Contro la Costituzione: attacco ai filistei della Carta ‘48 – recensione a cura di Eduardo Zarelli

Contro la Costituzione: attacco ai filistei della Carta ‘48 – recensione a cura di Eduardo Zarelli

Recensire un libro che esplicita le sue intenzioni molto chiaramente fin dal titolo –Controla costituzione. Attacco ai filistei della Carta ‘48– tipone di fronte a uno degli interdetti fondativi della Repubblica italiana. In effetti l’autore, Alessio Mannino, ha scritto un intenso pamphlet di polemica culturale, sottraendosi consapevolmente all’erudizione specialistica così come al conformismo intellettuale vigente nel nostro Paese. Il libro, volutamente provocatorio e dissacrante nei confronti del “Sistema Italia”e più in generale del mondo globalizzato,prende quindi spuntodagli articoli della Costituzione,analizzati in maniera esaustiva – ancorché sintetica – per una lettura libera e indipendente del nostro presente. Tutto ciò, alle prime,farebbe pensare a un velleitarismo anarcoide, a un utopismo irrealistao a un tentativo di delegittimazione della Carta costituzionale sulla base di un risentimento ideologico o addirittura nostalgico; invece nulla di tutto questo anima il giovane scrittore, che parte con la sua riflessione sul crepidoma introduttivo di Massimo Fini, il quale ricorda – prima di entrare nel merito dei contenuti, che vedremo poi – come la stessa logica filosofico-politica dell’atto giuridico a fondamento della vita associata italiana abbia nell’articolo 138 la possibilità di essere modificata, in tutto, non per singole parti, compreso lo stesso articolo di modifica, il 138 appunto: «Magari per riscriverla daccapo: le famose riforme istituzionali, mettono insieme tante parziali correzioni fra loro contraddittorie, mentre sarebbe ora di porre mano alla Costituzione dalle sue fondamenta». Ora, non sarebbero certo le parole di un polemista –volutamenteestraneo all’autoreferenzialità della cultura dominante –aconvalidare l’opportunità di una riflessione non scontata in tema, ma il fatto che le contraddizioni del sistema politico-istituzionale e il degrado sociale ed economico siano oggettivamente lì a testimoniare del realismo di un pubblico dibattito sulle ragioni e le forme del patto costitutivo viene da fonti insospettabili. È Angelo Panebianco,in un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 20 luglio 2017 e intitolato “La Costituzione e le difficili riforme italiane”, a prendere spunto dalla proposta di una flat tax (o tassa piatta), di una aliquota del 25 per cento uguale per tutti, da applicare alle principali imposte (ma con esenzioni per le fasce di reddito più basse), elaborata dall’economista Nicola Rossi, che eglinon solo difende come liberista dalle controrepliche di chi – comeil keynesiano Enrico De Mita su IlSole 24 Ore (16 luglio) – èun avversario ideologico della flat tax e la ritiene incostituzionale, ma a cui si riferisce per aprireuna considerazione metodologica ben più generale. Il docente di Scienze politiche all’Università di Bologna arriva infatti ad affermare –ci si scuserà la lunga citazione, ma è indispensabile – che«forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia il caso di intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi. Dagli anni Ottanta dello scorso secolo (si cominciò allora con la Commissione Bozzi) fino al referendum costituzionale del dicembre scorso, i tanti tentativi — tutti falliti — di riformare la Costituzione hanno sempre puntato a cambiare solo la seconda parte, quella che riguarda l’assetto dei poteri dello Stato. Il ritornello sempre ripetuto era che solo la seconda parte richiedesse profonde modifiche. La prima, invece, era impeccabile, perfetta, non bisognosa di interventi. È stata una convenzione della Repubblica, riverita da tutti, quella secondo cui ogni cosa era negoziabile, e poteva essere oggetto di dispute, tranne la prima parte della Costituzione, lo scrigno che conteneva i gioielli più preziosi, i principi costituzionali per l’appunto. È stata questa la vera ragione per cui le riforme tentate (e fallite) avevano sempre qualcosa di incompiuto, di mal costruito, di posticcio. Non riconoscendo l’intima coerenza che esiste fra la prima parte e la seconda parte della Costituzione, i riformatori finivano per confezionare un abito da Arlecchino: volevano superare l’assemblearismo e rafforzare il ruolo del governo lasciando invariato un testo (la prima parte) molto più coerente con il suddetto assemblearismo che con le progettate riforme. Cambiare la seconda parte lasciando invariata la prima era come tentare di innestare la testa di un cavallo sul corpo di un cane… Sarà la discussione sulla flat tax che, finalmente, costringerà molti a trattare in modo meno acritico i principi costituzionali su cui si regge la Repubblica».

Panebianco ovviamente si muove con l’intento di svincolare definitivamente l’interesse generale da una sovranità comunitaria, cioè nel senso opposto al principio del “politico” che risponde di sé a un bene comune, ma, come si può constatare per viva parola di un protagonista della cultura politico-istituzionale egemone, la barca fa acqua e non tiene più il mare. Metafora, questa, nelle corde di Alessio Mannino, avendo in mente le parole del cantautore Leonard Cohen – recentemente scomparso – quando cantava «Tutti sanno che la nave sta imbarcando acqua. Tutti sanno che il capitano ha mentito». La consapevolezza, cioè, che siamo di fronte a un declino evidente del nostro Paese, non sottrae dalle proprie responsabilità – inu n’improbabile resipiscenza – ilceto intellettuale che ne è partecipe, anzi conferma cheil ragionare criticamente sull’esistente e sui suoi interdettinon caratterizza qualche “frangia lunatica”, ma ha una necessità storica, sociale e politica. Questo si dimostra un argomento di grande efficacia, per confutare il primato normativo e contrattualistico del pensiero giusnaturalistico illuminista liberale. La costituzione non è una verità autoreferenziale, tautologico-veritativa, ma l’espressione di una volontà politica in un contesto sociale e culturale che la sostanzia. L’universalismo giuridico ha un portato ideologico individualistico, che può e deve essere confutato in nome del pluriversalismo culturale di Popoli e culture, contesti sociali e ragioni di giustizia e partecipazione. L’unilateralismo etnocentrico della globalizzazione è fondato sull’ideologia del progresso, per cui sono leggi universali la storia e i valori occidentali: l’individualismo, il mercato, la democrazia, il capitalismo, i diritti umani e lo sviluppo illimitato della tecnoscienza. Questi “valori” sono in realtà istituzionalizzazioni funzionali della modernità, che l’Occidente vuole imporre a tutta l’umanità, così chele altre culture risultino improprie e imperfette, destinate all’assimilazione. Il liberalismo ha combattuto e vinto le altre ideologie contemporanee insistendo sulla riduzione della politica fino alla sua dissoluzione tecnocratica. Nel realizzare questo scopo, si è premurato di garantirsi un dominio totalizzante, ma anche le ideologie sconfitte non sono state in grado di porsi come efficace alternativa, e l’assenza di conflitto – direbbe Carl Schmitt – elide la categoria amico/nemico, quindi la politica; eppure, in tale contesto post-moderno, lo stesso liberalismo si è adattato alla sua egemonia, traslocando dal piano delle idee e degli argomenti politici a quello della realtà sociale con il catechismo del “politicamente corretto”. Il liberalismo di massa globalista, apolide e cosmopolita è oggi inteso come l’ordine naturale delle cose, come “fine della storia”. Francesco Germinario nel suo ultimo libro “Un mondo senza storia? La falsa utopia della società della poststoria (Asterios)” ben argomenta come nella cultura dominante si sia affermata, negli ultimi decenni, la certezza che la Storia sia da osservare come una dimensione introdotta dall’esterno in un Occidente che si pone ormai nell’autoreferenzialità autistica. La Storia è stata una lunga catena di sofferenze e di stermini. È stata, ma non è più; perché ciò che è percepito come Storia è tragico: una fastidiosa interruzione del godimento del mondo. La vita è pensata come un percorso depoliticizzato e destoricizzato, il trionfo neoliberale del presentismo: non è necessario interrogarsi sul passato, perché il passato non esiste in rapporto alla mancanza di un destino. L’intera società ha sovvertito la verticalità con l’orizzontalità. Nel dominio dei valori, il bene e il male non sono più sinonimi dell’alto e del basso. Nella vita quotidiana, il “presentismo” consacra il crollo della dimensione della profondità, costituente fino a poco tempo addietro la chiara coscienza del modo in cui il passato si congiunge all’avvenire. Più generalmente ancora, tutto quello che è stato stabile, solido, duraturo tende a divenire transitorio, passeggero, effimero. Siamo in presenza dell’affermarsi definitivo del nichilismo, o forse siamo già oltre lo stesso nichilismo, in un vero e proprio mutamento antropologico con tratti totalitari, per cui tornano assai vivide le pagine letterarie delle distopie di Aldous Huxley piuttosto che di William Ford Gibson e di Philip Kindred Dick. Conservatorismo, socialismo, comunismo e fascismo, nelle loro varie declinazioni, sono sconfitti e il liberalismo dominante è oggi la stessa logica edonistica della società dei consumi. Un individualismo di residui pulsionali, che il pensatore russo Aleksander Dugin ne La quarta teoria politica (NovaEuropa) nomina come “dividualismo”, data oramai un’inerzia anomica sub-individuale e post-umana. Anchei critici dell’esistente, quindi, sono in una situazione deprivata di un oggetto ideologico da avversare; è perciò patetico tentare di utilizzare – rifugiandosi nella nostalgia settaria delle minoranze –le narrazioni politiche passate. Necessita invece confutare la realtà oggettiva dello status quo sociologico della Forma Capitale. Quest’ultima non è né di destra né di sinistra o, meglio, è sia di destra che di sinistra. È di destra nell’economia, ma è a sinistra nel costume. Criticarne l’aspetto economico senza mettere in discussione quello sociologico, è un po’ come pensare che la febbre sia la causa della malattia. Chi si vuole misurare con la possibilità di uscire da questo dopo-storia – per dirla con Jean Baudrillard – deve ridare al Politico il suo ruolo costituente, che declini il “mondo della vita” (Edmund Husserl) capace di superare la morta gora del presente. Se il liberalismo è oggi dominante, lo deve essenzialmente all’individualismo e ne è talmente consapevole da discriminare ogni formulazione ideale o gnoseologica che iscriva l’identità personale in un più ampio contesto olistico. Riducendo la libertà all’azione deliberata, invece che responsabile, denuncia come autoritario ogni limite etico, sociale, culturale e politico. Ma l’essere umano è tutto, tranne che un atomo individuale, e la libertà è un principio costitutivo della dignità della persona, ragione per cui la resistenza al dispotismo – per dirla con Ernst Jünger – nasce dalla libertà interiore di chi assegna più valore al modo di essere che alla mera sopravvivenza. Non esiste coercizione legittima a determinare l’esserci (dasein), al sentirsi parte nello spazio e nel tempo di un comune destino. Per identificare una comunità nella libertà, vanno superati i limiti della dittatura presente dell’individuo utilitaristico e della sua giurisdizione formale contrattualistica.

La Costituzione della Repubblica Italiana si esprime all’art.1, il quale dispone che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione», da quiil potere derivato da una delega all’apparato statuale. Sull’effettiva attuazione di questo fondamento giuridico si palesa la contraddittorietà giusnaturalistico-liberale che si rafforza all’art.67, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». La discussione filosofico-politica sui limiti eil superamento dell’attuale dettato costituzionale ha nella figura di Johannes Althusius – recuperata da Alain de Benoist – una risorsa essenziale per la formulazione di un nuovo patto associativo. Nella dottrina di Giovanni Altusio «la sovranità (…) rappresenta soltanto il livello di potere che dispone delle capacità decisionali ed esecutive più larghe». La politica è «l’arte con cui gli uomini si uniscono allo scopo di costituire, coltivare e conservare tra loro una vita sociale» e ha, per presupposto, la natura simbiotica e sociale dell’uomo. Gli uomini, dunque, sono per natura vocati a vivere in comunità, la quale, se ben organizzata, consente a ciascuno di occupare il posto che merita, in coerenza con il Bene comune. La concordia e il consenso, quindi, non la costrizione, caratterizzano il rapporto tra governanti e governati. Questa consociatio è una struttura cooperativa di gruppi organizzati comunitariamente, in cui si sviluppa la vita politica e sociale. Ogni associazione esercita il proprio potere eleggendo consensualmente un “primus inter pares” che la rappresenta e la cui autorità, per quanto superiore a quella dei singoli soci, è inferiore all’autorità dell’associazione, le cui deliberazioni sono prese a maggioranza. Questa massima autorità politica rappresentativa del popolo è comunque subordinata alla volontà dei membri della consociazione, in quanto esso è mandatario di una comunità che partecipa attivamente alla politica. La figura del summus magister è intesa come “maior singulis e minor universis”. In quest’ottica, la sovranità appartiene non al principe di assolutistica memoria, ripreso in chiave collettivistica dal giacobinismo, bensì alla comunità: la sovranità è sottoposta alle leggi da questa poste in essere. Il popolo non può rinunciare al potere sovrano né trasmetterlo ad altri, neppure volendolo; può soltanto delegare l’esercizio dei diritti sovrani o distribuirli tra vari soggetti. Come ogni comunità, anche il popolo può conferire pieni poteri ai suoi procuratori, ma questi rimangono solo dei rappresentanti investiti di un diritto altrui e non proprio; infatti, se viola il contratto tramite il quale i consociati gli hanno conferito il mandato alla condizione che egli governi giustamente ed equamente, il summus magisterviene liberato dal vincolo fiduciario e i cittadini possono darsi ex novo un rappresentante o una nuova costituzione. La sussidiarietà di Altusio, afferma Alain de Benoist, «rappresenta dunque una divisione di competenze secondo il criterio della sufficienza o dell’insufficienza: ogni livello di autorità conserva le competenze per le quali è sufficiente. (…) Mentre il punto di vista giacobino fa della sovranità la garante dell’unità nazionale, il principio di sussidiarietà fa della preservazione della pluralità una garanzia della sovranità. Un’Europa ben concepita, ossia un’Europa federale, non sarebbe dunque il solvente delle sovranità ancora esistenti, ma lo strumento della loro rinascita mediante una sovranità europea pensata e realizzata diversamente»(1).

Partendo da questa idea della sovranità, nascerebbe una democrazia partecipativa, intesa nella sua accezione aristotelica, non da esportare, bensì da difendere dalle “azioni preventive” di ogni falsus procurator, il quale agisce in nome e per conto dell’umanità e della democrazia globale, sebbene in assenza di mandato. Alessio Mannino si riconosce in questa cornice, rifugge l’atlantismo, corrobora un nomos continentale e cita opportunamente Danilo Zolo: «L’Europa deve continuare a far parte dell’Occidente oppure puntare a una sua crescente autonomia, su una nuova centralità geopolitica come “grande spazio” (Grossraum), ispirandosi, come ha suggerito Carl Schmitt, alla concezione originaria della dottrina Monroe». Un’Europa indipendente e multilaterale, neutralista, mediterranea, retaggio millenario di cultura e fonte di civiltà.

Sulle basi sopra indicate,quindi, esaminiamo ora alcuni commenti critici di Mannino riguardo al contenuto dei vari articoli della Costituzione, dopo che già Massimo Fini si è soffermato nella prefazione a considerare il primo, «L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro»,improprio e inadeguato. Il mito industrialista del lavoro – caroa tutti i filoni ideologici della modernità – è un’illusione. Affermando che il vero valore non è il Tempo, ma la produzione, esso legittima – come affermava Friedrich Nietzsche – la “schiavitù salariata”. L’utopia dell’eguaglianza in una società di diseguali riduce il Popolo a una massa informe di frustrati e di risentiti. Coerentemente, Mannino constata come l’unico e vero spettro che si aggira oggi nell’estremo Occidente sia il “consumismo reale”. La cosiddetta “civiltà superiore” è, nella sua essenza, l’iper-consumo indotto (con il contraltare dell’ipo-consumismo, generatore di invidia o rassegnazione, non di sete di giustizia), che nella mancanza del senso del limite abolisce i sacrifici, la sobrietà e il merito in forza dell’affermazione del narcisismo, del feticismo delle merci edella degradazione, in una fuggevole pulsione emozionale di ogni sentimento costituito e radicato. Una grottesca società dello spettacolo, in cui la corruzione è pari solo alla futilità di comportamenti standardizzati, moltiplicati alla massima forma di potenza dai mezzi di comunicazione onnipervasivi, nella protervia titanica del dileggio utilitarista di ogni forma di gratuità, di onore e di senso del dovere: è «il bioconsumismo; non più la vita che si fa merce, ma la merce che si fa vita», che Michel Foucault formulò come biopolitica. L’interesse generale si costituisce ovviamente tramite il contributo attivo di ognuno di noi; però,come scrive Aristotele, «bisogna sìsvolgere un’attività e combattere, ma anche contemplare in ozio. Bisogna sì fare le cose necessarie e pratiche, ma molto di più quelle belle», così che il fare – poiesis – si faccia poesia. Una cultura si traduce nell’ethos di un Popolo, quando l’agire trascende la prosaicità del proprio ego.

La tradizione è connessione verticale nel tempo espressa in un luogo reale, di cui si avverte la consapevolezza ecologica di appartenenza e cura. La tradizione è l’unica immortalità terrena. Sulla tradizione si fonda anche ciò che in apparenza sembra negarla, il divenire, dove l’evoluzione presuppone la continuità del tramandare e non risponde al determinismo meccanicista di “caso” e “necessità”, ma all’emanazione di “forma” e “funzione”. La trasmissione culturale, quindi,intesa non come sincopata serialità materiale, ma come fedeltà creatrice a principi che continuamente si rinnovano. La cosa pubblica va radicata non in un mezzo, ma in un fine che sia fine in sé, e si può sicuramente convenire con Serena Pellegrino, deputata di SEL, che formulerebbe un comma per cui «La Repubblica italiana riconosce la bellezza come elemento costitutivo dell’identità nazionale», o ancora con il più perentorio Vittorio Sgarbi quando asserisce che «l’Italia ha la sua identità nella bellezza». Ma è ovviamente il primato della giustizia a sostanziare una legittima sovranità pubblica, garante della libertà della persona nelle comunità in cui realizzarsi e partecipare alla cura del bene e del bello dell’identità culturale. Alessio Mannino scrive che una comunità nazionale amante della vita si riconoscerebbe in un articolo che sancisse: «L’Italia è una Repubblica fondata sulla giustizia, sulla libertà e sulla bellezza». Lo Stato liberale non è mai neutro, a predominare non sono la libertà e l’autonomia, ma la perdita dei riferimenti, il materialismo pratico e il nichilismo. A ciò si deve contrapporre il miglior Rinascimento. L’humana dignitate di Giovanni Pico della Mirandola, secondo cui un uomo e una donna si affermano nella loro dignità, che – come la libertà – non si recepisce passivamente per formalismo giuridico, ma si afferma nella rettitudine del proprio agire, quella “vita buona” di aristotelica memoria che identifica l’onorabilità di una persona.

Recepito l’articolo 3 sull’uguaglianza e pari dignità sociale di fronte alla legge, Mannino fa cadere l’ipocrisia sul compito della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che impediscono la realizzazione del contenuto dell’articolo stesso e quindi della dignità della persona. Esaminando la parte più sociale e politica della Carta costituzionale dedicata ai “rapporti economici” (artt. 33-47), emergono gli insanabili contrasti con tutti i trattati internazionali sottoscritti negli ultimi decenni a favore della globalizzazione dei mercati nei campi della tutela del lavoro, del risparmio, dell’accesso del risparmio popolare nell’azionariato, dell’iniziativa economica pubblica, della disciplina e del controllo del credito, del protezionismo e delle limitazioni agli investimenti speculativi in conto capitale, dell’equità e progressività retributiva. La critica dell’accumulo capitalista passa tramite la «effettiva partecipazione dei lavoratori». Mai realizzata, la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio passa inequivocabilmente per una terza via tra liberismo e socialismo, realizzando comunitariamente la partecipazione proprietaria e gestionale del lavoratore all’intrapresa. Conseguentemente, l’autore definisce tale istanza in una prospettiva sussidiaria e localistica: tranne le materie costitutive dello Stato centrale – giustizia, politica estera, difesa, moneta sovrana – tutto il resto dovrebbe basarsi sul principio secondo cui un’autorità di livello gerarchico superiore si sostituisce a una di livello inferiore solo quando quest’ultima non sia in grado di compiere gli atti di propria competenza, ivi compresa anche la possibilità di emettere monete locali complementari.

Ricollegandosi ai limiti del lavoro come condizione alienante del modo di produzione capitalistico, è interessante notare il recupero delle teorie del valore di Rudolf Steiner, per il quale non era pensabile ridurre il lavoro dell’uomo a semplice energia misurabile. Nello specifico, egli non solo escludeva il lavoro come fattore produttivo, ma lo considerava solo unito a Terra e capitale; la creatività dell’uomo, identificandosi con loro, crea valore. In quest’ottica, Steiner ha preso le distanze da Adam Smith piuttosto che da Karl Marx, facendo notare come non possa esservi posto per una teoria del plus-valore o plus-lavoro, in quanto non è possibile imputare al lavoro un valore inferiore a quello di quanto esso produce. Per Steiner, il lavoro era produttivo solo se si lasciava modificare dalla cultura e dal carisma dell’attività imprenditoriale (che per Steiner era una forma d’arte) e dalla scienza, che a sua volta conosce imitando la Natura stessa. Con Steiner la distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo non aveva alcun senso, quando cultura e arte hanno invece un ruolo determinante nel circuito di creazione del valore. Sono le idee che hanno ispirato il movimento Comunità e l’esperienza imprenditoriale partecipativa di Adriano Olivetti.

Anche il commento all’articolo 10 sulla condizione giuridica dello straniero è di stringente attualità. Mannino ha affrontato il tema in un saggio specifico, Mare monstrum. Immigrazione. Bugie e tabù, (Arianna Editrice), e qui concentra la riflessione sull’essere umano che dovrebbe essere il fine, ma diventa un mezzo. La nostra economia ha smesso di essere amministrazione della casa, come vorrebbe la sua etimologia – dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni della famiglia”, prima comunità naturale e νόμος (nomos), “norma” o “legge” – ed è diventata amministrazione del mondo. Nella casa (comunità), l’essere umano è al centro; nel mondo, l’essere umano viene alienato nella mercificazione dei rapporti di forza utilitaristici. Voler prendere e contenere più di quanto possano fare le proprie mani è la logica del consumo, quindi della predazione, della rottura della sostenibilità. Masse spoliticizzate in merito all’autodeterminazione locale sono proiettate come esercito schiavilenel mercato mondiale di beni, servizi e forza lavoro del profitto. Lo sradicamento apolide è correlato alla “neutralizzazione” della dimensione pubblica. Il cosmopolitismo occidentale eradica le differenze identitarie, che si riversano sulla sfera privata. In tale ottica, l’integrazione degli immigrati è pura assimilazione, come la nazionalità è sinonimo di cittadinanza. La Repubblica “procedurale” non riconosce le comunità, aggrega solo atomi omogenei, perciò rifiuta di “differenziare” (distinguere) culturalmente i cittadini secondo criteri etnici e religiosi: l’individuo sconta l’assimilazione con l’oblio delle radici.

Questo barbaro mercato di sfruttamento si allarga a ogni pratica di vita, nella società post-moderna, con definizioni neutre, scientifiche o addirittura progressiste come la “gravidanza surrogata”, la “donazione di organie di semi”, le “libere adozioni omogenitoriali”, che mimetizzano lo scenario post-umano dello stravolgimento antropologico in atto. Albert Camus, ne L’uomo in rivolta, scriveva che «sia per i cristiani che per i marxisti, bisogna signoreggiare la natura. I Greci erano del parere fosse meglio obbedirle», e Mannino ben pone il concetto di famiglia naturale dell’articolo 29 della Costituzione come riferimento più generale per evidenziare che la deriva dei diritti civili consta ultimativamente nel «desiderio di liberare il desiderio», perfetta veste del consumatore sincopato: ottenere tutto senza limiti.Il perfetto servo della mercificazione e del nichilismo dominanti.

In ultima istanza, per l’autore la democrazia rappresentativa, in quanto tale, è un regime non democratico, ma liberale: una «oligarchia spacciata per governo del Popolo». Nella società dell’infotainment, i voti sono “merce” come tutto il resto del mercato sussunto, quando invece andrebbe posto, come trincea invalicabile della volontà popolare, il principio per cui si governa solo partecipando, nelle varie declinazioni funzionali possibili di una relazione sociale olistica e sussidiaria. Vi è, in tal senso, una citazione fondamentale di Carl Schmitt sullo scarto incolmabile tra il liberalismo e la partecipazione comunitaria: «La nozione essenziale della democrazia è il popolo, e non l’umanità. Se la democrazia deve restare una forma politica, ci sono solo democrazie del popolo e non una democrazia dell’umanità»2. Affermazione perentoria e non negoziabile, a tutela della persona dalla dittatura del “maggior numero”, che non trova argine nel presunto “diritto di tribuna” dell’odierna società dello spettacolo, ma nel dovere per il singolo di professare idee e pensieri in direzione ostinata e contraria.

Eduardo Zarelli

Note
1. De Benoist, Alain,Johannes Althusius 1557-1638, in «Krisis», marzo 1999, 2-34.
2. Schmitt, Carl, Dottrina della Costituzione, Giuffré, Milano 1984.

Alessio Mannino
Contro la Costituzione. Attacco ai filistei della Carta ‘48
Circolo Proudhon, Roma, 2017, 11 euro

 

 

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Categorie: Libreria

Pubblicato da Ereticamente il 6 agosto 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Fabio Calabrese

    Vorrei suggerire di leggere anche i miei articoli “La più bella del mondo”, dove mi sono dedicato all’analisi e allo smascheramento del feticcio costituzionale articolo per articolo. Finora mi sono fermato alla terza parte e all’art. 75, ma il lavoro proseguirà.

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