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DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa (XXIII parte) – Gianluca Padovan

DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa (XXIII parte) – Gianluca Padovan

«Così per terra – come per mare – i nostri nemici di ogni razza e di ogni colore hanno incontrato degli italiani – valorosi combattenti e difensori della loro terra – inquadrati nelle formazioni della Xa; e, com’è vero che il valore di un soldato dà prestigio alla nazione cui appartiene, così – a detta dello stesso nemico – la strenua, ostinata difesa di questi marinai – ha fatto onore alla nostra Patria»

Junio Valerio Borghese, La Xa Flottiglia MAS

 

8 settembre 1944: con la prora al vento.

Pasca Piredda c’informa sul carattere anche politico, ma non partitico, della propaganda. Difatti, se nella Decima ciò che conta sono valore, onore e fedeltà alla Patria, ci si rende conto che gli attriti con il direttivo della R.S.I. e più avanti anche con il Comando germanico, sono sempre, come dire, “in agguato”. Difatti, come visto nelle precedenti parti, vi sono “vecchi fascisti” che non vedono di buon occhio l’esercito volontario di Borghese; questo perché la Decima non solo è apartitica, ma è pure svincolata da legami con la Massoneria, entità sempre presente anche nella Repubblica Sociale Italiana. Per quanto riguarda i rapporti con i Tedeschi, la cosa è presto detta: più la guerra prosegue, meno costoro si fidano. Difatti il sospetto di un nuovo “8 settembre” è costante.

Tornando alla “politica” della Decima così scrive Pasca Piredda in modo decisamente esemplificativo: «La necessità di dare in quei mesi difficili una voce più autorevole alla X Flottiglia M.A.S. e a quanto essa rappresentava, spinse il Comandante Borghese alla modificazione e al rafforzamento della testata La Cambusa che nel gennaio 1945 venne ribattezzata L’Orizzonte, affidato al T.V. Ducci e poi al Dr. Bruno Spampanato. Rispetto alla pubblicazione precedente, l’impostazione fu più “politica”, come richiedevano i tempi. Si voleva con questa iniziativa animare un ampio dibattito sul presente e sul futuro del Paese, lontani per valori etici e spirituali dalle divisioni determinate dalla guerra civile e svincolati da ogni forma di censura da parte degli organi ministeriali e di partito» (Pasca Piredda, L’Ufficio Stampa e Propaganda della X Flottiglia MAS, op. cit., p. 21).

Rinascita.

È il numero unico della Xa Flottiglia M.A.S., edito a cura del Reparto Stampa, uscito il giorno 8 settembre 1944. Si tratta di una pubblicazione che ribadisce il fatto che un anno dopo la resa incondizionata si è combattuto e si continua a combattere: «Un anno fa, allorquando parve che nell’Italia tutto dovesse venire travolto dal tradimento, le porte aperte all’invasione nemica, la compagine della nazione frantumata, la decima flottiglia mas, fedele alla sua tradizione non ammainò la Bandiera. Il Tricolore, privo dello stemma Sabaudo si alzò ancora sul pennone della caserma del Muggiano, in quel giorno e nei giorni successivi, insegna di riscossa, di combattimento, di onore, di amor patrio. Nel generale sfacelo quello fu l’unico tricolore che il mattino del nove settembre sventolava ancora su tutto il territorio italiano» (Reparto Stampa della Xa Flottiglia M.A.S. -a cura di-, Rinascita, Numero Unico, 8 Settembre, Milano 1944, Riedizione dell’Associazione Culturale Novecento, s.d., p. 54).

Composta da 56 pagine (24 x 30,5 cm), la rivista contiene testi, foto in bianco e nero, disegni a colori e riproduzione di alcuni tra i più noti manifesti. Parla delle motivazioni che hanno condotto alla prosecuzione della guerra, delle imprese compiute dalla Xa Flottiglia M.A.S. per la riscossa, ricordando i personaggi caduti: Umberto Bardelli, Leone Bogani, Cesare Biffignandi, gli eroi del Barbarigo e molti altri… che non sono tornati. Vi è anche una pagina dedicata alle Volontarie della Xa M.A.S. Enzo Giudici scrive: «In fondo a tutte le aspirazioni e a tutti i motivi, l’ideale della Xa Mas è un ideale di giovinezza» (Enzo Giudici, Noi, in Reparto Stampa della Xa Flottiglia M.A.S. -a cura di-, Rinascita, Numero Unico, 8 Settembre, Milano 1944, Riedizione dell’Associazione Culturale Novecento, s.d., p. 37).

Recentemente Rinascita è stata ristampata dall’Associazione Culturale Novecento, senza le coordinate editoriali, ma con una dedica iniziale di Valerio Borghese (nipote del Comandante) e una di Pasca Piredda. Inoltre: «Nel primo anniversario dell’8 settembre l’Ufficio Stampa e Propaganda della X MAS volle comporre un numero unico in più pagine dal titolo rinascita. Un auspicio per quelle migliaia di giovani volontari accorsi ad arruolarsi sotto le insegne “per l’Onore d’Italia”. Fra i primi soldati in grigioverde sul fronte di Anzio, sul Senio, a difesa di Gorizia e delle città sulla costa istriana e dalmata. “Con poche speranze e nessuna certezza di vittoria”. Di questo numero l’A.C. Novecento ha curato la ristampa, la cui unica copia probabilmente ancora esistente è in nostro possesso. Un omaggio verso chi scelse per non essere scelto, rispetto ai tanti che trovarono rifugio in quella “zona grigia”, di cui parla lo storico Renzo de Felice. “Zona grigia” di cui accanto ai Maramaldo del venticinque aprile di turno, il nostro paese si è fatto vanto nei secoli. “Franza o Spagna purché se magna”. Eppure ha saputo proporre, a compenso e lode, generose figure che tutto vollero donare e nulla per sé pretendere» (Ibidem, pag. introduttiva non numerata).

Questa è la Decima.

Opuscolo informativo edito nel 1944 e composto da 24 pagine (15 x 21 cm), con disegni a colori e fotografie in bianco e nero.

Il testo ripercorre brevemente la storia della Xa Flottiglia M.A.S., accennando tanto alle difficoltà incontrate quanto ai successi conseguiti (1), e concludendo con le seguenti frasi: «Ma accanto a quelle dei mezzi d’assalto si costituirono altre schiere imponenti, in brevissimo tempo. Si formò come per miracolo in pochi giorni, la Divisione “San Marco”, che, ultimato il periodo di addestramento in Germania, già si distingueva sulla linea del fuoco; il “Barbarigo” partì per il fronte, combattè strenuamente partecipando tenacissimo alla difesa di Roma; stanno per seguirlo il “Lupo” e il “Sagittario”, il “Fulmine”, il “Freccia”, il “Tarigo” e il “Celere” che compongono la Divisione “Decima”; s’ingrossarono i battaglioni nuotatori e paracadutisti, a cui vennero affidate imprese di particolare rischio; mas con la nostra bandiera si unirono ai minuscoli scafi degli assalitori nelle intrepide azioni di sorpresa e d’insidia; tre sommergibili autoaffondati l’8 settembre vennero recuperati. La “Decima”, prima a riprendere la lotta e subito efficacemente attiva in terra e in mare, si portò all’avanguardia nella riscossa, divenne il simbolo della rinascita, superando ogni ostacolo, affrontando il nemico di forze stragrandi, travolgendolo a volte con le doti esclusive della nostra razza. “Decima”! Basco, calzoni da montagna, scarpe solide, fucile mitragliatore, mostrine bianche per gli assalitori del mare, rosse per i reparti di terra, azzurre per quelli naviganti. “Decima”! Scuola di ardimento, fucina di nuovi, esemplari soldati. “Decima”! Primissima nella lotta e nella vittoria, è un nome di riscossa, per l’Italia e per l’onore» (Xa Flottiglia M.A.S., Questa è la “Decima”, Marina da Guerra Repubblicana, s.d., p. 24).

L’opuscolo è stato ristampato nel marzo 2005, in bianco e nero eccettuate le quattro pagine di copertina, da Effepi Edizioni e Associazione Culturale e di Storia Vivente italia).

La beffa del MAS 522.

Opuscolo stampato il 12 aprile 1944 dalle Edizioni Erre, terzo di una serie di tredici. Scritto da Fidenzio Pertile, è composto da 15 pagine di solo testo (12,5 x 17,4 cm). Chiaro e semplice, racconta la situazione in cui si è venuto a trovare l’equipaggio del MAS 522, comandato dal Sottotenente Carlo Beghi, ancorato nella baia di Karlovassi (isola di Samos, Dodecaneso). Risulta particolarmente interessante perché testimonia in modo inequivocabile come fin dagli inizi della guerra in seno alla Marina si stesse operando in modo da condurre le operazioni a sfavore dell’Italia. Rimane emblematico l’episodio dei siluri moderni chiusi nei magazzini e consegnati solo agli Inglesi e non già alle unità combattenti italiane.

Ecco il testo integrale di La beffa del M.A.S. 522:

«A Samo l’8 settembre del 1943, non c’era nessun soldato tedesco, e l’isola era presidiata solamente da truppe italiane. Quella sera, dopo l’annuncio dell’armistizio, alle unità dislocate in talune isole di quel settore dal superiore comando non giunse l’ordine di opporsi con le armi a eventuali sbarchi tedeschi, ma solo di mantenere la disciplina dei reparti e restare ai propri posti. Generali e ammiragli dell’Egeo erano dunque contrari a deporre le armi, e invece decisi a conservare l’alleanza del Reich? Nemmeno per sogno. La ragione era ben diversa, era che in quei dati punti si attendeva, da un momento all’altro, che arrivassero gli inglesi. Con delusa tristezza anche l’equipaggio del mas 522, ancorato nella baia di Karlovassi, obbedì. Che mai avrebbe potuto fare? E come orientarsi e capire in quel vuoto di notizie? Era ancora buia, o almeno grigia, laggiù, in quel luogo remoto e isolato, la situazione militare e politica dell’Italia. Ma in ogni caso il comandante del motoscafo sapeva di avere in pugno // la volontà e la fedeltà dei suoi uomini. Il giovane ufficiale ebbe la sensazione che un’ora tragica era scoccata. E ne ebbe la riprova il mattino seguente, quando su quella terra conquistata dal sangue dei nostri soldati, giunse un motoveliero carico di armi, con a bordo quattro ufficiali britannici e altri ellenici. Il comandante della piazza (riparerà poi più tardi in Turchia), generale di divisione Soldarelli, diede ordine di ricevere gli ufficiali con ogni onore e di considerarli parlamentari. Il capitano di vascello Mascherpa, comandante dell’isola di Lero (poco dopo promosso contrammiraglio da Badoglio per meriti… speciali), avuta notizia di questo sbarco a Samo, pensò subito di trarne profitto, e, poiché aveva deliberato di consegnare l’isola al primo contendente che si fosse presentato, fece in maniera che arrivassero immediatamente gli inglesi. Fu destinato il mas 522 a trasferire la commissione. Assieme ai quattro ufficiali britannici salirono a bordo due badogliani, con il mitragliatore imbracciato, nel caso che l’equipaggio avesse avuto l’intenzione di fare qualche scherzo. Capitolata in questo modo la nostra maggiore base dodecanesina, uno degli inglesi rimase là per il collegamento, gli altri tre rientrarono a Samo. Intanto qui il giorno 12 erano sbar // cati da una motovedetta commandos canadesi e neozelandesi (quegli uomini erano conciati proprio come Tom Mix, cappelloni e bragoni, due pistolacce infilate alla cintura, due pugnali, una carabina “Mauser”, tutta preda bellica, che pareva dovessero possedere almeno cinque mani per adoperare quell’arsenale). La stessa sera calarono dalle montagne i banditi balcanici, che durante lunghi mesi erano stati segretamente riforniti di armi, munizioni e vettovaglie da alcuni nostri, e parteciparono ad un lauto banchetto offerto dal comando italiano agli ospiti britannici. Mentre a notte alta i calici si toccavano per il brindisi protocollare, in un cafenìo della riva alcuni fanti s’azzuffavano con i nuovi arrivati, e da allora fu proibito a chiunque indossasse il grigioverde di frequentare bar e osterie. Ormai tutto era chiaro, nel cervello e nella coscienza del comandante il mas 522; e anche per l’equipaggio. Quel pugno di uomini, cementato in un blocco di fratellanza dal comune destino affrontato tante volte a viso sereno, mordeva il freno per non poter sottrarsi a quella disonorante alterigia inglese. Furono gli stessi marinai che si presentarono al loro comandante per sollecitarlo a rompere gli indugi, a tornare // in Italia, o in un’isola dove fossero i tedeschi, gli alleati cui era onorevole e doveroso mantener fede. Ma il momento non era ancora giunto. Essi dovevano ancora sopportare e patire, in attesa dell’occasione propizia che certo non sarebbe mancata. I marinai avevano piena fiducia nel loro comandante. Questi era il sottotenente del C.R.E.M. Carlo Beghi, nato a Varese nel 1912. Si tratta d’un giovane alto e segaligno, volto segnato di piani ed occhi penetranti, un gestire nervoso e sereno. Egli ha fatto tutta la guerra sui mas, prima in Jonio, poi in Egeo. Instancabili e pericolose crociere di scorta ai convogli provenienti o diretti in Italia dalla Balcania all’Africa; improvvise e audaci missioni alla ricerca e alla caccia dei sommergibili nemici, in agguato su tutte le rotte. Una volta, mentre partito dalla sua base di Cefalonia col mas 519 rastrellava la strada ad un gruppo di mercantili, la motonave veloce Vettor Pisani, carica di automezzi, fusti di benzina e munizioni, oltre che di alcuni reparti diretti in Libia, venne attaccata da aerosiluranti nemici e colpita saltò in aria. Tra quell’iradiddio di scoppi e incendi, col suo minuscolo guscio, che faceva la spola tra il luogo del sini- // stro e la costa, e si spingeva sottomurata per recuperare dalle onde i feriti, nel rischio continuo di essere travolto nei gorghi del fulmineo inabissarsi del piroscafo o di essere contagiato dalle fiamme, riuscì a trarre in salvo ben centoventi uomini. In quella circostanza, per tanta audace abnegazione, si meritò la croce di guerra al valor militare. Ma torniamo al racconto. Una sera a Samo, mentre alcuni ufficiali badogliani conversavano in un caffè con dei colleghi inglesi, uno di questi si lasciò andare alle confidenze, e rievocò episodi della guerra in Africa. Tra l’altro disse che Londra già due volte aveva fatto passi per un armistizio con l’Italia, tramite i rappresentanti diplomatici della Svizzera e del Portogallo, non direttamente a Mussolini – il quale anzi doveva rimanere all’oscuro – ma allo Stato Maggiore: la prima volta nel 41 quando Rommel conquistò Sollum e la seconda quando le truppe dell’Asse arrivarono a El Alamein. Alla prima richiesta lo Stato Maggiore italiano rispose che il Comando inglese non si preoccupasse oltremodo perché “tutto sarebbe stato un fuoco di paglia”; e alla seconda, in una circostanza ben più grave, che // esso avrebbe fatto in maniera che l’offensiva non sarebbe andata al di là di El Alamein. Questa rivelazione si collegò, diede senso prova e conferma, ad altri episodi e fatti che già avevano colpito la sensibilità e la coscienza del sottotenente Beghi. Alla fine del ’41, mentre si trovava a passare per Napoli, egli fu avvicinato da due ufficiali dell’Esercito i quali, dopo un preambolino di maniera, lo invitarono ad aderire al partito nazionale antifascista, nel quale militavano ormai molti altri suoi colleghi. Piantati in asso i due emissari comunisti, egli andò a denunciare l’accaduto alle autorità militari e politica [politiche], ma entrambe gli risposero che queste cose le sapevano e che lui non doveva preoccuparsi. Nell’estate dell’anno seguente, quando in Jonio scortava sottocosta dalla Grecia i convogli che, caricati a Bari o Brindisi, dovevano rifornire il fronte africano, ebbe dai fatti la riprova che alcuni comandi militari dovevano tradire la Patria e per forza dovevano fare servizio di spionaggio all’avversario. I piroscafi partivano, e pieni, dall’Italia, ma non potevano arrivare a destinazione perché durante il tragitto avvenivano sempre i “siluramenti all’appuntamento”. Benché le navi seguissero rotte di sicurezza, gli aerei inglesi capitavano sempre a colpo sicuro, in formazione già schierata per l’attacco, dalla direzione ormai idonea. Adesso che a Samo c’erano gli inglesi, le prove del tradimento aumentavano. Mentre il comando delle truppe d’occupazione faceva ridurre ben due volte la razione dei viveri ai soldati italiani, una bella mattina tutti i Tom Mix con gli altri inglesi giunti a rinforzare i commandos si vestirono con divise grigioverdi e ai piedi calzavano scarpe nuove fiammanti, prelevate dai nostri magazzini abbondantemente riforniti. Eppure in due anni di permanenza in Egeo, l’equipaggio del mas 522 non era mai riuscito ad avere un capo di vestiario, e ad ogni regolare richiesta veniva risposto che “non ce n’era perché l’Italia non ne mandava”. Adesso che c’erano gli inglesi, negli arsenali venivano scoperte piramidi di siluri recentissimi, mentre i mas avevano dovuto uscire in mare con le armi datate ancora 1912, e pure alle proteste per avere materiale più nuovo si era risposto che “l’Italia non ne mandava”. Ma il tradimento assumeva aspetti anche più tragici. Il comandante della base di Argostoli, capitano di fregata Mastrangelo, dopo aver assicurato al Comando germanico la collaborazione dei quindicimila connazionali dislocati nel territorio, lasciò che i tedeschi // inviassero un loro presidio, ma quando i duecento granatieri furono prossimi alla riva vennero falciati dalle mitragliatrici italiane. (Il Mastrangelo si ebbe più tardi la testa spaccata definitivamente da un nostro marinaio, schifato dal doppio tradimento e rimasto fedele all’onore). A Coo, lo stesso. Solo che traditi dai comandanti furono i soldati italiani. Durante la riconquista dell’isola da parte dei reparti del Reich, le truppe connazionali dovettero retrocedere combattendo. Gli ufficiali badogliani avevano assicurato che bisognava operare questo ripiegamento per ricongiungersi con lo schieramento inglese, steso nell’interno, e quindi poter sferrare una controffensiva. In realtà i nostri si trovarono chiusi fra due fuochi, perché alle spalle, gl’inglesi che non erano riusciti a scappare in Turchia s’erano subito arresi ai paracadutisti e ai reparti da sbarco tedeschi. L’equipaggio dei mas era impaziente di evadere da quella ingloriosa e vile prigionia. A dire il vero, esso aveva obbedito ad un ordine, e ora comprendeva quanto quell’ordine fosse stato iniquo e vergognoso; ma non si considerava arreso senza combattimento, non aveva mai ceduto le armi e ammainata la bandiera. Solo che adesso non poteva fuggire arbitrariamente, // poiché ogni movimento era vigilato e controllato dagli invasori. Un pomeriggio che il mas era in moto per la prova dei termici, attratto dal rumore dello scappamento un ufficiale inglese si precipitò alla banchina per mettere in guardia il comandante affinché non si sognasse di fuggire, e lo avvertì che in ogni caso le artiglierie avrebbero aperto il fuoco e gli aeroplani lo avrebbero raggiunto. La tattica da seguire doveva essere necessariamente diversa. E doveva portare un frutto. Quando l’ora fosse venuta, i marinai sapevano di avere un comandante leale e audace, pronto a osare tutto per la patria; l’ufficiale sapeva di avere agli ordini uomini retti e coraggiosi. Essi si conoscevano reciprocamente da lunghi mesi. Nel maggio del 43, quando reggeva interinalmente la XI squadriglia mas, avendo già in mano tali sintomi e prove militari e politiche da fargli temere da un momento all’altro una crisi della nostra condotta bellica se non addirittura un rovesciamento del fronte, il sottotenente Beghi radunò i propri equipaggi, ormai ferreamente plasmati dal suo rigido sentimento, e ottenne la loro piena ed incondizionata adesione alla via da seguire assieme, in // qualunque evenienza e qualunque cosa fosse capitata: la via dell’onore. La circostanza favorevole si presentò dopo dieci giorni di cattività. Il 18 settembre il mas ebbe l’ordine d’imbarcare un generale di brigata badogliano (vicecomandante delle forze di Samo) un tenete colonnello e un maggiore britannici, e un capitano di vascello greco che (per molto tempo, al comando del sommergibile Papàs Nicòlas, aveva dato notevole fastidio al nostro traffico navale in Egeo: sulla sua cattura era stata posta dal Governo italiano una taglia di mezzo milione, così che presso gli elleni egli era diventato una specie di eroe nazionale), i quali dovevano compiere una ispezione ad alcuni isolotti vicini. L’unità salpò poco prima di mezzogiorno. Il rientro era previsto per l’imbrunire. Quando il vascello fu sulla via del ritorno, d’accordo con i nove uomini dell’equipaggio, il sottotenente Beghi mise in esecuzione il suo piano, che certo sarebbe riuscito perché favorito dal tramonto e poi dalle tenebre, oltre che dall’isolamento. Inaspettatamente e repentinamente un marinaio si parò davanti ai quattro ospiti e, spianando un mitragliatore, intimò di alzare le mani. Mentre compiva questo gesto, egli incespicò sulla coperta instabile a causa della velocità // e del mare agitato, e nel momento di riprendere l’equilibrio gli partì una raffica in aria. I quattro ufficiali obbedirono terrificati e impotenti, e furono disarmati. Presentandosi a togliere la pistola al generale badogliano, il sottotenente si trovò un poco imbarazzato; ma non potè farne a meno, perché fino a pochi momenti prima l’aveva udito aizzare i soldati italiani contro i tedeschi. Alle proteste del generale egli rispose seccamente: “Speravo che voi deste l’ordine che ho dovuto dare io”. Il mas cambiò rotta e puntò sull’isola di Sira, ove erano i tedeschi. Riavutisi dal colpo, i quattro misero in atto tutti gli argomenti e le arti per far recedere il comandante e l’equipaggio dal proposito. Prima a essere sfoderata fu l’autorità del grado, quindi la corruzione col denaro e la promessa di una speciale licenza, infine la preghiera di essere lasciati liberi su qualche scoglio abbandonato. Durante la perquisizione, un marinaio trovò nelle tasche del greco un alto pacco di sterline ed un rotolo di monete d’oro. Egli scrutò con meraviglia e circospezione tutto quel denaro, temendo che ci fosse qualche tranello sotto la preziosa lucentezza. Tale indugio nell’esame fu interpretato dal proprietario come un desiderio, e gli offrì i soldi. Ma // il marinaio, sdegnato e fiero, glie li ricacciò in saccoccia. Allorché il generale badogliano cercò di trarre a coscienza (alla sua coscienza) l’equipaggio informandolo che tradiva il giuramento al re, un altro marinaio saltò su a rimbeccarlo: “No, generale, è stato il re che ha tradito il giuramento fatto al popolo italiano”. Il motoscafo filò rapido alcun tempo. La superficie del mare era diventata ancor più un subbuglio di onde incomposte, continuamente sferzata dal furioso grecale. A prora il battello aveva impennato due enormi baffi bianchi, che si riversavano in coperta, la inondavano, la spazzavano, penetravano sotto il ponte. In breve i quattro prigionieri si trovarono inzuppati di acqua, essi tremavano per il freddo, erano accasciati stanchi rassegnati. I nostri marinai furono mossi a pietà per quella gente. Era il buon cuore del popolo sano e forte verso il vinto. Quattro uomini cedettero i loro impermeabili agli ufficiali, affinché potessero ripararsi dalla inclemenza atmosferica e involgersi in panni asciutti. Finalmente, a notte alta, tranquillo e sicuro, il minuscolo scafo arrivò con la sua preda all’inaspettata destinazione, accolto festosamente dalla guarnigione tedesca e italiana. Il mas 522, il glorioso scafo della beffa, in un’a // zione di guerra successiva a questa gesta coraggiosa è stato attaccato da una formazione di Beaufighters ed affondato. Ma il fulgido tricolore, che non aveva conosciuto l’onta della resa vergognosa, che non aveva ceduto l’asta a insegne di paesi nemici, che invece aveva continuato a sventolare al vento egeo, nobile e puro simbolo di indomiti animi rimasti fedelmente italiani anche quando per la legge della divisa dovettero piegarsi a un ordine mostruoso; la vittoriosa bandiera non è scomparsa in fondo al mare con il battello colpito a morte. L’ha recuperata e salvata il sottotenente Beghi. E sarà issata su un’altra nave, spiegata a nuovi combattimenti. Questa è la volontà del comandante e dei suoi marinai» (Fidenzio Pertile, La beffa del Mas 522, N. 3, Decima Flottiglia M.A.S., Edizioni Erre, Milano 1944).

Sulle imprese della Decima Flottiglia MAS si può consultare il sito dell’Associazione:

associazionedecimaflottigliamas.it

 

Note

1) Ed ecco un esemplificativo scritto d’epoca: «Sempre più convinta del doloroso boicottaggio di cui era oggetto da parte del Ministero, la “Decima” custodì più gelosamente che mai i suoi segreti e decise di operare indipendentemente. Il Ministero non ebbe più alcuna influenza nè alcun modo di intromettersi nei suoi approvvigionamenti, nel reclutamento, nella preparazione del personale e nei piani operativi che solo formalmente gli venivano sottoposti quando le azioni erano già in corso o addirittura s’erano concluse. La “Decima” faceva a sè, forza oramai estranea alla Marina ufficiale, gelosa del suo segreto e non compromessa in una condotta di guerra che rivelava ad ogni battuta secondi fini e delittuose incongruenze. E la “Decima” fece a sè anche l’8 settembre» (Xa Flottiglia M.A.S., Questa è la “Decima”, Marina da Guerra Repubblicana, s.d., p. 10).

N.B.: I bolli a corredo provengono da: Archivio di Stato di Milano; Tribunale Militare per la Marina in Milano (Repubblica Sociale Italiana), Procedimenti archiviati. Autorizzazione alla pubblicazione. Registro: AS-MI. Numero di protocollo: 2976/28.13.11/1. Data protocollazione: 29/05/2018. Segnatura: MiBACT|AS-MI|29/05/2018|0002976-P.

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Categorie: Controstoria, X Mas

Pubblicato da Ereticamente il 20 Luglio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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