Lucio Cornelio Silla Felix – Maria Luisa Silvestri

Lucio Cornelio Silla Felix – Maria Luisa Silvestri

Le gesta e la fede di un grande condottiero nel periodo di transizione dalla Repubblica all’Impero nella visione della storiografia romana antica

Di Silla la Storia ricorda le abilità militari e le vittorie conseguite fuori dai confini della Repubblica romana e durante la guerra civile, combattuta contro le fazioni populares mariane ma, soprattutto, la lucida ferocia con la quale attuò il suo disegno politico. Proveniente dalla nobile famiglia decaduta dei Cornelii, Lucio Cornelio Silla, dopo essersi procurato i mezzi per assurgere al reddito senatorio, inizia la carriera pubblica sotto il consolato di Gaio Maio, che lo nomina Questore e lo conduce con sé in Africa per combattere contro Giugurta, re della Numidia. Da questa impresa bellica, la strada del Silla condottiero contro i popoli nemici di Roma, è lastricata di vittorie. Ha pressochè sottomesso tutte le tribù italiche, rimanendo storiche le sconfitte di Praeneste e dei Sanniti, ha inflitto a più riprese solenni sconfitte all’esercito di Mitridate, re del Ponto, sottomettendone gli alleati in Grecia e provocando la caduta di Atene.

La valentìa e la giusta fama del Silla Guerriero è indiscussa tra gli storici antichi, ma allo stesso modo, Lucio Cornelio Silla ha lasciato un’impronta nella storia politica romana interna, sotto molti aspetti, ingiustamente condizionata da un giudizio morale negativo che ha gettato un velo sulla verità storica e che ha alterato il fondo della storia..  L’excursus honorum di Silla è stato profondamente segnato dalla sua indole umana.  Come ogni uomo politico e militare romano egli era sorretto dalla certezza dell’esistenza di legame, tra azioni umane e loro corrispondenze ultra-umane; corrispondenze che, in termini materiali e linguistici, rappresentano il bene facere, l’impronta che propizia una data azione, sia nello ius che nel fas e la slega da giudizi di valore, qualsiasi esse siano. Per dirla in altri termini, la legittimazione dell’intento umano nell’ascesa alle cariche politiche ed in guerra, insieme e sotto gli auspici degli Dei, veri limiti del giusto e del sacro.  Quando la Lex Sulpicia attentò alla sua carica di Console, nell’88 A.C. e contemporaneamente promulgò l’abrogatio imperii del potere militare di Silla e l’attribuzione del comando dell’esercito per la guerra contro Mitridate a Gaio Maio, la fazione mariana era al culmine del potere, le prerogative senatorie logorate dalla progressiva espansione delle potestà tribunizie e la politica romana in mano a Gaio Mario, al quale Silla si opponeva in forza del suo orientamento apertamente restauratore rispetto all’onda della riforma mariana.

L’abrogatio imperii del potere militare costituiva per Silla una rottura così manifesta della legalità e delle proprie prerogative, da reagire, come uomo politico e da militare, seguendo un modus operandi, conforme.  “Si ebbe così – scrive Plutarco – un vero e proprio combattimento fra nemici, il primo in Roma, non più con l’aspetto di una sedizione, ma propriamente con trombe e insegne e vessilli secondo le regole di guerra”.  Lucio Cornelio Silla, riunisce i propri armati e muove, alla testa dell’esercito, contro Roma, violandone il “pomerium”, i sacri confini. Un gesto sacrale compiuto per riportare a Roma, da vittorioso, la legalità repubblicana.

Nell’anno 87 A.C. Silla riprende la guerra contro Mitridate, che si piegherà ad un accordo di pace nell’anno 85 A.C., dopo la presa di Atene e del Pireo e le due Battaglie di Orcomeno e Cheronea. Nel frattempo Roma è preda della guerra civile ed il consolato di nuovo in possesso delle forze popolari, che riaccendono la rivolta dei popoli italici.  Mentre Silla fronteggiava Mitridate in Oriente, a Roma le fazioni mariane e cinnane, riappropriatesi del potere, dichiarano ufficialmente Silla nemico pubblico, infliggendogli l’esilio.  Nell’anno 82 A.C. Silla rientra in Italia vittorioso con il suo esercito, reprime la rivolta dei popoli italici, sconfigge e distrugge Praeneste, quindi infligge, assieme a Caio Licinio Crasso, la sconfitta definitiva alla fazione mariana, nella battaglia di Porta Collina. Inizia quindi la restaurazione repubblicana di Lucio Cornelio Silla; l’era sillana la cui impronta storica è stata velata dal giudizio di valore espresso dagli storici del tempo in merito alla crudeltà con la quale attuò la restaurazione.  Giudizio che sembra limitare il campo di analisi alla spietatezza del metodo ed alla limitatezza del fine del raggiungimento del potere. A seguito della disfatta mariana, Silla ottenne di essere eletto “dictator constituendae causa et legibus scribundis” senza limiti di potere e di tempo.

Esercitando i suoi poteri, ha riformato il sistema criminale, ha ripristinato – a scapito dei tribuni e dei cavalieri – la supremazia senatoria, ha revisionato i meccanismi di accesso e durata delle cariche pubbliche, inclusa quella consolare. Deciso e risoluto nell’agire “manu militari”, lo è stato egualmente nell’impartire la disciplina nell’esercito, capacità che gli ha accreditato la fedeltà dei suoi uomini, imprimendo alle armate una potenzialità bellica rimasta indiscussa nella storia.  Con Silla ebbe, inoltre, luogo la prima grande distribuzione di terre ai veterani: 120 mila ex legionari vennero dislocati in undici nuove colonie, in Italia del Nord ed Ovest, ma specialmente tra Etruria e in Campania, le regioni più ostili a Silla e che subirono un maggior numero di confische.  Pur avendo ottenuto l’”imperium” dittatoriale sine die, nell’ anno 81 A.C. rinuncia ad ogni potere e si ritira a vita privata, rinunciando alla carica di console.

Dopo avere violato i sacri confini della “civica”, dopo avere compiuto con lucida efficacia un’agguerrita e spietata repressione delle fazioni nemiche della restaurazione repubblicana, concluso senza ostacoli quello che riteneva necessario per Roma, Lucio Cornelio Silla, abdica alle cariche pubbliche ed esce indenne dalla storia. Nonostante l’inaugurazione delle liste di proscrizione e l’aura di sanguinario che aleggia intorno alla sua figura storica, nonostante questo, univoco è stato il giudizio sul suo valore militare e sulla fortuna che sempre sorrise alle sue imprese. Sallustio, nel “La Guerra contro Giugurta”, dice di Silla che “fu il più fortunato degli uomini prima del suo trionfo nella guerra civile, ma le sue imprese non furono mai inferiori alla fortuna”. Seneca, nel de consolatio ad Marciam, lo cita come esempio di uomo che ha saputo fronteggiare, gli “aspera” e coltivare la propria astuzia ed acerrima virtù nei confronti dei nemici e dei concittadini, affermando che mai fece in modo che sembrasse avere usurpato falsamente l’appellativo di Felix, il quale gli derivava direttamente dagli dei.  Quegli stessi Numi ai quali doveva la sua buona sorte, “quorum illud crimen erat, Sulla tam felix”.

Anche Plutarco, nelle vite Parallele, evidenzia il legame tra le gesta di Silla e la benevolenza degli dei, mettendone in risalto la personalità viva e la sua capacità di interpretare i segni terreni, agendo senza fomentarne l’astio o l’ira. Questo aspetto della “felicitas” di Silla, il benvoluto dagli dei, impedisce agli storici di formulare un giudizio negativo sul suo passaggio nella storia romana. A parte l’aspetto più marcatamente propiziatorio, la fortuna di Silla fu più il prodotto della sua personalità fervida, astuta, incline al compromesso e tale da permettergli, anche negli scenari più foschi, di attuare i propri intenti mantenendo integra la benevolenza delle divinità. Fu il primo nella storia di Roma, a suggellare un accordo con l’accanito nemico dei romani, Mitridate re del Ponto ed alcune delle sue vittorie furono certamente agevolate dall’esercizio delle sue doti diplomatiche e dalla sua arguzia. Qualità che, come narra Plutarco, faranno esclamare al console Gneo Papirio Carbone, nell’imminenza della disfatta mariana “Nell’anima di Silla sono rinchiusi una volpe ed un leone, che io devo combattere; quella però che mi dà più fastidio è la volpe”.

Ovunque il potere militare di Silla abbia lasciato la sua impronta, così è emerso negli storici questo tratto caratteristico che lo legava in maniera così immediata agli dei. Lucio Cornelio Silla fu l’artefice dell’ampliamento del sito del Tempo della Fortuna Primigenia, sulla collina che sovrastava Praeneste.  Scrive il Winckelmann, “Nel primo triumvirato il primo che governò dispoticamente l’impero fu Silla, il quale ad imitazione d’altri possenti cittadini eresse magnifici edifici a proprie spese; e poichè distrusse Atene sede delle arti, egli dichiarossi protettore delle medesime in Roma. Superò quanto di grande avevano fatto mai i suoi concittadini, nell’edificare a Preneste il tempio della Fortuna, della cui magnificenza abbiamo ancora un argomento negli avanzi, che tuttora sen veggono…Leggendo noi in Plinio, che Silla fece ivi lavorare il primo musaico che fatto siasi in Italia, è probabile che fosse questo quel medesimo che vi s’è poscia trovato”.

La stessa sorte di Praeneste distrutta, già alleata di Gaio Mario, toccò ad Atene, alleata di Mitridate. Narra Appiano nel “Le guerre Mitridatiche”: “Seguì ad Atene una grande e spietata strage. Gli abitanti erano troppo deboli per scappare, per mancanza di nutrimento. Silla ordinò un massacro indiscriminato, non risparmiando donne o bambini”. Plutarco ci tramanda che Silla proibì l’incendio della città, ma permise ai suoi legionari di saccheggiarla.  Dopo la battaglia di Murena, sui trofei della vittoria fece incidere i nomi di Ares, della Vittoria e di Afrodite.  “Silla celebrò a Tebe le feste in onore della vittoria. Per le gare musicali fece costruire un palco accanto alla fontana di Edipo e chiamò a far parte della giuria dei greci provenienti da altre città, dato che nutriva un odio senza fine verso i Tebani. Per suo volere fu loro levata la metà del territorio che possedevano, e venne consacrata ad Apollo Pitio e a Zeus Olimpio. Le rendite dovevano servire a restituire agli dèi i tesori, che aveva rubati ad essi”.

Per propiziare gli dei sacrificava parte del bottino e dei suoi averi ai Numi. Vittorioso in Oriente, Silla si accinge, per la seconda volta, a muovere contro Roma e la fazione mariana: “Veniva Silla con ira gravissima”, così si esprime Plutarco per descrivere il ritorno di Silla in Italia ed ancora una volta, vittoria e buona sorte arrideranno al generale. “Io, Lucio Silla, prediletto di Venere, vincitore a Cheronea ed Orcomeno, giungo alla testa dei 40.000 fedeli legionari che già due volte mi acclamarono imperator”, fece incidere sulle monete che fece coniare per celebrare il suo trionfo. Moneta effigiata con la testa coronata di Venere con, accanto ad essa, Cupido avente tra le mani la palma della vittoria. Nell’83 A.C., infine diede il via alla ricostruzione del Tempio di Giove Capitolino ed alla stessa epoca risale l’ampliamento del Tempio di Gione Anxur sulla collina sovrastante Terracina. L’assunzione degli appellativi di Felix ed Epafrodito sono significativi della concezione che riconduceva Silla e la sua fortuna alla protezione degli dei e di Venere in particolare. L’impronta impressa nella storia dalla figura di Lucio Cornelio Silla e dalle sue gesta è, a parere di chi scrive, l’effetto del più genuino spirito della grandezza di Roma, riconducibile alla credenza ferma che qualsiasi azione umana, al di là del giudizio morale o di valore che sulla stessa possa esprimersi, possa risultare “gradita” agli dei ed esserne propiziata nell’intento e negli effetti, perché giustificata dal mos majorum e conforme alla pax deorum.

Tant’è che nè lo sterminio capillare dei nemici, né la lucida ferocia nell’osteggiarli, né la sua disinvolta audacia politica hanno potuto scalfire la sua fama di vittorioso e favorito dalla dea Fortuna.  Non senza alcune esplicite ammissioni di non volere o non potere sondare l’insondabile. Lucio Anneo Seneca, nonostante sottolinei a più riprese la ferocia che Silla dimostrò in vita, ha affermato che anche i suoi nemici dovevano riconoscere che “bene illos arma sumpsisse, bene deposuit”, esprimendo un giudizio “metodologico” alla sua azione che riconduce a quel “bene facere” che tanto captava, secondo lo spirito romano antico, la benevolenza degli dei, quanto ne frenava l’ira.  Tanto che lo stesso filosofo, che molto fu conoscitore della polititica post-repubblicana, si esprime in forma dubitativa, sia pure di fronte alla crudezza delle sue gesta politiche, nel giudicare Silla “sed istud inter res iudicata habeatur, qualis Silla fuit”. Certo è che la risolutezza con la quale mosse verso i nemici di Roma e coloro che riteneva nemici della legalità repubblicana fu la stessa con la quale depose il potere una volta fatto quel che riteneva necessario, secondo la sua visione, per ricondurre Roma ad un ordine più conforme alle istituzioni delle origini. La sua eredità di politico e grande condottiero fu quella, sempre a parere di scrive, di avere restituito l’imperio supremo, compiendo un opera di ricapitolazione politica, prima nella storia.  Cosa che illustri suoi successori non fecero, sappiamo con quali conseguenze.

Bibliografia di riferimento:
Appiano di Alessandria, Le Guerre Mtridatiche;
Gaio Sallustio Crispo, La guerra contro Giugurta;
Livio Andronico, ab urbe condita;
Lucio Anneo Seneca, De consolazione ad Marciam;
Lucio Anneo Seneca, De beneficiis;
Plutarco di Cheronea, Le vite Parallele;
Johann Joachim Winckelmann, Storia delle arti del disegno presso gli antichi.

Maria Luisa Silvestri

 

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Categorie: Tradizione Romana

Pubblicato da Ereticamente il 12 maggio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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