Rosa Genoni, la “sarta artista” pioniera del made in Italy – Emanuele Casalena

Rosa Genoni, la “sarta artista”  pioniera del made in Italy – Emanuele Casalena

Prefazione

Rosa Genoni

Il 25 settembre del 2015 si inaugurava a Milano una mostra retrospettiva dedicata a Rosa Genoni nelle sale Liberty di Palazzo Castiglioni. Un omaggio della città Ambrosiana alla stilista che con Lydia De Liguoro aveva creato il made in Italy nel settore moda. Era il 1906 quando la sartina di Tiràn aveva esposto, nello  stand assegnatole, i suoi modelli, aggiudicandosi il “Gran Prix” delle arti decorative nel quadro dell’Expo milanese del Sempione. La cronaca riferisce che la sua vetrina prese fuoco costringendo la modista ad un secondo allestimento,  ricucendo daccapo l’abito La Primavera, ispirato al celebre dipinto pedagogico di Alessandro Botticelli. Gli abiti che le valsero quell’ambito riconoscimento internazionale traevano ispirazione dall’alta sartoria del nostro Rinascimento, in particolare del ‘400, in ragione della supremazia assoluta raggiunta  dalle Signorie  nel campo delle arti, moda compresa. Già ai primi del ‘500 l’haute cuture italiana cedeva alle contaminazioni spagnole, inglesi, poi francesi perdendo via, via  autonomia per scadere nel provincialismo esterofilo.

Esposizione delle arti decorative, Milano 1906, stand di Rosa Genoni

 

 

 

Rosa Genoni, mantello Pisanello, Milano Expo del 1906

A sostegno del ruolo di primato che la moda italiana aveva nella seconda metà

R. Genoni, La Primavera,Milano Expo 1906

del Quattrocento ecco cosa scriveva Leonardo da Vinci, arbiter elegantiae , a proposito del gusto maschile: “Li habiti della figura siano accomodati all’età e al decoro, cioè che ‘l vecchio sia togato, il giovane ornato d’abito che manco occupi il collo da li omeri delle spalle in su, eccetto quelli che fanno professione di religione”.

Quando Leonardo dipinse la prima versione del ritratto di Monna Lisa Gherardini, rimasta celata sotto la Gioconda “ufficiale”, e ricostruita dall’ingegner Pascal Cotte dopo lunghe indagini tecnico-scientifiche, la signora che ci appare è una giovine madonna con indosso abiti di creazione fiorentina d.o.c.g., gigliata anche per l’acconciatura dei sui capelli. Idem si può dire della lunga versione finale, tra l’altro, mai ultimata.                     

Abbiamo aperto questo breve  inciso per spiegare le ragioni storiche che spinsero Rosa Genoni a scavare nel nostro passato per ricucire lo strappo della moda italiana dalle sue tradizioni che pur le avevano permesso di imporsi in tutte le corti d’Europa. La sponda della Storia non poteva essere che il Rinascimento per gettare un ponte fino al Novecento. Un’ operazione di recupero del disegno, di selezione filologica della qualità dei filati, delle tessiture, dei tagli delle stoffe arricchite dall’ arte del ricamo. La scelta, ad esempio, di Botticelli e Pisanello non fu casuale ma prova di studio attento della Storia, metodo appreso nella sua gavetta parigina.

Notate bene che a distanza di decenni, Botticelli è tornato di moda  nelle scelte di alcuni stilisti, tanto da meritare la mostra “Botticelli Reimagined” al Victoria and Albert Museum di Londra nel 2016 con ben 150 opere di reinterpretazione del grande pittore fiorentino. E’ un inno alla Bellezza (50 le sue opere) di un Botticelli reinterpretato. I modi con cui diversi artisti ( D. G. Rossetti, E. Burne-Jones, W. Morris, R. Magritte, E. Schiaparelli, A. Warhol) hanno “rivisitato” il pittore fiorentino sono accattivanti anche nella moda: Dolce & Gabbana si sono ispirati a La nascita di Venere per la collezione primavera/estate del ‘93. L’artista cinese Yin Xin, nel 2008, ha confezionato la Venere botticelliana con capelli corvini ed occhi a mandorla.

 

la Venere di David La Chapelle, grande fotografo americano.

 

Notizie biografiche

Rosa Angela Caterina Genoni nasce in un paesino della Valtellina, Tiràn in dialetto ( Tirano) in provincia di Sondrio, il 15 giugno 1867, l’anno della sfortunata battaglia di Mentana. Famiglia modesta la sua, papà Luigi fa il ciabattino, mamma Anna Margherita Pini la ricamatrice, lei primogenita di 18 figli (ne resteranno 12), con tante bocche da sfamare, viene affidata alla nonna che vive in campagna a Grosio, d’inverno dorme nella stalla perché più calda. A dieci anni, da “piscinina”, la mandano a Milano presso la piccolo sartoria della zia Emilia ad  imparare il mestiere, si porta in dote la III elementare, sa leggere e far di conto, l’era brava a scuola ma solo le prime tre classi erano gratuite.

La città Ambrosiana è la capitale dell’industria, permeabile ai processi di innovazione tecnologica in ogni campo, dai trasporti alla meccanica automobilistica, con un hinterland manifatturiero nel tessile che dà occupazione all’85% delle donne operaie, tra “piscinine”, sarte, ricamatrici, cucitrici e stiratrici. Però le sartorie tagliano e cuciono modelli francesi importati attraverso i figurini dei couturiers parigini senza travasi di cultura nazionale. Rosa è intraprendente per carattere, segue corsi serali per prendersi la V elementare, poi quelli comunali per imparare un po’ di francese. Nel frattempo, come molte sartine, frequentava la casa di Giuseppe Turati e Anna Kuliscioff aderendo politicamente al socialismo riformista ed alla cui ideologia restò saldamente legata. L’obiettivo professionale però è quello di cimentarsi con Parigi così nel 1886 fa tappa a Nizza, la sfida è confezionare un abito da esporre in vetrina, il capo viene acquistato subito in serata, Rosa a diciannove anni diventa premiére dell’atelier, potrà disegnare lei i figurini.

Nel 1887 finalmente sbarca nella Ville lumiére assunta in una sartoria di rue de la Paix dove oltre a perfezionarsi nel disegno come stilista, impara de visu i processi della catena produttiva, dall’ideazione dei modelli al lavoro d’equipe per realizzarli, in più riscontra che les couturiéres non sanno solo eseguire bene il lavoro ma padroneggiano un bagaglio culturale che le guida nella loro professione, ne sanno eccome di Storia dell’Arte e di Storia della Moda. Un anno le basta per tornare  Milano ed essere la stilista della sartoria Bellotti, fioccano i primi consistenti guadagni che le permettono d’ aiutare i fratelli, in particolare Emilio emigrato in Australia e Carlo accusato dell’ omicidio del suo socio. Per quest’ultimo paga la parcella dell’avvocato socialista Alfredo Podreider che diverrà suo amante, poi sposo nel 1924. Dalla loro unione nascerà l’unica amatissima figlia Fanny.

La fine dell’Ottocento coincide col  luccichio della Belle Epoque, la moda francese libera le donne dai mutandoni sotto cumuli di inutili sottovesti, via anche le stecche dai busti e sotto le gonne ridondanti. Sta prendendo sostanza e forma la catarsi femminista della donna, gli abiti ne esaltano l’emancipazione sociale, restano però i ghetti delle classi sociali che Rosa vorrebbe abbattere. Nel 1903 viene promossa Direttrice della Maison Haardt et Fils di Milano, introducendo nella produzione i suoi di modelli oltre a quelli francesi. Ricordandosi di quanto appreso nell’atelier di rue de la Paix come nei suoi numerosi viaggi a Parigi, si convince che le sartine debbono avere un’istruzione adeguata, così, dal 1905, sale in cattedra per insegnare Storia del Costume nella Scuola professionale femminile della Società Umanitaria della quale era socia. In seguito introdurrà nell’ offerta formativa un settore esclusivo dedicato alla sartoria. Sono questi gli anni dell’effettiva nascita del Made in Italy che Rosa propugna con grande energia nazionalista rivendicando l’autonomia della moda italiana da quella francese,  coniugando  creatività al sapere e saper fare italiano. All’Expo milanese, dedicata alla Galleria del Sempione, presenta otto modelli tutti ispirati ai grandi del Rinascimento, da Raffaello a Botticelli, dal Veronese a Mantegna, le spalle del ponte con la grande sartoria italiana del passato che aveva dominato le corti europee, erano gettate, si torna alle matrici venete, fiorentine, milanesi. Tutto nel suo stand è italiano, dai manichini romani, agli abiti, agli accessori fino ai gioielli prodotti dagli allievi orafi della Società Umanitaria. Non solo passato però ma occhio anche alla donna moderna se Rosa mette in mostra la prima gonna pantalone! La stampa internazionale, da Le Figaro a La Prensa argentina, decreta il successo dei modelli proposti per la loro originalità ed attualità, Rosa si aggiudica il 30 novembre il Grand Prix della Giuria Internazionale. Nel 1908 sarà invitata al I Congresso della Donna Italiana in veste di delegata della Società Umanitaria, il suo intervento, applauditissimo, ne consacrò la personalità. Nel suo discorso partendo dalla constatazione di fatto che non esisteva più una moda italiana, ripercorre il passato glorioso del settore al quale ispirarsi innestandovi le grandi professionalità femminili presenti in quest’ arte applicata. Parleremmo oggi di comporre insieme le sinergie presenti per costruire una moda tutta nazionale seguendo però processi industriali. La scuola professionale femminile diventa l’investimento principale per  dare attuazione ad un moda italiana protagonista vincente sui mercati. Non solo parole ma anche divulgazione di idee a mezzo stampa, Rosa le espone sulle riviste più quotate da “La Margherita” al “Marzocco”, da “Vita d’Arte” a “L’Eleganza” ottenendo l’adesione di attrici e nobildonne come Letizia Bonaparte moglie del duca Amedeo d’Aosta e la divina attrice Lyda Borelli ( celebre l’abito indossato Tanagra).

Lyda Boreli indossa Tanagra di R. Genoni

 

Nel 1909 nasce il “ Comitato per una moda di pura arte italiana” presieduto da Giuseppe Visconti di Modrone, gentiluomo della regina Elena, padre del regista Luchino, nonché imprenditore di velluti nel settore tessile, Presidente dell’Inter e creatore di profumi. L’organismo è  patrocinato da Franca Florio, Borsalino, Lanerossi, Jesurum e diversi altri imprenditori.

Nel 1911 il Comitato bandisce sulla rivista senese “Vita d’Arte” il  concorso per un abito da sera. La partecipazione è enorme, di alta qualità, il premio viene assegnato all’artista  di Faenza  Francesco Nonni disegnatore, pittore, incisore e ceramista.

Nello stesso anno con la ricorrenza del cinquantesimo dell’Unità d’Italia, all’Esposizione Internazionale delle industrie e del lavoro di Torino viene allestito un padiglione dedicato tutto alla sartoria nazionale.

All’impegno per una moda italiana Rosa in parallelo mette quello di ardente socialista nel battersi per il miglioramento delle condizioni del lavoro femminile, per il diritto al voto, orario massimo di lavoro di otto ore giornaliere, no al lavoro notturno, congedo retribuito per la maternità, divieto di mansioni pericolose per l’incolumità della persona, avanzamento di carriere, ecc.. Con l’amica  pasionaria Anna Kuliscioff partecipa come delegata al Congresso Internazionale socialista di Zurigo.

Siamo alle soglie della I Guerra mondiale, lo scontro interno al Partito socialista è forte tra interventisti e pacifisti, Mussolini lascia il Partito insieme a componenti anarco-nazionaliste, Rosa s’adopera invece contro l’intervento militare in Libia quanto contro l’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale. La sua residenza milanese si trasforma in sede del Movimento Internazionale per la Pace, spazio di aggregazione quanto megafono  del pacifismo europeo.

Nel 1915 partecipa all’Aja al Congresso Internazione delle donne contro la guerra, invitata dalla futura premio Nobel per la pace Jane Addams fondatrice della Women’s International League for Peace and Freedom che la porta con se all’incontro con il Primo Ministro olandese e il Ministro degli Esteri inglese, invocano un intervento per arrestare il conflitto, durante il quale la Genoni tiene a battesimo l’associazione “Pro Humanitate” rivolta all’assistenza dei prigionieri di guerra.

Gli avvenimenti postbellici si susseguono convulsi, dal biennio rosso alla contemporanea nascita del fascismo fino alla chiamata alla Presidenza del Consiglio di Mussolini nel ’22.

Rosa in questi anni scrive articoli sul giornale “La Difesa dei Lavoratrici”, partecipando al Congresso socialista di Zurigo del 1919.

Nel 1924, di sosta Parigi durante un viaggio in Cornovaglia con la figlia Fanny , avviene l’incontro con la teosofia dell’austriaco Rudolf Steiner di cui segue alcune lectures, restandone profondamente influenzata nel pensiero come nel fare arte, l’antroposofia sarà la sua culla negli  anni del suo ritiro varesino, dopo la perdita del marito e lo scoppio della Guerra.

Nel 1925 muore la sua amica e compagna di battaglie Anna Kuliscioff, insieme al marito mette su un laboratorio da sarta nella sezione femminile del carcere di S, Vittore con annesso asilo nido per le detenute mamme. Sempre in quell’anno esce il primo dei tre volumi ( resterà l’unico) della sua Storia della Moda attraverso i secoli.  Nonostante il suo antifascismo Rosa continuerà a mietere successi nel campo della moda almeno fino alla perdita del coniuge avvenuta nel 1936 a Sanremo. Con l’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale Rosa e Fanny si ritirano dalle scene stabilendosi nella casa di famiglia a Varese dove la Genoni risiederà fino alla data della sua morte il 12 agosto 1954.

 

Lo stile Genoni

Rosa Genoni nel  creare i suoi abiti si ispira  al Neoclassicismo, altro movimento nato in Italia ( Villa Albani-Roma ) ed in principal modo al Rinascimento. Secondo la filosofia che caratterizzava lo stile  Genoni, creare abiti con quei riferimenti storici significava recuperare e salvaguardare il valore della moda italiana conferendole maggiore peso culturale e identità. Sta a  significare che  realizzare manufatti di valore unico ben riconoscibili sul mercato, vuol dire affiancare alla competenza tecnica e produttiva una grande cultura, bisognava saldare le Belle Arti con le arti minori, questa era la chiave per riportare al successo la moda nazionale.

Personalità poliedrica, perciò stesso complessa, Rosa Genoni oltre alla sua unica figlia Fanny partorì così anche il Made in Itay che sembrava riposare, come Euridice, nell’Ade. Dichiarò in proposito «il nostro patrimonio artistico potrebbe servire di modello alle nuove forme di vesti e di acconciature, che così assumerebbero un certo sapore di ricordo classico ed una vaga nobiltà di stile […] Come mai nel nostro paese da più di trent’anni assurto a regime di libertà, in questo rinnovellarsi di vita industriale ed artistica, come mai una moda italiana non esiste ancora?» A lei l’onore di questa creazione di Eva tricolore.

Fu esponente di spicco dell’umanesimo socialista cavalcato anche da Mussolini, lei restò ad aspettare l’alba del sole nascente l’altro colse il fiore della rivoluzione, si persero per strade diverse, opposte, ma un sogno li accumunava, riscattare la serva Italia, di dolore ostello. In questa ricerca di una via nazionale alla moda la Genoni anticipò di anni quel “ritorno all’ordine” del nostro primo dopoguerra, quando tutta l’arte italiana si interrogava sulla sua ricostruzione dalla Metafisica di De Chirico, a Valori Plastici di Broglio, al gruppo Novecento della Sarfatti, in tutto questo c’era amore per la propria Patria al di là delle barricate.

Emanuele Casalena

 

Bibliografia

Gnoli, Sofia. Un secolo di moda italiana. 1900-2000 – Meltemi, 2005.

Raffaella Podreider, Rosa Genoni pioniera della moda italiana, realizzazione di Franco Visintin, associazione Valtellinesi a Milano, 24 novembre 2011.

Paulicelli, Eugenia. La Moda è una cosa seria. Milano Expo 1906 e la Grande Guerra , Deleyva Editore, 2015.

Angela Frattolillo, Rosa Genoni  Pioniera della Moda, 2016 –  Blog Biografie Profili di donne protagoniste del loro tempo..

Milano, Archivio di Stato, Mostra su “ROSA GENONI (1876-1954): UNA DONNA ALLA CONQUISTA DEL ‘900 PER LA MODA, L’INSEGNAMENTO, LA PACE E L’EMANCIPAZIONE “, 2018.

 

 

 

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Categorie: Arte, Moda

Pubblicato da Ereticamente il 25 luglio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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