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L’Anarcofascismo di LORENZO VIANI (Viareggio 1882-Ostia 1936). A cura di Emanuele Casalena

L’Anarcofascismo di LORENZO VIANI (Viareggio 1882-Ostia 1936). A cura di Emanuele Casalena

 

Un mio modesto omaggio al maggiore artista dell’Espressionismo italiano.

C’è una poesia della terra, della povertà sofferta non per scelta francescana, dell’emarginazione coperta dalle mani delle “tre scimmie sacre”, eppure fonte di bellezza, posta laggiù nel fondo dell’abisso oltre l’ultima porta, quella del pozzo della quale Viani aveva rubato le chiavi per aprirla.  La sua esistenza fu il poema lirico d’ un ragazzaccio ribelle di Viareggio, amante più delle banchine del porto che dei banchi neri della scuola. Poteva dire di sé: ho la terza elementare, sono un autodidatta nel far pittura quanto nello scrivere racconti. Un  lupo solitario affascinato dalle darsene della sua città, dai pescatori del porto come da quel litorale esplorato a piedi fino a Livorno alla scoperta di tesori naturali messi lì come le scene di un’opera teatrale divisa in atti. Un susseguirsi di sinuose dune, di paludi stagnanti, di fiumi e torrenti con disseminate, qua e là, le antiche ville estive di rarefatta nobiltà. Il tutto orlato da fitti boschi incontaminati, file parallele di cipressi, fresca ombra e calmo pensiero nello scrutar, da quei pertugi, il mare. In quel vagabondare fin da bambino il piccolo Lorenzo assorbiva con gli occhi natura e povertà i due cappotti degli ultimi, di loro sbirciava travaglio e ozio d’osteria, dormendo non di rado all’addiaccio coperto da una baracca o da cartoni. In quell’errare solitario senza un Sancho accanto né un Ronzinante, questo cavalier della Versilia cercò di narrarci perché il “male” ed il “potere” hanno un aspetto così tetro. Incontrava i “pori”, il quarto Stato, i nascosti dall’ipocrisia d’ un sistema borghese, ma uomini e donne autentici spettri intenti a procurarsi cibo con l’unica arma in loro possesso, la sapienza d’ogni atto, l’economia d’ ogni gesto che fosse rammendare una rete o allattare un bambino, pascolare armenti o spegnere col vino la fatica del giorno.  Eppur l’introverso Lorenzo aveva vissuto un’infanzia serena nella lussuosa Villa reale di Viareggio al tempo di Carlo Maria di Borbone-Spagna, delfino carlista al trono iberico. Papà Rinaldo e mamma Emilia s’erano trasferiti là a servizio di Don Carlos, erano in organico della numerosa “canaglia” che prestava le proprie cure all’aspirante sovrano. Il bambino respira l’aria frizzantina dell’aristocrazia pomposa insieme a quella naturale del grandioso parco che arrivava fino alla frazione di Torre del Lago residenza, dal ’91, di Giacomo Puccini. Il ragazzino ribelle con innata idiosincrasia per la disciplina, ama trascorrere il suo tempo tra la villa ovattata e le darsene popolate di vecchi pescatori  o le aperte campagne dei contadini intenti all’opre del giorno, i pastori con le greggi al pascolo, i vagabondi senza arte né meta se non

L. Viani, naviganti, pastello su carta,1907

strappare un altro morso alla vita.

L. Viani, Campagna della Versilia,1904

Son quelli gli autentici vàgeri del panorama viareggino  pei quali, per istinto, prova simpatia unita alla curiosità d’un bambino. E’ la poesia del pozzo degli emarginati, chiusi nell’Ade come ombre nascoste da una società di classe. E’ questo “circolo S. Pietro” l’humus della sua lirica quando poggia la matita o la penna sopra un foglio, racconta l’elegia dei miserabili ne promuove il riscatto con i colori o le parole. Fatto sta l’incantesimo domestico fa puff, svanisce nel 1893, passato a miglior vita don Carlos, chi gli succede a governar la Villa taglia gli “esuberi”, di conseguenza licenzia una gran fetta del personale a servizio (erano in 36). La famiglia Viani conosce d’improvviso la povertà, “le scalpellate dei patimenti” con tre figli da sfamare, così il ribelle Lorenzo, per guadagnarsi la minestra, viene messo come garzone a bottega del barbiere Fortunato Primo Puccini. Passerà anni a scopare capelli, insaponare barbe, fare sfumature ai tagli, ma era pur sempre una scuola dal vero da trasferire, ratto, ratto, con la grafite o il carboncino su un pezzetto di carta. Gli toccò, come aneddoto da ricordare, di far capelli e barba al “divino” D’Annunzio, tolti gli asciugamani di lino, spazzolata la giacca, il poeta prese l’uscio di bottega senza proferire un grazie e soprattutto non lasciando moneta per il servizio ricevuto. Andò decisamente meglio l’incontro con il pittore divisionista Plinio Nomellini, capitato in barberia da Torre del Lago e al quale

L. Viani, Il folle,1907

Lorenzo mostrò, sfrontato, alcuni suoi disegni. L’artista livornese  apprezzò davvero la qualità del tratto, fu la svolta nella rotta della sua magra vita, perché Nomellini lo incoraggiò ad affinarsi iscrivendolo, con una borsa di studio del Comune di Viareggio, all’Istituto d’Arte di Lucca che Lorenzo frequentò per tre anni ma con alti e bassi per quell’indole irregolare ch’ avea. E’ in questi anni della lucchesìa che Viani si accosta alla fiaccola del movimento anarchico, nel contempo provava a frequentare la scuola libera di nudo dell’Accademia di Belle Arti, siamo negli anni 1904-05. Grazie sempre a Nomellini aveva avuto modo, nel 1901, di far conoscenza a Firenze d’un’icona della pittura toscana, il macchiaiolo Giovanni Fattori, ormai avanti negli anni, non ne fu un vero e proprio allievo perché Lorenzo era già oltre, si sentiva espressionista più vicino, per stile, al norvegese Edvard Munch che al die Brücke di Dresda, ma fu comunque l’occasione per entrare nella piccola élite degli artisti. Tornatosene a Viareggio si accostò al Club fondato da Giacomo Puccini che aveva scelto di vivere a Torre del Lago, luogo dell’anima per lui appassionato di caccia oltre che di spartiti musicali. Beh il ”Doge” (soprannome coniatogli da Giulio Ricordi) adorava parecchio l’arte culinaria come far bisbocce, così in quella frazione viareggina mise su un Club “La Bohème”, era un circolo d’ amici bontemponi, con sede all’osteria “ la capanna di Giovanni dalle bande nere” dove i sodali trascorrevano l’otium tracannando vino e giocando a carte. L’art. 1 del regolamento interno diceva:  I soci del Club “La Bohème”, fedeli interpreti dello spirito onde il club è stato fondato, giurano di bere e mangiar meglio. L’ultimo, l’ottavo: La saggezza non è ammessa neppure in via eccezionale. Un’agape libertaria di stampo toscanaccio, vietata ai musoni pensosi, viva la chiacchiera gioiosa, abbasso il silenzio, viva i giochi d’azzardo, abbasso la parsimonia, quasi un clima futurista ante litteram. Lorenzo era calamitato da quel che succedeva in quella bettola, nudità degli istinti dionisiaci senza mascherine borghesi, c’era qualcosa di nicciano capace di trasformare il grigiore della vita in un inno alla gioia. Ritroveremo il garzoncello Giacomo e le atmosfere di Torre del Lago in un suo racconto nel libro “Il cipresso e la vite”, ove disegna la scelta del Maestro di farsi costruire un villa, senza vista mare, su un lembo di terra detto un tempo “Confino” (con Pisa), in quella  desolazione musicata di malinconia che l’ aveva catturato, la frase di chiusa è: “tutto è follia nel mondo”. Il suo debutto carcerario è datato 1903 quale membro agitprop del gruppo anarchico “ Delenda Chartago”, fa un po’ di cella ma presto viene liberato, se ne parte a visitare la Biennale di Venezia per carpire le nuove tendenze dell’arte contemporanea. Il suo debutto  avviene nel 1904, partecipa all’esposizione collettiva della Promotrice fiorentina delle Arti con cinque disegni. Nel 1907 esordisce come illustratore sul quotidiano socialista “Il Popolo”, diretto da Luigi Campolonghi, il cui motto è “ Fustigate il popolo verso le vette supreme, pellegrini”. Il giornale sposa il programma del partito socialista italiano e pubblica le cronache del movimento operaio. Annovera tra i suoi collaboratori di penna Filippo Turati, Leonida Bissolati, Giuseppe Emanuele Modigliani, Francesco Chiesa. Quei primi anni del secolo vedono Lorenzo immergersi anche nella lettura, divora racconti e romanzi della letteratura russa con una predilezione per Leone Tolstoj e Fёdor Dostoevskij. Sempre nello stesso anno mette piede alla Biennale di Venezia esponendo alcuni disegni e s’imbatte vis a vis con l’espressionismo sociale di artisti quali E. Laermans e J. Ensor a lui affini per sentire politico e compositivo, pittori degli ultimi, degli esclusi dal banchetto nuziale della Belle Epoque, solidarietà e graffiante denuncia, ma si sa che a scrivere canzoni no si fan rivoluzioni parafrasando il vecchio Guccini, lo stesso vale per lapis e pennelli. Da povero scende nel 1908 dal treno per Parigi, il pentolone del ribollir delle avanguardie, c’era il livornese Modigliani ma surtout il cubismo analitico di Picasso & Braque e l’antefatto di P. Cèzanne. Frequenta l’ andaluso, conosce il fauve H. Matisse, non ne abbraccia le tesi, l’attrae di più la semplicità geometria di Cèzanne, la sua tavolozza magra di colori. Dorme a La Ruche pubblico dormitorio a Rue Dantzig, mangia poco, fa vita errabonda succhiando ispirazione dal contatto gomito a gomito con gli sradicati, i nullatenenti spesso armati solo di follia.”                          

L. Viani, Il cortile de la Ruche, 1908

L. Viani, Parigi fuori della Ruche 1908

Tornato nella sua Versilia si getta nell’azione politica del movimento anarco-socialista che illuminava la classe operaia, lui che aveva conosciuto Ricciotti Garibaldi figlio dell’eroe dei due mondi, intrepido condottiero ma anche fervente socialista repubblicano. L’alcool di Bakunin svanirà con l’entrata il guerra dell’Italia, ma forse già nel ’13 quando, a Firenze, conosce G. Papini e A. Soffici redattori della rivista Lacerba , futuristi d’ ideali dietro a quel matto di F. T. Marinetti che insufflava forte sul vento del nazionalismo, anzi dell’anarco-nazionalismo. Prima di quell’incontro sulla via di Damasco, Lorenzo aveva conosciuto nuovamente le sbarre proprio nel 1911 per aver firmato una decina di tavole a corredo d’un libretto pacifista “Alla gloria della guerra” contro la campagna militare in Libia. Nel biennio ’13-’15 raccoglie i primi frutti profumati del successo, espone al Salon d’Autumne di Parigi, a Roma, Firenze e alla Biennale veneziana, un sali, sali, fino al boom della mostra al Palazzo delle Aste a Milano, una carrellata di 600 sue opere tra disegni, incisioni, pitture che gli valgono il consenso entusiasta di critica e di pubblico. Il poro Viani ce l’ha fatta!

E’ in questi anni che pone i pennelli su tre grandi tele su commissione del Comune di Lucca, quasi una pala d’altare laica ma non troppo per ricordare la tremenda peste che colpì la città nel 1630, la stessa descritta dal Manzoni nella Milano del card. F. Borromeo La trilogia dei quadri vuole celebrare i sacri riti liturgici del mare, si parte dal dipinto La peste a Lucca, restaurato di recente, poi viene il Volto Santo ed infine la Benedizione dei morti del mare. E’ un abbraccio dell’artista alla sofferenza dell’uomo, alla sua fragilità dinanzi al male, generatrice di solidarietà profonda dell’artista per il comune destino, il suo zoom è sui più deboli nella battaglia contro l’ eterno soffrire. Gli appestati sono isolati, fuori dalle mura della città, peggio dei lebbrosi, scarni come fiammelle grigie si abbracciano respirando insieme l’attesa della condanna a un’unica sorte: la morte. E’ il grido strozzato di cristi “perché ci hai abbandonati?”, ultimi tepori di figli e amanti stretti nelle braccia in un recinto da lazzaretto con tante madri di Cecilia.

Lorenzo Viani, La peste a Lucca, olio su tela, 1913

Fu sempre  un socialista patriota, Cesare Battisti, a ghermirlo per deporlo nell’aia dell’interventismo al quale aderì convinto insieme al gruppo storico dei futuristi e a un altro anarchico, certo Benito Mussolini ex Direttore de l’Avanti!, colui che aveva scritto su un articolo di fondo del giornale: “Le rivoluzioni devono essere considerate come le rivincite della follia sul buon senso”. E così sarà nel dopoguerra. Viani si presentò all’arruolamento come volontario avendo già trentatre anni, partì soldato semplice e le cronache ci testimoniano d’ un valoroso combattente nonostante la salute non fosse il suo forte e come A. Bucci fisserà con pennelli e grafite quella dura esperienza.

Locandina della mostra “La Grande Guerra di Lorenzo Viani. Viareggio-Parigi-Il Carso. Pittura e fotografia della Grande Guerra in Lorenzo Viani e Guido Zeppini, 2014

Tornato a casa con nel sacco il purgatorio della guerra vissuta, allevia la sua anima sposando una maestra Giulia Giorgetti, nomade come tutti gli insegnanti incaricati, perciò la segue di sede in sede spostandosi dalla salubre Montecatini alle cave di Serravezza.  Eppure sono anni sereni, il suo espressionismo quasi macabro, si addolcisce nel riprende quegli Scolari tutti intenti ai loro compiti ma anche crosta di sudore e polvere dei cavatori di pietra. Scopriamo un Viani poeta dell’infanzia, la sua pittura si addolcisce, matita e colori sembrano affettuose carezze per quel mondo di piccini dove alla fantasia che svuota il tempo bisogna cedere per primi doveri di alunni.

L. Viani, lo scolaretto, 1920

L. Viani, Ragazzi a scuola, carboncino e olio

E’ la stagione del cambiamento politico, l’Italia sta girando un’altra pagina bianca

di storia, ci provano i socialisti con le rivolte operaie ma a coagulare le forze rivoluzionarie ci riesce solo Mussolini, il 23 marzo1919 a piazza S. Sepolcro a Milano nascono i Fasci italiani di combattimento eredi del Fascio d’azione rivoluzionaria del ’14 e sottolineo rivoluzionaria. Viani dopo la sua presa di posizione con l’ala interventista d’ispirazione anarconazionalista, si era affiancato alla brigata dei futuristi scalmanati, e si era distinto quanto vantato d’aver suonato sonori ceffoni ai socialisti, diventando uno squadrista ante litteram. Gli fu naturale, lui valoroso soldato, aderire al nascente fascismo, il suo era un percorso politico parallelo a quello dell’uomo di Predappio, costruire una rivoluzione nazionale. Ci vengono in mente tanti altri ribelli, Sironi, Bombacci, Corridoni, Berti e molti altri, persuasi che il riscatto del popolo si dovesse coniugare con quello del Paese. Ricordiamolo tra i promotori, nel ’14 alla vigilia della guerra, d’un circolo letterario la “Repubblica di Apua” dove militavano fior di letterati quali Roccataglia Ceccardi, Ungaretti, Pea, Ciarlantini, una cerchia rivoluzionaria-conservatrice vitale per la promozione

L. Viani, La scolaretta, 1920 su cartone, Galleria Comunale d’arte moderna Bologna

xilografia tratta dal volume gli “Ubriachi” di Lorenzo Viani, 1923

dell’interventismo toscano nel primo conflitto mondiale. Lorenzo era sanguigno, per le sue idee aveva conosciuto più d’una volta lo spioncino della cella, non faceva sconti al suo impeto tanto da vantarsi della prima spedizione punitiva fascista della storia, avvenuta con l’assalto al caffè Margherita di Viareggio noto ritrovo delle zecche rosse. Gli venne naturale accettare la partecipazione, in veste di grafico, al “Popolo d’Italia” nel ‘21, ci lavorava già il fascistissimo M. Sironi, poi, guarda caso, produsse una serie di xilografie a commento di un libro di D’Annunzio, lo stesso che non gli aveva lasciato neppure la mancia, anni prima, uscendo dalla barberia di Primo Puccini. Nei primi anni venti escono le edizioni dei suoi racconti filtri d’una vita tumultuosa, scritti autobiografici centrati sugli attori, veristi per linguaggio aperto al vernacolo versiliese, onirici frammenti di ricordi raccolti e contemplati come vetri d’ uno specchio tra le mani. Sono “Parigi”, incontri e fame, “Ubriachi” corredato da 12 xilografie che disegnano i vari personaggi, dagli anarchici ai nullafacenti, dai matti di paese agli alcolizzati, insomma gli ultimi come solitari cavalieri erranti nella società di regole e perbenismo, e ancora Giovannin senza paura una fiaba dove il giovane protagonista viaggia per mare senza una vera meta, quando si imbatte nel dolore decide di tornare in sé abbandonando la follia.

xilografia tratta dal volume gli “Ubriachi” di Lorenzo Viani, 1923

xilografia tratta dal volume gli “Ubriachi” di Lorenzo Viani, 1923

Il Lorenzo, nel frattempo s’è dato da fare con la sua maestrina, l’hanno tre figlioli, così decidono di spostarsi in una casa più grande tra Lido di Camaiore e Viareggio in località Fosso dell’Abate. Gli impegni professionali si moltiplicano, l’artista collabora al prestigioso Corriere della Sera, Margherita Sarfatti lo pone sotto le sue ali pur non coinvolgendolo nel gruppo Novecento, i canoni stilistici e i soggetti di Viani spuntano dal nihilismo sociale, poco a che fare con la cucitura dell’arte fascista coi maestri del Quattrocento, comunque lei presenta una sua personale a Villa Paolina a Viareggio dove giganteggia un quadro del ricordo “Grande dormitorio” memoria di rue Dantzig a Parigi. Nel 1929viene istituito il Premio internazionale Viareggio-Rèpaci per la letteratura, Viani se lo aggiudicherà, nel ’31, con il testo Vino vecchio e vecchiaia corredato da suoi disegni a commento dello scritto. Il nido dell’aquila del successo sembra raggiunto, ma nubi del dolore tanto da lui narrato, s’addensano minacciose di scrosci improvvisi, il fratello Raffaellino conosce la morte bianca, resta fulminato sul lavoro, quell’asma che già faceva capolino quand’ era bimbo mina con forza la sua salute, gli manca l’aria, comincia la sua discesa nel pozzo dell’alienazione. Si fa romito cercando il respiro a Bagni di Lucca e Porretta Terme, si estranea al furore degli anni ’30 quelli del consenso più per il male oscuro che gli scava l’animo che per ragioni di autentico dissenso, forse anche lui non applaude alla solidificazione del regime, il suo era uno spirito rivoluzionario permanente altra cosa dalla celebrazione dei fulgidi traguardi raggiunti dal fascismo. Gode ugualmente di immutata stima da parte di Mussolini, un vero talent scout di artisti erranti.  Viani è arrivato sul fondo del pozzo popolato di folli a tal punto di farne come Erasmo un elogio con penna e pennelli. Nel 1933 pubblica la sua ultima fatica letteraria intrisa di espressionismo dialettale “ Le chiavi nel pozzo” viaggio nel manicomio di Magliano, tra gli ultimi degli ultimi, gli alienati mentali , l’inferno dei dementi, i proscritti dalla morale dei normali, ci viene in mente il polittico dei viventi di Giacomo Balla (1929), il Ligabue della Bassa coi suoi autoritratti, ma soprattutto Viaggio al fondo della notte di L. F. Céline, il buio del pozzo è la miseria umana, la sua ipocrisia esistenziale, le chiavi per aprire i lucchetti sono ribellione o follia.

La sua fama è solida, il partito non lo accantona, eccolo esporre alla Quadriennale romana del 1934 cui segue l’ultima sua partecipazione alla biennale di Venezia nel fatidico 1936.

Nello stesso anno ha ricevuto l’incarico di affrescare alcune aule del Collegio degli orfani a Ostia Lido, il lavoro procede tra opere eseguite e cartoni preparatori, è il 2 novembre 1936, un attacco d’asma gli toglie definitivamente il respiro, pensare che era nato il giorno d’Ognissanti, 54 anni e un giorno. Fine di Lorenzo Romolo Santi Viani.

Affresco di Lorenzo Viani nel Collegio degli orfani di Ostia Lido, 1936

 

Emanuele Casalena

Bibliografia

Lorenzo Viani, tra Anarchia e Fascismo, RAI Scuola-You Yube

Luca Lionello Rimbotti, Lorenzo Viani. Dall’amarchia al fascismo, Il Fondo magazine, ott. 2010

Lorenzo Dei, La vita di Viani artista scomodo di gran talento, Il Tirreno Ed Versilia, 15 ott. 2009

Marco Martini,Lorenzo Viani nella Grande Guerra, marcomartinimyblog, 21 marzo 2016

Roberto Festorazzi, Il “maledetto” Lorenzo Viani in punta di penna e pennello, Il Giornale, 9/11/2017

Patrizia Gnarra. Lorenzo Viani. Il viaggio del pittore reietto nel segno dell’arte nuova. Firenze, Maremmi Editori, 2007.

Cecilia Iacopetti, Lorenzo Viani, Art Studio/artisti del Novecento.

 

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Categorie: Arte

Pubblicato da Ereticamente il 2 maggio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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