Ma veniamo veramente dall’Africa? – 1^ parte – Fabio Calabrese

Ma veniamo veramente dall’Africa? – 1^ parte – Fabio Calabrese

NOTA: Questo articolo e i due che seguiranno sul medesimo argomento sono il testo della conferenza da me tenuta venerdì 26 gennaio presso la Casa del Combattente di Trieste sul tema della presunta origine africana della nostra specie. Questo spazio è divenuto accessibile per il fatto che il nostro Gianfranco Drioli, ex lagunare oltre che autore degli ottimi libri Ahnenerbe e Iperborea, la ricerca senza fine della patria perduta, è diventato presidente dell’ALTA (Associazione Lagunari e Truppe Anfibie) di Trieste. Gli argomenti di questa conferenza, ossia tutti gli elementi che inducono a respingere non solo come falsa e inconsistente, ma come dettata da un chiaro preconcetto ideologico la “teoria” dell’Out of Africa, cioè della presunta origine africana della nostra specie, vi saranno in gran parte noti, anche perché mi sono occupato più volte della questione sulle pagine di “Ereticamente”, in particolare nella rubrica/serie di articoli Una Ahnenerbe casalinga. Tuttavia, penso che una loro esposizione completa e sistematica possa essere indubbiamente utile. E’ previsto che a questa conferenza ne seguano altre che riprendono il discorso sulle nostre origini: sulle origini dei popoli indoeuropei, della civiltà europea, della nazione italiana.
State tranquilli, vi terrò aggiornati.

Il nostro discorso richiede una premessa. La questione se la nostra specie abbia o non abbia origini africane, infatti, è solo apparentemente una questione scientifica e si lega fortemente a tematiche ideologiche. Occorre dire per prima cosa che i regimi sotto i quali abbiamo la ventura di vivere e che si auto-definiscono come democrazie, solo apparentemente sono il regno della libertà d’espressione, ma sono all’atto pratico caratterizzati dal dominio politico degli Stati Uniti sull’Europa, da quello economico dell’alta finanza internazionale, e da una serie di poteri che sono quanto rimane dell’infiltrazione sovietica nel mondo occidentale avvenuta ai tempi della Guerra Fredda, cioè i movimenti di sinistra, oggi riadattati in modo da essere funzionali agli interessi degli USA e del capitale finanziario internazionale. E’ necessario tenere presente questo scenario politico, perché dobbiamo sapere che quella che nel nostro mondo passa per ricerca scientifica, non è affatto neutra e basata sui fatti, ma risponde a precise esigenze ideologiche.

Quello che possiamo considerare lo stigma della mentalità di sinistra, è la negazione dell’importanza dell’eredità biologica dell’essere umano. Si vuole che noi stessi siamo solo il prodotto dell’ambiente, dell’apprendimento, della cultura, nell’illusione di poter costruire attraverso gli opportuni condizionamenti ambientali la società perfetta. Di passata, questo atteggiamento coincide perfettamente con quello del grande capitalismo finanziario internazionale che vuole che l’uomo sia una cera molle, malleabile a piacere, per farne semplicemente un ingranaggio del sistema consumistico. Un dato che va considerato con grande attenzione, ad esempio, è la scomunica (perché nella nostra epoca apparentemente libertaria esiste la scomunica per i dissidenti) subita postuma da Konrad Lorenz, forse l’ultimo grande scienziato della nostra epoca, accusato di razzismo (accusa che è come un coltello svizzero, buona per tutti gli usi), per aver sostenuto che “L’uomo è per natura un animale culturale”; cioè in altre parole che la contrapposizione fra natura e cultura di cui si pasce la mentalità di sinistra è un assurdo, perché è solo la sua natura, la sua base biologica che permette all’uomo di essere un produttore e fruitore di cultura, con l’implicito corollario che, non essendo la base genetica uguale in tutti gli uomini e in tutti i gruppi umani, non lo sarà nemmeno la loro capacità di farsi creatori e portatori di cultura.

Per disgrazia del capitalismo e delle sinistre che nel loro insieme formano la galassia “democratica”, da cento anni in qua si è sviluppata la scienza genetica e dall’inizio di questo secolo e di questo millennio, la tecnica per mappare e “leggere” il DNA.
Poiché non si può negare che la base genetica esista negli esseri umani come in tutti gli altri esseri viventi, dalle balene alle querce, ai batteri, allora occorre partire dal presupposto che in tutti noi sia sostanzialmente uguale, e che quindi in definitiva non abbia alcuna importanza. Il primo a muoversi in questa direzione è stato il genetista Richard Lewontin, sostenendo che poiché è possibile trovare un qualsiasi gene di quelli che costituiscono il DNA umano un po’ dappertutto, le razze umane non esistono. Si tratta di un ragionamento palesemente fallace, che non tiene conto né della frequenza relativa in cui i geni compaiono nelle diverse popolazioni, né della correlazione fra i diversi geni, infatti, in un organismo complesso quale il nostro, quasi nessun carattere è l’espressione di un singolo gene, ma di una costellazione di essi: in pratica il “metodo” di Lewontin è quello di non vedere la foresta considerando solo un albero alla volta. Nonostante le evidenti assurdità, la trovata di Lewontin è diventata presto “l’ortodossia scientifica” ufficiale, coincidendo troppo bene con gli interessi di un potere inteso a negare ogni identità etnica, biologica e storica.

Caso strano, Richard Lewontin appartiene a un gruppo etnico-religioso che mentre predica per tutti gli altri la bontà dell’universale meticciato, per sé applica la più rigorosa endogamia e segregazione rispetto agli altri gruppi umani, lo stesso gruppo cui sono appartenuti altri celebri ciarlatani della pseudo-scienza democratica, quali Karl Marx, Sigmund Freud, Albert Einstein. Dopo Lewontin si è mosso Craig Venter, un “ricercatore indipendente” dalle qualifiche scientifiche molto dubbie, che nel 2001 ha sostenuto di aver portato a termine la decifrazione del genoma umano, di aver analizzato il DNA di centinaia di persone provenienti da ogni angolo del mondo, e di aver scoperto che le differenze genetiche fra tutti loro (e quindi fra tutti noi) sono minori di quelle che esistono all’interno di una tribù di antropoidi di una quindicina di individui strettamente imparentati. La dimostrazione “scientifica” che tutti gli uomini sono fratelli. Troppo bello (per i canoni democratici) per essere vero, e difatti non lo era. Per prima cosa, non si era trattato di una decifrazione ma di una mappatura, cioè aveva visto in quale locus di quale cromosoma si trova un determinato gene, ma senza saper quale carattere esprima, in secondo luogo, fatto più importante, ha dovuto confessare di non aver sottoposto ad analisi altro DNA che il proprio. Ovvio che somigliasse a se stesso più di un parente stretto.

In seguito, Venter ha dato un ulteriore colpo alla sua traballante credibilità sostenendo di aver creato la prima forma di vita interamente artificiale, e anche stavolta è stato presto sbugiardato, si trattava semplicemente di un batterio geneticamente modificato, non “vita artificiale” ma un “volgare” OGM. Sono questi personaggi, ciarlatani di bassa lega, che hanno creato il concetto dell’inesistenza delle razze umane, che la democrazia ha subito assunto e tende a imporre come dogma. Io mi scuso di questa lunga digressione nella fase introduttiva del nostro discorso, ma è importante capire lo sfondo concettuale da cui nasce “la teoria” dell’Out of Africa, dell’origine africana della nostra specie, creata appunto allo scopo di rafforzare questo dogma traballante sulla base di considerazioni che di scientifico non hanno nulla. Detto nei termini più semplici possibile, l’uomo si sarebbe evoluto nel continente africano da un ceppo di ominidi locali, e si sarebbe diffuso nel resto del pianeta alcune decine di migliaia di anni fa. Noi stessi e le popolazioni asiatiche, saremmo in sostanza dei neri “sbiancati” (o “ingialliti”), dal punto di vista genetico presenteremmo una pressoché uniformità, e tutte le differenze fra gli esseri umani sarebbero riconducibili a fattori ambientali, il clima, la dieta o che so io.

Vi dico subito che la validità di questa “teoria” a mio parere può essere esattamente quantificata, ed è ZERO. Lo storico australiano Greg Jefferys ha rilevato: “Tutto il mito dell’Out of Africa ha le sue radici nella campagna accademica ufficiale negli anni ’90 intesa a rimuovere il concetto di razza. Quando mi sono laureato, tutti passavano un sacco di tempo sui fatti dell’Out of Africa ma sono stati totalmente smentiti dalla genetica. (Le pubblicazioni) a larga diffusione la mantengono ancora”. Si tratta, ci racconta Jefferys, di un costrutto ideologico “inteso a rimuovere il concetto di razza”, costruito a prescindere dai dati scientifici e dall’evidenza, ma è il caso di osservarla più da vicino. Cominciamo con osservare una cosa di cui il grosso pubblico non è verosimilmente informato: esistono due versioni diverse dell’Out of Africa, la prima è dotata di una certa plausibilità scientifica, la seconda invece contrasta con una serie di fatti ben conosciuti, ma è quella a cui sono legate le implicazioni ideologiche che se ne sono volute trarre e per così dire, si nasconde dietro la prima per far passare queste ultime di contrabbando, approfittando del fatto che il grosso pubblico non distingue certo fra le due cose, è una classica operazione di escamotage o, se vogliamo, di gioco delle tre carte. La differenza fra l’Out of Africa I e l’Out of Africa II sembrerebbe di poco conto, invece è sostanziale, ed è proprio questo che la somiglianza terminologica serve a nascondere. La differenza fra le due teorie è che secondo la prima, l’uscita dall’Africa sarebbe avvenuta a livello di Homo erectus centinaia di migliaia di anni fa, mentre per la seconda questa uscita dal Continente Nero si sarebbe verificata qualche decina di migliaia di anni fa da parte di un Homo già sapiens.

Sembrerebbe una differenza di poco conto, e invece è essenziale, perché, mentre la prima non ci dice nulla sulle differenze razziali, dal momento che riguarda il predecessore della nostra specie, la seconda serve a negare l’esistenza delle razze umane, fa parte dell’armamentario ideologico del dogmatismo dell’ortodossia democratica a questo riguardo, e la mancata distinzione delle due serve precisamente a nascondere i “buchi” e le contraddizioni della seconda dietro la plausibilità della prima. Come se non bastasse, c’è un ulteriore assunto sottinteso a questo discorso, raramente esplicitato, e tuttavia essenziale perché l’Out of Africa II raggiunga il suo scopo, non scientifico ma ideologico, che non ci sia distinzione fra “africano” in senso geografico e “nero” in senso antropologico, un trucco dentro un trucco, potremmo dire, per dare a intendere un’immagine completamente falsa delle nostre origini. Al riguardo, basterebbe forse il semplice riconoscimento del fatto che l’uomo di Cro Magnon, che è considerato un po’ il prototipo dell’homo sapiens paleolitico, l’autore della raffinata cultura litica magdaleniana e delle stupende pitture murali di Altamira e Lascaux, non presenta nessuna caratteristica fisica che lo riconduca ai neri subsahariani, mentre appare invece strettamente affine al tipo caucasico.

Tuttavia, prima di andare ad esaminare quello che ha da raccontarci la genetica sulle nostre origini, sarà bene considerare un risvolto piuttosto interessante di tutta la faccenda. Secondo la versione che rappresenta l’ortodossia finta-scientifica della nostra storia, ortodossia imposta dal sistema mediatico e quello cosiddetto educativo, complici entrambi – ovviamente – del sistema di potere, la nostra specie si sarebbe formata in Africa non più di qualche decina di migliaia di anni fa, e da lì si sarebbe spinta a colonizzare tutto il pianeta, mantenendo una pressoché totale uniformità genetica. Questa è la tesi antirazzista, e notiamo subito che i concetti di razzismo e antirazzismo hanno subito uno spostamento concettuale che ne fa un esempio perfetto della neolingua descritta da George Orwell in 1984: manipolare il linguaggio per ridurre nella gente la capacità di pensare: “razzista” non è più chi afferma la superiorità di una razza sulle altre, chi semplicemente si accorge che le razze umane esistono: Vedi, o almeno non fai finta di non vedere che i cosiddetti immigrati che oggi ci invadono e che piacciono tanto alla sinistra e al clero, hanno una pelle più scura della tua, allora sei complice dei campi di sterminio. Questa concezione incontra subito una difficoltà. Circa – diciamo – centomila anni fa, il Vecchio Mondo era popolato da varie popolazioni umane che i paleoantropologi classificano variamente come pre-sapiens o sapiens arcaiche e, caso strano, le troviamo soprattutto in Europa. L’uomo di Neanderthal è l’esempio più noto, ma possiamo ricordare Swanscombe in Inghilterra, Steinheim in Germania, Petralona in Grecia, Ceprano e Monte Circeo in Italia. Che fine hanno fatto? Possiamo pensare che si siano graziosamente estinte di loro iniziativa per lasciare il posto al nuovo venuto africano? Dato che all’epoca non esistevano né marxismo né cristianesimo a rimbecillire la gente, la cosa non è certamente credibile. Certo, possiamo pensare che sia stato appunto il nuovo venuto africano a sterminarle, ma sicuramente ciò non fa fare una figura molto bella a una “teoria” creata apposta per indurci ad accettare l’immigrazione e la sostituzione etnica.

Per uscire dall’impasse, qualcuno ha avuto un’idea che possiamo definire brillante, addirittura geniale. Come sappiamo, l’Indonesia che si trova nel cuore della “cintura di fuoco” dell’Oceano Pacifico è la regione più vulcanica al mondo. Nel nord dell’isola di Sumatra che è la maggiore dell’arcipelago indonesiano, si trova un lago, il lago Toba, che in realtà copre una vasta caldera vulcanica. Sembra che in un’epoca stimata fra i 70 e i 50.000 anni fa, questo vulcano abbia prodotto un’eruzione di portata molto ampia, maggiore di quella del Krakatoa avvenuta nel XIX secolo, al punto che ceneri vulcaniche prodotte da questa eruzione sarebbero state trovate, ad esempio in India. Ecco la risposta! I sostenitori dell’origine africana della nostra specie hanno ipotizzato che quest’eruzione avrebbe, disseminando enormi quantità di ceneri nell’atmosfera, provocato qualcosa di simile a un inverno nucleare che avrebbe portato all’estinzione tutti i gruppi umani allora esistenti, tranne un pugno di superstiti africani da cui tutti noi discenderemmo. Peccato solo che questa ipotesi sia, più che inconsistente, ridicola. E’ mai possibile che una catastrofe planetaria porti una specie – la nostra – sull’orlo dell’estinzione senza lasciare segni visibili sul resto della flora e della fauna?

Ma non basta: come dice il proverbio, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Qualche tempo dopo la formulazione di questa brillante ipotesi del vulcano Toba, sempre in Indonesia, nell’isola di Flores sono stati ritrovati i resti di alcuni piccoli uomini denominati Homo Floresiensis o più familiarmente hobbit come i personaggi del Signore degli anelli di Tolkien. Non si tratterebbe di sapiens ma di una forma nana (nanismo insulare) di erectus, quindi di origine molto antica, e sarebbero vissuti sulla loro isola che su scala planetaria si trova a un passo dall’epicentro della presunta catastrofe globale, fino a 20.000 anni fa, quindi fino a ben dopo 30-50.000 anni dopo quest’ultima che li ha lasciati indisturbati. Nel tentativo di salvare l’ipotesi del vulcano Toba e con essa l’Out of Africa, alcuni “scienziati antirazzisti” (chiamiamoli così, sebbene mi sembra quasi un ossimoro) sono giunti a ipotizzare che non si trattasse di erectus ma di sapiens affetti da sindrome di Down. Qui sono stati decisamente varcati i limiti del ridicolo: Un’intera popolazione di Down, e perché non di ciechi o di paraplegici? Cari piccoli hobbit, per dirla con Tolkien, che costituiscono la prova se non proprio vivente, perlomeno vissuta, della falsità dell’ipotesi del vulcano Toba e hanno dato un memorabile scrollone all’Out of Africa.

Ma è senz’altro venuto il momento di esaminare cosa ha da dirci a questo riguardo la genetica. Nel 2012, due genetisti russi, Anatole A. Klyosov e Igor L. Rozhanski hanno pubblicato l’articolo Re-Examing the “Out of Africa” Theory and the Origin of Europeoids (Caucasians) in the Light of DNA Genealogy (4). I due ricercatori hanno studiato gli aplogruppi (le varianti genetiche, possiamo dire semplificando) del cromosoma Y in un campione di più di 7.500 soggetti, africani e non africani, e da questo studio non è emersa nessuna prova della derivazione dall’Africa degli aplogruppi non africani. La cosa curiosa è che oggi sembra di assistere a una sorta di rinnovata Guerra Fredda a parti invertite. Laddove i ricercatori russi non sono oggi sottoposti a pressioni ideologiche di alcun tipo e sono liberi di lasciar semplicemente parlare i fatti, gli americani sono costretti a non mettere in discussione l’Out of Africa considerata una specie di supporto “scientifico” a quell’ideologia della political correctness ritenuta indispensabile alla sopravvivenza senza troppi conflitti di una società multietnica com’è quella statunitense.

NOTA: Nell’illustrazione, ricostruzione di Homo Floresiensis, “Hobbit”. Questi piccoli ominidi rappresentano forse una delle più chiare smentite della “teoria” dell’Out of Africa.

Fabio Calabrese

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Categorie: Antropologia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 23 luglio 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. silvano

    Caro Fabio,scusi il tono confidenziale a 60 anni ci sono arrivato a comprendere l’ Arcano quante volte mi sono chiesto perchè i vari Rauti(che comunque visibilità un pò l’aveva) Rutilio,Bianchi,Giannini,Drioli,Merlino,ed ovviamente tu oltre ad altri non venissero invitati in Tv,Radio perchè dite cose che farebbero saltare il banco ove tutto si è costruito leggere i suoi interventi a me povero ignorante non avendo studiato lascia un sapore stupendo,sapore di VERITA,di LOTTA,di DIGNITA’ creda potessi stampare dal computer i suoi tanti interventi per leggerli in forma cartacea sarebbe tanto.
    Le auguro unitamente ai suoi cari una buona estate suo debitore spirituale Silvano Baldini.S.H

  2. Carlo

    Interessante articolo complimenti

  3. gengiss

    Mah, questa ricerca biologica della nostra “origine” nella razza mi pare uno sforzo inutile fallace, l’altra faccia della medaglia del darwinismo, ugualmente riduzionista e materialista. La nostra vera origine, come insegna la Tradizione, è nell’Origine nel Principio nell’Assoluto, non nell’uomo-scimmia, africano o meno che sia

  4. Fabio Calabrese

    Caro gengiss. Punto primo: la partita è molto importante, perché in base all’idea che abbiamo dell’esistenza o meno delle razze umane, può passare la nostra determinazione o meno a resistere all’invasione. Secondo punto: ad argomentazioni “scientifiche” non si può rispondere con un atto di fede, ma occorre mostrare l’incoerenza sul piano logico e l’infondatezza su quello scientifico di queste argomentazioni.

  5. Nella sapienza tradizionale ( In Platone, nell’Induismo ecc..) non esiste nessuna contraddizione fra l’aspetto biologico e l’aspetto spirituale delle razze.
    Quelle antiche civiltà utilizzando la teoria dei 5 elementi e dei guna avevano saputo dare una spiegazione spirituale allo svolgersi delle razze. I testi di F.Schuon , Gaston Georgel e Raul Cesari possono aiutarci nella comprensione di tali aspetti.

    Per mettere la questione razziale nella giusta prospettiva si puo’ iniziare leggendo
    CONTRIBUTI PER UNA VISIONE APOLLINEA DEL MONDO
    http://studirazziali.xoom.it/virgiliowizard/r-cesari.html

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