DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa (XIII parte) – Gianluca Padovan

DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa (XIII parte) – Gianluca Padovan

 

«Il sottosegretario della marina italiana avrebbe dovuto essere tenuto all’oscuro di quella missione, considerata la sua inaffidabilità nel tenere un segreto militare»

Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese, 2004

 

 

DECIMA M.A.S. e R.S.I.

Con questa XIII parte riguardante la Xa Flottiglia M.A.S. si vuole aprire un capitolo particolare, che nel testo originario (ad oggi inedito e comunque a mia firma) faceva parte del capitolo intitolato: «LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA E LO “STRANO MODO” DI COMBATTERE LA GUERRA DI: MUSSOLINI, PAVOLINI, GRAZIANI, RICCI E FERRINI».

Veniamo ai fatti, i quali fanno capire come con la fine del 1943 nell’Italia invasa e divisa molti s’arruolano volontari per la sua difesa, anche se non sono stati tesserati o simpatizzanti del “defunto” P.N.F.

La posizione del Comandante Junio Valerio Borghese nei confronti della R.S.I. è ben sintetizzata da Sergio Nesi:

«I rapporti tra la X Flottiglia M.A.S. di Junio Valerio Borghese e la R.S.I. di Benito Mussolini apparvero subito del tutto formali. Facevano eccezione solo quelli personali, derivanti da antiche amicizie di Marina, perché Borghese era fondamentalmente un marinaio, che aveva speso tutta la sua vita unicamente sul mare, senza alcun interesse verso il mondo esterno della politica o della finanza» (Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Marinaio, Editrice Lo Scarabeo, Bologna 2004, p. 253).

Il fatto che un uomo, sostanzialmente solo, si sia opposto alla resa incondizionata, nonché all’invasione dell’Italia da parte degli angloamericani e abbia raccolto attorno a sé uomini volontari per continuare a combattere ha suscitato invidie e gelosie (per altro inconcepibili in tempo di guerra e di fronte al dovere principale di dover difendere la Nazione) oppure vi era dell’altro? Riprendiamo quanto accennato nella X parte a proposito dell’arresto del Comandante Borghese il 13 gennaio 1944 a Gargnano e vediamo dai documenti gli antefatti e, consequenzialmente, i fatti.

A ricordo del clima politico-partitico creatosi all’epoca, ovvero tra la fine del 1943 e il 1944, è utile riportare quanto scritto da Mario Bordogna: «Da parte dei gerarchi fascisti più intransigenti si osservava che l’ideologia fascista non era tenuta in gran conto in seno alla Xa (…). Tali gerarchi, inoltre, ponevano una domanda retorica: “Che bisogno c’era di permettere l’esistenza d’una unità militare autonoma, com’è la Xa Mas, che, tra l’altro, ha perfino gruppi di artiglieria, quando la Repubblica fascista sta faticosamente formando il proprio Esercito “regolare”?» (Mario Bordogna -a cura di-, Junio Valerio Borghese e la Xa Flottiglia MAS, Ugo Mursia Editore, Milano 1995, p. 65).

Inoltre, sempre Bordogna riporta dei passi su cui è bene riflettere, se si vuole veramente capire taluni aspetti della Storia dell’Italia Repubblicana: «Nella situazione politica che s’era creata, i pesanti e concentrici attacchi contro la Xa Mas e il suo Comandante in realtà nascondevano scopi ben precisi. I più importanti gerarchi fascisti avevano ingaggiato tra loro un’accanita lotta per conquistare posizioni di maggior prestigio e potere. Se il generale Renato Ricci (ex fondatore e presidente dell’Opera Nazionale Balilla fin dal 1937) si affannava a racimolare uomini per la GNR, da parte sua il segretario del PFR, Alessandro Pavolini, ambiva costituire una propria forza armata a spese dell’organizzazione militare di Borghese. Mussolini accontentò Ricci scrivendo al sottosegretario Ferrini di mettere a disposizione della GNR mille uomini per “fronteggiare le prime bande partigiane del Piemonte”. A Ferrini non sembrò vero umiliare il prestigio conquistato dalla Decima riducendone la forza (che in quel momento consisteva in 2.300 fanti di marina volontari, già equipaggiati e armati) come se si trattasse d’un qualsiasi “deposito militare” di coscritti in attesa di destinazione ai vari reparti» (Ibidem, p. 66).

Per quanto riguarda gli uomini della Xa Flottiglia M.A.S. a La Spezia Guido Bonvicini afferma: «Ma c’erano anche altri che si stavano interessando a ciò che succedeva nella Caserma di San Bartolomeo. Anzitutto il gen. Ricci, che comandava la Guardia Nazionale Repubblicana e aveva bisogno di uomini. Col fenomeno del ribellismo che cominciava a farsi sentire, perché non usare i volontari di La Spezia che erano così numerosi? Su richiesta di Ricci, il 28 dicembre 1943 Mussolini inviò una lettera al sottosegretario per la Marina: “Caro Ferrini, mettere a disposizione del generale Ricci mille uomini del reggimento ‘San Marco’. Essi faranno il necessario tirocinio contribuendo a liberare talune provincie del Piemonte dai cosiddetti partigiani, alleati del nemico (…)[5]”. Contemporaneamente, Meendsen-Bohlken annotava nel suo diario già citato: “Tensione tra Ferrini e Borghese”. A questo punto Ferrini dovette credere giunto il momento di prendere una iniziativa per risolvere in modo definitivo la faccenda della Xa: mandò a La Spezia, senza farli precedere da alcun avviso, due ufficiali del suo S.M., il C.V. Bedeschi e il C.F. Tortora, coll’incarico di assumere il comando della fanteria di marina» (Bonvicini, Decima Marinai! Decima Comandante! La fanteria di marina 1943-1945, Ugo Mursia Editore, Milano 1988, pp. 49-50). (1)

 

 

Volontari per la difesa dell’Italia dal nemico invasore.

Facendo, per così dire, “rispondere” il Comandante Borghese, sempre Bordogna scrive: «La verità è che lo sviluppo di un’organizzazione volontaristica, quale era la Decima, ingenerava non poche preoccupazioni negli ambienti politici, i quali ritenevano che il Partito dovesse essere l’esclusivo centro motore di ogni attività della Repubblica Sociale Italiana. D’altra parte, i reparti della Decima, numerosi, entusiasti, bene equipaggiati e bene armati, uniti e vitalizzati da un formidabile spirito di corpo, suscitavano il disappunto di altri capi responsabili di organizzazioni militari o paramilitari. Era andata così crescendo una sorda e subdola ostilità contro di noi. Usando l’arma della calunnia si tendeva a porre in cattiva luce la mia persona presso il governo e presso lo stesso Mussolini, col deliberato proposito di sbarazzarsi, in un modo o nell’altro, della mia incomoda e difficile presenza per impadronirsi dei reparti da me costituiti» (Mario Bordogna -a cura di-, Junio Valerio Borghese e la Xa Flottiglia MAS, op. cit., p. 65).

 

Veniamo ora ai fatti.

Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, progetta di trasferire un cospicuo numero di soldati appartenenti al Reggimento San Marco, in quel momento facente parte delle formazioni combattenti della Xa M.A.S., nella costituenda G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana). I motivi addotti sono che si desidera rafforzare la G.N.R. per combattere i “partigiani” stanziati in Piemonte, alleati degli angloamericani e avversi alla R.S.I.

Ma il proposito non è così trasparente come sembra e Sergio Nesi c’informa:

«quella della necessità di inviare un migliaio di marò in Piemonte per combattere i partigiani era veramente un falso scopo, perché il vero scopo era quello di impossessarsi del tesoro della IV Armata. Questa grande unità, dislocata in Francia al momento dell’armistizio, era rientrata subito in Italia disperdendosi in formazioni più o meno grandi per tutto il Piemonte. Il generale Raffaello Operti era l’intendente della IV Armata e, disponendo dei fondi di quella grande unità, aveva iniziato l’organizzazione di un certo numero di ufficiali alle sue dipendenze. Il 9 novembre, il C.L.N. piemontese, costituitosi poco dopo l’armistizio, aveva nominato Operti come comandante militare unico (forse perché era l’unico ad avere in custodia la cassa della IV Armata). Operti in quei primi giorni di novembre aveva versato al Partito d’Azione una prima tranche di circa 40 milioni di franchi. Il 9 e il 12 dicembre due esponenti del C.L.N. (Passoni e Florio) si erano recati in provincia di Cuneo e precisamente a Narzole e avevano ritirato 149.844.269,70 franchi francesi e 30.000 lire italiane. Complessivamente, il generale Operti aveva versato al C.L.N. 190.114.659,70 franchi francesi e 12.030.000 lire italiane. Questo è il vero motivo della lotta antipartigiana, per la quale Pavolini, Ricci e Ferrini avevano cercato di impadronirsi dei marò della X» (Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Marinaio, op. cit., pp. 256-257).

 

Interessi privati in missioni di guerra.

In pratica si vuole innanzitutto smembrare un corpo sostanzialmente autonomo e in grado di combattere anche in accordo con il Comando germanico.

Ovviamente si attende che il Comandante Borghese sia assente dalla caserma e questo è il terzo punto del “piano” imbastito da Pavolini; i primi due sono:

«1) fare inviare a La Spezia, da parte del Sottosegretario Ferrini, alcuni ufficiali di Marina, dei quali almeno uno di grado superiore a Borghese, in modo che potessero assumere il comando di quei primi battaglioni, restando però nella Caserma di San Bartolomeo come ufficiali della “Decima” per non destare sospetti; 2) convincere Mussolini, unitamente a Ricci e Ferrini e con il tacito assenso di Graziani che non volle però essere ufficialmente coinvolto in quella faccenda, della necessità di trasferire un migliaio di marò dalla Flottiglia alla G.N.R.» (Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Marinaio, op. cit., p. 256).

Anche Mussolini ci mette del suo e lo si legge in modo inequivocabile nella lettera vergata su carta intestata “Il Duce della Repubblica Sociale Italiana”, la quale reca scritto:

«Caro Ferrini, // mettete a disposizione del generale / Ricci, mille uomini del Reg.to San Marco. // Essi faranno il necessario tirocinio, contribuendo / a liberare talune province del Piemonte / dai cosiddetti partigiani, alleati del nemico. // Sono sicuro che opereranno con impegno e / a primavera saranno pronti per azioni / belliche sul fronte italiano. // Intendetevi con Ricci, circa / le modalità. Non c’è tempo da perdere. / Prima del marzo le retrovie devono essere / in perfetto ordine. // Mussolini // 28 dicembre 1943 – XXII» (Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Marinaio, op. cit., p. 258 e p. 661; allegato n. 2). (2)

Domenica 9 gennaio 1943 alle ore 8.00 il Comandante Borghese parte da La Spezia per recarsi a Levico «all’Ufficio di collegamento con la Kriegsmarine, per comunicare riservatamente a quel comando tedesco di avere dato l’ordine al comandate Arillo di partire per Terracina con l’autocolonna “Giobbe” e quattro barchini siluranti M.T.S.M., con l’obiettivo di attaccare navi alleate nel Golfo di Napoli. Il sottosegretario della marina italiana avrebbe dovuto essere tenuto all’oscuro di quella missione, considerata la sua inaffidabilità nel tenere un segreto militare» (Ibidem, p. 261).

 

“Colpo di stato” all’italiana?

Poco dopo, sempre in quella mattinata, giungono alla caserma San Bartolomeo di La Spezia il Capitano di Vascello Nicola Bedeschi e il Capitano di Fregata Gaetano Tortora con l’incarico di assumere il comando del Reggimento “San Marco” per inviarlo in Piemonte, chiaramente all’insaputa del Comandante Borghese.

Interviene prontamente il Maggiore del Genio Navale Umberto Bardelli, comandante del Battaglione “Maestrale” (successivamente ridenominato Barbarigo), e con altri ufficiali della Xa M.A.S. arresta Bedeschi e Tortora, li fa caricare in macchina e consegnare a Firenze «al ‘centurione’ Carità della Polizia Federale a Villa Malatesta, dove fu detto loro che dovevano rimanere a disposizione con l’accusa di essere badogliani e che non avrebbero dovuto comunicare tra loro. Il giorno 16 gennaio il Questore di Firenze li rimise in libertà e li inviò a Brescia, al comando generale della G.N.R., cioè da Ricci» (Ibidem, p. 263). Per ulteriori dettagli e per la comprensione dei retroscena si suggerisce la lettura integrale del sopra citato libro di Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Marinaio.

Il Comandante Borghese, informato dell’accaduto, si reca da Ferrini il giorno seguente per sentirsi minacciare di «“far circondare la Decima dai battaglioni delle SS e di farla poi deportare in Germania”» (Ibidem, p. 264).

In ogni caso: «A La Spezia la caserma di San Bartolomeo, su richiesta di Ricci e di Ferrini, fu posta sotto il tiro di alcune autoblinde tedesche, che presero posizione lungo il muro che costeggia la strada per Lerici, con i cannoni puntati verso il cancello d’ingresso, mentre dall’interno i marò si schieravano a difesa mettendo bene in mostra le sia pur scarse bocche da fuoco. Una violenta campagna di diffamazione si scatenò in breve tempo contro Borghese» (Ivi).

Nel “Centro Studi e Documentazione sul periodo storico della Repubblica Sociale Italiana di Salò” sono conservate le fotocopie di alcuni documenti d’epoca relativi alla vicenda. Uno, datato 12 gennaio 1944, è la comunicazione in due fogli e dattiloscritta di Ferrini, indirizzata a Mussolini. In esso si avvisa che sono pervenute informazioni sull’accadimento del giorno 9 alla caserma di La Spezia e così prosegue nel testo:

«Il Comandante Borghese che io avevo visto la sera del giorno 9 a Belluno, dove era improvvisamente arrivato senza essere stato da me chiamato, mi disse che le ragioni della sua visita erano dovute per farmi presente che presso la Decima Flotmas regnava grande malcontento per il provvedimento preso di togliere la Fanteria Marina dalle dipendenze della stessa Decima Flotmas. / Queste ragioni di malcontento dettemi dal Borghese, in contrasto con quelle degli Ufficiali che si presentarono al Maggiore Bardelli; molti altri particolari sulla incontrollata e strana attività della Decima Flotmas ed in particolare del suo Comandante Capitano di Fregata Borghese; il fatto che egli non abbia fatto giurare i suoi uomini con il pretesto che dovevasi attendere la Costituzione [della Repubblica Sociale Italiana. N.d.A.]; la riluttanza dimostrata dal Comandante Borghese ad eseguire qualsiasi ordine gli provenisse dal centro; ed una infinità di altri ordini che Vi sono stati di volta in volta […, parola non leggibile. N.d.A.] // comunicati; mi hanno fatto assumere la convinzione che siamo di fronte ad una manovra architettata per ottenere qualche scopo inconfessabile; e che a questa manovra non sia estraneo lo stesso Borghese. / I Comandanti Bedeschi e Tortora sono ufficiali di assoluta e provata fede fascista e repubblicana. Essi sono anche Ufficiali di elevate qualità professionali e di carattere. L’accusa loro rivolta non può quindi essere che un pretesto. / Comunque è assolutamente inqualificabile il fatto che il Maggiore del G. N. Bardelli, autorizzato o no dal Capitano di Fregata Borghese, abbia fatto arrestare due suoi superiori di grado. / Affiderò all’Ammiraglio Sparzani, Capo di Stato Maggiore della Marina Repubblicana, una accurata e severa inchiesta in proposito. / Vi chiedo soltanto che il Maggiore del Genio Navale Bardelli sia immediatamente arrestato e deferito dal Codice Penale Militare. / Vi chiedo anche che siano arrestati il Tenente di Vascello Paladini, il Maggiore del G. N. De Martino e il Capitano di Fregata Borghese sui quali ho gravi e fondati motivi di sospetto. / F/to (Ferruccio Ferrini) 014653 [timbrato. N.d.A.]». (3)

 

Vediamo, invece, cosa recita il documento seguente, sempre di Ferrini e ancora indirizzato a Mussolini:

 

«COPIA // il sottosegretario di stato / per la marina // 13 gennaio 1944 XXII- // Ore 10,00 ant. // Prot. 140017/S.4 // DUCE, // faccio seguito al mio foglio 140015/S.L. in data 12 corrente. Vi comunico ulteriori notizie pervenutemi sull’argomento soltanto adesso. // Il Capitano di Fregata Borghese, dopo aver ricevuto a Levico l’Ufficiale della Decima Flotmas, inviatogli da La Spezia a riferire sul grave incidente, il giorno 11 ha fatto una visita ai Distaccamenti del San Marco di Bogliaco e dintorni. // In tale circostanza ha dato ordine che tutte le armi che si tenevano nelle caserme fossero subito mandate a La Spezia sotto buona scorta. Quest’ordine è già stato eseguito dal Capitano Guidetti Comandante della Caserma di Bogliaco. // Il Comandante Borghese che a Belluno mi aveva vagamente accennato ad inconvenienti che si sarebbero verificati alla Decima Flotmas e che aveva ricevuto ordine di venirmi subito a riferire i particolari, appena ne fosse stato a conoscenza, il giorno stesso, pur sapendo che io mi trovavo al Quartier Generale per il Consiglio dei Ministri, non si è fatto da me vedere; e, appena dato gli ordini (dei quali non sono a conoscenza) ai Distaccamenti del San Marco, è ripartito per La Spezia. // Il Comandante Borghese, durante la sua visita a Belluno, ebbe a dirmi che presso la Decima Flotmas si era determinato dell’anti […, illeggibile il resto della parola. N.d.A.] in seguito ai provvedimenti organici presi dal centro che venivano interpretati come presi contro la Decima Flotmas. Il Comandante Borghese ebbe a dirmi anche che lui stesso condivideva questa interpretazione poiché non vedeva le ragioni per le quali io volevo limitare l’autorità della Decima Flotmas ai soli mezzi di assalto della marina. / Il Comandante Borghese, come Vi ho già riferito, ha un […, parola illeggibile. N.d.A.] ufficio informazioni ed anche un ufficio politico che svolge attività non nota e che obbedisce esclusivamente ai suoi ordini. / Il Comandante Borghese ha da tempo pronti alcuni mezzi di assalto che avrebbero potuto già compiere qualche operazione. L’Ammiraglio Maendsen Bohlken, Comandante della Marina Germania [Germanica. N.d.A.] in Italia, si è più volte lamentato con me per il fatto che, secondo lui, questi mezzi, pur essendo pronti tardavano ad essere impiegati, per motivi di cui lui non comprendeva la ragione. / Queste lamentele dell’Ammiraglio Meendsen Bohlken erano state da me ritenute sempre esagerate e forse non rispondenti al vero. Si può asserire adesso che questo corrisponde invece alle intenzioni del Borghese il quale, per il raggiungimento dei suoi scopi, voleva evitare che la Marina Repubblicana segnasse dei successi che non fossero sotto la sua guida. / Il Maggiore G.N. Bardelli, il Tenete di Vascello Paladini, il Maggiore G.N. De Martino, sono i più esaltati e pericolosi elementi di cui lui si serve. / Questi ufficiali che si sono permessi di far arrestare due Ufficiali loro superiori sotto falsa accusa, sono elementi moralmente tarati. Esiste a loro carico tutta una serie di precedenti poco puliti di cui la Marina possiede la documentazione. Questi Ufficiali […, parola illeggibile. N.d.A.] tre erano stati più volte ripresi dal Comandante Bedeschi per i loro modi inumani di trattare la gente. Per esempio il Maggiore Bardelli aveva l’abitudine di far legare a un palo i marinai colpevoli di lievi mancanze. / Tutto quanto detto e tutto quello che si potrà dire al termine dell’inchiesta, conferma che siamo di fronte a una banda di gangster esaltati, amorali, senza scrupoli, che per scopi inconfessabili non esitano a gettare il disordine e lo scompiglio nella Marina in un tragico momento che […, parola illeggibile. N.d.A.] la Patria. [ecc. N.d.A.]». (4)

L’intervento dell’Ammiraglio Meendsen Bohlken sarà determinante per il rilascio del Comandante Borghese, pertanto le parole di Ferrini sono da considerare cautamente. (5)

 

 

 

Note.

 

1) In nota [5]: «Ibid. [Archivio Centrale dello Stato in Roma, Carteggio riservato RSI, segreteria particolare del duce, busta 73, sottofascicolo 11 C, varia 4 dicembre 1943-4 dicembre 1944. Ministero Difesa Nazionale, Sottosegretario di Stato per la Marina]» (Bonvicini, Decima Marinai! Decima Comandante! La fanteria di marina 1943-1945, Ugo Mursia Editore, Milano 1988, p. 49).

2) Specifica Nesi: «Quella lettera è custodita nell’Archivio Centrale dello Stato – Fondo E.S.I. – Segreteria particolare del Duce – Carteggio riservato – F12C – SF2, dove sono custoditi anche tutti i documenti relativi a quell’episodio» (Ibidem, p. 257). La lettera riporta in calce il numero identificativo 045120.

3) Centro Studi e Documentazione sul periodo storico della Repubblica Sociale Italiana; rsi fascic. vari 1 – B49 – f 880 (B1 – F760), Fascicoli Vari B – B; Borghese Junio Valerio. Intestazione del documento: «il sottosegretario di stato / per la marina // “Copia” / 12 gennaio 1944 XXII / Ore 10,00 ant. // Prot. 140015/ S.L. // Duce, // [etc.]» (Ivi).

4) Centro Studi e Documentazione sul periodo storico della Repubblica Sociale Italiana; rsi fascic. vari 1 – B49 – f 880 (B1 – F760), Fascicoli Vari B – B; Borghese Junio Valerio. Non si sono potuti visionare i documenti originali, dati per “indisponibili” da parte del personale e dalla direzione dell’Archivio, ma solo vecchie fotocopie su carta chimica assai sbiadita.

5) A proposito di Ferrini s’è già scritto qualche cosa nelle “puntate” precedenti. In ogni caso, la figura dell’ex Sottosegretario di Stato per la Marina Repubblicana, Capitano di Vascello Ferruccio Ferrini, è legata a quella del “fascista rosso” Giovanni Antonio de Rosas (Usini 1899 – Roma 1984), il cui pseudonimo è Stanis Ruinas, definito “il più filocomunista dei fascisti rossi”. Nel 1947 il de Rosas fonda a Roma la rivista Pensiero Nazionale, “voce” di un ristretto movimento di “fascisti di sinistra”. Tra i collaboratori della rivista vi sono numerose persone che avevano aderito alla R.S.I., come ad esempio Lando dell’Amico, il sindacalista Silvio Galli, il generale Emilio Canevari, il menzionato Ferrini e numerosi altri ancora. La rivista è finanziata da molti, tra cui figurano Dell’Amico, Vincenzo Lai (funzionario della Banca Nazionale del Lavoro) e anche dal Partito Comunista Italiano.

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Categorie: Controstoria, X Mas

Pubblicato da Ereticamente il 11 maggio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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