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IL DELTA DEL DANUBIO o la sacralità del fiume – Stefano Arcella

IL DELTA DEL DANUBIO o la sacralità del fiume – Stefano Arcella

Per gli Antichi i fiumi avevano una loro sacralità; per essi si celebravano rituali, si svolgevano feste religiose con specifiche ricorrenze calendariali. Dal Tiberinus Pater degli antichi Romani, al dio Nilo degli Egizi, ai fiumi della Mesopotamia per i Babilonesi, al Gange che tuttora per gli Indù è un fiume sacro, sempre i grandi corsi d’acqua sono profondamente connessi alle antiche religioni e tuttora è loro tributato un culto specifico. Il sacer comprendeva tutto ciò che non era ordinario, sia in senso benefico sia sotto l’aspetto pericoloso. Il fiume con la sua acqua offre la vita, col suo patrimonio ittico dà il cibo; con le sue piene può essere distruttivo, ma anche apportatore di fertilità per la terra. Il fiume è vita e morto, dissoluzione e rinascita, distruzione e fecondità.

Il Delta, in quest’ambiente sacrale, ha una sua forza evocativa e simbolica; rimanda al numero tre che in tutte le antiche tradizioni religiose ha un significato particolare (i tre mondi; i tre elementi costituitivi dell’uomo; la Trinità sacra presso i popoli e le tradizioni d’Oriente e d’Occidente). Il Delta è anche riconducibile, per la sua particolare forma che richiama il delta dell’alfabeto greco antico, alla Tetraktis pitagorica (1+2+3+4=10) Esso è la proiezione geografica di un archetipo, inteso come “forza formante”. Occorre, però, vivere nel paesaggio di un grande fiume, respirare l’aria e l’atmosfera sottile del suo delta, osservarne la flora e la fauna, sentire l’energia del luogo, per intuire perché gli Antichi parlassero della sacralità dei fiumi. Diversamente, essa si riduce a una nozione storica e teorica, a un concetto astratto, cerebrale.

Sono stato sul delta del Danubio ed è stata un’esperienza unica, per la particolarità del paesaggio e soprattutto dell’atmosfera, dell’aura di quei luoghi. Qui si ha l’impressione che il tempo sia sospeso, che si viva in una dimensione lontana dal mondo ordinario e soprattutto dalla vita della metropoli. A Tulcea, all’inizio del delta, ci s’imbarca per attraversare settantaquattro kilometri di fiume; il canale di Sulina, uno dei tre bracci del delta, è largo 70 metri e in certi punti anche di più: uno spettacolo naturale di vastità e di potenza. Cominci ad avvertire la forza, la fluenza, la grandezza del fiume. Si giunge a Sulina, un villaggio di circa tremila abitanti cui si arriva solo via fiume. Non esistono strade, né quindi trasporto via terra. E questa è la prima particolarità. Nel villaggio s’incontrano poche auto, ci si muove a piedi o in bicicletta. L’inquinamento acustico è inesistente così come non esiste l’inquinamento ambientale, in un ambiente dominato dalla ricchissima e variegata flora danubiana. Ho praticato la concentrazione e ho subito notato l’apporto propizio dell’ambiente; ho praticato l’auto trattamento Reiki ed ho percepito nettamente tutta la particolare intensità della fluenza dell’Energia universale. L’abbondanza e la scorrevolezza del fiume, l’intensità dell’elemento fluido e umido si avverte nell’aria. Questo paesaggio, per la sua tranquillità e la sua “aura” fresca e vitale, è particolarmente propizio per le pratiche di concentrazione e meditazione. Se poi vai in un luogo del genere con chi conosce bene la storia del suo popolo e della sua terra ed è sensibile alle sfumature del paesaggio, sei più facilitato ad armonizzarti con il Genius loci. Mi sono poi calato nella storia e nella cultura del luogo.

La chiesa ortodossa di Sulina

A Sulina ho visitato la chiesa ortodossa; il silenzio che vibra in questa come in altre chiese ortodosse ha una solennità particolare, profonda, toccante. E’ difficile renderla in parole; è un silenzio che puoi ascoltare, sentire e comprendere solo nella calma della mente, unificando il tuo silenzio con quello dell’ambiente. E’ un silenzio di tono mistico, che dona il senso della ieraticità trascendente. L’atmosfera energetica della chiesa ti sollecita e t’invita al raccoglimento. Mi soffermo. Affiora uno stato di quiete e di pace. I dipinti dell’arte religiosa esprimono il senso della divinità cosmica, del Signore Universale, il Pantocràtor, che domina, col suo volto austero, la volta della cupola. La Madre divina col Bambino e le figure complementari degli Arcangeli Michele e Gabriele (costanti in tutta l’arte religiosa ortodossa) segnano inconfondibilmente l’immaginario religioso del luogo.

Gli Arcangeli comunicano il senso di una combattività mistica; la spada di Michele è il simbolo della Volontà combattiva dell’uomo per superare ed elevare se stesso, ma è anche la rappresentazione simbolica di una Forza cosmica sovrasensibile. Queste immagini e queste icone mi fanno ricordare alcune pagine delle conferenze di Rudolf Steiner in cui è evidenziata la dimensione spiccatamente cosmica che distingue la concezione del Divino nei paesi di tradizione ortodossa nell’Europa orientale. Sono le pagine in cui parla della “missione di Michele”. E’ un tratto distintivo che ho colto già altrove, in monasteri e chiese di ben più alto rilievo artistico e religioso, come nei monasteri delle Meteore in Grecia, o in quelli della Romania nord-orientale, in Bucovina, a Voronet (chiamato, non a caso, “la Cappella Sistina dell’Europa orientale”)e a Gura Humorului. In quest’universo simbolico, incontro anche il crocifisso, ma non ha la centralità e la priorità che assume nel cattolicesimo occidentale. Esso è “anche” presente, e in quel’“anche” sta tutta la differenza con una religione, sempre cristiana ma incentrata sulla preminenza della Divinità cosmica, il Pantocràtor. Poi la mia attenzione si è concentrata sulla natura e sul paesaggio, oltre – ben oltre – il piccolo centro abitato.

La prima escursione: il faro e l’”isola degli uccelli”

Abbiamo fatto la prima escursione in barca verso il Faro del Delta e “l’isola degli uccelli”. Il fiume scorre tranquillo intorno a noi nella sua maestosa grandezza. Un vecchio faro abbandonato all’incrocio con un canale secondario, e poi il nuovo Faro, più moderno, quasi alla foce del fiume, segna in modo caratteristico il paesaggio del Delta verso la foce. La scogliera separa il Danubio dal Mar Nero e qui, avvicinandoci silenziosamente alla riva di scogli, notiamo e ammiriamo una colonia di pellicani, dal portamento molto regale. Fin quando siamo stati sul fiume, l’acqua scorreva placida. Usciti sul mar Nero, si nota subito la differenza di moto ondoso: ci siamo imbattuti in acque agitate. Soffro il mal di mare, tanto più che siamo su una semplice barca a motore. Chiudo gli occhi, mi stacco dalle impressioni del mondo esterno e dalla vista delle onde; mi raccolgo e mi concentro. Entro nel silenzio mentale. Supero la sofferenza. Poi, di fronte a noi escursionisti, compare, in tutta la sua bellezza, lo spettacolo dell’”isola degli uccelli” che si è formata solo da pochi anni, per effetto dell’accumulazione di terriccio portato a mare dal Danubio.

Migliaia di uccelli (pellicani, cormorani, gabbiani e tante altre specie) che convivono pacificamente sulla stessa lingua di terra e che hanno fatto di quest’isola la loro residenza: uno scenario di armonia e di grande freschezza. Non a caso, questo paesaggio del Delta danubiano è patrimonio UNESCO e comprende molte specie di uccelli, alcune delle quali sono rare. Intanto il sole sta tramontando e riflette la sua luce tenue sulle acque; sembra voler indugiare a donarci la bellezza della sua luce rarefatta. L’intreccio fra la luminosità del tramonto e i versi degli uccelli, gli stormi che volteggiano intorno alla barca: tutto ciò dona al paesaggio un’inconfondibile e peculiare suggestività. Il ritorno a Sulina avviene attraverso una serie di canali in un paesaggio paludoso, per poi ritrovarci al vecchio faro, all’incrocio col canale di Sulina.

Testimonianze dell’epoca comunista

Lungo il Danubio, notiamo molteplici fabbricati abbandonati; sono le vecchie fabbriche dell’industria statale al tempo del regime comunista di Ceausescu ed anche un albergo, molto frequentato al tempo del comunismo, che ora è abbandonato e diroccato. La vegetazione danubiana sta avvolgendo lentamente questi edifici, quasi a farli scomparire dalla memoria storica. Questa nazione non ha ancora maturato il concetto di “archeologia industriale” e della funzione che questi siti, opportunamente restaurati e riqualificati, potrebbe avere non solo per uno specifico tipo di turismo, ma anche e soprattutto come momento di formazione didattica per gli studenti delle scuole, attraverso programmi di visite guidate per conoscere dal vivo le testimonianze storiche dell’epoca industriale, con le fabbriche di Stato del regime comunista. Si ha netta l’impressione di un passaggio brusco, traumatico dal vecchio al nuovo ordinamento politico, dal rigido sistema statalizzato comunista a quello del liberismo selvaggio, coi suoi infausti squilibri. Invece di salvare gli aspetti positivi del vecchio sistema in un quadro politico diverso, si è buttato “il bambino insieme all’acqua sporca”, come suol dirsi in questi casi. Uno spettacolo di decadenza e di abbandono che dovrebbe far riflettere sulle difficoltà di una bella Nazione, quella rumena, che è entrata in modo caotico e disordinato nell’era del liberismo, senza salvaguardare le risorse strategiche nazionali, ora nelle mani di compagnie straniere.

Una vicenda analoga, in proporzione, con quella della dissoluzione dell’URSS, ma con una differenza fondamentale. La Romania non ha trovato il suo Putin, non ha avuto un leader capace di salvare la sovranità nazionale e affermarla rispetto alle bramosie dei gruppi economici privati, soprattutto stranieri. Un leader è l’espressione sintetica, individualizzata, di un sostrato politico-culturale, di un fermento che in Romania non c’è stato. Caduto il comunismo, la resa al liberismo selvaggio e al capitale straniero è stata totale. Eppure in questa nazione sussistono il retaggio romano, il substrato dacico, e la magia di un paesaggio misterioso con le sue foreste a volte dall’aspetto stregonico. Vi sono popoli che non hanno ancora espresso la pienezza delle loro possibilità. Per dirla con Steiner, vi sono Arcangeli, anime di popoli, che non hanno ancora estrinsecato tutte le loro capacità. Sono convinto che il popolo rumeno rientri in questa tipologia. E sono possibilista in positivo per il suo futuro.

La seconda escursione: la riserva naturale di Letea

Abbiamo svolto una seconda escursione, in parte sul fiume, poi sulla terra, fra le campagne adiacenti al Delta. Lo spettacolo dei fiori che sbocciano sull’acqua, del fango che si trasforma in bellezza, lascia intuire il miracolo e il mistero della natura e comunica un messaggio di positiva trasformazione anche per l’uomo. La vegetazione acquatica lungo i piccoli canali del Delta è un panorama variegato e affascinante, di rara bellezza: un’esperienza inconsueta, difficilmente ripetibile, a meno di non voler tornare in questi luoghi. E ci tornerei volentieri, poiché questa natura esercita su di me un misterioso richiamo. Nella campagna, oltre i canali, incontriamo un villaggio ove vivono soltanto otto persone e vi sono molte case contadine vuote, abbandonate. Nella pianura oltre il villaggio, si ammirano i cavalli selvaggi, che vivono liberi; sono pochi esemplari ma ancora vi sono. Improvvisamente, ti ritrovi in un’altra epoca della storia, in una dimensione di vita selvaggia e di natura incontaminata. Queste terre – penso – erano quasi sul Limes dell’Impero romano, dopo la conquista di Traiano, al confine coi popoli nomadi della Sarmatia e di altre terre vicine.

La riserva di Letea – che è la meta della nostra escursione – presenta alberi secolari, una vegetazione fitta e uno strano spettacolo quasi lunare, di una pianura di dune di sabbia chiara che in un tempo remoto– ci spiega la guida-era il fondo del mare, perché qui un tempo era tutto sommerso dalle acque.

Sulla spiaggia del Mar Nero

Sono stato sulla spiaggia del Mar Nero, una spiaggia soffice, con un fondale del mare basso e l’acqua tiepida e calma; sembra l’acqua di un grande lago. La gente è tranquilla, la musica in sottofondo. Per me è l’ambiente ideale per fare un bagno e prendere un po’ di sole, a volte offuscato da nuvole di passaggio provenienti da est. Accanto allo stabilimento balneare ben organizzato, ti trovi improvvisamente accanto un bufalo che placidamente siede sulla riva, assieme alla bufala e al bufalino. Nell’aria volteggiano i corvi, numerosi sulla costa del mar Nero. E poiché il bufalo ha una fisionomia molo simile a un toro, mi ritrovo a stare in un paesaggio mitriaco. Sembra proprio che io me lo sia chiamato. Più indietro, all’inizio dello stabilimento, incontro un cavallo che mangia l’erba e sembra un cavallo selvatico, timido e poco incline a stare in confidenza con gli uomini.

Il rientro a Tulcea

A Sulina si mangia ottimamente, si gusta molto pesce, anche assortito con le tagliatelle. ”Scalau con tagliatelle” è il mio piatto preferito. Il personale è gentile, anche se l’ultimo giorno ritarda il servizio di colazione per farti capire – con un linguaggio non-verbale tipicamente rumeno – che non devi dimenticare la mancia al personale. Tutto il mondo è paese, è proprio il caso di dire. Regalo la mancia con piacere, perché in quest’albergo e in questo villaggio sono stato molto bene. Il rientro a Tulcea avviene ripercorrendo a ritroso il Danubio che continua a suscitare la mia meraviglia per la sua vastità. E’ davvero una Potenza della natura e si sente, si avverte un quid misterioso, invisibile. Una forza sottile che si cela dietro i fenomeni della natura. Parafrasando i Latini, vien voglia di dire: “Danubius Pater”. Verrò di nuovo a incontrarti, come un figlio devoto.

 

Stefano Arcella

 

 

 

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Categorie: Strade d'Europa

Pubblicato da Ereticamente il 31 Luglio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Simona

    Ringrazio Stefano Arcella per questo bellissimo resoconto di viaggio che nasce da una profondità di sguardo e di cuore non comuni. Avendo anni addietro seguito il corso del Danubio nel suo tratto austriaco alla “scoperta” degli antichi manieri e villaggi ad esso prospicienti, ho conservato nel tempo un ricordo vivissimo e, oserei dire, un legame affettivo con questo fiume. Qui vorrei invece menzionare un altro fiume, anch’esso caro e bello seppur meno importante, un fiume che attraversa il luogo in cui vivo e che ha vissuto alterne vicende di gloria e di buio: il fiume Magra, o per meglio dire, la Magra perché il fiume non è solo padre, ma anche madre. Conosciuto già dagli antichi greci e dagli Etruschi, svolse un ruolo importante in epoca romana e gli studi più recenti, che tengono conto delle variazioni geomorfologiche della zona, avvalorano l’ipotesi secondo la quale il Portus Lunae si trovasse in prossimità della foce del fiume. Ancora oggi è possibile vedere i resti dell’antico insediamento che costituisce un importante sito archeologico, forse non proprio valorizzato nel giusto modo e con il giusto impegno. Saltando poi, a piè pari secoli di storia, vorrei ricordare uno dei momenti più fulgidi vissuti dal fiume in epoca recente. Nei primi decenni del ‘900 e fino agli anni ’50-’60 Bocca di Magra e Fiumaretta, site alla foce del fiume, videro la presenza di illustri personaggi e intellettuali. Solo per citarne alcuni : Eugenio Montale, Elio Vittorini, Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Marguerite Duras, Vittorio Sereni. Ognuno di loro lascerà traccia nelle proprie opere della fascinazione subita e cercata in quei luoghi tanto particolari.
    E’ con sofferenza e dispiacere che oggi si vede il fiume vissuto solo nel suo aspetto terrificante di elemento capace di procurare danni e distruzione. Negli ultimi anni si è cercato di ingabbiare e mortificare la Magra per consentire uno sfruttamento legato soprattutto alla speculazione edilizia e commerciale. A nulla sono valsi importanti studi e approcci che richiamavano il concetto di “sistema” da applicarsi al fiume e al suo territorio. E persino il parco regionale di cui fa parte e che avrebbe dovuto farsi portatore di valore rischia oggi la cancellazione e la soppressione. Unico tentativo di vivere il fiume nel suo aspetto naturalistico e quindi originario è rappresentato da una piccola Oasi gestita dall’associazione Lipu. In essa, come sul Danubio, si possono osservare specie differenti di uccelli e di piccola fauna, nonché una vegetazione autoctona che rende il paesaggio fluviale incantevole e suggestivo. Sarebbe davvero auspicabile una riscoperta del senso del bello, dell’armonia e della vita che caratterizza siffatti luoghi, sarebbe bello che più persone volgessero il loro sguardo all’elemento acqua con consapevolezza e rispetto.

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