Ma veniamo veramente dall’Africa? seconda parte – Fabio Calabrese

Ma veniamo veramente dall’Africa? seconda parte – Fabio Calabrese

Ora, caso strano, la genetica, piuttosto che un’uniformità pressoché totale della nostra specie, sembra rivelare un grado di differenziazione che corrisponde proprio alle differenze fenotipiche che si riscontrano tra un essere umano e l’altro, tra una popolazione e l’altra, che palesemente non sono se non in piccola parte il risultato di fattori ambientali, e se risaliamo indietro nel tempo alle decine di migliaia o alle centinaia di migliaia di anni fa, scopriamo che non tutti hanno gli stessi antenati.

A questo riguardo sono rilevanti i contributi della paleogenetica, lo studio dei DNA antichi, una scienza che ha avuto il suo padre fondatore nel biologo svedese Svante Paabo, e insignito nel 1992 del premio Leibniz della Deutsche Forschung Gemeinschaft (la massima onorificenza scientifica tedesca), Ciò che è emerso in questi anni grazie a questa disciplina è davvero notevole. Per prima cosa, si è scoperto che devono essere avvenuti nel corso del tempo diversi incroci, incroci fertili fra le diverse sottospecie umane. Noi europei e gli asiatici, ma non i neri africani, condividiamo fino al 4% di geni dell’uomo di neanderthal nel nostro patrimonio genetico.

Noi dobbiamo essere consapevoli del fatto che questo antico uomo la cui eredità continua a vivere in noi, l’abbiamo gravemente sottovalutato, e alcune scoperte recenti lo pongono in una luce molto diversa da come eravamo abituati a considerarlo. C’è fra le scoperte più recenti a tale proposito, quella che può essere considerata la più antica struttura architettonica conosciuta al mondo: il doppio cerchio di stalagmiti che gli uomini di Neanderthal avrebbero realizzato nella grotta francese di Bruniquel: un lavoro che ha richiesto coordinazione e certamente una notevole abilità, lavorando a centinaia di metri sotto terra, e le cui finalità non sembrano essere state di natura pratica, ma di culto. Questi nostri predecessori avevano probabilmente un mondo interiore e spirituale non meno ricco del nostro.

Come se ciò non bastasse, questi uomini avevano una buona conoscenza del mondo che li circondava, al punto che la si potrebbe definire scientifica, con conoscenze che i loro discendenti hanno riscoperto solo molte decine di millenni più tardi, ad esempio una buona conoscenza delle piante officinali e della farmacopea. E’ quanto è emerso da una ricerca condotta in tempi recenti dall’Australian Centre for Ancient DNA (ACAD) dell’università di Adelaide in collaborazione con l’università inglese di Liverpool. In particolare, studiando i resti di un uomo di Neanderthal ritrovati a El Sidron in Spagna, si è visto che la sua placca dentaria conservava tracce dell’uso di corteccia di salice (che contiene l’acido salicidico, il principio attivo dell’aspirina) e di muffa del genere penicillum (da cui si ricava la penicillina). L’uomo soffriva di un ascesso dentario e di un parassita intestinale, però gli antidolorifici e gli antibiotici, cioè le armi di punta della farmacopea odierna, erano già noti alla comunità di cui faceva parte.

Viene da pensare che questo nostro antenato, e certamente lo era, prima di passare il testimone all’uomo di Cro Magnon, avesse già imboccato la via destinata a giungere alla fine alla civiltà, ed è fortissima la tentazione di correlare il fatto che i neri subsahariani non abbiamo mai fatto alcun passo verso di essa, con la mancanza in questi ultimi della sua impronta genetica.

I resti di un’altra sottospecie umana diversa sia dall’uomo di Neanderthal sia da quello di Cro Magnon sono stati poi ritrovati nella grotta di Denisova nell’Altai. Sebbene i resti per ora conosciuti dell’uomo di Denisova siano molto scarsi, sembra aver lasciato una traccia genetica notevole nelle popolazioni umane attuali: fino al 6% del patrimonio genetico di asiatici e australoidi, ma in alcune popolazioni, come i Melanesiani che presentano una spiccata diversità genetica rispetto ad altri tipi umani, questa proporzione, sembrerebbero indicare alcune ricerche successive, potrebbe essere molto più alta (6).

Ancora non basta, perché i ricercatori dell’IBE, l’Istituto di Biologia Evolutiva di Barcellona, studiando il patrimonio genetico dei nativi delle isole Adamane, avrebbero trovato l’impronta genetica di un quarto uomo, né Cro Magnon, né neanderthaliano né denisoviano di cui non ci sono per ora evidenze fossili (è la prima delle due “specie fantasma” di cui ci dobbiamo occupare, l’altra, come vedremo, è quella africana. Ma procediamo con ordine, questo lo vedremo più avanti). In Italia e in lingua italiana, la notizia è stata riportata da un articolo apparso sul sito ecologista “Greenreport” (www.greenreport.it), Scoperto un nuovo misterioso antenato degli esseri umani moderni, di data 26 luglio 2016.

Tutto ciò ha spinto alcuni esaltatori (ed esaltati) del suprematismo africano – tutti rigorosamente di sinistra – a dichiarazioni dal forte sapore razzista, e se ne trovano con facilità scartabellando in internet, a inneggiare al “puro sapiens” africano in confronto a noi, poveri ibridi di Neanderthal e di Denisova. Questo ci porta a contatto con una realtà di cui ci si ostina a negare l’esistenza, sebbene se ne assista spesso a dimostrazioni plateali, il razzismo di sinistra, razzismo plateale e delirante quanto altri mai, espressione di un autentico masochismo etnico che va a colpire i propri connazionali. Si tratta di individui che manifestano un fondamentale disprezzo per i propri connazionali e in generale per chi ha la ventura di essere nato da genitori della stessa etnia e di continuare a vivere negli stessi luoghi in cui i suoi genitori sono nati. Veramente, quando costoro accusano di razzismo i difensori dell’identità etnica, ricordano in maniera impressionante la storiella del bue che dà del cornuto all’asino.

Sono ovviamente le stesse persone che cercano di venderci i cosiddetti migranti come risorse – il che è come esporre l’immondizia nelle vetrine dei gioiellieri – e naturalmente non tengono conto del fatto che questi “puri” africani hanno un quoziente intellettivo medio di trenta punti inferiore a quello di europei e asiatici, il che li pone al limite del ritardo mentale, che hanno una propensione ai reati violenti cinque volte superiore, e dieci volte superiore agli stupri.

Tutto questo ovviamente non sarebbe ancora nulla se non vedessimo continuamente il razzismo di sinistra (e della Chiesa cattolica) tradursi nella pratica, una pratica vergognosa di discriminazione nei confronti dei nostri connazionali che si vedono continuamente anteposti i nuovi arrivati nell’accesso alle case popolari, agli asili nido, alle scuole materne, alle facoltà universitarie, ai posti di lavoro, e via dicendo, sembra quasi che alla nostra gente di stirpe caucasica sia consentito di esistere ancora al solo scopo di mantenere questi individui perlopiù nullafacenti o intenti a riprodursi come roditori.

Di nuovo, la ricerca scientifica ha smentito in modo clamoroso questi esaltatori dell’africanità. Il 2 agosto 2012 “Le scienze” ha pubblicato un articolo a firma di Gary Stix, In Africa i primi umani moderni si incrociarono con altre specie (8) che è un’intervista con Sarah Tishkoff, una ricercatrice che l’articolista definisce “una star della genetica delle popolazioni”. La Tishkoff riferisce i risultati di uno studio genetico condotto su tre popolazioni di cacciatori-raccoglitori africani, e i risultati sono sorprendenti: per prima cosa, nel genoma di queste popolazioni non è stata trovata nessuna traccia di DNA risalente all’uomo di Neanderthal o a quello di Denisova, in compenso però:

“Abbiamo visto molti dati che testimoniano incroci con un ominide che si è separato da un antenato comune circa 1,2 milioni di anni fa”.

Di questo ominide che si sarebbe re-incrociato con le popolazioni africane, per ora abbiamo le tracce nel genoma dei suoi discendenti odierni, ma non evidenze fossili.

E’ ovvio che l’assenza della traccia genetica di questo ominide nel DNA delle popolazioni europee e asiatiche rende ancora meno credibile la loro presunta origine africana.

Tuttavia, come se ciò non bastasse, la constatazione che il “puro” nero africano ben lungo dal rappresentare il modello archetipo della nostra specie, è non meno ibrido di quanto lo siamo noi, nel 2017 è stata ampliata da una nuova scoperta che riguarda non i fossili, di cui per ora non abbiamo evidenze, ma la genetica (sebbene questo registro del nostro passato che portiamo in noi stessi sia ancor più conclusivo e probante), o meglio ancora in questo caso lo studio delle proteine, che sono l’espressione diretta della base genetica (una proteina è composta di aminoacidi, e ogni aminoacido è codificato in maniera univoca da una tripletta di basi accoppiate del DNA).

In questo caso si tratta di una ricerca dell’Università di Buffalo che è stata pubblicata su “Molecular Biology and Evolution” in data 21 luglio, gli autori sono il biologo Omer Gokcumen dell’Università di Buffalo e Stefan Ruhl, docente di biologia orale alla Scuola di Medicina Dentale. La ricerca e il suo interessante esito sono stati ripresi e commentati su diversi siti on line, in particolare phys.org.news del 21 luglio 2017 con il titolo In saliva, clues to a ‘ghost’ species of ancient human e da “Paleoanthropology” del 22 luglio in un articolo intitolato Gene Study Suggests Homo sapiens Migrated into Africa, Not Out of the Continent – Interbreeding with Local Hominins 150,000 Years Ago, a firma di Bruce R. Fenton. Una versione alquanto sintetica dello stesso articolo, limando i punti più “scottanti” è apparsa in lingua italiana su “Le scienze” del 24 luglio.

A prima vista, l’articolo sembrerebbe semplicemente una conferma di quel che la ricerca di Sarah Tishkoff aveva già evidenziato, ma in effetti ci dice molto di più.

I due biologi hanno studiato una proteina, una mucina, la MUC7, presente nella saliva umana, sono risaliti ai geni che la codificano, e hanno scoperto che essa si presenta nei neri subsahariani e i geni che la codificano si presentano in una forma diversa rispetto agli altri gruppi umani, viventi ed estinti, caucasici, asiatici, ma anche gli uomini di Neanderthal e di Denisova. Per questi ultimi, ovviamente, non si è potuta esaminare la saliva, ma solo le sequenze di DNA ricavate dalle ossa.

La conclusione a cui i due ricercatori sono giunti, è che questa proteina deve essere l’eredità di un antenato esclusivamente africano, un homo arcaico o un ominide con cui i sapiens antenati dei neri subsahariani si sarebbero re-incrociati. Fino a questo punto, come si vede la conclusione a cui i due ricercatori sono giunti, è semplicemente una conferma di quanto emerso dalle ricerche di Sarah Tishkoff, ma i nostri ricercatori si spingono alquanto più in là, innanzi tutto, l’assenza assoluta presso qualsiasi altra popolazione al mondo della variante “africana” di questa proteina mette seriamente in dubbio che le popolazioni sapiens sparse per il mondo possano essere derivate da antenati africani, perché in questo caso essa sarebbe dovuta essere presente anche altrove, sia pure in proporzioni minoritarie. E’ di gran lunga più verosimile, sostengono gli autori, che homo sapiens sia nato in Eurasia e da qui abbia colonizzato l’Africa incontrandosi e incrociandosi con questo antico homo od ominide che, con un tocco di poesia, gli autori definiscono “specie fantasma” (“Ghost Species”) per l’assenza di riscontri fossili. (non è verosimilmente la sola “specie fantasma”, la stessa cosa si può dire del “nonno” degli isolani delle Andamane le cui tracce i ricercatori spagnoli dell’IBE di Barcellona avrebbero scoperto nel DNA dei suoi discendenti, ma di cui non abbiamo evidenze fossili).

Omer Gokcumen e Stefan Ruhl hanno il coraggio di affermarlo esplicitamente: homo sapiens è nato in Eurasia, e ha colonizzato l’Africa attorno a 150.000 anni fa (i 70.000 anni che ci concede “la teoria” del Toba sono veramente troppo pochi), con un movimento che è il contrario di quello che viene solitamente descritto.

A questo punto sembra che si sia innescato un effetto domino, perché qualcuno, e probabilmente non vi stupirà sapere che questo qualcuno è un collaboratore del gruppo facebook MANvantara gestito dal nostro ottimo amico Michele Ruzzai, ha rintracciato un articolo già apparso su “Scientific american” in data 8 agosto 2007, e che non mi risulta fosse finora apparso su “Le Scienze” che è la versione italiana di questa pubblicazione, né altrove nella nostra lingua (ma su questo punto mi posso sbagliare). E tuttavia la cosa non è sorprendente, perché il sistema mediatico è “stranamente” riluttante nel far circolare informazioni che contraddicono l’ortodossia sedicente scientifica che ci viene “democraticamente” imposta.

In questo articolo a firma di Nikhil Swaminathan dell’8 agosto 2007: Is the Out of Africa Theory out? (ricordiamo che l’inglese “out” andrebbe in questo caso tradotto come “fuori causa”, “fuori combattimento”), l’autore riferisce di una ricerca condotta da Maria Matinòn-Torres, paleobiologa del Centro Nazionale di Ricerca sull’Evoluzione Umana di Burgos (Spagna), che ha studiato la conformazione di ben 5000 denti di esseri umani moderni e preistorici, concentrandosi in particolare sulla conformazione delle corone dentarie, che non è influenzata dall’ambiente, ma è praticamente il riflesso del genotipo di una persona.

Questo ha permesso di ricostruire una sorta di albero genealogico delle popolazioni attuali, che ne porrebbe l’origine non in Africa ma in Eurasia.

E’ come se con la ricerca dei due biologi dell’Università di Buffalo fosse saltato un tappo. D’improvviso sono comparse altre ricerche e teorie che mettono i sostenitori dell’Out of Africa in una posizione sempre più imbarazzante. E’ saltata fuori un’ipotesi formulata nel 2016 da Úlfur Árnason, neuroscienziato presso l’Università di Lund in Svezia, e questo ricercatore ha fatto un’osservazione sconcertante nella sua semplicità e ovvietà, un bellissimo uovo di Colombo di quelli che spingono a chiedersi come nessuno ci sia mai arrivato prima: delle tre sottospecie umane che hanno preceduto l’umanità moderna: Cro Magnon, Neanderthal e Denisova, in Africa non si trova alcuna traccia né di neanderthaliani né di denisoviani, né allo stato fossile né nel DNA delle popolazioni “nere”. La tripartizione-Cro Magnon-Neanderthal-Denisova deve quindi essere avvenuta in Eurasia, e con questa tripartizione l’origine della nostra specie che Árnason pone attorno ai 500.000 anni or sono.

Ottimo, verrebbe da dire, goal e palla al centro.

Se noi andiamo a scorrere il grande oracolo dei nostri tempi, cioè Wikipedia, scopriamo che a suo dire l’ipotesi dell’Out of Eurasia, dell’origine eurasiatica della nostra specie, un tempo popolare fra i ricercatori, sarebbe stata progressivamente abbandonata dalla maggior parte di essi a favore dell’Out of Africa, in particolare nella versione II che suppone la nostra specie uscita dal grembo africano non prima di 200.000 anni fa (ma in alcuni casi si suppone anche molto più tardi), con l’eccezione dei paleoantropologi cinesi che ne sostengono l’origine asiatica per motivi nazionalistici. Ora, se settant’anni di democrazia postbellica non hanno fatto del tutto abbandonare l’antico costume di attenersi ai fatti, dovrebbe verificarsi il fenomeno contrario e l’ipotesi eurasiatica tornare a prevalere su quella africana, ma non è detto che sia così, perché le motivazioni ideologiche di quest’ultima sono forti a dispetto della realtà delle cose.

Se la partita si giocasse sul terreno dei fatti e delle conoscenze, noi potremmo invece dire che “la teoria” dell’Out of Africa sarebbe giunta al capolinea, e potremmo osservare, non senza una particolare soddisfazione che la pietra tombale su di essa dovrebbe venire proprio dal lavoro di una ricercatrice italiana.

A ottobre 2017, il sito “Classic Cult” (www.classic.cult.it ) ha pubblicato un articolo: Due acheuleani, due specie umane che presenta il lavoro di Margherita Mussi del Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università La Sapienza di Roma, direttrice delle ricerche archeologiche a Melka Kunture in Etiopia, articolo che peraltro sintetizza un testo già apparso sul “Journal of anthropological Sciences” .

L’acheuleano è l’industria litica che si ritiene generalmente associata all’homo erectus, e copre un periodo temporalmente molto ampio che va da 1,8 milioni fino a 100.000 anni fa.

Ebbene, proprio studiando gli strumenti acheuleani etiopi, Margherita Mussi è giunta alla conclusione che esistono due acheuleani diversi, quello africano e quello eurasiatico, ma occorre tenere presente che fino alla comparsa di sapiens l’evoluzione degli strumenti litici è andata di pari passo con quella del cervello, c’è un legame strettissimo tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale. Questo porta a una conclusione ovvia quanto imbarazzante per alcuni: fino al Paleolitico superiore sarebbero esistite due umanità, mentre in Africa l’homo erectus sarebbe rimasto pressoché immutato, in Eurasia si sarebbe evoluto nel più avanzato heidelbergensis da cui sarebbe poi nato sapiens.

Combinando questa ipotesi con quella avanzata dai ricercatori dell’università di Buffalo, tutto diventa più chiaro: la “specie fantasma” da cui i neri subsahariani avrebbero ereditato la loro variante della proteina MUC7, altro non sarebbe stata che il “vecchio” Homo erectus con cui i sapiens giunti in Africa dall’Eurasia si sarebbero incrociati.

NOTA: Nell’illustrazione, tre ricostruzioni di uomini di Cro Magnon, che sono considerati i “tipici” Homo sapiens paleolitici. Si può vedere facilmente se somiglino all’uomo caucasico o al nero subsahariano.

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Categorie: Antropologia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 6 agosto 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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