Gladio Ad  Petram – Emanuele Casalena

Gladio Ad  Petram – Emanuele Casalena

Lo scrittore britannico Terence Hanbury White fu l’autore  del romanzo The Sword in the Stone (La Spada nella Roccia) pubblicato nel 1938, primo della tetralogia Re in eterno dedicata al mito di re Artù, dal quale il regista Wolfgang Reitherman diresse l’omonimo film d’animazione, nel ’63, per la Walt Disney. Io e mia moglie eravamo amanti della Toscana, in particolare della “Maremma maiala”, dalle piane di girasoli di Scarlino partivamo contenti,  spingendoci a giro per tutta la Regione sulla nostra mitica 2CV, viaggiatori fuorilegge per numero di passeggeri, eravamo noi più tre figli e un seggiolino. Sfrecciavamo con la nostra Citroёn, di razza contadina, per i boschi chilometrici delle colline metallifere di Massa, per la Val di Cecina, spingendoci sempre oltre per “vedere”. Fu così che un pomeriggio arrivammo a Siena, da lì dritti verso l’eremo di Montesiepi dove sorge l’abbazia di S. Galgano, una  curiosità fiorita nell’ammirare stupiti le sequenze finali del film Nostalghia di Andrej Tarkovskij.

Il cenobio di Montesiepi in un’incisione

Chiesa abbaziale di S. Galgano

Dov’è oggi un luogo sacro ove sia tangibile ai sensi percepire, toccare la trascendenza, capire che c’è un oltre il pizzicare la corda della propria pelle, non c’è, l’architettura religiosa odierna è antropocentrica, narcisista, Dio è una scusa, un ospite ingombrante da relegare in un cantone tra canti, balli, musiche folk. Eppure nel 1 Libro dei Re sta scritto: “in quei giorni, essendo giunto Elia al monte di Dio, I’Oreb, entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse:  “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”.

Mormorio di un vento leggero spirava attraverso lo scheletro della chiesa abbaziale, prato verde dov’era il calpestio sui marmi dei frati cistercensi (venuti nel 1218), s ‘avanza in punta di piedi, a bocca aperta su quel manto erboso, campata dopo campata, osservando il cielo, i cirri di nubi bianche, in silenzio, attraversavano la cornice gigante delle mura senza cappello, erano quadri in continua mutamento, il tempo scorreva mentre noi eravamo coi piedi nell’eterno. Tutto era un invito a salire, dalla vertigine dei muri della navata centrale uscendo dalle ombre delle laterali, agli archi acuti, ai pilastri cruciformi, all’abside imponente forato da monofore oranti sotto il gran rosone, antico simbolo dello scorrere ciclico del tempo, osservato nel centro del timpano da un oculo, l’occhio di Dio che tutto ordina in quel luogo. Gotico cistercense o meglio “stile di transizione dal  Romanico”, depurato d’ogni superfluo ornamento, nudo, asciutto, senza i condimenti dell’Île de France accettandone la verticalità delle membra per accompagnare l’ascensione dei frati, il volo in alto di pensieri e orazioni con le ali del silenzio. Croce latina ribaltata sulla terra, transetto forte, a navate, per reggere le braccia di Cristo, creare altari ove i chiodi trapassano le mani raccogliendo il suo sangue nei sacrifici liturgici.

Pensavamo fosse tutto uscendo dal portale, dopo aver ammirato quel che resta del grande chiostro e del monastero in parte restaurati, ma un guardiano magro quanto un monaco antico, incuriosito dalla piccola nidiata scorrazzante sul prato, ci interrogò sulla nostra ignoranza della sacralità dei luoghi, non sapevamo nulla della spada conficcata nella roccia, era un mito da toccare de visu.

L’aria era magia sulla pelle, avvertii il mistero dell’ombra lunga dei racconti di cavalleria dei quali abbiamo nutrito la nostra fantasia d’ adolescenti ribelli, ma lì c’era dell’altro. Entrammo zitti, zitti nella cappella chiamata la Rotonda, quello che catturò subito la vista, la curiosità stupita di mio figlio Ezra, all’epoca tre anni, era sotto una teca sul pavimento, si scorgeva l’elsa di una spada di ferro con un segmento di lama uscire da una roccia, lui voleva provare a tirarla via ma non poteva, si girò con gli occhi spiritati a guardarmi, sorrideva furbo, chiedeva aiuto, voleva quel “giocattolo”, sperando forse ch’io potessi trasformarmi in mago esaudendo all’istante il suo desiderio birichino. Anch’io restai basito da quella sorpresa, una diavoleria, un trucco, chissà cosa, mi dissi, osservai attentamente per carpire il gioco di prestigio, percepii accanto alla lama come una stuccatura, restai perplesso, il tempo era scaduto dovevamo uscire e riprendere la strada in sella al nostro Ronzinante francese, forse lui ne sapeva più di noi dei miti antichi della Bretagna con quel muso lungo quanto un drago.

Galgano Guidotti (cognome incerto) era nato a Chiusdino (SI) nel 1148 ivi passato agli angeli addì 30 novembre 1181, 33 anni di cammino come Gesù di Nazareth ma non da predicatore della Buona Novella almeno fin oltre i trent’anni, età della sua conversione alla vita nova, anche Cristo, secondo le testimonianze di S. Luca, iniziò, su per giù, la sua epifania in Galilea varcate le trenta primavere.

Discendente da nobile famiglia del senese, legata al Vescovado di Volterra, il nobile rampollo figlio di Guidotto e  di Dionisia, trascorsa la sua fanciullezza, si fè cavaliere come chiedeva il suo rango, a tutela dell’ordine costituito, era un braccio armato a difesa del paese e del distretto di Chiusdino.

Affresco ritraente S. Galgano prima della sua conversione

Il cavalier Galgano godeva di privilegi super partes dovuti alla sua funzione di “carabiniere” del territorio sul quale esercitava il buono e il cattivo tempo come “i bravi” di manzoniana memoria. Si dice fosse uno sciupa femmine, amante di feste e scorribande, uno scapestrato al pari, pensate un po’ del Francesco di Bernardone gran gaudente di Assisi, trasformato dal Signore in Santo.

Il Decameron di Galgano vide spezzarsi il racconto hard alla morte del papà a cominciare da un sogno nel quale l’Arcangelo Michele, patrono del paesello, gli apparve invitandolo a lasciare quell’esistenza dissoluta per volgere il suo ardore alla militanza celeste. Passata la paura, il giovane, seppur turbato, riprese la sua vita quotidiana d’angherie e goduria. Ma una settimana dopo, l’Arcangelo tornò a bussare, sempre in  sogno, a quella capa tosta, nel viaggio onirico l’alato messaggero lo guidò su una radura dove s’ergeva un tempio rotondo nel quale apparivano Maria a tre mani con Bambino circondata dai 12 apostoli che Ambrogio Lorenzetti fisserà in affresco. Questa volta l’arcangelo invitò il giovane ribelle a spogliarsi del suo ruolo, costruire lì quella chiesa come apparsagli nel sogno. Michele questa volta aveva fatto centro, ma il giovanotto aveva contratto pure una promessa nuziale con la nobil Polissena, angelica fanciulla di Civitella in Maremma, destinata a dargli la mano per un matrimonio di beni combinato dalla mamma di Galgano con la famiglia di lei. Così il cavaliere se ne partì da Chiusdino in direzione del castello della ragazza per conoscere la sua promessa sposa, era un bel viaggio, ma il suo cavallo, strada facendo, s’inceppò e non ci fu verso di spronarlo a proseguire il cammino, era il 24 dicembre 1180. Galgano a piedi guadagnò una pieve poco distante, ivi pernottò non senza uno strano turbamento. All’indomani era la solennità del Natale, il giovanotto balzò nuovamente in sella al suo destriero ma questo s’ arrestò di nuovo nel medesimo punto della Vigilia e allora Galgano, smontato di sella, si pose in ginocchio a pregare chiedendo al buon Dio di manifestargli la sua volontà. Il segno non tardò a venire, il cavallo si diresse fino alla verde collina di Montesiepi, lì s’ arrestò mettendosi a pascolare. Giuntovi anche il cavaliere su quel colle, non ci pensò due volte, alzò in alto la sua spada di ferro capovolta conficcandola dritta fino all’elsa in una roccia. Taglio netto di una vita, gesto di grande valore simbolico, l’arma ora era una croce piantata sul Golgota, la milizia secolare si trasformava in milizia celeste, Galgano si arruolava a difesa della fede cristiana nell’esercito del Signore, spogliandosi della sua vita trascorsa per incamminarsi lungo la via stretta che conduce al Cielo. Si fè eremita vivendo sotto una capanna dove era riparata la sua spada infissa nella roccia, come Giovanni Battista si nutriva dei frutti spontanei della terra, rifiutando il pane con sfrizzoli mandatigli dalla mamma, conducendo una vita da anacoreta dedito alla preghiera, allo studio ed alla contemplazione, un precursore di S. Francesco insomma. La sua fama si epanse nel contado, la spada conficcata nella roccia era un mito popolare, molti pellegrini affluirono a Monte Siepi invocando grazie per i loro malanni, alcuni giovani lasciarono tutto per vivere la sua esperienza mistica formando, su quella collina, un cenobio di fatto. Nel 1181 Galgano scese a Roma ottenendo udienza da Papa Alessandro III, anche lui d’ origine senese, che approvò la fondazione della sua comunità monastica, i Pauperes Christi, con la costruzione di un eremo, suggerendogli la fraternità  con le esistenti comunità cenobite dei “guglielmiti” già attive nelle vicinanze di Montesiepi. Ma sorella morte era in agguato, lo colse il 30 novembre dello stesso anno,  il Papa lo aveva preceduto il 30 agosto, spentosi “per vecchiaia”, mentre ad Assisi era sbocciato il futuro S. Francesco.

I funerali del cavaliere furono da copertina, concelebrati dai vescovi di Volterra, Massa e Siena con la presenza dell’Abbate di Fossanova, solo 4 anni dopo Galgano verrà innalzato agli altari come Santo per le virtù dimostrate nel suo ultimo anno di vita accompagnate da prodigi e miracoli certi (se ne contarono 19 mentre era eremita) come la moltiplicazione dei pani, la guarigione di lebbrosi, la liberazione degli ossessi. Chi ne firmò la canonizzazione non è certo, dicitur  Papa Lucio III. Sempre nel 1185 nacque a Chiusdino la più antica Confraternita d’Italia, dedicata al Santo, con liturgia nella ricorrenza della sua scomparsa al 30 di novembre e processione il giovedì santo.

Ci sovviene ora in mente quella specie di stuccatura sulla roccia a sigillare la lama con la pietra, ebbene il buon guardiano ci racconta un fatto risalente al 1181  quando Galgano era partito per Roma ad incontrare il Pontefice. Tre lestofanti, forse monaci invidiosi, approfittando della sua assenza, entrarono nella capanna con l’intento di sfilare la spada dal masso e portarsela via come oggetto di culto o souvenir ribaldo; tira che ti ritira spezzarono la lama nel punto d’attacco con la roccia, spaventati dal gesto inutile compiuto se la diedero a gambe ma il Signore ne punì due con la morte, il terzo si salvò invocando il perdono mentre i lupi l’aggredivano, le ossa dei malcapitati, a memoria, sono esposte nella cappella. Al suo ritorno Galgano trovò l’elsa della spada a terra, la sollevò paziente congiungendola alla lama rimasta nella roccia, miracolo, la spada tornò ad essere integra, intatta, ma i segni del vano tentativo di sfilarla avevano intaccato il bordo dell’asola apertasi nella pietra. Comunque, guardiano permettendo, la realtà della sigillatura è un’altra,  parla di una colata di piombo fuso sulla fessura, voluta da don Ciompi nel 1924 per evitare atti vandalici sul manufatto, il mistero era svelato.

Rotonda di S, Galgano, teca con la spada nella roccia

I cavalieri virtuali di Camelot, affamati di corrispondenze, avvolti nelle nebbie d’un distorto esoterismo, lanciano la fune d’attracco alle sponde di Avalon, s’immergono in leggende della saga d’un mito fantastico: King Arthur and Knights of the Round Table, impossibile, a dire il vero, non pensarci. Abbiamo letto pareri, ipotesi di studiosi, ricostruzioni plausibili di contaminazioni culturali tra la Toscana e la Bretagna,  ma non fatti certi.  Sul tipo del dilemma insoluto l’uovo o la gallina, il “Signore delle guerre” Artù (non ancora re), alto sei metri fu il gigante che sconfisse i Sassoni mantenendo libera la Bretannia seguendo le leggende popolari del V-VI secolo fiorite nel minerario Galles. Ricomparve come monarca della Provvidenza in un’opera immaginifica del 1138 firmata Goffredo di Monmouth dal titolo supponente Historia Regum Britanniae succulenta mangiatoia del Fantasy, priva di storicità documentata, secondo i più recenti studi di ricerca sugli avvenimenti e i personaggi narrati. King Arthur da secoli solletica l’immaginazione ma è metafora dell’orgoglio nazionale  dei sudditi di sua Maestà Britannica, pronto a dare armi e cimiero ad un re mai esistito, per certi spetti simile al mito del mostro di Lochness, abile trucco fotografico. Non expedit indagare su una fiaba popolare, tra mille anni saremo al punto di partenza, mentre il tosco Galgano fu autentico cavaliere in carne ed ossa, con tanto di biografia e, scusate se è poco, processo di beatificazione fondato su carte e testimoni.  Tra il 1175 e il 1190 (anno della sua morte) il francese Chrétien de Troyes, chierico assai dotto, scrisse Le Roman de Perceval ou le conte du Graal romanzo cavalleresco rimasto incompiuto, nel quale è possibile leggere una connessione tra il giovane cavaliere gallese approdato alla corte di re Artù e Galgano Guidotti il cui nome ricorda uno dei chevaliers de la table ronde, Galvano alla ricerca della lancia di Longino e del sangue di Cristo raccolto in una coppa, il Santo Graal. A parte l’assonanza dei nomi e la conversione del selvatico Perceval a cavaliere del Signore non ci sembra di rilevare prove ma solo suggestive supposizioni tra il ciclo bretone e il mito senese, se tutti sono indizi nessuno è un indizio.  Poi la spada nella roccia negli antichi racconti orali bretoni non esisteva, il gladio  di King Arthur era conficcato in un’incudine da fabbro posta sopra una pietra. Una porzione di roccia squadrata risalente, per lavorazione, ad epoca romana effettivamente c’era già nel Basso Medioevo a Londra, era la “London stone”, collocata sul sagrato della cattedrale di St Paul ed aveva un significato altamente simbolico, il sindaco della città la percuoteva con una spada per validare il suo diritto al governo della città, siamo intorno al XII sec. Quel che resta di questa pietra calcarea, dopo l’incendio della città nel 1666, è conservato nel civico Museo della città.

Ma perché la spada nell’incudine passò ad essere confitta nella roccia resta un mistero o un tocco di poesia o un sentito dire del chierico-cavaliere francese Robert de Boron quando ne narra nel suoi poemi Giuseppe d’Arimatea e Merlino (conosciuto per le versioni in prosa) scritti dopo il 1191 cioè dieci anni dopo il tempo in cui Galgano infilzò la roccia con la sua spada, un indizio temporale che sposta Excalibur da Londra alla Rotonda di Monte Silvi, un copia e incolla da voci raccolte, collegato probabilmente ai resoconti dei pellegrini della via Francigena e ai cantastorie erranti del tempo chiamati “trovatori”.

La spada di Galgano fu gesto di eroismo nel cambiare rotta alla propria nave, entrò per questo nella dura pietra, quella magica del duo Merlino-Artù servì invece a combattere, tagliare i nemici Sassoni, per questo il sedicenne giovinetto l’estrasse, guerreggiò e vinse un trono. Significati del tutto opposti, duri da ingoiare per chi non crede.

Ci restò comunque addosso il fascino dei luoghi, il mistero di un luogo sacro, quella brezza leggera che richiamava Elia ma un dubbio ci arrovella ancora: sotto la roccia c’è davvero conservato il Santo Graal? Ma non era a S. Lorenzo a Roma?  Beh questa è davvero tutta un’altra storia.

Matilda di sette anni ha ritrovato un’antica spada nel lago di Dozmary Moor, Excalibur?

Emanuele Casalena

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Categorie: Cultura, Mitologia

Pubblicato da Ereticamente il 29 agosto 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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