Neapolis: i miti e le origini – Luigi Angelino

Neapolis: i miti e le origini – Luigi Angelino

L’ origine di un’antica città, perfino quando ci sono precise testimonianze storiche che ne attestano la fondazione, sono sempre intrise di miti e di leggende affascinanti, che stimolano l’immaginario collettivo e di cui non è possibile stabilirne la veridicità.

Per quanto riguarda i miti che circondano l’origine di Napoli, due fattori hanno giocato un ruolo predominante: la scarsità di reperti archeologici che si riferiscono alla sua fondazione e l’acclamata bellezza dei luoghi. Ciò ha favorito il tramandarsi della leggenda sulla sirena Partenope che, secondo la tradizione, sarebbe sfuggita dalla patria greca ed avrebbe trovato sepoltura nel Golfo di Napoli. Nel XII canto dell’Odissea si narra che Ulisse, nonostante fosse stato avverito dalla maga Circe, volle per forza ascoltare il canto delle sirene, ma prese adeguate precauzioni. Ordinò ai suoi uomini di mettere dei tappi di cera alle orecchie in modo che non ascoltassero, mentre lui si fece legare all’albero della nave, vietando ai suoi uomini di slegarlo, qualsiasi cosa avesse detto. La leggenda narra che le sirene rimasero oltremodo deluse e si suicidarono, in quanto non erano immortali: Leucosia fu cullata dalle onde, fino alla zona a sud di Salerno, dando il nome all’odierna punta Licosa; Ligea trovò la sua ultima dimora nel golfo di Santa Eufemia in Calabria, mentre Partenope fu trasportata dalle correnti marine sugli scogli di Megaride, dove ora si trova il Castel dell’Ovo.

Ma cerchiamo di fare chiarezza su questo passato misterioso di una delle città più famose del mondo. Nell’area napoletana sono state rinvenute molteplici tracce che attestano il culto nei confronti della sirena Partenope, la cui effigie risulta presente su antiche monete d’argento. Gli storici antichi che si sono interessati delle origini della città, tra cui emerge Strabone, pur cercando di conciliare mitologia e realtà, sono concordi sulla derivazione greca della città e precisamente identificano i suoi fondatori come provenienti dall’isola di Rodi. Secondo le teorie più accreditate, alcuni coloni greci verso il IX sec. a.C., giunsero sulle spiagge del litorale e fondarono un porto sull’isolotto di Megaride, sul quale oggi sorge il Castel dell’Ovo, e popolarono un piccolo abitato sull’attuale collina di Pizzofalcone, in collegamento con il porto sottostante mediante impervi sentieri ricavati nella roccia. Successivamente, quando tra il VII e il VI sec. a.C., Cuma estese il proprio dominio su tutto il golfo, la colonia fu completamente modificata, pur partendo dal sito iniziale. A tal proposito gli storici parlano di rifondazione media o rifondazione cumana. Probabilmente la rifondazione avvenne, a seguito dell’instaurazione della Tirannide di Aristodemo, alla fine del VI sec. a.C. e all’espulsione forzata di alcuni oligarchi da Cuma che vollero fondare una città uguale alla madrepatria. Neapolis, pertanto, rappresentò l’unico caso del mondo greco, in cui una città fu fondata nello stesso territorio della madrepatria, appunto la “metropolis” Cuma.

La città si estendeva nella zona che è attuamente compresa tra le attuali chiese di Sant’Aniello a Costantinopoli (Piazza Cavour), dei SS. Apostoli (San Lorenzo) e di Santa Maria Egiziaca (Forcella). In realtà la “nuova città” non inglobò subito il precedente insediamento urbano, ma sorse a circa 2 km di distanza da esso, per motivi di carattere logistico e per favorire le relazioni economiche e commerciali.

Nel contesto geopolitico della Campania preromana, le condizioni morfologiche del luogo, che comprendevano un promontorio circondato dal mare e separato da un pronunciato vallone dal territorio sottostante, rappresentavano un’ottima difesa contro gli attacchi che venivano dal mare e dall’entroterra, soprattutto da parte degli Etruschi, che in quel periodo erano i principali rivali dei coloni greci e che questi ultimi denominavano “Tirrenoi” (da cui deriva appunto l’appellativo di “mar Tirreno”). L’ autonomia della colonia cumana fu molto spesso minacciata dalle continue lotte che le varie etnie ingaggiavano per ottenere la supremazia delle coste. Neapolis, comunque, si assicurò un rapporto privilegiato con l’Atene di Pericle, conqustando un ruolo egemone non solo nell’area osco-campana, ma nell’intero bacino internazionale del Mediterraneo. Lo storico Strabone attesta a Napoli una marcata influenza ateniese, riferendo dell’arrivo del celebre ammiraglio Diotimo, che raggiunse la città con la sua considerevole flotta, allo scopo di popolarla di coloni attici, calcidesi di Eubea e pithecusani, potenziandone il corpo civico e militare. Neapolis, inoltre, cementò i rapporti con Elea (l’attuale Ascea, in provincia di Salerno), sede della più importante scuola filosofica del tempo, patria di Parmenide e di Zenone, i primi teorici della metafisica dell’ “essere”.

Altre interpretazioni storiche affermano che una svolta decisiva si ebbe quando nel 474 a.C., Gerone, tiranno di Siracusa, sconfisse gli Etruschi, inaugurando un periodo di stabilità e di pace ai coloni greci dell’intera Italia meridionale. Ciò fu la premessa per la fondazione di una nuova città: i coloni abbandonarono il vecchio insediamento sul colle, che non permetteva ulteriori accrescimenti, e fondarono “Napoli” su un altopiano non molto distante dal precedente luogo, corrispondente più o meno alla zona delle attuali cliniche universitarie. Allora questa zona si affacciava su una vasta spiaggia, elemento importantissimo per gli abitanti dell’antica Napoli, la cui attività principale consisteva nel commercio. Il nome “Neapolis” le fu attribuito per distinguerla appunto dalla vecchia “Palepolis”. La “Nuova città” si sviluppò molto di più dell’antico insediamento, anche grazie ai rapporti che i suoi abitanti riuscirono a stabilire con le altre città del Mediterraneo, facendo si che divenisse in breve tempo un fiorente centro di scambi. Le felici condizioni del sito ed un continuo aumento dei suoi abitanti la resero in breve tempo il centro più importante della costa campana, attirando nuovi cittadini anche dall’entroterra.

Successivamente, la bellezza dei luoghi, il clima mite e la facilità dei collegamenti, furono tutti elementi che attirarono l’interesse dei Romani, che, non a caso, denominarono l’area geografica “Campania felix”. Nel corso della seconda guerra sannitica, nella seconda metà del IV sec. a.C., Napoli strinse alleanza con i Sanniti e i Tarantini contro Roma, che aveva però già conquistato Capua. Nel 326 a.C., la città fu assediata dall’esercito romano guidato dal console Publilio Filone, e i Neapolitani si arresero dopo un lungo assedio, ma anche grazie ad uno stratagemma, che permise ai cittadini di etnia greca, più propensi ad un accordo con i Romani, di allontanare preventivamente gli alleati Sanniti, più ostili all’invasore. Roma lasciò alla Napoli conquistata un ampio margine di autonomie, consentendole di conservare costumi e lingua di origine greca, stringendo il cosiddetto “foedus Neapolitanum”. Quando nel 211 a.C., l’importante città di Capua fu punita dai Romani, per la sua alleanza con Annibale di Cartagine, il ruolo di egemonia di Napoli nell’area campana si consolidò ancora di più. Verso la metà del I sec. a.C., a Napoli cominciarono a formarsi notevoli corporazioni ed importanti scuole culturali, come quella del filosofo epicureo Sirone, dove studiarono anche Virgilio ed Orazio. Quando nel 49 a.C. scoppiò il sanguinoso conflitto tra Cesare e Pompeo, la città si schierò dalla parte del perdente e ne ebbe ripercussioni negative. Ma la nemesi storica fece si che, proprio da Neapolis, partisse la congiura per uccidere Cesare (vi sono testimonianze storiche che attestano che Cassio sia partito dal litorale napoletano, per compiere il famosissimo omicidio).

Nei primi due secoli dell’impero, i Romani vi fondarono le proprie residenze estive, che erano denominate “villae otii”: personaggi come Pollio Felice, Vedio Pollione e lo stesso Virgilio vi costruirono ville sontuose, contribuendo alla trasformazione degli usi e dei costumi degli abitanti di Neapolis. A Virgilio si deve l’attribuzione dell’appellativo “Pauseleipon” (dal greco, luogo che dà tregua al dolore) alla zona nord del golfo di Napoli, dove attualmente sorge appunto il quartiere di Posillipo, uno dei più panoramici e pittoreschi della metropoli. In epoca romana, quindi, la città assunse una dimensione considerevole, divenendo un importante centro culturale ed intellettuale, nonché luogo di residenza per aristocratici, a differenza della vocazione commerciale che aveva caratterizzato il precedente periodo greco. Napoli, in qualità di città “più greca dell’occidente”, fu scelta dall’imperatore Cesare Ottaviano Augusto, come “custode della cultura ellenica”, designandola come sede dei giochi isolimpici, sul modello dell’Olimpia greca. In tale contesto, la cancelleria imperiale favorì importanti ristrutturazioni ed innovazioni dell’area urbana, soprattutto con la costruzione di nuovi impianti sportivi. A seguito della tragica eruzione del 79 d.C., che distrusse le importanti città di Pompei, Ercolano, Stabia ed Oplonti, verso Napoli confluì un gran numero di profughi provenienti dalle zone colpite dal cataclisma.

Con l’avvento del Cristianesimo, arrivarono a Napoli numerose comunità dalle grandi metropoli del medio oriente, come Alessandria d’Egitto, Antiochia ed Efeso. Il primo vescovo napoletano fu Aspreno, secondo la leggenda ordinato dallo stesso San Pietro e poi canonizzato come santo. Successivamente, per la mancanza di “martiri” acclarati napoletani, si sceglierà come patrono della città, San Gennaro, vescovo di Benevento, decapitato nella vicina Puteoli (Pozzuoli) nel 305 d.C.. E’ giusto ricordare che anche nella città campana numerose sono state le leggende formatesi intorno alla figura di Costantino, soprattutto in relazione alla fondazione di alcune chiese, come quella di San Giovanni Maggiore e di San Gregorio Armeno. In realtà si tratta solo di credenze popolari, in quanto Costantino non fu mai realmente cristiano, tollerando la religione cristiana soltanto per motivi di opportunità politica.

Nel periodo del crollo dell’impero romano d’occidente, il destino di Napoli è legato a quello di Roma: le popolazioni barbariche, che continuamente invadevano le fertili campagne meridionali, costringevano gli abitanti ad una costante politica di difesa. Nel 459 Napoli fu violentemente attaccata, ma non espugnata dai Vandali di Genserico, grazie anche alle nuovi fortificazioni sollecitate da Valentiniano III. Una terribile sciagura si abbattè nell’area campana nel 472, quando un’enorme eruzione del Vesuvio emise una tale quantità di cenere da destare preoccupazione in tutta l’Europa e perfino a Costantinopoli. Ed è emblematico che l’atto finale dell’impero romano d’occidente si sia consumato proprio a Napoli: nel 476, l’ultimo imperatore, Romolo Augstolo, fu deposto e poi fatto imprigionare da Odoacre, proprio presso castel dell’Ovo, in quel tempo villa romana fortificata. La deposizione del giovane Romolo Augustolo da parte del generale barbaro Odoacre segna, per convenzione, la fine dell’epoca antica e l’inizio del Medio-evo. Si tratta, in realtà, di una mera convenzione, in quanto già le strutture proprie dell’impero romano erano state sostituite da alcune istituzioni cristiane, come le diocesi, che in realtà supplivano al vuoto politico della decadente società del tempo. Lo stesso vescovo di Roma, assunto a “primate” della Chiesa d’Occidente, sarà definito da molti storici come “il fantasma dell’imperatore romano”. E vi è un’altra importante considerazione da aggiungere: formalmente l’Impero Romano d’occidente non è mai caduto. Nessun riconoscimento ufficiale Odoacre ricevette dall’imperatore romano d’oriente, e, successivemente, alcuni sovrani barbari governeranno in nome di quest’ultimo. Si dovrà arrivare all’800, con l’incoronazione di Carlo Magno, a capo del “Sacro Romano Impero”, per avere una parziale quanto effimera riunificazione dell’Europa occidentale. Come dirà Voltaire nel XVIII secolo, riferendosi alle conquiste di Carlo Magno, “non era né un impero, né romano, e per niente sacro”.

La città di Napoli, nei successivi circa sei secoli di dominio bizantino, conoscendo un fenomeno molto diffuso nel primo periodo dell’era cristiana, caratterizzato da generalizzata decadenza e da continue crisi economiche, subì un progressivo ridimensionamento, in quanto molti luoghi poco sicuri militarmente furono abbandonati dalla popolazione che si rifugiò all’interno delle mura, con conseguente degrado del territorio circostante.

Bibliografia di riferimento:

 – ALAIMO Giovanni, Origine di Partenope, vol.VIII, Napoli 2011, Edizioni del Delfino;
– CAPASSO Bartolommeo, Napoli greco-romana, ristampa dell’antica edizione del 1905, Napoli 1987, Edizione Berisio.
– DI MAURO Leonardo, VITOLO Gianni, Breve storia di Napoli, Napoli 2006, Edizione Pacini.
– HEATHER Peter, La caduta dell’impero romano, tradotto da S. Cherchi, Milano 2006, Ed. Garzanti.
– GHIRELLI Antonio, Storia di Napoli, Torino 2016, Einaudi editore.
– OMERO, Odissea, tradotta da Ettore ROMAGNOLI, Ravenna 2010, Edizioni ITACA;
– WILSON Peter H., Il Sacro Romano Impero, London 2006, Edizioni Penguin.

 

Luigi Angelino

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Categorie: Storia

Pubblicato da Ereticamente il 29 luglio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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