Tommaso Indelli, Odoacre. L’irruzione tribale di un uomo di guerra nel paesaggio dell’Impero

Tommaso Indelli, Odoacre. L’irruzione tribale di un uomo di guerra nel paesaggio dell’Impero

Prefazione di Claudio Azzara,

Edizioni di Ar,

Collana Le Genealogia, Padova 2018,

Euro 15.00, pp. 128.

La deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’Occidente, segnò veramente la cesura tra due diverse epoche storiche, l’Antichità e il Medioevo? Cosa sopravvisse della civiltà romana, sotto l’urto dei Barbari? Il 476 d. C. è stato davvero uno spartiacque determinante nella storia della civiltà europea e dell’intero mondo Mediterraneo, oppure si tratta soltanto di un “mito” storiografico duro a morire? Può veramente parlarsi di “invasioni barbariche” e, soprattutto, la categoria interpretativa del “crollo” dell’Impero romano d’Occidente è ancora oggi scientificamente valida? Attraverso l’esame della più aggiornata e vasta bibliografia, questo libro intende fare un po’ di chiarezza, rispondendo ad alcuni interrogativi da tempo al centro del dibattito storiografico, ma non definitivamente chiariti, ricostruendo la biografia di uno dei protagonisti dell’Età Tardoantica: Odoacre. Chi era realmente Odoacre? Uno Sciro, un Turcilingio, un Erulo, un Unno? Era, forse, un Goto, anticipatore di Teoderico, il suo più grande avversario? Quale era il suo reale disegno politico? Può, veramente, essere definito un “barbaro”? Attraverso l’esame della vita e delle azioni di Odoacre e, più in generale, del contesto storico del V secolo d. C., il presente libro intende offrire al lettore una visione più chiara su una delle fasi cruciali non solo della storia italiana, ma dell’intera Europa, soffermandosi anche su alcune tematiche storiografiche attuali, riguardanti le cause della “caduta dell’impero romano” d’Occidente. Frattura o continuità degli assetti giuridico-amministrativi, economici e sociali tra Antichità e Alto Medioevo? La risposta, a tutt’oggi, non sembra essere univoca. La storiografia appare divisa tra Movers e Shakers, cioè tra sostenitori dell’“ipotesi catastrofista”, fondata sull’idea che le “invasioni barbariche” abbiano, con la loro irruenza militare, determinato il tracollo dell’impero che, altrimenti, avrebbe potuto ancora resistere per secoli, e “anticatastrofisti”, più orientati a considerare, tra le cause di collasso dell’organismo imperiale, i fattori di carattere interno, come l’inflazione galoppante, il crollo demografico, la crisi economica, le guerre civili tra i pretendenti al trono. La vicenda del crollo dell’impero romano d’Occidente dimostra come la superiorità economica o tecnologica di una civiltà non la mette necessariamente al sicuro da disastri epocali. L’etica, il carattere, il senso di appartenenza ad una comunità riunita intorno a valori comuni, la subordinazione degli interessi privati a principi superiori potevano e possono essere fattori ben più importanti dell’economia nel determinare la solidità di un raggruppamento nazionale. Non a caso l’impero romano – espressione di una civiltà più evoluta di quella barbarica – fu travolto da “orde” tribali numericamente insignificanti, ma più agguerrite dei legionari del V secolo. La caduta di Roma – al di là di facili catastrofismi – ha un valore profetico: trascurare gli insegnamenti del passato può produrre gravi conseguenze.

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Categorie: Edizioni di AR, Libreria

Pubblicato da Ereticamente il 17 maggio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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