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Ma veniamo veramente dall’Africa?, terza parte – Fabio Calabrese

Ma veniamo veramente dall’Africa?, terza parte – Fabio Calabrese

A questo punto, che la nostra specie, homo sapiens, non sia nata in Africa mi pare del tutto evidente, tuttavia sappiamo fin troppo bene che la realtà dei fatti importa ben poco a un sistema mediatico ed educativo strettamente legato al sistema di potere, e che si preoccupa in primo luogo di diffondere le falsità che fanno comodo all’ortodossia sedicente democratica, cioè al potere stesso. Ne abbiamo un esempio estremamente chiaro con la questione delle origini della civiltà. Ci sono prove quante se ne vuole che la civiltà ha avuto origine in Europa e non in Medio Oriente: dai grandi complessi megalitici (Stonehenge in Inghilterra, Newgrange in Irlanda, Carnac in Bretagna, Externsteine e Gosek in Germania, i complessi nuragici in Sardegna, i templi dell’isola di Malta) di almeno un millennio più antichi delle piramidi egizie e delle ziggurat babilonesi (ma Gosek in Germania sembra essere molto più antico) alla scoperta dei metalli (il più antico attrezzo metallico conosciuto è l’ascia di rame dell’uomo del Similaun), a quella della scrittura (i pittogrammi delle cosiddette tavolette di Tartaria appartenenti alla cultura Vinca dell’area danubiana sono di un buon millennio più antichi dei più antichi pittogrammi sumerici) all’allevamento di animali (la tolleranza al lattosio in età adulta, conseguenza dell’antichità dell’adattamento al consumo di latte vaccino, è massima nell’Europa centro-settentrionale, e decresce man mano che ci si sposta verso l’est e il sud).

Tutte cose ben note da lungo tempo, ma ciò non impedisce che si continui ad ammannire la favola della Mezzaluna Fertile nei libri e nei programmi divulgativi, ma anche in tutti i testi dalle elementari all’università. Vogliamo scherzare?  Far trapelare qualcosa che possa ridare agli Europei l’orgoglio delle loro origini quando si vuole che si rassegnino passivamente alla sostituzione etnica!

Come la favola dell’origine mediorientale della civiltà, è probabile che anche quella dell’Out of Africa rimanga ugualmente in circolazione nonostante le evidenze contrarie, ma noi sappiamo che appunto si tratta di favole e di null’altro.

L’arte della menzogna efficace richiede una tecnica complessa: da un lato essa deve appoggiarsi a qualcosa di vero o almeno credibile, dall’altro gli aspetti più palesemente falsi, che possono essere facilmente contraddetti, devono essere oggetto di allusioni, sottintesi, dati per scontati, senza essere mai affermati esplicitamente. Il gioco delle tre carte out of africano funziona proprio in questo modo. Da un lato esso si appoggia alla “teoria” certamente più credibile dell’Out of Africa I, considerando che il grosso pubblico non baderà troppo alla distinzione fra le due teorie omonime che, come abbiamo visto, hanno nella realtà dei fatti un significato molto differente, dall’altro lascia a intendere, senza mai affermarlo esplicitamente, che “veniamo dai neri” e perciò le razze umane non esistono. Quest’ultimo aspetto dell’Out of Africa è quello che conta davvero, perché senza di esso non si capirebbe la rilevanza ideologica di questa presunta teoria sulle nostre origini, ebbene esso non è mai affermato esplicitamente da nessun ricercatore perché potrebbe essere facilmente smentito, ricorre tuttavia spesso nei media divulgativi, benché sia una smaccata falsità: l’uomo di Cro Magnon, l’uomo del Paleolitico superiore la cui eredità vive in tutti noi, l’autore della colonizzazione di tutto il Vecchio Mondo, l’artista delle splendide pitture parietali di Altamira e Lascaux, era innegabilmente vicino al ceppo caucasico e non presentava caratteristiche né subsahariane né mongoliche di sorta, le une e le altre appaiono relativamente tardi nella documentazione fossile e, come abbiamo visto, sono il risultato vuoi dell’ibridazione con ceppi collaterali della nostra storia biologica, l’uomo di Denisova e il vecchio erectus africano, vuoi dell’adattamento a condizioni ambientali particolari.

In sostanza viene introdotta la premessa implicita e assolutamente fallace che “africano” in senso geografico debba essere la stessa cosa che “nero” in senso antropologico. E’ una vera presa per i fondelli, e si potrebbe citare un lungo esempio di personaggi nati su suolo africano che di nero non avevano nulla: Mosè, Cleopatra, Giuseppe Ungaretti, John R. R. Tolkien, Christian Barnard per citarne alcuni.

E non manchiamo di notare lo slittamento di significato da lessico orwelliano che hanno avuto i termini “razzismo” e “antirazzismo”, secondo i canoni della neolingua immaginata da George Orwell in 1984, creata apposta per impedire alla gente di pensare: “razzismo” non significa più l’affermazione della superiorità di una razza sulle altre, ma il fatto di accorgersi che le razze umane esistono. Ti accorgi, vedi o almeno non fai finta di non vedere che i clandestini che ONG, scafisti e organizzazioni malavitose riversano in abbondanza sulle nostre coste sono di pelle più scura della tua, e allora sei un complice dei campi di sterminio.

Come abbiamo visto, il gioco delle tre carte out of africano si basa sull’omonimia delle due teorie Out of Africa I e II; la prima postula l’uscita dall’Africa di un homo erectus attorno al mezzo milione di anni fa, la seconda di un homo sapiens nostro presunto antenato diretto qualche centinaio o qualche decina di migliaia di anni fa, da un massimo di 200.000 a un minimo di 50.000 anni or sono. Non è la stessa cosa, soprattutto in ordine alla differenziazione dell’umanità in razze.

Bene, qui arriva il colpo di scena, perché anche l’Out of Africa I non è per nulla così plausibile come si riteneva un tempo. Il suo assunto di base è molto semplice, assume la forma del sillogismo lineare: homo deriva dagli ominidi, gli ominidi sono africani, dunque il genere homo (distinto nella specie erectus e in quella sapiens cui apparteniamo, più altre forme di tassonomia incerta come heidelbergensis) deve essersi formato in Africa.

Per essere chiari, gli ominidi sarebbero stati creature intermedie fra la scimmia antropomorfa e l’uomo. Rispetto alle antropomorfe sarebbero stati caratterizzati da un adattamento alla vita terricola invece che sugli alberi, dalla stazione eretta che lasciava le mani libere per manipolare l’ambiente, dalla mancanza del grande canino tipico dei maschi delle scimmie antropomorfe e da un’arcata dentaria tondeggiante di un modello che anticipa quello umano, invece che “a scatola”. La differenza nella dentatura indicherebbe, più che una diversità nella dieta, un diverso modello di organizzazione sociale, dominanza sessuale nei maschi, e la sua assenza negli ominidi testimonierebbe un’organizzazione sociale a nuclei familiari invece che ad harem.

Bene, come ci hanno insegnato quando eravamo studenti, la validità di un sillogismo dipende dalla validità delle premesse, e sembra che sull’africanità degli ominidi oggi si possano avanzare seri dubbi.

Agli inizi del 2017, una scoperta ha fatto discutere molto, quella dei resti di un ominide risalente alla bellezza di 7,2 milioni di anni fa, non in Africa, ma nella Penisola balcanica e precisamente in Grecia, a cui è stato dato il nome di Graecopithecus Freybergi o, più confidenzialmente, “El Greco”. E’ chiaro che nel momento in cui si cominciano a trovare resti ominidi fuori dall’Africa tutto l’impianto della “teoria” Out-of-africana – la cui reale importanza non è scientifica ma ideologica – rischia di crollare miseramente. Questo spiega probabilmente perché questa scoperta a suscitato reazioni isteriche in taluni ambienti, reazioni isteriche di cui è un buon esempio l’articolo a firma di tale “Kirk” (mai che questa gente si firmi coi loro veri nomi) apparso su Ethnopedia. Nemmeno che accanto alle ossa di “El Greco” fosse stata rinvenuta una tessera fossile del PNF o del NSDAP!

Diciamo pure che tanto accanimento è fatica sprecata, perché “El Greco” non è il primo ominide i cui resti sono stati scoperti fuori dall’Africa.

Sono da tempo noti i resti di un ominide indiano, inizialmente classificati come due specie distinte, Sivapithecus e Ramapithecus (dal nome di due divinità del pantheon induista) e poi riconosciuti come appartenenti ad un’unica specie, ma resti ominidi sono noti da tempo anche in Europa. In Italia, nell’area centrale della nostra Penisola sono emersi più volte i resti di una creatura nota come Orepiteco, Oreopithecus Bambolensis, il cui primo esemplare ritrovato fu estratto da una cava di lignite a Monte Bamboli in Toscana. Questa creatura è stata classificata come scimmia antropomorfa, ma presenta proprio quelle stessa caratteristiche che hanno permesso di identificare in Lucy e negli altri ominidi africani dei precursori dell’umanità: stazione eretta, canini piccoli, arcata dentaria tondeggiante.

Ma non basta: recentemente un articolo pubblicato sul sito del Centro Studi La Runa ha rievocato una vicenda davvero incredibile: il ritrovamento a Savona durante dei lavori di sbancamento, dei resti di una creatura umana o ominide in uno strato di arenaria risalente a due milioni di anni fa, i cui resti sono andati “stranamente” dispersi prima che si compisse alcun serio studio su di essi.

Nel 1983 era stata data la notizia del ritrovamento in Sicilia di resti di australopiteco, poi stranamente anche di questo fossile non si è più parlato, è letteralmente scomparso. E’ vero che la Sicilia è la più meridionale e la più vicina all’Africa delle regioni italiane, ma siamo un bel po’ lontani dalla zona subsahariana e dalla Rift Valley dove sarebbero vissuti Lucy e gli ominidi suoi congeneri. Per la cronaca, un ampio servizio sull’Australopiteco Siculo fu pubblicato da “L’Espresso” che, come tutti sanno, è un periodico di estrema, estremissima destra.

Il 2017 è stato letteralmente l’anno delle sorprese: come se non fossero bastati la scoperta di El Greco, le ricerche dei biologi dell’Università di Buffalo sulla proteina MUC7 e la scoperta di Margherita Mussi sui due acheuleani, c’è da segnalare il rinvenimento nell’isola di Creta di una serie di impronte fossili di aspetto umano, risalenti a 5,7 milioni di anni fa.

A questo riguardo occorre precisare una cosa. Maurizio Blondet ne ha parlato in un articolo sul suo sito “Blondet & Friends” come di impronte “umane” tout court, vedendovi come una specie di grimaldello per far saltare tutta l’interpretazione delle nostre origini basata sulla teoria evoluzionista. Io ho ripreso l’argomento in un articolo su “Ereticamente” esprimendo l’opinione che si tratti probabilmente di impronte ominidi, e sono stato vivacemente criticato da alcuni lettori cui è parso che volessi sminuire l’importanza di questa scoperta. Non si tratta di sminuire, ma di coglierne il giusto significato.

Il grande cambiamento nella locomozione, nella struttura del piede e quindi nel tipo di impronte lasciate, infatti, non avviene fra ominide e uomo, ma fra scimmia antropomorfa e ominide. Le scimmie antropomorfe, come gli attuali gorilla, scimpanzé, oranghi e i loro parenti estinti, lasciano impronte facilmente distinguibili da quelle umane perché sono quadrumani che conservano la prensilità dei piedi, e nelle impronte questo si riscontra facilmente perché l’alluce sporge lateralmente rispetto alle altre dita. Uomini e ominidi lasciano impronte nelle quali l’alluce è parallelo alle altre dita. L’età dei reperti cretesi ci dice “ominide”, è inverosimile che si possa parlare di homo prima dei due milioni di anni or sono.

Il punto, il vero punto della questione, è che molti sono convinti che l’evoluzionismo darwiniano sia “una cosa di sinistra” per confusione tra evoluzionismo biologico e progressismo e perché l’evoluzione contraddice il racconto biblico, e sono sempre alla ricerca di un modo per confutarlo. Me ne sono occupato varie volte su “Ereticamente”: quel che possiamo realmente apprendere da Darwin è il valore della selezione, della lotta per l’esistenza, la scelta a favore della preservazione del nostro genoma, della nostra identità biologica, quindi l’esatto contrario di tutte le utopie cristiane, marxiste, democratiche, cosmopolite, egualitarie.

Non si rende un buon servizio a una scoperta come quella delle impronte cretesi trasformandola nell’ennesimo OOPART creazionista. (Gli OOPART, lo ricordo, sono quegli oggetti anacronistici che non troverebbero spiegazione, tipo un rolex al polso di un guerriero carolingio, che poi regolarmente si rivelano delle bufale). Prendiamo atto invece che queste impronte, verosimilmente lasciate da El Greco o da un suo parente stretto, assieme a tutti gli altri ritrovamenti sopra menzionati, rendono sempre più certa la presenza di ominidi fuori dall’Africa e indeboliscono anche l’Out of Africa I dopo che l’Out of Africa II è stata confutata dai fatti, svelando la sua natura di costrutto ideologico e non di teoria scientifica.

Nella stessa direzione va una scoperta di cui abbiamo recentemente avuto notizia dalla Germania, anche se è riportata da un quotidiano inglese, “The Independent” del 21 ottobre 2017, il ritrovamento vicino a Francoforte di alcuni denti fossili ominidi, risalenti a poco meno di nove milioni di anni fa.

Infine, come se tutto ciò ancora non bastasse, sul sito “Il Timone” recentemente è apparsa una notizia davvero sorprendente: un team anatomisti fra cui lo studioso di fama mondiale lord Solly Zuckerman, ha riesaminato le ossa della famosa Lucy, ed è giunto alla conclusione (che costituisce anche il titolo dell’articolo), che: L’australopiteco Lucy era una scimmia e non c’entra nulla con l’uomo.

Sale sulla ferita, coltello rivoltato nella piaga, che si fa sempre più purulenta, dei sostenitori dell’Out of Africa.

Io penso che sia stato soprattutto l’ambiente europeo a plasmarci per quello che siamo, altro che “madre Africa”, in ogni caso la nostra madre è l’Europa. La mia personale idea è che un ruolo di fondamentale importanza l’abbiano giocato le variazioni stagionali che caratterizzano il nostro continente. Il fatto di passare regolarmente da periodi di clima confortevole e abbondanza di risorse a quelli invernali caratterizzati invece da penuria alimentare e dalla necessità di ripararsi dalle intemperie, ha favorito lo sviluppo della preveggenza, della capacità di pianificare la propria vita su tempi lunghi.

Quando si poteva parlare liberamente di queste cose prima che l’ortodossia democratica mettesse al bando la possibilità stessa di sollevare simili questioni (che poi non solo questioni ma dati di fatto), era osservazione comune di chiunque avesse avuto modo di osservare da vicino le differenze di comportamento legate alla razza, che il bianco vive pensando ai prossimi decenni, mentre il nero vive pensando alle prossime ore.

Non è probabilmente un caso che il più antico segno di misurazione del tempo giunto fino a noi lo ritroviamo sul suolo europeo, precisamente in Scozia a Warren Fields, dove sono state trovate le tracce di un calendario lunare di età mesolitica (si veda Le altre Stonehenge, seconda parte), più antico di ben cinquemila anni dei più antichi analoghi calendari mediorientali. Età mesolitica significa un’epoca già agricola, e per un agricoltore conoscere il ritmo delle stagioni è fondamentale, ma prima che per lui lo era anche per un cacciatore che vivesse là dove la disponibilità di selvaggina era soggetta a forti fluttuazioni legate alle variazioni stagionali a differenza di quel che avveniva e avviene in Africa.

Un’altra profonda differenza le cui origini vanno con ogni probabilità ricercate nella diversità dell’ambiente europeo rispetto a quello africano, è l’atteggiamento nei confronti della prole. Le statistiche che abbiamo soprattutto provenienti dagli Stati Uniti (e ricordiamo che gli afroamericani non sono neri puri) sono impressionanti. I tassi di separazioni, abbandoni del tetto coniugale e via dicendo, sono altissimi, si può dire che il maschio di colore tende a non occuparsi per nulla dei figli, ricalcando in pieno, nonostante le differenze ambientali fra USA e Africa al disotto del Sahara, lo stesso atteggiamento dei propri antenati africani che lasciavano esclusivamente alle donne la cura della prole. Per quanto riguarda l’Africa, è interessante rilevare il fatto che le agenzie di microcredito che cercano di promuovere iniziative che la sollevino dalla povertà endemica, fanno i loro prestiti esclusivamente a donne, ben sapendo che gli uomini non farebbero altro che sperperarli.

L’atteggiamento del maschio di colore, al riguardo, ricalca puntualmente quello degli antropoidi che affidano le loro possibilità di trasmettere i loro geni a una discendenza, non alla cura dei propri figli, ma cercando di ingravidare più femmine possibile.

Preveggenza, responsabilità, preoccupazione per il futuro, cura ed educazione dei propri figli. Questi sono frutti germogliati sul suolo europeo, sono le basi che hanno permesso all’Europa di essere la madre della civiltà umana (qui il discorso si collega a un’altra tematica che ho ampiamente trattato, la nascita della civiltà non in Medio Oriente come mente la maggior parte dei testi “di storia”, ma sul suolo europeo).

Noi siamo figli dell’Europa in ogni senso, su questo non si possono nutrire dubbi, e credo che la migliore affermazione di ciò ce l’abbia data non uno scienziato ma un combattente, un uomo che si è volontariamente immolato per denunciare con la sua morte lo spaventoso delitto che il potere mondialista sta commettendo contro i popoli europei, provocando la loro estinzione attraverso il declino demografico imposto, l’immigrazione allogena e il meticciato, Dominique Venner, questo samurai della causa europea, le cui parole meritano una particolare reverenza, proprio perché suggellate con il sangue e il supremo sacrificio:

Io sono figlio della terra degli alberi e delle foreste, delle querce e dei cinghiali, delle vigne e dei tetti spioventi, delle epopee e delle fiabe, del Solstizio d’inverno e di San Giovanni d’estate…Il santuario in cui vado a raccogliermi è la foresta profonda e misteriosa delle mie origini. Il mio libro sacro è l’Iliade così come l’Odissea, poemi fondatori e rivelatori dell’anima europea.

Questi poemi attingono alle stesse fonti delle leggende celtiche e germaniche, di cui manifestano in modo superiore la spiritualità implicita. Del resto non tiro affatto una riga sui secoli cristiani. La cattedrale di Chartres fa parte del mio universo allo stesso titolo di Stonehenge o del Partenone. Questa è l’eredità che occorre assumere. La storia degli Europei non è semplice. Essa è scandita di rotture al di là delle quali ci è dato di ritrovare la nostra memoria le la continuità della nostra Tradizione primordiale”.

NOTA: Nell’illustrazione a sinistra la più recente ricostruzione di un uomo di Neanderthal, antenato delle popolazioni europidi, al centro quella di un uomo di Denisova, antenato di quelle mongoliche, a destra di un homo erectus che avrebbe popolato l’Africa subsahariana fino a poche decine di migliaia di anni fa e che, combinando le ricerche genetiche dei ricercatori dell’Università di Buffalo con quelle archeologiche di Margherita Mussi, sarebbe l’antenato delle popolazioni nere. Nel loro insieme, una chiara smentita dell’Out of Africa e della presunzione dell’inesistenza delle razze umane.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 13 Agosto 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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