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Una Ahnenerbe casalinga, settantaseiesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, settantaseiesima parte – Fabio Calabrese

Voglio vedere se almeno stavolta sarà possibile mettersi in pari, o almeno ragionevolmente in pari con l’attività dei gruppi FB che si occupano di questioni legate alle nostre origini. Riprendiamo da dove avevamo lasciato la volta scorsa, vale a dire gli inizi di giugno.

Io spero che nessuno di voi se ne avrà a male, se comincio citando un mio post che ho collocato su MANvantara e altri gruppi proprio in questo periodo, non per mettermi in mostra, ma perché si tratta di una riflessione che credo sia molto importante. Noi sappiamo che nessuno di noi è un sapiens puro, nel senso che le popolazioni sapiens si sono mescolate in epoca preistorica con altre genti più arcaiche, e di questi incroci noi conserviamo traccia nel nostro DNA. Bene, prendiamone atto, però non è che questa percentuale di geni non sapiens sia uguale in tutti i gruppi umani, né che si tratti  sempre dello stesso non sapiens.

Nei caucasici questa percentuale varia dal 2 al 4% e il nostro antenato non sapiens è l’uomo di Neanderthal. Negli asiatici essa è intorno al 6% e rappresenta l’eredità dell’uomo di Denisova. Nei neri subsahariani essa sarebbe la più alta in assoluto, l’8%, e l’antenato non sapiens sarebbe la “specie fantasma” individuata dai ricercatori dell’Università di Buffalo ma che ci assicura un’antropologa italiana, Margherita Mussi che ha studiato i siti acheuleani in Etiopia, altri non sarebbe stato che il vecchio homo erectus rimasto immutato al disotto del Sahara fino a poche decine di migliaia di anni fa, mentre in Eurasia si evolveva in heidelbergensis, e dava poi luogo alla tripartizione Cro Magnon-Neanderthal-Denisova.

Ora, io facevo notare che le aree dove si riscontra una maggiore presenza di geni non sapiens sono probabilmente quelle dove le popolazioni non sapiens sono sopravvissute più a lungo, quindi quelle colonizzate più tardivamente dai rappresentanti della nostra specie.

Se questo ragionamento è valido, si vede bene che non solo le probabilità dell’Out of Africa di corrispondere alla realtà dei fatti sono rigorosamente nulle, che homo sapiens è certamente nato in Eurasia, ma che l’ago della bussola punta verso l’Europa piuttosto che verso l’Asia.

Facevo anche notare che gli ultimi siti conosciuti degli uomini di Neanderthal, costretti man mano a cedere terreno sotto la pressione dei Cro Magnon, si trovano nella Spagna meridionale, e gli ultimissimi santuari sembrano essere stati proprio le grotte attorno al promontorio di Gibilterra, dove i neanderthaliani sarebbero sopravvissuti fino a 30.000 anni fa. Questo, suggerivo, induce a pensare a un arrivo dei nuovi venuti Cro Magnon al nord e dall’est piuttosto che dal sud, dal continente africano che si trova di faccia al promontorio.

Qualcuno mi ha replicato che non essendoci all’epoca gli scafisti coi gommoni per traghettare invasori dall’Africa all’Europa, costoro avrebbero dovuto fare il giro più lungo, attraverso il Medio Oriente e l’Anatolia e raggiungere l’Europa da est. Potrebbe essere, ma non dobbiamo dimenticare che all’epoca l’Australia era già stata raggiunta da gente partita dall’Asia su zattere, compiendo un percorso decisamente più lungo rispetto a una traversata dello stretto.

Vorrei ricordare anche il fatto che questo mio post nasceva come reazione a una puntata di “Ulisse” condotta su RAI 3 la sera prima dall’ineffabile Alberto Angela, personaggio da cui non c’è da attendersi altro che la ripetizione a getto continuo dello sciocchezzaio “scientifico” politicamente corretto che rappresenta l’ortodossia democratica, e veramente non si può fare altro che compiangere la grande massa degli spettatori che “bevono” la disinformazione televisiva senza filtri adeguati, per i quali “l’ha detto la televisione” è una garanzia di veridicità. Oltre alla consueta falsità out-of-africana, l’Alberto figlio-di-suo-padre, ha naturalmente ripetuto per l’ennesima volta un’altra sciocchezza a lui cara, mille volte smentita dalla genetica, secondo la quale gli Italiani sarebbero una popolazione o un insieme di popolazioni geneticamente misto, privi di una qualsiasi coerenza etnico-biologica, e naturalmente non si può non notare come entrambe queste falsità siano finalizzate allo stesso scopo, ossiala diffusione di una mentalità favorevole all’ “accoglienza”, cioè al subire passivamente o a favorire l’invasione dal Terzo Mondo di cui oggi siamo oggetto.

Io non sono solito postare molto materiale sui gruppi, vi assicuro che il lavoro per “Ereticamente” mi assorbe abbastanza. Tuttavia, subito dopo, il 5 giugno ho condiviso sui vari gruppi FB che si occupano della tematica delle origini, un articolo tratto da un sito in inglese “Ancient Origins” (ancient-origins.net), di cui vi do il titolo tradotto: Montagne magiche e serpenti di mare, i segreti delle antiche mappe artiche. Quello che ho trovato davvero notevole, è il fatto che in maniera quasi concorde, nelle mappe più antiche e di età medioevale, è segnalata una terra in posizione centrale rispetto ai continenti conosciuti, in corrispondenza del polo artico, là dove sappiamo che oggi non ci sono che mare e ghiaccio. Potrebbe trattarsi di una reminiscenza ancestrale di un’epoca in cui l’alto nord e il mondo in genere, erano assai diversi geograficamente da come li conosciamo oggi?

Il 4 giugno Michele Ruzzai ha postato su MANvantara alcune pagine del libro di Marco Merlini La scrittura è nata in Europa?. Si tratta di un tema del quale mi sono occupato anch’io varie volte su queste pagine. Il ritrovamento nel 1962 in Romania delle cosiddette tavolette di Tartaria, ci ha rivelato che nell’Europa danubiana di 7000 anni fa esisteva una civiltà che conosceva la scrittura almeno un millennio prima che i primi esempi di essa comparissero nella Mezzaluna Fertile mediorientale. Si sono gradatamente approfonditi gli aspetti di quella che oggi conosciamo come civiltà del Danubio, ma di tutto questo al grosso pubblico, sui libri di testo scolastici, nelle opere divulgative, non è arrivato nulla, sebbene dalla prima scoperta sia passato più di mezzo secolo. Ciò non è spiegabile se non con una volontà di minimizzare tutto quanto è europeo, in modo da non mettere in crisi la leggenda dell’origine della civiltà in Medio Oriente.

Il 7 il nostro Michele ha pubblicato alcune pagine di Dalla scimmia all’angelo di H. R. Hays, una storia dell’antropologia che Michele ci dice essere “di un approccio generale di carattere chiaramente evoluzionista, ma “spiluccando” qua e là si può trovare qualche notiziola interessante”.

Quello che si può dire, è che il titolo sebbene efficace come metafora, non è molto corretto. Dall’uomo che si credeva un angelo decaduto a quello che si crede una scimmia evoluta, sarebbe stato meno bello ma più preciso.

Michele Ruzzai ripropone su MANvantara un articolo già apparso su “Preistoria on line” (www.preistoriaonlineit) in data 18 maggio 2016, Un’epoca di grandi diluvi di Giorgio Giordano. Tra 15.000 e 11.000 anni fa, l’emisfero boreale e l’Europa furono oggetto di una serie di diluvi e inondazioni come effetto della deglaciazione e del conseguente innalzamento del livello marino. Con la fine dell’età glaciale e lo scioglimento delle calotte di ghiaccio, e l’innalzamento del livello del mare di 13-14 metri, si calcola che in tutto il mondo 25 milioni di chilometri quadrati di terre fin allora emerse siano state inghiottite dalle acque. E’ chiaro che in questa serie di eventi che ormai la geologia ha decisamente provato. Trovano la loro base “storica” una serie di narrazioni sin qui spesso ritenute leggendarie, dal racconto biblico del diluvio, al mito platonico di Atlantide.

Sempre in questo periodo, “Il primato nazionale” in edicola dal 1 giugno si occupa di una tematica di cui mi sono spesso occupato anch’io su queste pagine, l’articolo, Ma che razza di bufala tratta della tendenza sempre più vistosa dei media a presentare con tratti africani personaggi storici o anche mitologici che certamente neri non erano, da Giovanna D’Arco ad Achille, a Lancillotto, si tratta, appunto, di una bufala, di una vergognosa mistificazione tesa a suggestionare il grosso pubblico ingenuo e disinformato, facendogli credere che le razze umane non esistano, che le società multirazziali siano qualcosa di normale nella storia, che i subsahariani abbiano dato un qualche contributo di rilievo alla civiltà umana, tutte mistificazioni tese a farci accettare supinamente, anzi se possibile senza nemmeno accorgercene, la sostituzione etnica.

Il 7 giugno Michele Ruzzai ha postato su MANvantara alcune pagine di un testo di grande interesse, Le origini sciamaniche della cultura europea, di autori vari (fra cui Franco Cardini), pubblicato nel 2014 dai Quaderni di studi indo-mediterranei. L’ipotesi è suggestiva, che un fondo di sciamanesimo, di paganesimo nella sua forma più popolare e immediata sia alla base della cultura europea. Un cammino certo non facile, ma una via da seguire per ritrovare le nostre radici.

Ancora il nostro Michele, in data 10 giugno posta un lungo commento a un articolo apparso su “Le scienze” in data peraltro non recente, Ritmo doppio per l’evoluzione ai tropici di Jacopo Pasotti, pubblicato nel giugno del 2006. Si tratta tuttavia di una questione di importanza non secondaria di cui, sempre su MANvantara aveva parlato in precedenza Cristina Gatti: la maggiore variabilità genetica delle popolazioni africane rispetto alle altre è spesso portata dagli antropologi come presunta prova dell’Out of Africa, dell’origine africana della nostra specie. Si tratta tuttavia di una “prova” che non ha nessuni valore, perché tutte le specie animali e vegetali presentano maggiore variabilità genetica ai tropici, cosa che si collega alla resistenza alle infezioni, dato che in questi climi i microorganismi patogeni sono senz’altro più virulenti rispetto ad ambienti più freddi. Non c’è che dire, si vede proprio la bellezza di una cultura che procede per compartimenti stagni, e dove i presunti esperti di un settore possono ignorare del tutto quelli di un altro, anche i più noti e banali.

Ancora Il 10 giugno MANvantara ha postato un link alla pagina web di Anatole Klysov. Il nome di questo scienziato russo vi dovrebbe essere familiare, si tratta del genetista che ha smentito l’Out of Africa, dimostrando che i genomi europei non derivano da DNA africani.

Il 12 giugno Michele Ruzzai ha postato su MANvantara la copertina, i risvolti e il sommario di un libro che appare molto interessante: Il mito della terra perduta, da Atlantide a Thule di Davide Bigalli. Data la tematica, una recensione magari breve, sarebbe stata meglio. In ogni caso, si può dire che gli archeologi ufficiali che guardano a queste tematiche con scetticismo, dovrebbero quanto meno spiegarci come mai il mito della terra perduta ricorre con costanza sorprendente nelle tradizioni di tutti i popoli e di tutte le culture, a prescindere dal fatto che abbiamo terre perdute la cui esistenza reale in un’epoca che ci ha preceduti è ormai dimostrata. Doggerland e la Beringia per fare solo due nomi.

Sempre il 12 giugno Mizar Ursae Maioris ha pubblicato un post riguardante le mummie ritrovate nella necropoli siberiana di Oglakhty risalenti al 300 d. C. i cui volti erano coperti da maschere di gesso colorato oggi conservate al Museo Storico di Mosca. Le cose notevoli sono due: esse mostrano una fusione di tratti caucasici e mongolici, permettendoci di intravedere in queste regioni una presenza “bianca” più antica di quanto generalmente si suppone, e le pitture delle maschere che dovrebbero riprodurre i tatuaggi dei defunti, che sembrano ricollegarsi all’arte scitica.

Sempre lo stesso giorno, un post riporta la copertina e l’indice del libro L’evoluzione asimmetrica delle razze umane di Aldo Colleoni, edito dalla Goliardica Editrice di Trieste. Di notevole c’è soprattutto il grafico che pone l’origine delle migrazioni umane nell’Alto Nord, per poi espandersi attraverso l’Europa e l’Asia, fino a raggiungere l’Africa e l’Australia.

Il 13 giugno, su MANvantara c’è un link a un articolo di sci-news.com realativo a una questione di cui abbiamo già parlato: il sequenziamento del genoma dei resti di una bambina di 11.500 anni fa, che avrebbe permesso di individuare una finora sconosciuta popolazione “beringia” di transizione fra gli asiatici e i nativi americani.

Sempre alla stessa data, un breve articoletto di Jason Pickis parla dei Guanci, gli isolani oggi estinti delle Canarie, caucasici e considerati la popolazione vissuta in età storica più vicina all’uomo di Cro Magnon. Nel 1991 il famoso esploratore Thor Heyerdal accertò che i “mucchi di pietre” sparsi nelle isole e riferibili alla cultura di questo antico popolo, sono delle vere e proprie piramidi molto simili a quelle mesoamericane.

Sempre il 13, MANvantara presenta un link con ibs.it per l’acquisto del libro Le origini segrete della razza umana di Michael A. Cremo. L’autore è lo stesso che assieme a Richard L. Thompson, ha scritto anche Archeologia proibita di cui vi ho parlato la volta scorsa. Le tesi sostenute da questo dautore mi pare possano essere considerate nettamente anti-evoluzioniste: l’umanità esisterebbe da un’enorme antichità di tempo, molto più di quanto ammesso dalla scienza ufficiale, e i vari ominidi, erectus e via dicendo, di cui si occupano i paleoantropologi, lungi dall’essere nostri antenati, sarebbero rami collaterali degeneri del nostro albero genealogico.

Il 14, un articolo di Lorenzo Guadagnucci su quotidiano.net, Q.I., siamo sempre meno intelligenti, tratta una tematica di cui mi sono occupato anch’io (i due articoli Il trionfo della stupidità, prima e seconda parte su “Ereticamente”), il declino dell’intelligenza che chiaramente si manifesta in tutto il mondo. Al riguardo l’autore cita i dati di una ricerca svedese che rivelano una situazione ancora più preoccupante di quella da me evidenziata, con un calo di sette punti di Q. I. ogni dieci anni e, oltre alle cause da me evidenziate, ne indica un’altra, l’uso frenetico degli smartphone, soprattutto da parte dei più giovani, che avrebbe un vero effetto rimbambente.

E’ il caso anche di segnalare che il numero di giugno de “Il primato nazionale” contiene l’articolo di Carlo Altoviti I Pelasgi e l’Italia, quando il mito è storia. I Pelasgi furono un antico popolo che abitò la penisola ellenica prima che vi discendessero da nord gli Elleni indoeuropei, ed ebbero con questi ultimi un rapporto molto simile a quello degli Etruschi con Roma, ma sarebbero stati presenti anche in Italia e in rapporti con le antiche culture italiche.

Come si vede, la ricerca delle nostre origini continua, ed è in pieno svolgimento.

NOTA: Nell’illustrazione, le copertine di tre testi citati nell’articolo: La scrittura è nata in Europa?, di Marco Merlini, Dalla scimmia all’angelo di H. R. Hays e  Le origini sciamaniche della cultura europea dei Quaderni di Studi indo-mediterranei.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 16 luglio 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Alcuni giorni fa ho incontrato un buontempone che ha asserito che se certi nordafricani si comportano in modo ostile, la colpa sarebbe nostra poiche non li abbiamo accolti bene

  2. Fabio Calabrese

    Laurix, un buontempone, senza dubbio!

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