Una Ahnenerbe casalinga, settantatreesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, settantatreesima parte – Fabio Calabrese

Io credo che nessuno di voi avrà motivo di risentirsi se affermo che questa serie di articoli sull’eredità degli antenati, la considero ormai “la mia” rubrica con una scadenza bisettimanale più o meno fissa sulle pagine di “Ereticamente”.

Può forse costituire una sorpresa il fatto che questo carattere di “rubrica” sia stato assunto da una serie di articoli che riguardano il tema delle origini con riferimento a scienze come la paleoantropologia, l’archeologia, la genetica, che non sono certo la politica, la cronaca nera, il gossip, ma si pensi a quale immenso territorio inesplorato è in realtà il nostro passato. Qualcuno ha fatto un paragone che, lo confesso, mi piace molto: immaginiamo di disporre la scala dei tempi che ci separa dalle origini più remote in una dimensione spaziale, attraverso il corpo di un uomo. L’origine dell’universo si porrebbe all’estremità della mano sinistra, la formazione del sistema solare verso l’asse del corpo, un po’ spostata sulla destra. Le origini della vita cadrebbero sul braccio destro, più o meno all’attaccatura della spalla. Dall’avambraccio al polso, avremmo la lunga epoca dei dinosauri. Con la mano destra inizierebbe l’era dei mammiferi. Nelle falangi delle dita comparirebbero primati, ominidi, Homo, la lunga alba preistorica. La storia documentata, le civiltà conosciute rappresenterebbero solo l’estremità delle unghie.

Ora provate a immaginare che il nostro ipotetico uomo decidesse di dare a queste unghie una limatina: tutta la storia che compare nei nostri libri, le civiltà, le culture, gli imperi, svanirebbero nel nulla.

Precisamente per il carattere di rubrica che di fatto ha assunto questa serie di articoli, non sarà forse fuori luogo, prima di procedere a considerare cosa c’è da dire stavolta sul fronte dell’eredità degli antenati, fare un po’ il punto della situazione.

Non vorrei parlare della situazione politica che si sta rivelando una farsa senza fine, tranne che per rilevare un fatto: che il famoso accordo cinque stelle-Lega da tanti auspicato all’indomani delle elezioni del 4 marzo, si è di fatto rivelato impossibile, esattamente come il sottoscritto aveva previsto in contrasto con quelle che erano le opinioni di gran lunga dominanti all’indomani del voto (si veda il mio articolo Sulle barricate), e questo per un motivo preciso che sembrava/sembra sfuggire ai più: i cinque stelle sono un falso movimento identitario e populista, e la condivisione con la Lega di tematiche quali l’Unione Europea e l’immigrazione, è solo apparente, è un movimento costruito a tavolino per tenere a sinistra la protesta, impedirle di diventare identitaria. In poche parole, il movimento di Grillo, Casaleggio e Di Maio è una gigantesca truffa.

Veniamo ora a cose forse più limitate, più vicine a noi e meno squallide. Mi rendo conto di essere arrivato a un punto in cui il lavoro che sto svolgendo per “Ereticamente” comincia a presentarmi delle difficoltà, e non perché manchino le cose da dire, anzi… Ho quasi l’impressione che tematiche e argomenti diversi si affollino reclamando la rispettiva importanza e urgenza. Ad esempio, sono quasi pentito di aver dato il via a una nuova serie di articoli, I volti della decadenza, spinto come avete visto dall’irritazione perché l’agognato pensionamento è slittato di un anno (nel corso del quale certamente la scuola italiana diventerà sempre di più un manicomio), e quindi dal desiderio di darvi almeno una rapida sintesi dei testi che avrei voluto recensire con calma una volta terminata la mia attività lavorativa. Bene, dopo il primo articolo me ne sono usciti altri quattro dalla tastiera, che vi presenterò man mano che mi sarà possibile.

Analogamente in lista d’attesa, La più bella del mondo, la serie di articoli dedicati alla “nostra” costituzione. E’ già pronta una terza parte, che arriva fino all’art.75. Ne dovrà necessariamente seguire una quarta e forse una quinta, poi ci sono, sempre in attesa del momento giusto, un paio di pezzi di Rilettura politica della Narrativa fantastica, tematica che non ho intenzione di tralasciare. Cosa senz’altro più attinente alla tematica delle origini, vorrei riproporvi in forma di articoli i testi delle due conferenze che ho tenuto qui a Trieste alla Casa del Combattente il 28 gennaio e il 23 febbraio. La prima, Ma veramente veniamo dall’Africa?, è stata molto ampia, e il suo testo (24.000 parole all’incirca), è stato necessario suddividerlo in tre articoli che vedrò di presentarvi quanto prima. Si tratta di cose che ho già trattato in questa rubrica, ma penso sia utile rivedere le argomentazioni con uno sguardo d’insieme, perché un concetto che deve essere della massima chiarezza, è che l’Out of Africa, la “teoria” della presunta origine africana della nostra specie, non è scienza, ma ciarlataneria, fuffa pseudoscientifica creata a sostegno dell’ideologia democratica antirazzista (che poi a sua volta è razzismo anti-bianco mascherato).

Per quanto riguarda il tema della seconda conferenza, Caucasici e indoeuropei, vi saprò dire, devo ancora lavorarci sopra. A marzo ho bissato Le due facce del risorgimento di cui trovate già il testo su “Ereticamente”, mentre la prevista conferenza di aprile è saltata per un impegno lavorativo. Probabilmente ci sarà qualcosa a fine maggio, poi il discorso andrà ripreso dopo la pausa estiva.

Certamente ricorderete che nella settantaduesima parte vi ho parlato dell’acrostico NARSEN che sintetizza la filosofia del gruppo MANvantara (No Africa, Razze Si, Evoluzione No) riguardo al terzo punto, facevo notare che l’idea corrente di evoluzione è una deformazione del pensiero di Darwin, che vi inocula un ottimismo ascendente, “progressista” del tutto estraneo al pensiero del naturalista inglese, e contemporaneamente ne sottace aspetti essenziali: la lotta per l’esistenza, l’implacabile legge della selezione che, essa sola, crea le forme superiori. Si tratta a mio parere di un esempio chiarissimo di come la democrazia falsifica i risultati della ricerca scientifica.

Questi stessi concetti li ho riportati in un post che ho pubblicato nel gruppo, nell’intento di una critica che vuole essere assolutamente costruttiva, giacché noi siamo in condizione di respingere lo sciocchezzaio ideologico democratico non in nome di un rifiuto del metodo scientifico, ma al contrario, di una sua corretta applicazione, è esattamente l’atteggiamento che ho più volte ribadito in Scienza e democrazia.

La risposta datami da Michele Ruzzai (almeno in parte un “atto dovuto” in quanto amministratore del gruppo) è di grande interesse, e ve la riporto integralmente:

Diciamo che la parte “Evoluzione No” della sigla N.A.R.S.E.N. è necessariamente recisa perchè sarebbe stato molto difficile condensare tutti i concetti di “progressività” ecc… in due sole parole mantenendo la sigla finale con un grado di accettabile “memorizzabilità” (passatemi questo termine); quindi è stata intesa nel significato che più generalmente le viene attribuito dall’uomo della strada, ovvero quello di un andamento biologico ascendente. Anzi, a rigore, la parola “evoluzione” in sè stessa non sarebbe nemmeno da demonizzare se pensiamo che la sua origine etimologica (dal latino “volvere”) significa nulla più di uno “srotolarsi”, di uno “squadernarsi”, delle possibilità implicite che quella data forma, “in nuce”, possiede già a priori. Ed appunto in questa veste tale parola è senz’altro del tutto accettabile, semprechè se ne rispetti il suo significato profondo che, oltre a non possedere alcun elemento di “progressività”, non conceda però troppo campo nemmeno all’idea di una “plasticità” assoluta secondo un’ottica di totale trasformismo delle forme viventi (anche se emendata, come dicevo, di ogni significato ascendente); sottolineerei, infatti, che il “seme” contiene le possibilità di “evoluzione” di quella data forma e non di tutte indistintamente, anche se, d’altro canto, sono propenso a credere che un rigido “fissismo” delle specie presenti un certo grado di incompatibilità con una visuale “involutiva”, che ipotizza la derivazione per regressione di forme decadute da più alti ceppi. A mio parere, cioè, è opportuno assumere una posizione di equilibrio tra diverse istanze. E’ ammissibile un certo grado di elasticità nello “squadernarsi” di ciascuna delle varie forme viventi, elasticità che però si estrinseca necessariamente entro e non oltre un dato raggio di distanza dal rispettivo “archetipo sottile” centrale (e direi anche dalla sua “proiezione” biologica più diretta ed ortogonale su questo piano della manifestazione): quindi un’area che, nella dinamica involutiva, può essere occupata da forme non troppo diverse tra loro, le quali però non possono superare la circonferenza esterna che rappresenta un fossato invalicabile verso altri filoni biologici”.

In poche parole, c’è probabilmente un limite alla plasticità delle forme viventi che non può essere superato. Noi possiamo, con opportune pratiche di allevamento e selezione, trasformare i discendenti di un lupo in cagnolini (le variazioni delle specie viventi introdotte dall’allevamento umano sono quasi sempre degenerative), ma non possiamo farne dei gatti.

Come sempre, Michele si segnala per competenza, saggezza e equilibrio, peccato solo che non scriva un po’ di più per “Ereticamente”.

Come sempre, anche nel periodo che prendiamo adesso in esame (il mese di aprile, poi i tempi della pubblicazione dell’articolo saranno quelli che saranno, e occorre rinunciare all’idea di una pubblicazione in tempo reale), il lavoro dei gruppi FB è molto ricco di spunti di grande interesse. Tenete presente che, come al solito, faccio riferimento principalmente a MANvantara e alle tematiche paleoantropologiche, ma che il gruppo gestito da Michele Ruzzai e Cristina Gatti si occupa di molto altro: tradizione, spiritualità, esoterismo, un’ “offerta formativa” veramente ricca.

L’8 aprile, Michele Ruzzai ha postato un commento al libro di Guido Barbujani Europei senza se e senza ma (Bompiani 2008). Ora, bisogna dire Barbujani è un antropologo della “scuola” più strettamente “politicamente corretta” Out-of-africana e antirazzista che possiate immaginare – un dei suoi testi, ad esempio s’intitola L’invenzione della razza. Tuttavia, fa notare Michele Ruzzai, anche in un testo come questo si possono trovare degli spunti interessanti e suscettibili di interpretazioni di tutt’altro segno là dove questo ricercatore fa notare che le tracce di eventuali migrazioni verso l’Europa dal nord e dall’est eurasiatico sarebbero oggi impossibili da trovare perché distrutte od occultate dalle glaciazioni.

Devo comunque dirvi che al di là dell’effettivo contenuto del testo, trovo questo titolo estremamente gradevole se lo interpretiamo in termini di politica attuale:  Europei senza se e senza ma è precisamente quel che dovremmo essere, senza derive “occidentaliste” pro-yankee né islamofile (Anche sapendo che quell’organizzazione parassitaria nota come UE non è di certo “l’Europa”), ma qui si aprirebbe un discorso che ci porterebbe molto lontano.

In data 10 aprile “L’immagine perduta”, il gruppo amministrato da Giuseppe Di Re, ha pubblicato I tempi preistorici. Si tratta del primo capitolo del classico di Tilak La dimora artica nei Veda, di cui vi ho già parlato più di una volta. Quanto meno, si può ribadire che negli ambienti “nostri” il cuore batte per l’origine boreale contro l’ipotesi africana, ma in ogni caso “la scienza ufficiale” che rifiuta quest’idea, non è in grado di spiegare come mai nei libri sacri induisti vi sia la descrizione di fenomeni astronomici osservabili solo alle latitudini del circolo polare.

Parliamo di occhi azzurri, capelli biondi, pigmentazione chiara, magari efelidi, qualcosa di tipico delle popolazioni caucasiche (dove però non mancano le genti brune) e che, se si parte dal presupposto dell’origine africana, rappresentano un vero mistero genetico. Dell’origine di queste caratteristiche, MANvantara si occupa in due post, uno di Matt Martini del 10 aprile che è un link al sito Agi.it, e uno del 25 di Cristina Gatti, che riporta il link a un articolo su “The Guardian”. Il primo si riferisce al colore azzurro degli occhi, che pare dipendere da una singola mutazione che sarebbe avvenuta fra 6000 e 10.000 anni fa, e ci permette di risalire a un singolo antenato che tutte le persone con gli occhi azzurri avrebbero in comune. Diverso il caso del colore dei capelli, che riflette una pluralità genetica molto complessa, una complessità genetica tra l’altro incompatibile con l’idea di un’origine africana recente.

D’altra parte, se ricordate, abbiamo introdotto questo discorso una delle volte precedenti: nell’ipotesi di uno spostamento dalle regioni boreali ai tropici, l’esigenza di sopportare una maggiore irradiazione solare, avrebbe portato alla comparsa di epidermidi scure, mentre se l’espansione umana fosse avvenuta nella direzione contraria come pretende la “scienza ufficiale”, la perdita di pigmento non sarebbe stata affatto necessaria. Ciò suggerisce l’ancestralità delle popolazioni caucasiche, “bianche” rispetto agli altri gruppi umani.

Considerazioni di questo tipo, ricorderete, erano state esposte nel 1995 dall’antropologo Charles Goodhart allora presidente della Linnean Society di Londra. Allora, queste cose si potevano ancora dire senza manifestare un particolare coraggio, ma oggi i vincoli della political correctness, cioè dell’ortodossia imposta dalla democrazia si sono fatti più stringenti.

Riguardo a questa tematica, si può segnalare anche un post del 30 aprile che è in realtà il collegamento a un brano di Adriano Romualdi, I capelli biondi nella Grecia antica, in realtà a sua volta uno stralcio della bellissima introduzione a Religiosità indoeuropea di Hanns F. K. Gunther. L’impronta “bionda” degli antichi Greci dimostra in maniera inequivocabile la provenienza nordica delle popolazioni, Achei e Dori, che colonizzarono la penisola ellenica.

Il 12 aprile un collaboratore di MANvantara, Pier Ferreri, ha caricato sul sito in formato PDF due volumi da tempo fuori commercio, L’origine degli indoeuropei di E. De Michelis, e Arii e italici attorno all’Italia preistorica di G. Sergi. Si tratta di due volumi di oltre 200 pagine ciascuno, e la lettura a schermo non riesce certo agevole. Diciamo che per quanto mi riguarda si tratta di altri due testi, oltre a quelli di cui vi ho parlato/vi sto parlando in I volti della decadenza, da tenere da parte in vista del momento in cui la quiescenza mi darà l’opportunità di una lettura più approfondita.

Per il momento, mi limiterò a riferire la mia opinione riguardo a entrambe le tematiche. L’origine degli indoeuropei, a mio parere va ricercata nei cavalieri, allevatori e guerrieri eurasiatici che in età protostorica si riversarono sul nostro continente. L’ipotesi di una derivazione mediorientale, secondo me è stata formulata, così come l’Out of Africa, per motivi prettamente ideologici, per farci derivare da “pacifici” agricoltori piuttosto che da guerrieri e conquistatori, e per minimizzare l’abisso – di certo non solo linguistico – che separa l’indoeuropeo dal semita.

Sulla seconda questione, grazie agli studi genetici, abbiamo oggi qualche certezza in più rispetto al passato. Gli Italici antichi e gli Italiani odierni, almeno fin quando l’invasione travestita da immigrazione non avrà stravolto la nostra fisionomia etnica, sono gente di stirpe caucasica appartenente alla famiglia indoeuropea. Non solo, ma contrariamente alle menzogne e alla disinformazione che viene fatta circolare al riguardo, che vorrebbe dipingerci come un coacervo etnico frutto di innumerevoli invasioni (che nella realtà hanno lasciato pochissime tracce genetiche), siamo una popolazione tra le più geneticamente omogenee d’Europa, al punto che alcuni genetisti hanno parlato dell’Italia come di “un’isola genetica”.

Un post di Solimano Mutti del 13 aprile riprende una notizia di grande interesse dal sito francese “Science et avenir”. Una spedizione anglo-belga, organizzata dall’università di Bradford, dall’università di Gand e dall’Istituto Marittimo delle Fiandre andrà a esplorare quella vasta area oggi sommersa tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale che conosciamo come Dogger Bank, ma che nell’età glaciale era sicuramente emersa e ospitava varie popolazioni umane, e che gli archeologi hanno ribattezzato Doggerland. Il coordinatore della spedizione sarà l’inglese Vince Gaffney (un nome che abbiamo già incontrato in relazione alle ricerche sul “cuore neolitico” delle isole Orcadi).

Come ricorderete, su queste pagine vi ho parlato più volte di Doggerland e di questa “pagina mancante” della nostra storia remota. Adesso è forse arrivato il momento di saperne di più. Lo stesso argomento è poi ripreso da Michele Ruzzai in un post del 18 aprile, questa volta tratto da “Il secolo XIX”.

Sempre Michele Ruzzai il 13 aprile ha riportato su MANvantara il testo della sua conferenza Le radici antiche degli Indoeuropei, recentemente riproposta anche da “L’immagine perduta”, come abbiamo visto. Ben fatto, Michele, questo tuo lavoro merita di diventare un classico!

Il 17 aprile Pier Ferreri segnala una conferenza indetta da Casapound per il 22 a Ostia Lido: L’inganno antirazzista, con la partecipazione di Stelio Fergola, Tommaso Longobardi e Valerio Benedetti. Noi abbiamo potuto constatare anche troppo spesso che quello che si spaccia per antirazzismo, in realtà non è altro che razzismo anti-bianco, masochistica denigrazione della nostra etnia con cui il sinistrume-cattolicume assortito cerca di lavare il cervello della gente.

Un post del 19 aprile riporta una notizia tratta da ANSA.IT: sembra che 40.000 anni fa la grande caldera vulcanica dei Campi Flegrei abbia prodotto una mega-esplosione che non causò l’estinzione delle popolazioni neanderthaliane e sapiens (c’erano entrambi) che vivevano nella regione. Una notizia importante soprattutto perché incrina ancora di più l’idea che l’analoga catastrofe del vulcano indonesiano Toba possa aver prodotto un’estinzione planetaria, idea che come sappiamo, è uno dei capisaldi della sceneggiata pseudoscientifica dell’Out of Africa.

Il 25 aprile (giornata nefasta, ma da dedicare almeno a riflessioni controcorrente), Michele Ruzzai ha recensito il testo dell’antropologo Claudio Pogliano che vorrebbe fare la storia dell’antropologia nel XX secolo L’ossessione della razza. Giustamente, osserva Michele, non è il caso di parlare di ossessione ma di constatazione. Che le razze esistano e che le differenze razziali siano riconoscibili a colpo d’occhio, questo è qualcosa che può vedere chiunque non si sia deliberatamente appannato lo sguardo ubbidendo alle direttive di chi vuole in particolare l’estinzione di una razza, la nostra.

Ancora una volta, interrompiamo qui un’esposizione che sta rischiando di diventare davvero chilometrica. Come vedete, il tema delle nostre origini è sempre sentito più che mai, e questa è un’ottima cosa: sapere chi realmente siamo e da dove veniamo, è la base della lotta per difendere il futuro della nostra gente.

NOTA: Nell’illustrazione, a destra immagine di copertina del sito “White People Origins” di cui ho parlato nella settantaduesima parte, al centro, la copertina del libro Europei senza se e senza ma di Guido Barbujani, a destra quella del classico di Tilak La dimora artica nei Veda.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 28 maggio 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Comunico che ho aggiornato il link dove scaricare in blocco gli articoli di :

    Una Ahnenerbe casalinga
    Di Fabio Calabrese
    2014 -2018

    https://www.scribd.com/document/264498483/Una-Ahnenerbe-Casalinga-Calabrese

  2. Ereticamente Staff

    Grazie Daniele, saluti!

  3. Ughio

    Popolazione geneticamente omogenea gli Italiani? Boh a me Calabresi e Pugliesi sembrano mediamente diversi da Veneti e Bergamaschi…

  4. Fabio Calabrese

    Ughio: La genetica dimostra che gli Italiani non sono più disomogenei di altre nazioni europee. La loro presunta disomogeneità viene accentuata per motivi politici, sia per alimentare campanilismi di breve respiro, sia per farci accettare la sostituzione etnica. E’ un argomento su cui mi riprometto di tornare fra qualche tempo, ma – mi creda – le cose sono molto diverse da come le raccontano.

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