Appunti sul modello dionisiaco del Superuomo di Nietzsche

Appunti sul modello dionisiaco del Superuomo di Nietzsche

Uno degli aspetti meno sondati del pensiero di Nietzsche è il fondamento dionisiaco del Superuomo, quasi a dispetto dello stesso teorizzatore dello Uebermensch. Infatti, Nietzsche considerava il dionisismo un elemento caotico e pervertitore nella società occidentale e gli opponeva il principio solare apollineo, ordine e bellezza del kosmou. Ma, quasi ossimoricamente, proprio il Superuomo possiede caratteristiche dionisiache che rappresentano il suo potenziale inconscio ed incognito di realizzazione superumana, rispetto alla bellezza della forma apollinea superficiale. Insomma, come il Superuomo è – secondo noi – un Eroe dionisiaco, iniziato all’arcano divinizzante, in egual modo esso si presenta come il creatore di una nuova concezione, di un nuovo ordine sociale, portandovi la luce della semplicità e della volontà creatrice (Apollo non si manifesta se non si distrugge prima la propria imperfezione, cosa resa possibile dall’azione dionisiaca). Noi reputiamo che nell’incapacità del Nietzsche di comprendere il livello profondo (il Sole Dioniso), quale Essenza vera ed arcana – ontologicamente e realizzativamente intesa – del fenomenico in superficie (il Sole Apollo), stia tutto lo svolgersi della sua personale tragedia animica e mentale.

Ora, una premessa è d’obbligo, e non è una premessa solo grammaticale. Come è noto, il termine usato da Nietzsche per la parola “superuomo” è Uebermensch. Se si prescinde dalla preposizione attributiva ueber, non può non colpire che il sostantivo della parola composta in questione è “Mensch”, che indica l’uomo come genere, visto nella sua ordinarietà sociale, nel mentre è il lemma “Mann” che in tedesco indica l’uomo virilmente e spiritualmente inteso. Esattamente come le differenziazioni greco-latine anthropos/homo e aner/ vir. Ci si chiederà il perché di questa distinzione. La prima conclusione è proprio nella succitata preposizione “ueber” che indica un “sopra senza contatto”, ma che nei sostantivi composti indica superiorità di condizione; la seconda conclusione ce la dà il sostantivo Mensch. Der Mensch, l’uomo-genere smette di essere subordinato alla sua ordinarietà generativa, al suo essere comune di “umano troppo umano” e la supera con un’azione (operata nel suo sé) apparentemente distruttrice quanto sicuramente trasformativa, per una sorta di processo ri-generativo, di endogenesi. Abbandonate le scorie del sentimentalismo (non il sentire) e del sensualismo (non i sensi) plebeo, diviene – ancorché in corpo fisico- colui che ha realizzato l’incontro tra il Sé in atto, di cui acquista la coscienza (presenza a se stesso, quindi non più atti istintivi incogniti, ma azioni specificatamente volute), e l’inconscio in potenza (risvegliato quale Super-io) di cui percepisce nel silenzio interiore la volontà creatrice. Di una tale grande anima scriverebbe il Pestalozzi: “Himmel und Erde sind schoen, aber die Menschenseele, die sich ueber dem Staub, der draussen wallet, emporhebt, ist schoener als Himmel und Erde“. E’ gia la realizzazione (in chiave guerriera, ma non solo) del motto delfico: classicamente ciò conduce alla morte di tutto quel che è animalità (morte trasformatrice, rigenerativa – si badi – secondo il simbolismo della Fenice o della Crisalide). Questa realizzazione finale (in greco il termine “telos” dà un insieme di variazioni verbali e sostantive, tutte col significato di “fine, compimento, iniziazione”) costituisce, di fatto, “die Geburt der Tragoedie”: la manifestazione di una crisi tragica che si genera dalla resistenza del “Troppo umano” (il sensualismo greve) verso la forza stessa interiore che vuole cangiare l’anima animale del corpo terreo (il capro del sacrificio bacchico, tragedia dal greco “tragos”- capro), perché possa congiungersi al dio interiore medesimo; a questo punto solo il “Mensch” diventa “Uebermensch”, uomo superiore –corrispondente dell’Uomo Reale della tradizione pitagorica. Solute tutte le materialità per il manifestarsi in lui della potenza dionisiaca, onde propiziare la teofania della potenza teurgica iperuranica, è stato necessario all’Uebermensch di porsi – prima- come ostia e sacrificante ad un tempo.

Rispetto al Sole Apollo che tutti scalda, al sole visibile delle masse di tutte le classi, Nietzsche oppone, inconsapevolmente, proprio Dioniso, Intelligenza arcana di una forza creatrice per distruzione di forme pregresse (cfr, il dio Shiva della tradizione indo-aria), forza selvaggia, “scatenata, il cui fine è la crisi trasformativa dell’Essere, fino a che questi, non raggiunga la perfetta comunione col dio, non ne diventi un raggio di Luce Intelligente non percepibile dal volgo. Lo Uebermensch distrugge tutte le pseudo certezze: è – se ci è concesso esprimerci con un ossimoro – un “nihilista attivo”. È al di la delle limitazioni spazio-tempo, che sono relatività terrestre, non comprensibili nella dimensione ineffabile, incommensurabili dell’Assoluto, essendo una tale dimensione la Grandezza incalcolabile di un compasso ideale. Dunque, se Apollo è divenuto il commissario dei bisogni popolari, delle mere necessità giornaliere, il suo aspetto misterico, inafferrabile dai più, Dioniso, balza prepotentemente alla visione con specifica direzione ed efficacia di colui che vuole sollevarsi “sulla polvere della terra”: Nietzsche ne stabilisce il modello come fattispecie per il suo Uebermensch. Ad una dura scuola deve votarsi colui che aspira a divenire Uebermensch, e Nietzsche scrive, in “Wille zur Macht”:  “(…) Was lernt man in einer harten Schule? Gehorchen und Befehlen“. La dura scuola dell’imparare ad ubbidire e comandare è quella che si frequenta nel darsi la disciplina interiore. Gli equivoci politici recenti sono assolutamente alieni dal puro Nietzsche. Quando il filosofo urla il suo disprezzo verso la canaglia sociale, verso un’umanità divenuta un gran calderone in cui sono contenuti il santo col furfante, il nobile col plebeo; quando egli fa dire al suo Zarathustra, che la vita è una sorgente di gioia, ma tutte le fonti sono avvelenate dove beve la plebe, Nietzsche ha realmente concepito, quale “iter mentis in Deo”, un tipo d’uomo capace di solvere la sua umanità e di coagularla in forma divina. Il tipo umano in parola è lo Uebermensch, pervaso dallo spirito dionisiaco, che conosce La Causa Prima del Tutto siccome “iniziato al mistero dionisiaco”, diremmo con linguaggio classico. Lo Uebermensch è baccante di se stesso: la sua anima scatenata (cioé senza catene) nel Lucus (la fitta foresta delle sensazioni interiori) è libera, urla il nome del dio, lo invoca come Libero e Pater, egli, privo di mali ed in stato di omoiusia col dio. Lo Uebermensch possiede la frenesia bacchica, ossia il pensiero vibrante-creatore, fuori dei legami delle catene dei sensi materializzati. Tutto ciò che Nietzsche descrive intorno al suo modello di Uebermensch, è un costante richiamo alla doricità, all’ellenicità della “Dorische Wanderung”, al mistero stesso (quasi nel suo senso magico) di Dioniso secondo la tradizione classica sulla religione dei misteri. Il deviato pangermanismo barbaro dell’ultimo secolo ha voluto fare dell’Uebermensch un motivo “storicizzato”, politico. Nulla di più sbagliato, a nostro parere. Crediamo che tutt’altro siano e debbano essere l’uomo e l’anima nordici… . Questo altro, è proprio ciò che le distorte, indebite appropriazioni nei confronti di Nietzsche da parte di certa filosofia politica tedesca (cfr. per esempio il pessimo “Der Mythus des zwanzigsten Jahrhunderts” del Rosenberg), non potevano comprendere. Conseguentemente, l’incapacità di capire correttamente la profondità del pensiero di Nietzsche, fu trasformata nella corrispondenza biologistica fra lo Uebermensch e la bionda bestia di un razzismo da cavalli. Questi stessi equivoci gestori del pensiero di Nietzsche sono stati gli stessi che hanno reso inviso a gran parte degli Europei,  purtroppo ( e per incapacità di questa gran parte di Europei a capire una sacralità di simbolo che va oltre l’uso e l’abuso) uno dei simboli più alti e sacri dell’umanità indoeuropea, creando l’ulteriore tragico equivoca sull’aggettivo qualificativo “aryo”. Scriveva Nietzsche: “Ich schreibe fuer eine Gattung Menschen welche noch nicht vorhanden ist: fuer die Herren der Erde“. Chi sono questi „Signori della Terra“?

Certamente non sono i totalitarismi di ieri e d’oggi e nemmeno coloro che si credono oggi –a qualunque titolo – popoli eletti. In linea con la più pura tradizione misterica, per Nietzsche la terra è gravità, pesantezza, umanità affogata nei sensi più bruti. La sua gioia di vita, il suo vitalismo superomistico sublimizza la terra. Dalla “Gaia Scienza” a “Cosi parlò Zarathustra” allo stesso “Ecce Homo”, Nietzsche fa prevalere il concetto di un’azione essenzialmente spirituale che permanga ben oltre il tempo di una vita. Da qui la sua virulenza ragionata contro il falso pietismo ed un cristianesimo sacrestano assai lontani dal tipo avatarico del Cristo solarizzato. Nietzsche desidera che il Mensch (genus) assurga a Mann (spiritus); propone – pertanto – un diverso sistema pedagogico che possa forgiare, già dalle prime classi scolastiche, il nuovo tipo umano. Quando lo Uebermensch sarà forgiato, potrà prendersi tanti diritti quanti saranno i doveri che s’imporrà. È dunque un uomo sovrano di Sé, poiché ha trovato in Sé il suo principio di ragion sufficiente, il suo dio.

Ritratto di Zarathustra, il filosofo persiano ripreso da Nietzsche nell’opera Così parlò Zarathustra(wikipedia)

Dura lotta, ché le guerre che si combattono per ergersi ad aristòcrati dello spirito sono tremende. Questa lotta è il significato vero che nei miti romano-greci ci indicano le dodici fatiche di Ercole; che l’Islam conosce come Jihad, che nel Bhagavad Gita è rappresentata dal combattimento di Arjuna che ascolta la voce del dio; sintetizzando, tutti i poemi mitologici degli antichissimi fino ai nostri rinascimentali nascondono eguale significato, appunto il divenire “superiore” oltre la propria umanità pur restando in corpo umano. Questa tensione dionisiaca in Nietzsche è riscontrabile –fra l’altro- nella figura dell’anarca rilevabile nelle opere di Juenger (si veda, per esempio, “Eumeswil”). L’anarca di Juenger non è più parte di un tempo collettivo (il tempo del noi –Wirzeit); egli vive un “tempo dell’Io” (Ichzeit). Tale anarca non è un anarchico: orgogliosamente individualista –per il gran lavoro di perfezionamento compiuto in Sé- si è costruita una precisa gerarchia interiore. Vede, perciò, nelle politiche comuni, solo tirannie plebee da cui rifugge. Esattamente come l’Uebermensch. Si è data una disciplina, un ordine, un tempo giusto che l’uomo di tutti i giorni non può concepire nel suo valore numerico assoluto.

Quest’interiorizzazione conduce l’Uebermensch, cioe il “Mann”, al di la del Nord, dei ghiacci, della morte, per ripetere il Nietzsche, e quindi “Jenseits von Gut und Boese”.

L’anarca juengeriano ama la libertà propria e l’altrui, poiché con dura lotta ha sacrificato la sua natura materiale onde spiritualizzarla. In definitiva, l’Uebermensch è un modello perfetto di radicalismo aristocratico, cosi come assolutamente elitaria era l’iniziazione dionisiaca. L’aristocratico radicale Uebermensch vive nel deserto, dove sempre dimorarono i forti, dice Nietzsche (cioé è un solitario, lontano dal chiocciare delle masse, abituate a beccare nel limo), ed è sempre Nietzsche che ci fa sapere che per lo Uebermensch è preferibile “un’inimicizia di legno intero all’amicizia di legno incollato”. In definitiva, possiamo senz’altro sostenere di quanta assurda inversione di significati sia stata fatta oggetto la teoria superomistica (dell’ “oltreuomo”) del Nietzsche. Responsabilità –invero- non solo propriamente tedesche, essendo numerosissimi in Europa i sostenitori –tra gli inizi del ‘900 e la metà degli anni ’40 di un razzismo zoologico pretesemente derivato dalla filosofia di Nietzsche. Invero, gravissimo torto è stato fatto all’anima germanica che tanti geni ha partorito per la grandezza della Germania e dell’Europa, avere malversato l’opera del filosofo riducendola a riferimento per la creazione di un sistema (sia pure qualificato “nazionale”) di promiscuità collettivistico-biologica, di una Volksgenossenschaft che con l’aristocratico spirito del Nietzsche nulla affatto aveva da spartire. Quanto Nietzsche ha d’autenticamente aristocratico, il “Liebe der Ferne”, tanto poco (e nulla) del Nietzsche vi è nel razzismo superomistico d’infausta memoria (che ha riguardato e riguarda,  anche e di più, paesi come gli USA, l’Inghilterra, il Sudafrica e Israele). Come Dioniso è libertà ed intelligenza solare, arcana, da compiere in Sé, così l’Uebermensch quando si realizza. Nietzsche lo aveva intuito perfettamente, ma egli non è riuscito a concretizzare questa realtà. Infatti, proprio la sua personale impossibilità ad invenire le tecniche realizzative dello Uebermensch, pur avendone descritto precisamente il modello, lo condusse alla follia. Ma rimane del tutto valido il suo assunto, nei significati sin qui descritti. La sua Weltanschauung è del tutto in linea con il nuovo “signore della società”; come la società borghese-convenzionale va in pezzi per l’affermarsi dello Uebermensch e della sua “Wille zur Macht” (che –ripetiamo- è innanzi tutto un dominio interiore, una signoria profondamente aristocratica della propria natura umana mutata –per dir cosi- da piombo in oro), del pari la nuova società dei signori della terra sorge per azione di coloro che hanno bruciato l’immondizia delle conventicole, delle eguaglianze innaturali, dei pietismi chiericuti che la natura non ha come propri.

L’iniziatura dionisiaca conferisce a colui che la consegue la superiorità di uno spirito che è sovrano sul gregge delle anime affogate nella materia. L’uomo superiore (a nostro avviso è questa la traduzione corretta di Uebermensch) è il modello semidivino, eroico, a cui i migliori – per naturale evoluzione- nelle società sono chiamati ad ispirarsi. Fuori da qualunque neo-equivoco del tipo precedentemente ricordato. Lo Uebermensch è una realizzazione assolutamente spirituale; nella società è apportatore di equilibrio quando vi apparisse, paragonabile a nostro avviso –secondo l’assunto del Nietzsche- agli avatar della tradizione indoeuropea, indoaria, che periodicamente tornano sulla scena del mondo per apportare la face di luce alle tenebre delle coscienze addormentate.

Claudio Pirillo

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 9 settembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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