Evola e il Sessantotto: contestazione e rivoluzione dello spirito – Alfonso Piscitelli

Evola e il Sessantotto: contestazione e rivoluzione dello spirito – Alfonso Piscitelli

“Formidabili quegli anni” scrisse il leader di un gruppuscolo di picchiatori dell’Università di Milano quando già era divenuto membro della casta e ricordava con nostalgia in un suo libro il Sessantotto e i successivi anni. No, verrebbe da dire: “formidabili quegli articoli” che Julius Evola scrisse su “Il Borghese” e che inquadravano con la potenza di un quadro (espressionista stavolta, non dadaista) la tempesta di emozioni della “contestazione globale”.

La rivolta del Sessantotto era made in USA. Partita dai campus universitari dove i figli del boom economico avevano qualche remora a calarsi nelle paludi infernali del Vietnam, la protesta si nutriva di pulsioni profonde, come la liberazione sessuale, e di una critica globale al sistema occidentale. Venuti dopo i beat e gli hippy, i sessantottini volevano resettare parecchi secoli di sviluppo europeo-occidentale, il che al limite avrebbe potuto suscitare interesse in un maestro della corrente “tradizionalista”. Ma “con quali prospettive”, si chiedeva Evola?

Quando i contestatori passavano “dalla protesta alla proposta” invariabilmente essi ricadevano nei dogmi del marxismo, magari aggiornato secondo la variante esotica del momento: il maoismo. Tale approdo era paradossale, dato che appariva ormai chiaro come il marxismo a cinquanta anni dalla Rivoluzione d’ottobre si fosse ormai inverato in un regime autoritario, che dal punto di vista economico non garantiva affatto il benessere a cui gli stessi strati “proletari” erano giunti nel mondo capitalistico occidentale e che soprattutto non garantiva quelle libertà (o libertinaggi) tanto agognati dai giovani lettori di Marcuse e Wilhelm Reich. E così mentre nella Praga ci si ribellava in maniera romantica contro il regime comunista e la concreta occupazione sovietica, i Sessantottini non trovavano di meglio che mitizzare il generale Giap e Ho Chi Min, come se la complessa realtà occidentale potesse essere risolta con le formule di capi di popolazioni contadine appena uscite dal Medio Evo asiatico. Oggetto ancor più grande di mitizzazione, come si è detto, fu Mao, il Grande Timoniere della Cina, ed Evola sulle pagine del “Borghese” dovette smontare con poche caustiche osservazioni il curioso fenomeno di riflesso rappresentato dal cosiddetto “nazi-maoismo”, ovvero la simpatia verso Mao da parte di alcune frange di estrema destra che in tal modo cercavano di “cavalcare la tigre” della contestazione globale.

In verità alle prime manifestazioni di protesta avevano partecipato attivamente i giovani di destra. In quella fase aurorale la tendenzialità ideologica marxista non aveva ancora preso l’assoluto sopravvento e sulle stesse pagine del “Borghese” Giano Accame poteva cogliere alcune possibilità positive insite in una generazione che si ribellava a un regime politico, che passati i fasti del miracolo economico, cominciava a mostrare i primi segni di putrefazione. Quelle potenzialità si erano rivelate evidentemente fallite nel momento in cui Evola sulle stesse pagine del “Borghese” mostrava il vicolo cieco a cui conduceva una contestazione ispirata alle tre fatidiche M (Marx, Mao, Marcuse).

E tuttavia c’è da chiedersi perché i giovani di destra, che pure avevano conquistato spazi significativi nei Licei e nelle Università nel corso degli anni Cinquanta, non erano riusciti a porsi a capo del moto di contestazione. Se lo chiedeva anche un brillante cultore di Evola come Adriano Romualdi, che nei pochi anni di lavoro febbrile che il Destino gli concesse cercò di forgiare una nuova Weltanschauung all’insegna del mito dell’Europa, come punto di sintesi tra le radici più arcaiche e il più alto sviluppo tecno-industriale.

Evola da parte sua colse l’aspetto più debole del mito contestatario: i sessantottini protestavano “contro” il sistema, ma cosa proponevano in cambio? Essi aderivano astrattamente al tema del “Gran rifiuto” (delle strutture consumiste e industriali), ma notava Evola sulle pagine del “Borghese”: “chi se la prende soltanto con la società tecnologica organizzata dovrebbe chiedersi se egli sinceramente sarebbe disposto a rinunciare a tutte le possibilità pratiche che essa offre per riesumare più o meno lo stato di natura di Rousseau”. Evola con grande equilibrio osservava che non si trattava di distruggere le strutture tecno-industriali puntando a una sorta di primitivismo straccione, ma di maturare un distacco e una interiore indipendenza da quelle strutture. Tale distacco poteva solo essere il frutto di una ascesi (come quella buddhista da lui descritta nella Dottrina del risveglio), non certo degli slogan di una ideologia arrabbiata.

Ancor più interessante un’altra osservazione di Evola: il Barone scriveva – anche con un certo compiacimento – che i contestatori si scagliavano contro il dominio dell’economia; tuttavia essi nello stesso tempo esprimevano una pulsione anarcoide, una repulsione quasi isterica verso ogni forma di ordine, di organizzazione gerarchica e pertanto non riuscivano a capire che solo uno Stato (e uno Stato orientato verso l’alto) poteva porre fine al dominio del denaro. Questa osservazione valeva come profezia: di lì a quindici anni, giunto il “riflusso”, i sessantottini si sarebbero tramutati in una componente sclerotizzata di quella società occidentale che dopo aver relativizzato i vecchi valori borghesi di Dio, Stato nazionale, Famiglia tradizionale celebrava i fasti più sfrenati del denaro eretto a misura di ogni valore. Lo stesso Marcuse – oggetto di una penetrante analisi in un altro articolo del “Borghese” – in fondo si poneva degli obiettivi (il godimento del tempo libero, la soddisfazione della “libido”) che “la società tecnologica pensa già ad organizzare (…) offrendo all’uomo le forme standardizzate e stupide che si legano allo sport, alla televisione al cinema, alla cultura da rotocalchi…”.

Evola avrebbe voluto una vera e autenticamente globale “Contestazione” che si inverasse come Rivoluzione dello Spirito. E questa rivoluzione, mentre i sessantottini si avviano a diventare sessantottenni, rimane davanti a noi come un archetipo in questa nuova fase di convulse trasformazioni che l’Europa sta affrontando.

Alfonso Piscitelli

Nel 120° anniversario con la fraterna collaborazione dell’autore, della rivista Il Borghese e la Fondazione Evola.

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Categorie: Julius Evola

Pubblicato da Alfonso Piscitelli il 15 maggio 2018

Alfonso Piscitelli

Nato a Benevento nel 1974. Studioso di geopolitica. Ha collaborato a “L’Indipendente”, “Liberal”, “Il Garantista”. Autore radiofonico della trasmissione “L’Argonauta” (Rai Radio Uno). Ha curato la pagina culturale del portale www.russia.it. Responsabile della Fondazione Eu-Rus.

Commenti

  1. paolo

    Il ’68 quale creazione dello spirito di rivolta di matrice giudaica. Daniel Cohn-Bendit animatore del maggio francese era uno di loro. Il ’68 quale prodotto ultimo della Scuola di Francoforte, nata per sovvertire i valori su cui poggiava l’Occidente. Ci son riusciti…

  2. CONCORDO IN TOTO CON PAOLO

  3. Rivoluzionari e alta finanza, Lsd e jet set, criminali e filosofi alla moda. E poi Parigi e la California, Hong Kong e Berlino, Londra e Milano. Nomi e luoghi, fatti e circostanze del grande inganno che prende il nome di “Sessantotto”. Danilo Fabbroni, raccogliendo e interpretando testi inediti o poco noti in Italia, ricostruisce la trama nascosta, intricata e imprevedibile della controcultura internazionale, ricomponendo l’inquietante puzzle degli ambienti libertari ed alternativi e rivelandone i mandanti nell’ombra e gli occulti ispiratori. Fabbroni indica non soltanto gli attori, ma soprattutto i registi e i produttori del tragico show planetario che, lungi dall’essere stato un fenomeno spontaneo, ha inquinato con i suoi veleni mortali il mondo di oggi. E in una vertiginosa ricostruzione delle autentiche ragioni di quella rivolta, dimostra come essa sia stata progettata e diretta da un tenebroso potere che, con demoniaca intelligenza, in nome di valori in apparenza contrari, ha manipolato e asservito la società contemporanea. Lasciandole, come funebre eredità, la disperazione e la morte che ci circondano.

  4. mario michele merlino

    tutto vero o quasi. più quasi che vero, forse. a lume di candela – si fa per dire – tra tranquille pagine di volumi da annotare citare riflettere. e, intanto, il mondo gira intorno al proprio asse. bastoni e barricate, adrenalina, sudore e sperma, sbarre e chiavistelli.e, soprattutto, faccia al sole e in culo al mondo… ‘vivere, vivere con intensità’, lasciando agli anni a venire le vertigini della mente (o della resa), intanto, a vent’anni, le vertigini del corpo…

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