La ‘FESTA-RIVOLUZIONE’ di Fiume: La vita, l’arte, la politica – Vitaldo Conte

La ‘FESTA-RIVOLUZIONE’ di Fiume: La vita, l’arte, la politica – Vitaldo Conte

«Ci sono certi sguardi di donna che l’uomo amante non scambierebbe con l’intero possesso del corpo di lei»: scrive Gabriele d’Annunzio ne Il piacere, il suo primo romanzo (pubblicato nel 1989), il cui protagonista Andrea Sperelli è l’alter ego dello scrittore. In questo capolavoro, manifesto dell’estetica dannunziana, egli ‘guarda’ l’amore d’eccezione, attraversando le conquiste e le sconfitte: «Tutto il suo essere insorgeva e tendeva con smisurata veemenza verso la stupenda creatura. Egli avrebbe voluta involgerla, attrarla entro di sé, suggerla, beverla, possederla in un qualche modo sovrumano». Gabriele è poeta, ma anche ‘amante guerriero’, in ogni espressione. La Festa-Rivoluzione di Fiume sancisce la grandiosa sintesi di questi aspetti. Conquista, infatti, questa città, sottolinea Giordano Bruno Guerri, «come un condottiero rinascimentale, (…) primo – e ultimo – poeta al comando di uno stato nella storia dell’umanità».

I volontari più arditi e gli irregolari dell’arte, accorsi alla spettacolare ‘Festa della Rivoluzione’ a Fiume, appartengono alla stirpe dei negatori dionisiaci della morale. Vogliono affermare la vita attraverso la bellezza dell’azione e del piacere, la leggerezza della danza e del riso. Questa rivoluzione si svolge a Fiume per oltre 15 mesi (dal 12 settembre 1919 al 24 dicembre 1920). La città alto-adriatica, abitata in maggioranza da italiani, è occupata da d’Annunzio e dai suoi legionari per essere annessa al Regno d’Italia.
L’esperienza, pur vissuta come momento ludico e di festa continua, vuole concepire una diversa realtà esistenziale. Assume il carattere di una ribellione esuberante, che si libera dai cicli del lavoro produttivo e dalle normalizzazioni sociali. Sublima l’iniziativa politica con il gioco che diviene arte, ma soprattutto con il piacere.

I convenuti alla ‘Festa-Rivoluzione’ di Fiume anticipano ciò che, mezzo secolo dopo, avrebbero inseguito i sognatori del ‘68: confrontarsi con il libero amore, l’emancipazione femminile e della diversità, forme economiche non condizionate dal profitto. Questo ‘invito a osare’ ha contagiato successive generazioni di ‘artisti barbari sognanti’: «L’Arte! L’Arte! – Ecco l’Amante fedele, sempre giovine, immortale; ecco la Fonte della gioia pura, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti; ecco il prezioso Alimento che fa l’uomo simile a un dio» (d’Annunzio, Il piacere).

Il carisma di d’Annunzio diventa il collante delle diverse anime presenti. Oltre a quella tradizionalista, c’è quella immaginifica, che vede, in questa occasione, la possibilità di una pratica collettiva di ribellismo e trasgressione, attirando personaggi dalle svariate provenienze di pensiero. L’espressione ‘scalmanata’, insofferente a ogni regola, è costituita da artisti, avventurieri, apolidi: rappresenta, secondo De Felice, l’espressione più originale del fenomeno. Obiettivo di d’Annunzio e di questa area di legionari è quello di creare una sorta di ‘contro-società’, sperimentando idee e valori nuovi. Tra i pellegrini attratti da questo clima ci sono, dall’inizio, i futuristi, che realizzano una specie di osmosi con il dannunzianesimo: «È forse la prima volta nel mondo che l’ala di un lirismo aeroplastico (…) riesce a stabilire l’armonia di un ritmo nuovo di vita. (…) La vecchia antitesi fra vita e sogno, fra realtà e poesia, fra buon senso e immaginazione, è stata finalmente sorpassata» (M. Carli). Un poeta che guida la rivoluzione incarna il sogno futurista della rivoluzione lirica. Gli artisti al potere sono l’espressione naturale della fusione di arte e vita, segnalando l’avvento di una civiltà destinata alla supremazia della poesia e dell’intelligenza, dell’individualismo creativo su ogni livellamento.

La ‘libera Fiume’, che d’Annunzio plasma come sua città ideale, si autofinanzia anche ricorrendo a metodi utilizzati dai corsari. Sono ribattezzati «uscocchi» (nome degli antichi pirati illirici) i legionari che riprendono gli arrembaggi pirateschi per rifornire di viveri l’esercito. I loro incredibili colpi di mano (terrestri e marittimi) sono oggetto di ammirazione per molti libertari. Gli «uscocchi», corsari che rubano per dare da mangiare a chi è affamato, diventano testimonianza dell’economia del dono. Questa non nasce dal bisogno di trovare un utile personale, ma di essere utile per l’altro, da cui si può ottenere in cambio stima e ammirazione. Ma per poter donare bisogna aver conosciuto le passioni: «Non avete predato se non per donare. Io non ho mai predato se non per donare» (d’Annunzio).

La rivoluzione di Fiume, oltre che essere politica, è esistenziale, volendo cambiare la vita stessa: «Ricordavamo di tanto in tanto di essere dei poeti, e riconoscevamo ma senza rimorso di aver sognato» (d’Annunzio). Pulsioni senza limiti, libero fluire delle emozioni, diventano caratteri dominanti di questa esperienza ‘giovane’: «La sorte mi ha fatto principe della giovinezza sulla fine della mia vita», esclama un giorno il Vate.

Il piacere stesso diviene la bussola dei convenuti alla ‘Festa della Rivoluzione’: l’azione è bella di per se stessa, quando è disinteressata e desiderante: «nichilistica aspirazione, in fondo, di finirla in bellezza questa inutile stupida vita, in una specie di orgia eroica» (N. Valeri). La vita-festa, intesa come trasgressione di divieti, ricerca una liberazione totale in favore di una creazione fluttuante: da vivere insieme in strada e in spazi pubblici. Rappresenta il predominio della vita collettiva su quella privata, in cui la carica individuale si espande nell’energia collettiva del vivere. Prostitute, nei numerosi postriboli, e disinibite ragazze attirano i legionari in un delirio senza censure, facendo diventare Fiume una città dell’amore ‘a tutto campo’. Questa situazione ‘costringe’ d’Annunzio a richiamare i legionari a una condotta più controllata. Il piacere diventa però anche ribellione e spettacolo, vissuti con una teatralità coinvolgente. La festa continua è l’antecedente di un’arte intesa come rito e sogno collettivo.

Fiume, sotto il comando del poeta-guerriero, che governa leggendo, dal balcone del Palazzo di Governo, proclami che sono testi letterari, ‘donati’ al suo pubblico, diventa crocevia e laboratorio di sperimentazioni: politiche, sociali, sessuali, creative. Queste incarnano il pensiero politico, artistico, esistenziale del Futurismo e delle sue istanze anarco-libertarie, che vi ‘entrarono’ grazie anche a Guido Keller (1892-1929). Da ricordare i suoi manifesti dell’Associazione Yoga, ideata insieme allo scrittore Giovanni Comisso: una associazione di ‘spiriti liberi’ tendenti alla perfezione. L’individualismo anarchico, in quel momento storico, è molto sentito. Gli anarchici italiani guardano con attenzione a Fiume. In una intervista d’Annunzio dichiara:
«Tutta la mia cultura è anarchica (…) è mia intenzione fare
di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare
un’azione […] verso tutte le nazioni oppresse».

La rivoluzionaria concezione
del sesso, a Fiume, sembra
anch’essa fuoriuscire dai manifesti e dalla produzione letteraria futurista: amore libero;
superamento della famiglia tradizionale, del mito della fedeltà
e verginità femminile; divorzio facile e rapporti amorosi multipli; superamento della gelosia, del possesso della donna e dei sentimenti romantici; il figlio di stato e gli istituti di allevamento della prole. I legionari, pur con la città accerchiata, sono dediti alle feste, al vino, al divertimento senza limiti. Dopo mesi di baldoria un breve assedio fa crollare questa immaginale utopia, con il Natale di sangue del 1920, per mano dell’esercito governativo.

«Guido Keller aveva preparata e animata l’impresa fiumana col suo entusiasmo geniale (…). Spirito sottile, penetrante, arguto e pensoso, aveva delle doti futuriste di demolitore e di sfottitore. Conosceva la frenesia dell’azione e la calma superiore della cerebralità pura». Con queste parole Mario Carli definisce il suggestivo percorso di arte-vita del futurista Guido Keller: poeta, aviatore e combattente audace, circondato da un alone leggendario. Questo ribelle assoluto incarna, insieme, l’esteta e l’eroico uomo d’azione, vivendo l’esistenza come un continuo gioco. È, tra i personaggi dello spettacolo fiumano, quello che, dopo d’Annunzio, maggiormente esprime la vocazione di fare della propria vita un’opera d’arte. Il Vate conta su di lui nell’impresa di Fiume, divenendone riferimento di stravaganze e temerarietà: è l’unico legionario giovane autorizzato a dargli del tu. Keller fonda l’originale compagnia de La Disperata, la guardia scelta del Comandante: i suoi giovani componenti, spregiudicati e aggressivi, combattono come dei poeti guerrieri: «erano tutti bellissimi, fierissimi e li giudicò i migliori soldati di Fiume» (G. Comisso). Il Reparto degli Ignoranti «ha proclamato di credere prima in d’Annunzio, poi in dio, poi nel suo capitano» (M. Carli).

L’irrequietezza di Keller si appaga nel volo aereo, il primo passo verso l’infinito: ‘volando’ oltre i limiti del quotidiano trova il senso della libertà assoluta. Oggi riposa al Vittoriale, per volontà di d’Annunzio (accanto alla sua tomba), che così commemora la sua precoce morte in un assurdo incidente automobilistico: «Ingiustamente disconosciuto da tanti, egli fu tradito dalla sorte vile. Il mio dolore supera il dolore di tutti gli altri. (…) Egli era uno dei pochissimi che hanno saputo amarmi come io voglio essere amato». Entrambi, collegati oltre la vita, sono una presenza palpitante di questa stagione, che continua a ‘emergere’ oggi come una pulsionale fucina di pensiero e immagini di arte vita.

Nell’avventura fiumana d’Annunzio ha trasferito i suoi ideali di vita: ‘il piacere’ diviene la bellezza del vivere e ‘il sogno’ incontra la libertà senza limiti. «Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui. (…) Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza» (d’Annunzio, Il piacere).

NOTA. Il testo è pubblicato sul numero monografico della rivista ‘la Biblioteca di via Senato’ (Milano luglio/agosto 2018) dedicato a Gabriele d’Annunzio per gli ottanta anni dalla morte.

 

Vitaldo Conte

insegnante all’Accademia delle Belle Arti di Roma

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Categorie: Gabriele D'Annunzio

Pubblicato da Ereticamente il 7 agosto 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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