teatro Dal Verme, ma nella sala riunioni del Circolo dell’Alleanza Industriale, sempre in Piazza San Sepolcro, messa a disposizione da Cesare Goldmann (8): molti sono massoni.

Il “fascismo” tra alti e bassi e rispetto al governo savoiardo parecchie cose sensate e utili le ha fatte, ma mi verrebbe da pensare: “un po’ come quasi tutti i governi… tranne quelli dei Savoia”. Troppo ignoranti per fare qualche cosa di diverso dallo spremere il cittadino e basta.

Qualcheduno ha detto che Mussolini va ricordato per via della “Legge Falco” (di cui s’è parlato nella XXIX parte), qualcun altro ha detto che va ricordato per le “leggi razziali”. Io lo ricordo perché ha trascinato il Popolo Italiano in due guerre mondiali.

Certo, mica c’era solo lui, ma lui per primo poteva opporsi, andarsene, denunciare i fatti e comunque appellarsi al carisma proprio, affinché il Popolo non fosse la solita ed usuale carne da macello manovrata dagli stranieri.

Costui ha cavalcato il successo e innegabilmente ad una certa parte della massoneria ha fatto sempre comodo. Innanzitutto il varo della “legge contro le sette” calzava a pennello: i quattro quinti (almeno) del Gran Consiglio del Fascismo erano massoni e sempre massoni erano i personaggi di spicco tanto del fascismo quanto del comunismo. Così una parte poté bastonare l’altra, impunemente, “all’italiana”, approfittandosi del varo d’una legge e al contempo ignorandola. Ma non calcò mai la mano: difatti erano pur sempre “fratelli” e “compagni” tra loro. Ma la cortesia non è stata resa dai “sinistri” a fine guerra.

La Repubblica Sociale Italiana è stato un bell’esempio di Repubblica, peccato che fosse diretta anche da massoni, da traditori, da gente che doveva ancora una volta addensare la protesta popolare per meglio controllarla e farla naufragare. Difatti in piena crisi bellica la mossa del direttivo R.S.I. è stata di arrestare l’unica persona che stava combattendo contro gli invasori angloamericani e con un qual certo successo: Junio Valerio Borghese.

A proposito, generalmente si passa sotto silenzio che Mussolini e il suo entourage, sorvegliatissimo dai soldati tedeschi, dimora a Gargnano, sul Lago di Garda, a Villa Feltrinelli. Gli uffici li hanno sempre a Gargnano, a Palazzo Feltrinelli. Nel corso della guerra le aree gardesane vengono bombardate dagli angloamericani tranne, guarda caso, Gargnano. E poi, finiamola di chiamarla “Repubblica di Salò”, visto che il “direttivo” risiedeva tutto a Gargnano.

Per il conseguente dopoguerra il Popolo doveva solo rimanere “becco” e diviso, come da programma, nonché ignorante e mal diretto. Doveva vedere i propri figli scannarsi in piazza sotto tre bandiere disegnate e cucite dai veri nemici del Popolo.

Questo è sostanzialmente il quadro in cui si è trovata ad operare la Xa Flottiglia M.A.S.

La resa dei conti.

In tanti accusano, ancora adesso, Borghese di doppiogiochismo, d’essere stato al servizio della “marina del sud”, degli inglesi, degli americani, che ha venduto ad Angleton qualcosa… ma che cosa di preciso non si sa (9). Forse.

Borghese e la Decima hanno cercato, sempre e in ogni caso, di salvare l’Onore dell’Italia, combattere contro l’invasore, non scatenare la guerra civile fratricida, preservare la popolazione civile, cercare di salvare le fabbriche, indispensabili nella ricostruzione postbellica. Ma soprattutto salvare il Popolo e le terre dell’est dall’invasione delle truppe comuniste titine. E questo andando contro le disposizioni tanto della R.S.I. quanto dell’alleato germanico.

Borghese e i suoi ufficiali si sono preoccupati di salvare i propri uomini dalle rappresaglie di fine guerra.

Mussolini e i gerarchi che lo hanno seguito nella fuga si sono preoccupati solo ed esclusivamente di loro stessi.

Borghese si è arreso, indossando la propria divisa.

Mussolini è scappato con l’amante in una mano, la valigia nell’altra e con addosso la divisa tedesca, per camuffarsi.

Il resto lo si valuti serenamente e, una volta tanto, senza il fazzoletto nero, o giallo-nero, o rosso, oppure rosa, o bianco e sporco di muco, in tasca.

Volete sapere che cos’ha fatto la Xa Flottiglia M.A.S.?

Leggete i libri di quelli che vi hanno fatto parte: Borghese, Buttazzoni, Nesi, Bonvicini, Pasca Piredda…

Le loro pagine potranno anche essere considerate da taluni, ovvero di soliti detrattori, delle “storie di parte”, ma sono i resoconti di chi s’è effettivamente battuto e a viso aperto. Sono senza dubbio resoconti veritieri, a differenza di quanti hanno scritto a posteriori e magari senza avere nemmeno consultato un solo documento d’epoca.

La “storia ufficiale” non spiega che l’armistizio è stata una resa incondizionata e i trattati li subiamo a caro prezzo ancora oggi; non si dice che prima l’Inghilterra e poi l’America sono semplicemente venuti a riscuotere. Non spiega perché la faccenda bellica non s’è conclusa.

Attenzione: 114 sono le basi americane militari operative sul suolo italiano, il quale è da tali invasori utilizzato per lo stoccaggio di armi nucleari.

Noi, di fatto, siamo un popolo occupato da più di settant’anni e che oggi deve scomparire, soppiantato dagli stranieri che vengono qui scaricati a carrettate: il nuovo esercito che domani ci darà la caccia casa per casa.

Ma molti di costoro sono anche i nuovi “fedeli” che già occupano le panche delle chiese da voi disertate. Lo Stato Vaticano non può permettersi la crisi economica solo perché voi non continuate a sostenerlo con oboli e donazioni.

«Argomenti di mare».

Tanto per farsi i classici “due conti” sulla Regia Marina, ecco una voce che proviene dal passato, ovvero il trafiletto d’un giornale d’epoca che riporta i pensieri del sommergibilista e grande inventore subacqueo Angelo Belloni (10):

«ARGOMENTI DI MARE / I tre tradimenti della Marina regia / Merita di essere segnalato per la sua particolare importanza l’articolo comparso sotto questo titolo in Pomeriggio a firma di Angelo Belloni, per la impressionante e precisa documentazione di fatti connessi al tradimento continuo e metodico perpetrato dalla Marina regia negli anni che precedettero il conflitto e anche in piena guerra ai danni del Paese. Angelo Belloni sostiene con calore che è urgente segnalare e condannare pubblicamente quei fatti storici che si sono svolti in segreto perché altrimenti se ne perderebbe la documentazione, e chi come lui stesso ne è stato testimone ha il dovere di denunziarli, fornendone alla Repubblica la narrazione particolareggiata. I tre tradimenti della Marina regia sono: I) Il sabotaggio dei mezzi d’assalto, ossia la voluta limitazione dello sfruttamento strategico delle loro imprese da parte della flotta; II) La consegna della flotta al nemico dopo l’8 settembre; III) (In preparazione) Le azioni di guerra contro il Giappone, nostro alleato. Limitandosi a parlare della prima infamia, che più direttamente lo concerne, Angelo Belloni racconta con malcelato sdegno e amarezza come tutti i suoi tentativi e le sue pressioni al Ministero per ottenere un più deciso e audace impiego dei mezzi d’assalto da lui ideati, proposti, costruiti sperimentati e preparati in guerra, e uno sfruttamento strategico del successo da parte della nostra flotta ancora intatta fossero stati sabotati e resi infruttuosi dalla politica di resistenza passiva adottata dagli uomini che a Supermarina avevano in mano le leve del comando. Il Belloni era convinto che, poiché la flotta inglese era enormemente superiore alla nostra, bisognava attaccarla con mezzi d’assalto speciali, contemporaneamente in tutti i porti del Mediterraneo, la prima notte di guerra per ridurre al minimo le differenze di potenziale navale; poi, nei giorni successivi attaccare con tutta la flotta al completo la flotta nemica e fare piazza pulita, tenendo pronto un grosso corpo da sbarcare a Porto Said, chiave della potenza inglese. Con questa idea strategica in testa il Belloni inizia le prime esperienze e il primo tentativo coi suoi mezzi d’assalto nel gennaio del 1914. Nel 1935, quando per le sanzioni ci trovammo di fronte agli Inglesi, Angelo Belloni corre al Ministero e ripropone la ripresa di quelle esperienze e la creazione di una Scuola di Sommozzatori, cioè dei palombari autonomi, indispensabili per l’impiego dei mezzi d’assalto subacquei. Poiché l’allora Ministro della Marina Cavagnari tergiversava, il Belloni si rivolse al Duce. Così si iniziarono gli esperimenti a Porto Santo Stefano ma nel 1937 tutto fu sospeso. Perché? Intanto, anche per la Scuola Sommozzatori, non si era fatto ufficialmente nulla (a spese di un mecenate, Carlo Frua de Angeli, il Belloni aveva armato una goletta facendo una campagna di pesca dei coralli all’Argentario e istruendo così i primi sommozzatori). Nel settembre ’39, durante il periodo della “non belligeranza” il Belloni torna alla carica affannosamente, sempre più convinto della sua idea, armato solo contro la generale indifferenza, del suo grande amor di Patria. Finalmente quando già la guerra era iniziata, per intervento di De Courten, Cavagnari si decise a creare la Scuola dei Sommozzatori. Un po’ tardi, quando già l’occasione della prima sorpresa era già passata… E qui cominciò l’infamia: invece di preparare il numero necessario di mezzi sopracquei e subacquei, di sommozzatori e di aerosiluranti per una azione totalitaria in una sola notte, si cominciò con le piccole azioni isolate, non seguite da azioni di massa di tutta la nostra flotta. De Courten, spiegava al Belloni, furioso di questo modo di procedere, che così era necessario fare fino a quando non ci si fosse persuasi dell’efficacia del sistema e della capacità degli uomini della Decima, a cui erano stati affidati tutti i mezzi d’assalto. Così avvenne quello che il Belloni prevedeva: gli Inglesi se ne accorsero, ed escogitarono contromisure, e la flotta, quella flotta che sola avrebbe potuto, dopo un attacco totalitario di mezzi d’assalto raccogliere il frutto strategico, si era assottigliata. Venne finalmente l’ultima prova: ad Alessandria i nostri mezzi d’assalto, comandati da Borghese, affondano le corazzate inglesi “Queen Elisabeth” e “Valiant”. Questo è il momento di arrischiare tutto per tutto. Ma nulla si fece. La nostra flotta rimase, cauta, nei porti, mentre avrebbe potuto attaccare allora la flotta inglese decimata e avvilita dal colpo di Alessandria. Questi i fatti emozionanti e tragici che il Belloni racconta. Ma dietro questi fatti egli vide, e ne fa ora testimonianza rovente, il tradimento che serpeggiava e si annidava nei gangli vitali della Marina e del Paese. Non si doveva, perché non si voleva vincere l’Inghilterra. Tale era il destino di Casa Reale, oscuramente perseguito ai danni di questo povero Paese!» (Marina Repubblicana, 15 dicembre 1944).

Damnatio memoriae.

Qualcheduno non crede che in “italia” esista la così detta “damnatio memoriae” nei confronti di chi non s’è arreso.

Nel 2015 l’Ufficio Storico della Marina Militare ha pubblicato il ponderoso lavoro di Paolo Albertini e Franco Prosperini (11): Uomini della Marina 1861-1946. Dizionario biografico; 573 pagine formato 24×30 cm.

Il Capo Ufficio Storico della Marina Militare Cap. Vasc. Giosuè Allegrini nella Prefazione al volume scrive che questo «colma una lacuna avvertita nel mondo degli studiosi – soprattutto dagli interessati dalle vicende navali – che si è protratta per lungo tempo» (Giosuè Allegrini, Prefazione, in P. Albertini, F. Prosperini, Uomini della Marina 1861-1946. Dizionario biografico, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma 2015, p. 5).

Scrivono gli Autori: «Il dizionario tratta degli uomini di ogni grado, corpo e categoria – ufficiali, sottufficiali e marinai – e dei civili vicini alla vita della Marina, che si sono particolarmente distinti per azioni, pensiero, opere e carriera. Essi costituiscono quel patrimonio della Forza Armata che ha visto nel corso della vita nazionale una Regia Marina prima e successivamente una Marina Militare in continuità di azione, di spirito e di ideali» (P. Albertini, F. Prosperini, op. cit., p. 7).

Bene! (12).

In codesto dizionario, tra chi ha effettivamente combattuto, abbiamo numerosi incursori e sommergibilisti, ma tutti o morti prima dell’8 settembre 1943, oppure passati dopo tale data al nemico.

Trovo invece Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto, quello che se l’è data a gambe levate senza fornire alcun ordine ai propri uomini: bell’esempio di ufficiale. Come molti altri citati nel libro, d’altra parte. E, questa, è purtroppo la “storia” che ancora oggi ha la pretesa di dover comunicare o insegnare qualche cosa.

Cerco invece e inutilmente gli Eroi della Decima che si batterono per l’riscattare l’Onore del Combattente Italiano e dell’Italia stessa.

Non trovo: Umberto Bardelli, Sergio Nesi, Mario Arillo, Leone Bogani, Carlo Vianello, Andrea Bernotti, Giovanni “Nino” Buttazzoni, gli equipaggi della “Missione Onore” (13) e tanti tantissimi altri. Praticamente tutti questi “altri” che non si sono arresi, che non sono passati all’avversario.

Una delle rare eccezioni, tra i tanti combattenti Volontari della Xa Flottiglia M.A.S. ad essere menzionato, è Junio Valerio Borghese (pp. 85-87). Trovo inoltre Angelo Belloni, già incontrato nella trascrizione dell’articolo Argomenti di mare, a cui sono dedicate un paio di pagine (pp. 56-57).

Cosa devo pensare di questa “storia italiana”? Forse che la guerra non è proprio ancora finita, dal momento che chi dovrebbe farlo non è in grado di scrivere la Storia per ciò che è stata… ma scrive per quello che il “popolino” deve imparare.

Quattro Eroi per tutti.

Si ricordano con foto quattro Eroi della Xa Flottiglia M.A.S. per tutti:

– Guardiamarina Mario Tului,

– Sotto Tenente Cesare Biffignandi,

– Guardiamarina Doda,

– Sottocapo Guareschi.

La Xa FLOTTIGLIA M.A.S. ha fatto paura allora e il solo ricordo ne incute anche adesso e se la morte sorride a tutti non si può che sorriderle a nostra volta.

Piaccia o meno la Xa FLOTTIGLIA M.A.S. rimane e rimarrà nella Storia d’Italia un bell’esempio.

Note.

1) Su Ereticamente vedere utilmente:

Epistemologia della menzogna (Parte prima. La disciplina dell’ottenebramento).

Epistemologia della menzogna (Parte seconda. La disciplina della confusione).

Epistemologia della menzogna (Parte terza. La disciplina dell’occultamento).

2) Su Ereticamente si sono pubblicati tre contributi inerenti la massoneria:

Percorsi iniziatici alternativi: le due colonne.

Percorsi iniziatici alternativi: 6 settembre 1666.

Percorsi iniziatici alternativi: la Stella d’Italia.

3) Su Ereticamente vedere il contributo sulla guerra savoiarda condotta nel Corno d’Africa:

A.O.I.: “a noi” oppure “ahi… noi”?

4) Su Ereticamente vedere il contributo: Compagni di gioco.

5) Su Ereticamente vedere il contributo: 24 maggio 1915: la tela del ragno.

6) Scrive Cilibrizzi: «La questione del silenzio dei cannoni e del rapido sfondamento del settore tenuto dal 27° Corpo d’Armata apparirà ancora più chiara quando avremo esaminata la quarta ed ultima accusa fatta a Badoglio. Tale accusa supera, per la sua eccezionale gravità, tutte le altre messe insieme. Si tratta, nientemeno, di questo: la notte del 23 e la giornata del 24 ottobre 1917, Badoglio non era la suo posto di comando (nota n. 221: Cfr. Luigi Capello, Note di guerra, Milano, Treves, 1926, Vol. II, pag. 199 e 201). Dove si trovava? Egli era nel villaggio di Kosi, luogo di riposo (nota n. 222: Cfr. Enrico Caviglia, La dodicesima battaglia – Caporetto, Milano, Mondadori, 1933, pag. 298)» (Ibidem, p. 72). Forse questo particolare di rilievo non lo si è ricordato, e non lo si ricorda, con sufficiente attenzione. Così riprende Cilibrizzi: «Sicché la sera del 23 ottobre, questo generale, pur sapendo che, durante la notte sarebbe stato iniziato il grande attacco nemico, non sentì il dovere di recarsi al suo posto tattico di comando, che si trovava sul Monte Ostri Kras, e andò invece, in un luogo di riposo. Ciò sembra addirittura inverosimile» (Ivi). Le successive considerazioni dell’Autore sono tutte da leggere (vedere in Ereticamente: Caporetto, repetita iuvant: «La disfatta di Caporetto. I responsabili tra storia e leggenda. Cadorna Capello e Badoglio»).

7) Su Ereticamente vedere il contributo: Falce e maglietto.

8) Così scrive Roberto Roggero: «Non è un caso che la storica adunata avvenuta in Piazza San Sepolcro il 21 marzo 1919, per la fondazione del Fascio di Milano, è patrocinata dall’ebreo massone Cesare Goldmann, il quale mette a disposizione di Mussolini il salone dell’Alleanza Industriale e Commerciale di Milano. Non lo è nemmeno il fatto che sono proprio alcuni massoni a finanziare la famosa Marcia su Roma del 1922. Del resto, non è un mistero che molti degli appartenenti alle alte sfere della gerarchia fascista fossero “Fratelli”: tra di essi Achille Starace, Italo Balbo, Roberto Farinacci, Emilio De Bono, Cesare Vecchi, così come lo era anche il grande avversario politico del fascismo, il comunista Giovanni Amendola. Lo stesso Mussolini riceve, anche se non con grande entusiasmo, nel gennaio del 1923 dalle mani del Gran Maestro della Gran Loggia, Raoul Palermi (di origini ebraiche), la nomina a Gran Maestro onorario» (Roberto Roggero, Oneri e Onori. Le verità militari e politiche della guerra di Liberazione in Italia, Greco & Greco Editori, Milano 2006, p. 573).

9) C’è chi nel tempo domanda e con noiosa insistenza notizie sugli accordi Angleton-Borghese. Bene, utilmente si può leggere il libro di Del Giudice, al capitolo Accordi per salvare l’apparato industriale, un passo per tutti: «(…) Se Borghese avesse accettato di cooperare con gli alleati e di schierare i suoi reparti in modo da impedire ai tedeschi di far saltare i porti, sarebbe stato sottratto ai partigiani, che intendevano fucilarlo nelle strade di Milano, e regolarmente processato dai suoi pari. Il pensiero di Angleton era logico e condivisibile, ma nettamente sorpassato dagli eventi, perché in realtà Borghese aveva preso quei provvedimenti, solo ipotizzati dall’OSS, a protezione di quei porti che proprio l’aviazione angloamericana continuava a bombardare incondizionatamente, uccidendo centinaia di cittadini disarmati» (Davide Del Giudice, Il Comandante Mario Arillo dai sommergibili ai Mezzi d’Assalto della X Flottiglia MAS, Associazione Culturale Sarasota, s.d., p. 207-208).

10) Nei “fatti di guerra” assai di rado si menzionano gli incidenti d’auto; ma qui ne abbiamo alcuni troppo sospetti:

Angelo Belloni, coinvolto in grave incidente d’auto poco dopo la resa incondizionata, a seguito della decisione di seguire il Comandante Borghese.

Antonio Legnani, nominato Sottosegretario di Stato per la Marina Repubblicana, muore in un incidente d’auto il 20 ottobre del 1943, a Lonato (Brescia); con lui viaggiava Ferruccio Ferrini.

Junio Valerio Borghese, il 24 gennaio 1944, dopo la sua scarcerazione, rientrando a La Spezia con Cardìa al volante, l’auto rischia di finire in un burrone per l’improvvisa rottura dei freni.

Pasca Piredda, gravemente ferita a seguito d’uscita di strada con la propria auto, il 9 dicembre 1944; salvata da Osvaldo Valenti.

– Nel dopoguerra, la Principessa Daria Olsoufieff Borghese muore in un incidente d’auto il 5 febbraio 1963. Per quanto riguarda suo marito: 26 agosto 1974, Junio Valerio Borghese muore dopo aver cenato nella proprietà spagnola del Barone von Knoblock: «fu colto da inaspettati dolori allo stomaco (…). La diagnosi fu di pancreatite acuta, condizione i cui sintomi sono pressoché indistinguibili da quelli di altre forme di intossicazione» (Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Italiano, Editrice Lo Scarabeo, Bologna 2004, p. 630). Luca Ribustini scrive invece: «Junio Valerio Borghese, il Principe Nero, morì all’improvviso, dicono avvelenato, proprio il giorno che l’ingegnere José Ignacio Rosende gli regalò alcuni mojorras (pesce tipico dell’Atlantico e del Mediterraneo – N.d.A.)» (Luca Ribustini, Il mistero della corazzata russa. Fuoco fango e sangue, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2014, p. 43).

11) Gli autori (testi tratti da: Paolo Albertini, Franco Prosperini, Uomini della Marina 1861-1946. Dizionario biografico, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma 2015, p. 575):

– Paolo Albertini: «Dopo aver lasciato il servizio attivo con il grado di contrammiraglio, ha svolto numerose missioni di osservazione elettorale in Africa e nei Balcani per conto dell’ONU, del Consiglio d’Europa e dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). È stato rappresentante della Difesa in seno al consiglio direttivo del Museo della Liberazione di via Tasso, in Roma, nel triennio 2001-2003 e collaboratore della Commissione Italiana di Storia Militare per l’attività congressuale. Attualmente collabora per l’Ufficio Storico della Marina Militare».

– Franco Prosperini: «Lasciata la Marina Militare, ha lavorato nell’industria privata, nel cui ambito ha svolto attività connessa alle proprie specializzazioni. Dal 1962 collabora con opere e scritti di carattere professionale e storico con l’Ufficio Storico della Marina Militare, con riviste e con periodici militari e civili nel settore della Difesa».

12) Dal contributo DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: PROPAGANDA PER LA RISCOSSA (IX parte):

A proposito della sera dell’8 settembre Sergio Nesi ha scritto che Borghese ha chiesto all’ammiraglio Aimone, già duca di Spoleto, duca d’Aosta e cugino del Re, di essere ricevuto con urgenza. Costui dichiara di non sapere alcunché dell’armistizio: «Tra il duca d’Aosta, gli ufficiali che erano accorsi accanto a lui e il Comandante Borghese si intavolò allora una discussione sul da farsi. Mentre venivano fatte proposte del tutto empiriche e fantasiose, testimonianti il generale disorientamento, il Comandante Borghese fu pragmatico: “Armistizio significa che la guerra è momentaneamente sospesa. Può ricominciare o venire la pace. In ogni caso, il nostro solo e preciso dovere consiste nel restare con le armi al piede”. Il duca approvò in pieno. Poi ci pensò un attimo per poi esporre un suo fulmineo “distinguo”, quello che quel dovere, se andava bene a Borghese che era solo un ufficiale, non andava bene a lui. Stesse pure con le armi al piede con i suoi marinai, lui no. Lui era un principe di Casa Savoia e la sua posizione dinastica gli imponeva dei doveri che, sempre secondo lui, erano superiori a quelli militari. “In caso di emergenza – proseguì il duca – il mio dovere mi impone di accorrere subito a fianco al Re. Anzi, sarà opportuno che io sappia subito dove è il sovrano e dove possa raggiungerlo”. Ma dov’era il Re?» (Nesi Sergio, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Italiano, op. cit., p. 210). Il Re si era già dileguato assieme a Badoglio e con altri ufficiali e il giorno seguente, il 9 settembre: «Sua Altezza Reale l’ammiraglio di squadra Aimone di Savoia-Aosta era già in alto mare da oltre due ore» (Ibidem, p. 212).

13) Davide Del Giudice, Il Comandante Mario Arillo dai sommergibili ai Mezzi d’Assalto della X Flottiglia MAS, Associazione Culturale Sarasota, s.d., p. 203-205.

Le foto d’epoca a corredo del presente articolo sono tratte da fascicoli di: Caporilli Pietro, Novaro Enrico, Drago Silvio, 7 anni di guerra. Fotostoria del secondo conflitto mondiale visto dalle due parti in lotta, Ardita, Roma 1955-1958.

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Categorie: Controstoria, X Mas

Pubblicato da Ereticamente il 7 Settembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Giuseppe

    Mussolini non si iscrisse mai alla Massoneria, tanto per essere chiari . Saluti

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