Contro i Galilei! Gli aspetti amministrativi e giuridici della Restauratio di Giuliano – 3^ parte – Tommaso Indelli

Contro i Galilei! Gli aspetti amministrativi e giuridici della Restauratio di Giuliano – 3^ parte – Tommaso Indelli

III) Gli aspetti amministrativi e giuridici della Restauratio di Giuliano.

Esaminati gli aspetti teologici, cioè teorici e dottrinali della Restauratio religiosa giulianea, ci si soffermerà, ora, sugli aspetti legislativi e amministrativi. Tuttavia, non bisogna dimenticare che i due piani – dottrinale e giuridico-amministrativo -nella polemica anticristiana di Giuliano, furono sempre collegati, dato che il suo ruolo, ai vertici della compagine imperiale, era appunto quello di pontifex maximus, ma anche di imperator. Bisogna premettere che, sul piano politico, Giuliano non scatenò alcuna persecuzione cruenta contro il cristianesimo – che non fu messo mai fuorilegge! – ma si limitò a colpirne gli interessi economici e politici, privando le gerarchie ecclesiastiche dei privilegi fiscali e giurisdizionali di cui avevano goduto dall’epoca di Costantino, come le esenzioni fiscali su beni e persone ecclesiastiche, il diritto del clero di essere giudicato da propri tribunali, il diritto dei tribunali vescovili di emanare sentenze nelle controversie tra laici, il diritto delle chiese di ricevere eredità e donazioni e il diritto dei vescovi di servirsi del servizio di posta imperiale. La politica dell’imperatore non fece alcuna vittima, se si escludono alcuni ecclesiastici e simpatizzanti del cristianesimo aggrediti e, in alcuni casi, uccisi – come ad Emesa, in Siria (1) – a seguito di tumulti popolari, poiché la popolazione, ancora pagana, voleva vendicarsi delle angherie e della distruzione di templi e simulacri, perpetrate dai cristiani durante il governo dei predecessori di Giuliano. Tutti questi episodi avvennero in gran parte in Oriente. In Egitto si verificò il caso più noto, l’uccisione, nel 362d. C., da parte della folla tumultuante, del patriarca di Alessandria, Giorgio di Cappadocia (357-362d. C.), che era stato uno dei precettori del piccolo Giuliano (2). Sotto il governo dell’imperatore è registrabile un solo caso di martirio cruento, quello dei santi Iuventino e Massimino, due ufficiali della guardia imperiale cristiani mandati a morte dall’imperatore con l’accusa di cospirazione politica e non certo per le loro simpatie religiose (3). Scrivendo ad Atarbio, ufficiale imperiale, Giuliano aveva avuto modo di specificare quali sarebbero state le direttrici di marcia della sua azione politica contro i Galilei. Scriveva, infatti, Giuliano: «Io, per gli dei, non voglio che i Galilei siano uccisi, né che siano percossi ingiustamente, né che soffrano qualunque altra disgrazia. Tuttavia affermo, senza alcun dubbio, che a loro devono essere preferiti gli adoratori degli dei, perché è a causa della demenza dei Galilei che quasi tutto è stato sovvertito, mentre è grazie alla benevolenza degli dei che noi tutti veniamo preservati. Perciò bisogna onorare gli dei, nonché gli uomini e le città che li adorano» (4). Già alla fine del 361d. C.,la politica religiosa di Giuliano fu inaugurata dalla promulgazione di una legislazione speciale che, sostanzialmente, non abrogava quella costantiniana, compreso l’editto di tolleranza del 313d. C. (5). Con i suoi editti, l’Augusto ripristinava integralmente la religione tradizionale, stabilendo la riapertura dei templi, il restauro di quelli andati in rovina, il ripristino delle sovvenzioni finanziarie pubbliche e delle esenzioni fiscali per gli antichi collegi sacerdotali (6). Il ripristino degli antichi culti, d’altronde, doveva necessariamente comportare anche una restaurazione degli spazi e dei luoghi sacri, profanati dall’affermazione della nuova religione. Allo stesso tempo, per sancire una rottura con la precedente politica imperiale in materia religiosa, Giuliano stabilì che i Galilei che avessero voluto rinnegare la loro fede, ritornando al paganesimo, non avrebbero subito sanzioni, da parte della legge dello stato, purché si fossero adeguatamente purificati, attraverso i riti e le pubbliche preghiere agli dei. Anche i templi, un tempo adibiti a chiese, dovevano essere decontaminati con la pratica di opportuni riti purificatori, cui si sottopose lo stesso Giuliano – che, in gioventù, aveva ricevuto il battesimo e, forse, era stato consacrato lettore – aspergendo il suo corpo con sangue sacrificale (7).

Alcuni casi, ben documentati, di ritorno all’antica religione sono rappresentati da Pegasio, vescovo di Ilio – nella Troade – da Ecebolio, già maestro di retorica del giovane Giuliano, a Nicomedia, e, infine, da Elpidio, amico dell’imperatore di origine siriana, che rivestì le funzioni di comes rei privatae ( ministro delle finanze) e proconsul Asiae (governatore provinciale). Il ritorno alla fede dei padri, dopo l’adesione al cristianesimo, appariva a Giuliano come una vera e propria guarigione dalla “follia” cristiana, anziché come un’apostasia. In una prospettiva di tolleranza generale, Giuliano ordinò di revocare le sanzioni – esilio, carcere, confisca dei beni – che i suoi predecessori avevano erogato ad eretici e scismatici cristiani, a favore della Chiesa ortodossa. In tal modo, l’imperatore si guadagnò la simpatia di donatisti, ariani e altri eretici, fino ad allora perseguitati dal potere politico, ma ciò contribuì a creare maggiore conflittualità e divisioni all’interno della Chiesa, indebolendone le istituzioni, il che andava nella direzione auspicata dall’Augusto che aveva imparato a conoscere bene le discordie interne alla Chiesa fin dall’epoca del suo soggiorno in Gallia, come Cesare, tra il 355 e il 361 d. C. (8). Nel corso di quell’esperienza, Giuliano ebbe anche modo di entrare nel vivo del dibattito teologico e religioso cristiano. Infatti fu coinvolto, suo malgrado, nelle dispute che allora laceravano la comunità ecclesiale riguardo l’identità di Cristo ed i suoi rapporti col Padre, che avevano prodotto un vero e proprio scisma nel collegio episcopale, a causa della diffusione dell’eresia ariana. Come è noto, l’arianesimo era un’eresia trinitaria, nata nel IV secolo, ad opera di Ario († 336 d. C.), presbitero di Alessandria d’Egitto. L’eresia aveva una chiara impronta monarchiana e subordinazionistica, nel senso che negava la piena divinità del Verbo divino – seconda persona della Trinità – definendolo fattura del Padre, creato nel tempo e nella storia, contestandone la consustanzialità – omousìa – con Dio, cioè la sua eternità. L’arianesimo, benché condannato, una prima volta, nel sinodo di Alessandria, nel 318 d. C., e poi, definitivamente, nel concilio ecumenico di Nicea, in Bitinia, nel 325 d. C. – convocato su iniziativa di Costantino I – sopravvisse e si diffuse, celermente, nelle province dell’impero. Le comunità ariane disponevano di propri luoghi di culto, distinti da quelli cattolici, e di riti officiati dai loro sacerdoti (9). Il cugino di Giuliano, Costanzo II, nonostante l’impegno antiariano del padre, propendeva decisamente per l’arianesimo, sebbene per una sua visione più moderata, detta omeusiana – oppure omea -che sosteneva la “similitudine” del Figlio al Padre, anziché la totale dissomiglianza, e prese posizione contro i cattolici, facendo esiliare molti vescovi, tra cui il papa, Liberio (352-366 d. C.) (10). Costanzo II, pertanto, tra il 351 e il 360 d.C., fece convocare una serie di concili per definire una formula di fede religiosa che ripristinasse l’unità nel corpo ecclesiastico: i concili si tennero nel 351 a Sirmio, in Mesia, nel 353 ad Arelate, in Gallia, e nel 355, a Milano, dove fu imposta ai vescovi la formula di fede voluta dall’imperatore, di carattere omeusiano. Nel 359d. C., due distinti concili, a Rimini, per l’Occidente, e a Seleucia, per l’Oriente, imposero la formula di fede omeusiana ai due distinti corpi episcopali (11). Nel 360d. C., col concilio di Costantinopoli, il credo omeusiano divenne obbligatorio in tutto l’impero.Giuliano – che allora era Cesare e non ancora imperatore – fu costretto ad intervenire nelle vicende dell’episcopato gallico, esiliando molti prelati che si opponevano a Costanzo II, tra i quali s. Ilario, vescovo di Poitiers (350-367 d. C.), che fu esiliato in Asia.

Tutte queste dispute contribuirono a consolidare, in Giuliano, la conoscenza dei dogmi e dei valori fondanti la religione cristiana, ma anche ad accrescere il suo astio nei confronti della nuova fede che cominciò a detestare, a causa delle sue innumerevoli diatribe interne, spesso incomprensibili ad un’anima pacata e razionale, oltre che fonte di lacerazioni sociali (12). E proprio durante la sua permanenza in Gallia- secondo la tradizione agiografica cattolica – Giuliano conobbe Martino, futuro santo, evangelizzatore dei pagi gallici e, in seguito, vescovo di Tours (371-397 d. C.). Di origine pannonica (13), Martino aveva iniziato la sua vita di cristiano proprio nelle file dell’esercito di Giuliano, nelle scholae palatinae, la guardia personale del generale, ma, nel 356 d.C., a Worms, alla vigilia della campagna contro gli Alemanni, il futuro vescovo fu congedato per intervento diretto dell’Augusto, dopo aver rifiutato di combattere e aver dichiarato di essere miles Christi e, quindi, di non voler servire più nell’esercito (14). Una volta imperatore, grazie ai provvedimenti di clemenza, Giuliano pose fine alle diatribe teologiche avvenute sotto il suo predecessore e, così, molti vescovi esiliati ritornarono nelle proprie sedi episcopali e, tra i tanti, Ilario di Poitiers e Atanasio di Alessandria (328-373 d. C.) strenui oppositori dell’arianesimo (15). Il bando fu revocato persino al teologo di origine siriana, Aezio(†367 d. C.), fautore del più estremo arianesimo e riluttante ad ogni compromesso (16). L’imperatore convocò molti prelati a corte – ortodossi e ariani – e li esortò a mantenere tra loro la concordia e a praticare ciascuno i propri riti, pacificamente, per il benessere dello stato e della popolazione (17). Giuliano, però, pur non evitando del tutto i rapporti con l’episcopato cattolico – dato il suo ruolo istituzionale – si guardò bene dall’ interferire nelle vicende dogmatiche della Chiesa cristiana, convocando e presiedendo concili religiosi come, invece, aveva fatto Costanzo II (18). Nonostante le energiche misure di restaurazione religiosa, nessun editto di Giuliano decretò mai un “non licet esse Christianos”, ma, con la nuova legislazione, la Chiesa tornò ad essere l’istituzione che era stata prima di Costantino, una semplice associazione privata, priva del supporto del potere pubblico romano. L’unica misura veramente coercitiva contro i cristiani, se così può definirsi – ma dotata di una sua intrinseca ratio – fu l’editto “De professoribus”, emanato il 17 giugno del 362d. C., probabilmente ad Ancyra, capitale della Galazia, in Asia Minore, mentre Giuliano e l’esercito si stavano trasferendo ad Antiochia, in vista della campagna contro i Persiani – che sarebbe iniziata l’anno seguente – e dove giunsero alla fine di giugno (19). L’editto fu emanato mentre l’imperatore, in marcia con il suo seguito verso la Siria, si recava in visita presso i templi ed i luoghi più significativi della religione e della storia greca, in Asia Minore. In quelle circostanze, Giuliano visitò le rovine di Ilio, in Troade, i santuari innalzati in onore di Ettore e Achille, presso i quali si era fermato anche il grande Alessandro, e il tempio monumentale di Pessinunte, in Frigia, edificato in onore di Cibele, la Magna Mater deorum (20). Apparentemente, il provvedimento di Giuliano sulla disciplina dell’insegnamento non aveva nulla di rivoluzionario, perché si inseriva in un filone normativo con cui, da sempre, gli imperatori pretendevano di vigilare sulla correttezza e sulla moralità dei docenti delle scuole pubbliche, minacciando gravi sanzioni in caso di irregolarità o condotte sconvenienti dei maestri. Ma, se si guarda alla politica imperiale verso i Galilei, perseguita dall’epoca di Costantino, l’eccezionalità dell’editto appare in tutta la sua portata. Infatti, con efficacia retroattiva, l’editto dispose l’allontanamento dalle scuole pubbliche dei maestri galilei di grammatica e retorica, dal momento che – come ebbe modo di precisare Giuliano – non era concepibile che uomini che disprezzavano i culti di stato insegnassero, manipolandola a loro piacimento, la letteratura classica, permeata dalla spiritualità greco-romana, percependo per di più uno stipendio a carico della pubblica autorità (21). A quanto è dato di sapere, il provvedimento di Giuliano colpì unicamente gli insegnanti di grammatica e retorica, impiegati nelle scuole municipali abilitate all’istruzione di “secondo grado”, ma non i loro discepoli di fede cristiana che, eventualmente, avrebbero potuto abbandonare la scuola o continuare a frequentarla, adattandosi al cambiamento del personale docente (22). Tuttavia, era improbabile che famiglie cristiane, non disposte ad abiurare, accettassero passivamente che i propri figli frequentassero scuole che, ormai, presentavano un aspetto “confessionale” di segno diametralmente opposto a quello precedente (23). Giuliano era consapevole che i Galilei si servivano della conoscenza dei testi classici e degli artifici retorici della cultura greco-romana per utilizzarli contro di lui o, comunque, per criticare e profanare il culto degli dei e il Mos Maiorum che intendeva restaurare e, quindi, piegavano la cultura pagana alle proprie finalità, distorcendo il significato degli antichi insegnamenti (24). Inoltre, poiché le scuole di grammatica e retorica erano il serbatoio da cui l’amministrazione imperiale attingeva i futuri funzionari dello stato, il provvedimento di Giuliano interveniva ad interrompere un circolo vizioso che, se portato alle estreme conseguenze, avrebbe, in breve, condotto alla “cristianizzazione” di tutto l’impiego pubblico! (25) A partire dall’entrata in vigore dell’editto, per accedere al rango di magister in una scuola, era necessaria un’apposita autorizzazione rilasciata dall’ordo decurionum locale – il consiglio municipale dell’epoca – previo opportuno esame delle attitudini professionali e della fede del candidato, e doveva essere approvata dall’imperatore (26). I cristiani potevano continuare a frequentare le scuole pagane, pur non potendo più insegnarvi, e potevano continuare a svolgere attività didattica in scuole proprie, studiando e commentando i testi della loro religione, ma non quelli delle altre. Giuliano riteneva la παιδεία greco-romana – e l’ideale antropologico che essa propugnava – assolutamente inconciliabili con l’etica cristiana. Libertà di culto, anche pubblico, ma rispetto per i principi basilari della Res publica Romanorum! L’editto suscitò opposizione e sconcerto tra le file cristiane, ma non si verificò alcuna manifestazione violenta contro l’imperatore. Tra i docenti cristiani allontanati, a seguito del provvedimento, ci fu il noto maestro di grammatica e retorica, Gaio Mario Vittorino (†370 d. C.), che si era convertito al cristianesimo intorno al 355 d. C., suscitando grave scandalo tra l’intellighenzia pagana. Dall’applicazione del provvedimento fu, invece, esentato il retore cristiano di origine armena, Proeresio (†368 d. C.), che svolgeva la sua attività di docente ad Atene e che, tuttavia, abbandonò l’insegnamento anche se la sua scuola non fu mai chiusa (27). Solo dopo la morte di Giuliano alcuni vescovi, come Gregorio di Nazianzo – futuro patriarca di Costantinopoli (nel 381 d. C.) – contestarono la legittimità del provvedimento sulla scuola e negarono l’identificazione giulianea tra ellenismo e paganesimo, destituendo di ogni legittimità la decisione dell’imperatore di privare i cristiani della “cultura”. Secondo Gregorio, la religione di Cristo era l’unica e vera filosofia, pertanto il cristianesimo aveva il compito di trarre dall’ellenismo e dal suo patrimonio intellettuale tutto ciò che era utile, rifiutandone ciò che era improprio o, comunque, contrario alle verità di fede (28). Ovviamente, quella di Gregorio era una posizione di compromesso tra la spiritualità galilea e l’essenza spirituale più profonda della cultura pagana, ben lontana da certe posizioni di aspra condanna della letteratura e, in genere, delle conquiste civili della civiltà greco-romana, assunte da altri intellettuali cristiani (29). Tuttavia, anche le posizioni moderate di Gregorio di Nazianzo erano contrarie allo spirito della politica di Giuliano che mirava, invece, ad una Restauratio integrale dell’eredità dei padri, ossia al ritorno ad un classicismo che fosse non solo politico e culturale, ma anche, e soprattutto, spirituale e religioso e, quindi, alieno da qualsiasi compromesso con i Galilei.

Secondo l’imperatore – e in netta polemica con gli apologisti cristiani – la letteratura pagana non era qualcosa di neutro, ma il prodotto di una specifica spiritualità ed eticità, inconciliabili col cristianesimo. Nello schieramento pagano, solo Ammiano Marcellino (†397 d. C.) – storiografo e funzionario militare – espresse riserve sul provvedimento giulianeo, che riteneva eccessivamente lesivo della libertà di insegnamento e contrario al tradizionale “liberalismo” ellenico (30). Al di là dei provvedimenti in materia scolastica, non è certo – data la mancanza di documentazione in proposito – se Giuliano emanò analoghi editti anche per altri settori dell’amministrazione pubblica. Molti anni dopo la sua morte, però, Giovanni Crisostomo (†407 d. C.), patriarca di Costantinopoli (397-404 d. C.), affermò che l’imperatore aveva escluso dalla professione medica e dalla milizia i cristiani che non intendevano abiurare la loro fede (31). Nel 362 d. C., Giuliano dispose anche che la famosa statua della Vittoria – simulacro marmoreo posto nell’atrium della curia Iulia, sede del senato romano – fosse recuperata e nuovamente collocata nel luogo da cui Costanzo II l’aveva fatta rimuovere, durante il suo solenne Adventus aRoma, nell’aprile del 357 d. C. La statua – davanti alla quale tutti i senatori dovevano bruciare grani d’incenso prima di riunirsi – era stata posta lì da Ottaviano Augusto (†14 d. C.), nel 27 a. C., nell’anno della fondazione del principato, a simboleggiare la grandezza e potenza di Roma, grazie alla pax deorum, ovvero al culto dei suoi dei (32). Dopo la morte di Giuliano, intorno al simulacro della Vittoria, si sarebbe scatenato un aspro scontro – non solo intellettuale – conclusosi nel 394 d. C., con la definitiva rimozione della statua (33). Nel piano di Restauratio religiosa rientrò anche l’organizzazione – per la prima volta nella storia dell’impero romano – di una vera e propria “Chiesa pagana”, dotata – sotto il profilo istituzionale – di una solida e ramificata struttura organizzativa e sacerdotale avente a modello la stessa gerarchia ecclesiastica! (34) Giuliano tentò di organizzare, su base gerarchica, gli uffici sacerdotali pagani – accessibili anche alle donne – ponendo al vertice degli stessi l’imperatore – pontifex maximus – e alla base, in progressione gerarchica, gli antichi collegi sacerdotali di stato – pontifices, augures, septemviriepulones – i sacerdoti provinciali – sacerdotes provinciarum – e quelli cittadini – flamines civitatum – che sovraintendevano, rispettivamente, al culto degli dei nelle province e nelle singole città. L’imperatore, come pontifex maximus, designava i sacerdoti degli antichi collegi e quelli preposti al culto nelle province, mentre questi ultimi designavano i sacerdoti cittadini. Giuliano incoraggiò la fondazione di ospedali, nosocomi e xenodochi pagani, al fine di sottrarre ai cristiani il monopolio dell’assistenza sociale agli indigenti, e incoraggiò i suoi sostenitori ad essere sempre uomini di specchiata moralità, perché solo il buon esempio, corroborato da una morale severa ed austera, poteva creare una barriera alla rovina del paganesimo. Per sostenere finanziariamente tale macchina burocratica, Giuliano ricorse, sull’esempio ecclesiastico, all’imposizione di decime, a carico di coloro che dimoravano nei luoghi prossimi ai templi (35). Ma questa articolata e complessa gerarchia sacerdotale, strettamente dipendente dall’imperatore, non era altro che l’espressione, sul piano politico ed istituzionale, del κόσμος, dell’ordine divino teorizzato da Giuliano, per cui l’imperatore era la manifestazione visibile, sulla terra, di Helios-Apollo, mentre i sacerdoti a lui subordinati, fino alla base della piramide sociale rappresentata dai sudditi, non erano altro che i gradi gerarchici discendenti che, sul piano politico, corrispondevano alle entità teofaniche generate dal Principio primo (36). Occorre infine ricordare che i cristiani non furono i soli destinatari dell’ostilità e del disprezzo giulianeo, in quanto molte disposizioni legali emanate contro i Galilei furono applicate -in via analogica e per espressa volontà dell’imperatore – anche nei confronti dei cinici, gli adepti della scuola filosofica fondata da Antistene di Atene (†366 a. C.) e Diogene di Sinope (†323 a. C) nel IV secolo a. C. (37). Secondo Giuliano, il cosmopolitismo esasperato, l’irrazionale esaltazione di un ipotetico stato di natura e il disprezzo dei cinici per i culti di stato e, in genere, per le leggi, la patria, le tradizioni dei padri – da essi ritenute convenzioni sociali limitative delle libertà individuali e impedimenti al perseguimento della virtù – li accumunavano, ideologicamente, ai sovversivi cristiani (38). Non a caso, nel 362 d. C., l’imperatore indirizzò ai cinici ben due Orazioni: “Contro i cinici ignoranti” e “Contro il cinico Eraclio”, in cui espresse tutto il suo biasimo per questi diseducatori della gioventù, avvezzi a inculcare il disprezzo per la civile convivenza e per tutto ciò che, secondo Giuliano, andava rispettato (39). L’Orazione contro Eraclio fu composta da Giuliano in risposta ad un discorso, non pervenuto, tenuto a Costantinopoli nel 362 d. C., in cui il cinico Eraclio – altrimenti sconosciuto, aveva ironizzato sui miti tradizionali, facendo un espresso riferimento sarcastico a Giuliano (40). L’Augusto contestò punto per punto le argomentazioni di Eraclio e, più in generale, dei cinici, accusandoli di aver travisato l’originale insegnamento di Antistene e Diogene che sentiva, stranamente, così vicino al suo ideale di filosofo, alieno dal dominio delle passioni, e di aver alimentato comportamenti anarcoidi ed antisociali ingiustificabili. Giuliano, inoltre, esaltò nell’orazione la propria stirpe – i Costantinidi – che definì di origine divina, in quanto protetta dal dio Helios, fin dal suo capostipite, l’imperatore Marco Claudio il Gotico (268-270 d. C.) (41). Aggiungendo al discorso contro Eraclio alcuni elementi autobiografici – relativi alla tragedia familiare vissuta durante l’infanzia – Giuliano si definì figlio adottivo di Helios, grazie al quale era stato salvato dalla crudeltà del cugino Costanzo II e da cui aveva ricevuto la missione di annientare l’empietà galilea! (42) Al di là di variazioni marginali, entrambe le Orazioni contro i cinici sono una vera e propria apologia dei valori dell’ellenismo, cemento culturale unificante dell’impero, contro coloro che l’imperatore riteneva – come i cristiani – sovversivi e autentici “pazzi” (43).

IV) Conclusioni.

Come le riforme economico -sociali avviate da Giuliano, volte a tutelare gli interessi degli humiliores dell’impero, così anche i provvedimenti adottati in materia religiosa furono abrogati dai successivi imperatori – che, peraltro, furono tutti cristiani (44)- a cominciare dal suo immediato successore, l’illirico Flavio Gioviano (363-364 d. C.). Data la brevità del governo di Giuliano, è impossibile dire che conseguenze avrebbe avuto il suo Kultur kampf anticristiano sui destini di Roma e dell’impero, cioè se si sarebbe potuto realmente contenere il proselitismo dei Galilei e favorire un’effettiva rinascita della religione tradizionale, accompagnata dalla piena reintegrazione del Mos Maiorum. Rispetto a quelle economiche, inoltre, le riforme religiose messe in campo da Giuliano non ebbero un’accoglienza del tutto favorevole, soprattutto tra i ceti popolari. Si ricordino, ad esempio, alcuni episodi avvenuti durante la permanenza dell’imperatore ad Antiochia, nell’imminente campagna contro i Persiani, in cui avrebbe trovato la morte. Il primo episodio di ostilità popolare si verificò quando Giuliano, asceso al monte Casio – dove si trovava un noto santuario consacrato a Zeus – per sacrificare, non trovò ad attenderlo né il popolo di Antiochia, né i magistrati cittadini, ma solo un sacerdote con un’oca come vittima da immolare al dio (45) Il secondo episodio si verificò quando Giuliano dispose che dal tempio di Apollo – ubicato nel sobborgo di Dafne e da tempo trasformato in chiesa – fossero rimosse le spoglie di alcuni martiri cristiani, tra cui s. Babila, e trasferite nella cattedrale di Antiochia (46). Giuliano riteneva il fatto una vera e propria profanazione e, quindi, Apollo – secondo i sacerdoti del posto – non rendeva più oracoli, probabilmente irritato dalla presenza delle reliquie dei Galilei. La rimozione delle spoglie dei martiri provocò un tumulto e alcuni cristianidiedero alle fiamme il tempio di Dafne, determinando la reazione dell’imperatore che ordinò la chiusura della cattedrale di Antiochia, ma si astenne dall’usare eccessivamente la forza (47). Il consenso alla politica giulianea di Restauratio etico-spirituale, quindi, fu limitato ad alcuni esponenti dei ceti più elevati che condividevano gli interessi di natura intellettuale e filosofica dell’imperatore come Ammiano Marcellino e Secondo Sallustio. Nel complesso, quindi -e salvo rare eccezioni – anche le classi dirigenti dell’impero – partendo dall’ordo senatorius, fino ad arrivare all’ordo decurionum dei municipi – non furono sedotte dalla politica

di Restauratio religiosa, come ha dimostrato, nella sua celebre biografia di Giuliano, lo storico statunitense Glen Warren Bowersock (48). Infatti, nel suo libro – Julian the Apostate-pubblicato nel 1978, approfondendo lo studio del rapporto tra Giuliano e gli apparati dello stato romano come l’esercito, il senato e la burocrazia, Bowersock arrivò alla conclusione che il fallimento del tentativo di Restauratio religiosa dell’Augusto fosse stato determinato più che dall’inesorabile diffusione del cristianesimo, dall’ostilità degli ambienti burocratici alla politica dell’imperatore, percepita come qualcosa di anacronistico.Una conferma di queste conclusioni viene anche dall’archeologia e dalle poche testimonianze epigrafiche pervenute per il periodo di governo di Giuliano. Già di per sé scarse, le iscrizioni che testimoniano, in maniera specifica, un’adesione convinta al programma di restaurazione religiosa dell’imperatore – da parte dell’élites municipali – sono pochissime. E ciò non può essere imputato solo alla brevità del regno di Giuliano, poiché il dato numerico va raffrontato con l’alto numero di epigrafi disponibili per il periodo di governo, altrettanto breve, di altri imperatori (49).

Note:
1 – Attuale Homs, a sud di Antiochia.
2 – M. Spinelli, Giuliano l’Apostata. Anticristo o cercatore di Dio?, Fidenza (PR) 2017.
3 – Infatti avevano espresso critiche alla sua politica anticristiana. Inoltre, i loro correligionari diedero origine ad una sommossa e tentarono di farli evadere dal carcere dove erano rinchiusi. Sul punto, M. Spinelli, cit.
4 – Lettera 37, “Ad Atarbio”, in Flavio Claudio Giuliano, Uomini e dei. Le opere dell’imperatore che difese la tradizione di Roma, a cura di C. Mutti, Roma 2004.
5 – Gran parte di questa legislazione è andata perduta. Si badi che l’editto di Milano – mai espressamente abrogato da Giuliano – continuò ad essere applicato. Sulla legislazione giulianea, Ammiano Marcellino, Le storie, a cura di A. Selem, Torino 2003, XXII, 5, 2.
6 – Sulla legislazione giulianea, E. Germino, La Legislazione dell’imperatore Giuliano. Primi appunti per una palingenesi, in «Antiquité Tardive, RevueInternationale d’Histoire et d’Archéologie (IVe-VIIesiècle)», 17, (2009).
7 – Si trattò, forse, di un taurobolio? Sul punto, Sozomeno, Historia ecclesiastica, a cura di J. Bidez – G. C. Hansen, Berlino 1960, V, 5, 1.
8 – Filostorgio, Historia ecclesiastica, a cura di E. Walford, London 1855,VII, 4.Il donatismo – condannato definitivamente nel sinodo di Cartagine del 411 d. C. – nato e diffusosi nell’Africa romana e, in seguito, sfociato in un vero e proprio scisma, prese nome dal vescovo africano Donato (†355 d. C.), propugnatore dell’idea della validità soggettiva dei sacramenti, secondo cui l’efficacia degli atti sacramentali non dipendeva dalla corretta esecuzione del rito, ma dall’ortodossia e integrità morale dell’officiante e del fedele cui erano impartititi. Sul punto, L. De Giovanni, Chiesa e stato nel codice teodosiano. Saggio sul libro XVI, Napoli 1980.
9 – Sull’arianesimo, A. Momigliano, Il cristianesimo e la decadenza dell’Impero romano, in Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel IV secolo, Torino 1968.
10 – L. De Salvo – C. Neri, cit.
11 – Ibidem
12 – L. De Salvo – C. Neri, cit.
13 – La Pannonia corrispondeva, approssimativamente, all’odierna Ungheria.
14 – Su Martino si veda anche, R. Pernoud, Martino di Tours, Milano, 1998, Sulpicio Severo, Vita di Martino, a cura di E. Giannarelli, Milano 1995.
15 – L. De Salvo – C. Neri, cit.
16 – Sull’organizzazione ecclesiastica nel IV secolo e, più in generale, sulla teologia e la cultura cristiana del tardo impero, P. Brown, Potere e Cristianesimo nella Tarda antichità, Roma-Bari 1995, L. De Giovanni, Chiesa e stato nel codice teodosiano. Saggio sul libro XVI, Napoli 1980.
17 – Ammiano Marcellino, o. c., XXII, 5, 3.
18 – Sull’arianesimo di Costanzo II, G. Gigli, L’ortodossia, l’arianesimo e la politica di Costanzo II, Napoli 1949.
19 – Ancyra corrisponde all’attuale Ankara, in Turchia. Il provvedimento dell’imperatore è generalmente identificato con Codex Theodosianus cit., XIII, 3, 5. Per il provvedimento di Giuliano sull’insegnamento, si veda anche Ammiano Marcellino, o. c., XXII, 10, 7.
20 – Ammiano Marcellino, o. c., XXII, 9, 5.
21 – R. Goulet, Réflexionssur la lo iscolaire de l’empereur Julien, in L’enseignement supérieur dans lesmon des antiques et médiévaux, sous la dir. De H. Hugonnard-Roche, Paris 2008.
22 – Per una disamina completa sulla questione dell’insegnamento di docenti cristiani nelle scuole, G. Coppola, La politica religiosa di Giuliano l’Apostata, Bari 2007, L. Gallinari, Giuliano l’Apostata e l’educazione, Roma 1992, E. Germino, Scuola e cultura nella legislazione di Giuliano l’Apostata, Napoli 2004.
23 – A. Gallinari, Pensiero politico-educativo di Giuliano l’Apostata, Cassino 1985.
24 – Teodoreto di Cirro, Storia Ecclesiastica, a cura di A. Gallico, Roma 2000, III, 4.
25 – H. I. Marrou, Storia dell’educazione nell’antichità, Roma 1950.
26 – Ammiano Marcellino, o. c., XXII, 10, 7.
27 – Sulla figura di Vittorino, P. Hadot, Marius Victorinus. Recherchessur sa vie et sesœuvres, Parigi 1971.
28 – Orazione IV, 20, 101, 102, 103, in Gregorio di Nazianzo, Contro Giuliano l’Apostata, Orazione IV, a cura di L. Lugaresi, Firenze 1993.
29 – W. Jaeger, Cristianesimo primitivo e Paideia greca, Firenze 1966.
30 – Ammiano Marcellino, o. c., XXV, 4, 20.
31 – Giovanni Crisostomo, Homelia in Iuventinum et Maximum martyres, in J. P. Migne, Patrologia Graeca, voll. 161, Paris 1857-1866, vol. 50, col. 573.
32 – M. Spinelli, cit.
33 – Per una visione complessiva della questione della statua della Vittoria, Simmaco – Ambrogio, L’altare della Vittoria, a cura di F. Canfora, con una nota di L. Canfora, testo latino a fronte, Palermo 1991.In proposito, si veda anche il contributo Giuliano l’Apostata, un rivoluzionario al potere, pubblicato in questo sito.
34 – Gregorio di Nazianzo, infatti, parlò di “scimmiottamenti”.
35 – Per questi aspetti della politica giulianea si veda anche, M. Spinelli, cit.
36 – S. Conti, Da eroe a dio: la concezione teocratica del potere in Giuliano, in “Antiquité tardive”, 17, (2009).
37 – Per un inquadramento generale delle vicende indicate nel testo, G. Reale, Storia della filosofia greca e romana. Vol. 5: Cinismo, epicureismo, stoicismo, Firenze 2004.
38 – D. Micalella, Le polemiche di Giuliano contro i Cinici, in Lessico, argomentazioni e strutture retoriche nella polemica di età cristiana (III-V sec.), Atti del convegno internazionale (Lecce, 9-10 aprile 2010), a cura di A. Capone, Turnhout 2012.
39 – Orazione VII e Orazione VIII, in Giuliano Imperatore, Alla Madre degli Dei cit.
40 – Orazione VII, 7, 205a, 208b, 234d, in Giuliano Imperatore, Al cinico Eraclio, a cura di R. Guido, Galatina (Lecce) 2000.
41 – Claudio il Gotico fu un imperatore del III secolo, distintosi soprattutto nelle campagne militari contro i Goti, sul Danubio. Esaltato ne “I Cesari” di Giuliano, come uno dei migliori imperatori di Roma, Claudio non fu affatto un ascendente dei Costantinidi. Infatti, la genealogia che lo collegava a Costanzo Cloro, padre di Costantino I, e, attraverso questi, all’imperatore Giuliano, era assolutamente fittizia e frutto di una costruzione politica e propagandistica voluta proprio da Costantino, in vista della conquista del potere assoluto.
42 – Orazione VII cit., 227c.
43 – Sul punto, M. C. De Vita, Giuliano e l’arte della “nobile menzogna” (Or. 7, Contro il cinico Eraclio), in A. Marcone (a cura di), L’imperatore Giuliano cit.
44 – Escluso Flavio Eugenio (392-394 d. C.), usurpatoredi origine gallica che tentò l’ultima Restauratio pagana, ma fu sconfitto e ucciso dall’imperatore Teodosio I, nel 394 d. C.
45 – Ammiano Marcellino, o. c., XXII, 14, 4.
46 – Misopogoncit.,346 b, 361 b.
47 – Ammiano Marcellino, o. c., XXII, 12, 2.
48 – G. Bowersock, Julian the Apostate, London 1978.
49 – Sulle testimonianze epigrafiche del periodo giulianeo, G. Agosti, Paideia greca e religione in iscrizioni dell’età di Giuliano, in A. Marcone (a cura di), L’imperatore Giuliano cit.

Tommaso Indelli,
assegnista di Ricerca in Storia Medievale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Salerno.

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Categorie: Storia delle Religioni, Tradizione Classica, Tradizione Romana

Pubblicato da Ereticamente il 8 agosto 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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