Una Ahnenerbe casalinga, settantesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, settantesima parte – Fabio Calabrese

E’ una cosa che davvero sorprende: quando ho deciso di trasformare questa serie di articoli in una vera e propria rubrica sulle pagine di “Ereticamente”, non mi sarei mai aspettato che essa potesse non solo diventare un appuntamento a scadenza fissa, ma che addirittura dovessi faticare a trovare lo spazio per relazionarvi sulle novità che man mano emergono dalla ricerca sulle nostre antiche origini, nemmeno si trattasse di fatti di cronaca, eppure, come potete vedere, è così. Siamo arrivati al nostro settantesimo appuntamento, e con ogni probabilità la strada da percorrere è ancora lunga.

Mi perdonerete la parzialità se per prima cosa vi do un aggiornamento sulle attività del nostro gruppo triestino. Grazie a Gianfranco Drioli, che penso ricorderete come autore dei due bei libri pubblicati dalle Edizioni Ritter Ahnenerbe (dedicato a quella vera, quella del Terzo Reich) e Iperborea, la ricerca senza fine della patria perduta, che è diventato presidente della sezione triestina dell’ALTA (Associazione Lagunari e Truppe Anfibie) ci siamo trovati a disposizione gli spazi della Casa del Combattente, e li stiamo utilizzando per un ciclo di conferenze.

Venerdì 26 gennaio si è tenuta la prima di esse, intitolata Ma davvero veniamo dall’Africa? E – indovinate un po’ – il relatore era il sottoscritto. In effetti, è stata la prima di un gruppo di quattro conferenze, un ciclo nel ciclo, dedicato alla tematica delle origini, che dovrebbe essere così articolato: dopo la prima che, come capite, è stata dedicata a tutti gli elementi e le scoperte scientifiche che, nel loro insieme, rendono non credibile la “teoria” dell’Out of Africa, passeremo a esaminare l’origine degli Indoeuropei, della civiltà europea e quindi delle popolazioni della nostra Penisola, dove c’è da sfatare l’altra infondata leggenda diventata come l’Out of Africa, ortodossia di regime che ci viene imposta obtorto collo contro l’evidenza delle prove scientifiche, della totale eterogeneità etnica e genetica della nostra gente.

Ho scritto “passeremo” non per utilizzare un plurale maiestatis, ma perché in questo lavoro sono e sarò affiancato dal nostro Michele Ruzzai che ha introdotto e introdurrà i miei interventi.

Devo dire la verità, venerdì 26 la presentazione che Michele ha fatto al mio intervento è stata così chiara, esauriente, completa che, come ho detto agli ascoltatori, non sarebbe stato praticamente necessario che io aggiungessi nulla.

Quanto prima, vi presenterò sulle pagine di “Ereticamente” il testo di questa conferenza. Gli argomenti che la compongono li conoscete già, li ho più volte ripetuti su queste pagine, ma un’esposizione ordinata e sistematica di essi che dimostrano inequivocabilmente l’infondatezza della presunta origine africana della nostra specie, può certamente essere utile.

Adesso, però, è il momento di passare alle notizie “esterne”. Cominciamo a parlare di una notizia apparsa sul britannico “The indipendent” un po’ di tempo fa, il 20 ottobre 2017, ma che è stata ripresa da “MANvantara” il 22 gennaio 2018. In Germania, nei pressi della città di Eppelsheim,  in un tratto prosciugato del letto del fiume Reno, gli archeologi hanno ritrovato dei denti fossilizzati risalenti a ben 9,7 milioni di anni fa. Questi denti sono straordinariamente simili a quelli di Lucy, l’ominide africano considerato un nostro lontano antenato, che però è molto più giovane, risalendo “solo” a 3,5 milioni di anni fa. Si tratta di un ritrovamento importante, fa notare l’articolista, “che potrebbe riscrivere la storia dell’evoluzione umana”.

In effetti, questo ritrovamento, assieme a quello dell’ominide balcanico “El Greco” e delle impronte cretesi di cui abbiamo già parlato le volte scorse, demolisce uno degli assunti di base dell’Out of Africa: L’uomo deriva dagli ominidi, gli ominidi sono africani, dunque l’uomo è nato in Africa. Ora in effetti sappiamo che gli ominidi non sono vissuti solo in Africa, ma anche in Europa e in Asia, in tutto il Vecchio Mondo.

In realtà, il ritrovamento è del 2016, ma la notizia è stata data con comprensibile ritardo, perché ha messo in imbarazzo i ricercatori che con la loro scoperta si sono trovati a infrangere uno dei dogmi dell’ortodossia democratica, come fa notare anche Michele Ruzzai nel suo commento sulla pubblicazione dell’articolo.

Di questi tempi, lo studio delle origini sembra confondersi con i domini dell’occulto. Non facciamo che parlare di fantasmi. Come ricorderete, studiando i genomi delle popolazioni umane attuali, i genetisti avrebbero individuato ben due “specie fantasma”, quella individuata dai  biologi dell’Università di Buffalo studiando le proteine della saliva dei neri africani, e quella la cui traccia è stata trovata dai ricercatori dell’Istituto di Biologia Evolutiva (IBE) di Barcellona nel genoma degli indigeni delle isole Andamane. Ora, a livello molto più recente e nettamente sapiens, parliamo di una migrazione e di una popolazione fantasma.

In data 22 gennaio Cristina Gatti, la bravissima co-amministratrice che ha affiancato Michele Ruzzai nella gestione di “MANvantara” ha ripescato un articolo pubblicato su “Nature” il 21 luglio 2015 a firma di Ewen Callaway, che ha per oggetto uno studio genetico condotto su due tribù di indios della foresta amazzonica, i Suruì e i Karitiana, il cui DNA differisce da quello degli altri nativi americani, e sembra rientrare nel gruppo australoide, presentando una spiccata somiglianza con quello dei Papua della Nuova Guinea.

Sulla possibile origine della presenza di questo DNA in Amazzonia, le opinioni dei ricercatori divergono. Alcuni propendono per una migrazione di antenati comuni dall’Asia attraverso il ponte di terra della Beringia durante l’età glaciale, altri per una migrazione molto più tardiva, via mare attraverso il Pacifico.

La storia del popolamento delle Americhe prima dell’arrivo di Colombo, e prima ancora dei Vichinghi che hanno certamente preceduto il navigatore genovese nel Nuovo Mondo (ma forse sono stati a loro volta anticipati dai Gallesi), è più complessa di quel che potremmo pensare. Attraverso il ponte di terra della Beringia e poi dopo la scomparsa di esso alla fine dell’età glaciale, attraverso lo stretto di Bering, vi sono stati in tempi diversi almeno quattro transiti di popolazioni in America: 1. Quello dei cosiddetti paleo-amerindi da cui discenderebbero sia i Fuegini della Terra del Fuoco, sia i Pericu della Baja California. Questi ultimi sono stati spinti dagli Amerindi veri e propri sempre più verso sud, fino a raggiungere l’estremità meridionale del continente, eccezion fatta per i Pericu che sarebbero rimasti intrappolati nel cul de sac della penisola californiana. 2. Gli Amerindi veri e propri, che costituiscono gli antenati della grande maggioranza delle popolazioni americane native. 3. I Na-Dene, un gruppo che comprende diverse popolazioni come i Navaho, gli Athabaska, i Tlingit, distinte dagli Amerindi veri e propri sia del punto di vista linguistico che da quello genetico, e sono il risultato di una migrazione successiva. Gli Esquimesi o Inuit, gli ultimi a raggiungere il continente americano prima degli Europei (Gallesi, Vichinghi, Spagnoli).

Questo tuttavia non è ancora tutto, perché sempre durante l’età glaciale, quando il livello degli oceani era più basso di quello attuale, e un’ininterrotta banchisa artica correva dalle coste dell’Europa a quelle americane, cacciatori di foche appartenenti alla cultura europea solutreana avrebbero raggiunto l’America costeggiando questa banchisa, avrebbero dato luogo alla cultura Clovis, la più antica cultura litica del Nuovo Mondo, sarebbero all’origine di diverse popolazioni di “amerindi bianchi”, e avrebbero lasciato nei nativi americani un’impronta genetica pari a un terzo del loro DNA.

A questo quadro, già piuttosto articolato, bisogna ora aggiungere anche quello di una migrazione, avvenuta non sappiamo quando e in che modo, che avrebbe portato geni australoidi in Amazzonia, una “migrazione fantasma” che avrebbe generato una “popolazione fantasma” da cui sarebbero discesi i  Suruì e i Karitiana (sembra che di questi tempi nell’antropologia i fantasmi si sprechino).

La cosa interessante è che ricordo bene che molti anni fa, quando ero un ragazzo e la televisione era solo di stato e c’erano solo due canali, la RAI mandò in onda un documentari sull’Amazzonia in cui a un certo punto si evidenziavano le caratteristiche australoidi di alcuni indios. Fidando della memoria ma sempre come succede in questi casi, con un certo timore di sbagliarmi o ricordare male, avevo riportato la cosa, oltre al resto della complessa storia dell’America precolombiana cui vi ho accennato sopra, in un articolo, La storia perduta delle Americhe, che è stato pubblicato sul n. 7/2012 della rivista “La runa bianca”, oltre che sul sito on line “Orient Express”. Certamente, le Americhe sono state un grande crocevia di popolazioni da molto prima di Colombo.

Visto che siamo in argomento, continuiamo a parlare delle Americhe. Ultimamente, due diversi siti “Axis mundi” del 28 gennaio e “La ricerca delle origini della nostra civiltà” del 1 febbraio hanno ripreso il medesimo argomento in due articoli diversi (non come spesso succede, che uno abbia condiviso il post dell’altro). Si tratta di una questione della quale vi avevo già parlato in una parte precedente della nostra rubrica, quindi basterà un breve accenno, anche se è utile tornarci sopra, perché è una vicenda molto istruttiva che ci dimostra di che pasta sia l’ortodossia (pseudo)scientifica che domina il pensiero democratico. Si tratta della “leggenda” dei Si-Te-Cah, un antico popolo di giganti dalla pelle chiara, dai capelli rossicci e dalle abitudini cannibali che sarebbero vissuti un tempo nel Minnesota, secondo quanto raccontano gli indiani Paiute, e con i quali gli antenati degli stessi Paiute si sarebbero ferocemente scontrati.

Questa storia è stata raccontata al grosso pubblico internazionale e fatta circolare sui media da Sarah Winnemucca, capotribù paiute e studiosa delle tradizioni dei nativi americani. La donna ha anche rivelato di aver indicato ai ricercatori “bianchi” i luoghi di sepoltura dei Si-Te-Cah, e di aver messo a loro disposizione per eventuali analisi genetiche un antico scalpo dai capelli rossicci tramandato come un cimelio nella sua famiglia, e che sarebbe appartenuto a uno di loro. Non solo i ricercatori (ma di cosa?) non hanno effettuato nessuno scavo nei presunti luoghi di sepoltura, ma si sono rifiutati di prendere in consegna lo scalpo.

Si vuole che i Si-Te-Cah rimangano una leggenda, e i motivi sono facilmente intuibili: prima di tutto, una visione troppo articolata e complessa della nostra storia remota porterebbe a mettere in discussione il dogma progressista, in secondo luogo, tutto ciò che riguarda popolazioni “bianche” va quanto più possibile ignorato o sminuito perché occorre alimentare nei “bianchi” caucasici la convinzione che i loro antenati sarebbero stati neri che si sarebbero “sbiancati” uscendo dall’Africa poche decine di migliaia di anni fa. Un pensiero come quello democratico, che è un dogmatismo basato su una frode, non può che aver paura della conoscenza dei fatti.

Il 31 gennaio, Cristina Gatti ha postato su MANvantara un interessante articolo apparso su “Le Scienze” nel dicembre 2016, Quei geni arcaici che fanno resistere al freddo, che tratta un argomento apparentemente marginale ma in realtà di grande interesse: la resistenza al freddo tipica degli Inuit che vivono nelle regioni artiche, sarebbe un’eredità genetica di popolazioni arcaiche, neanderthaliani e/o denisoviani con cui i loro antenati giunti nelle latitudini settentrionali si sarebbero incrociati. La cosa non è per nulla marginale, perché è una chiara conferma della teoria di Carleton S. Coon sull’origine delle razze. Secondo quest’autore, la differenziazione in razze sarebbe paradossalmente più antica della stessa comparsa di homo sapiens, perché man mano che i nostri antenati sapiens colonizzavano diverse aree del mondo, si incrociavano con popolazioni più arcaiche. Le popolazioni miste che ne risultavano, avrebbero ereditato dalle prime le caratteristiche sapiens, e dalle seconde quelle che rappresentavano adattamenti funzionali alle condizioni ambientali presenti nel luogo, cioè le caratteristiche razziali. La teoria di Coon è stata a lungo rifiutata e demonizzata da una “scienza” politicamente corretta che di razze umane non vuole sentir parlare. Oggi in base a numerosi studi di cui quello qui citato è solo l’ultimo tassello, e andrebbero ricordate le ricerche di paleogenetica di Svante Paabo innanzi tutto, sappiamo che Coon aveva ragione.

Sempre il 31 gennaio, un articolo di Malcom Ritter su “Phys.org” ci parla di strumenti litici che sarebbero stati ritrovati in India e ai quali viene attribuita un’età fra 385.000 e 172.000 anni. L’autore osserva che questo ritrovamento impone di retrodatare considerevolmente l’uscita di homo dall’Africa. E se homo non fosse affatto uscito dall’Africa ma fosse nato in Eurasia? Quest’ultimo ritrovamento non contraddice certo l’ipotesi di una nostra origine asiatica e, al contrario, indebolisce ulteriormente quella dell’origine africana, ma sembra che per tutti questi “ricercatori” constatare questo semplice fatto equivalga a una bestemmia, un’eresia che occorre evitare a qualsiasi costo.

Il 1 febbraio è arrivata quella che impropriamente sembra destinata a essere la notizia paleoantropologica dell’anno. Secondo quanto riferiscono “Science Fanpage” e “L’altro giornale”, è stato presentato al pubblico lo scheletro fossile più completo conosciuto di un ominide, ritrovato in una caverna sudafricana, dopo dieci anni di ricerca, ripulitura e ricostruzione di tutti i frammenti. Soprannominato “Little Foot”, “Piedino”, si sarebbe trattato di una giovane femmina, risalente a 3,67 milioni di anni fa e molto simile alla celebre Lucy. La differenza consiste nel fatto che lo scheletro di “Piedino” non è solo più antico, ma pressoché completo, mentre di Lucy abbiamo circa un terzo delle ossa e pochi frammenti cranici (e si tratta dei resti ominidi più completi, o meno lacunosi, di cui si disponesse finora).

Ho scritto “impropriamente” perché non si può non ricordare che il recente riesame delle ossa di Lucy compiuto da un team di anatomisti britannici guidati da sir Solly Zuckerman, una delle voci più autorevoli a livello mondiale nel campo dell’anatomia comparata, li ha portati a mettere seriamente in dubbio che Lucy e i suoi congeneri possano essere stati i nostri più remoti antenati.

Se noi consideriamo tutto quello che sta emergendo negli ultimi tempi dalle ricerche paleoantropologiche, possiamo dire che i sostenitori dell’Out of Africa non hanno molto motivo di dormire sonni tranquilli.

NOTA: Nell’illustrazione: a sinistra una rara foto di un Mandan, un “indiano bianco” delle Americhe, la cui popolazione è oggi estinta. Al centro, la copertina del n. 7/2012 della rivista “La runa bianca” dove è stato pubblicato il mio articolo La storia perduta delle Americhe, a destra, la versione on line dello stesso articolo pubblicata sul sito di “Orient Express”.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 9 aprile 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Il Polo d’Evoluzione atlantideo e la Razza Rossa

    (fonte : Le 4 età dell’umanità di Georgel Il cerchio editore Libro da scannerizzare e diffondere assolutamente)

    Cronologia manvantara attuale
    http://pimpandhost.com/image/86119521

    Da un’osservazione sullo .spostamento del Polo del freddo,
    dall’epoca antidiluviana ai giorni nostri_ In effetti, secondo
    certi studiosi il polo del freddo, prima di situarsi come ora
    nei pressi di Verkoiansk, in Siberia, doveva trovarsi 17.000
    anni fa circa (dunque durante il periodo atlantideo) a nord
    della Norvegia, il che implica uno spostarnento sul circolo
    polare artico di circa 120° verso Est. Correlativamente, si e’
    portati ad ammettere un simile spostamento per il Polo
    d’Evoluzione, cosa che situa questo Polo del Grande Anno
    atlantideo al punto d’incrocio del circolo polare artico col
    60° grado di longitudine Ovest (di Parigi), cioe ad Ovest
    della Groenlandia e in mezzo allo stretto di Davis. Ammesso
    cio’ possiarno allora tracciare, considerando questo punto
    come Polo, da una parte, qualche grado piu lontano, il Cer-
    chio Aureo atlantico, definito come in precedenza dalla sua
    distanza di 38°10′ dal Polo d’Evoluzione. Per cui, per ana-
    logia con quanto detto piu sopra, possiamo supporre che il
    Polo atlantideo s’identificasse, all’origine del ciclo conside-
    rato (il Grande Anno di Atlantide), col centro spirituale su-
    premo o centro originario del periodo, il che riguarderebbe
    in particolare la Groenlandia ( terra verde), ove alcuni si-
    tuano l’antica Thule! Un altro rilievo, molto meno ipotetico
    e non meno importante, ci riporta al tragitto del cerchio
    d’evoluzione, che non solo attraversa tutta l’America del
    Nord dall’Alaska alla Carolina del Sud, ma ancora dopo un
    lungo percorso nell’Atlantico del Nord (dalle Bermude) in-
    contra al largo delle Azzorre il solco sprofondato dell’antica
    Atlantide platonica. Al di la, il cerchio d’evoluzione atlantideo
    si dirige verso nord-est, penetra in Europa attraverso la
    Francia, dove raggiunge ed incrocia il cerchio d’evoluzione
    dell’Eurasia (abbiamo situato sulla carta del cerchio d’evo-
    luzione atlantideo la posizione dell’antica Atlantide, di modo
    che la si possa ricostruire, del resto con molta approssima-
    zione, trangite i rilievi batimetrici del nord-Atlantico; si
    potra cosi constatare che questo continente scomparso era
    imperniato sul suo cerchio d’evoluzione). Abbiamo d’al-
    tronde appena osservato che in Francia si trovano i due
    cerchi d’evoluzione, -atlantideo ed eurasiatico._Lo stesso ri-
    lievo ancora puo’ applicarsi ai due Cerchi Aurei corrispon-
    denti, che s’incrociano a loro Volta nel Sud della Francia do-
    po aver attraversato, per un caso curioso, la regione di Avila
    (la citta di Santa Teresa), Lourdes e il Puy… Cosi si spie-
    – 193
    gherebbe, oltre la presenza dei centri spirituali comeLourdes
    (per i tempi moderni), l’apparizione nel nostro continente
    delle civilta occidentali preistoriche, dette solutreana e mag*
    daleniana (fine del periodo atlantideo), come pure il carat-
    tere particolare della Tradizione Celtica. Secondo René Guènon
    non infatti la tradizione celtica potrebbe esser considera-
    ta verosimilmente uno dei punti di congiunzione tra la
    tradizione atlantidea e la tradizione iperborea, dopo la line
    del periodo secondario in cui la tradizione atlantidea rappre-
    senta la forma dominante, come il sostituto del centro
    originario inaccessibile all’umanita ordinaria » (7). Que-
    sto punto di congiunzione del Cerchio Aureo atlantico`)
    con quelloeurasiatico si trova materializzato, se cosi si puo’
    dire dall’incontro sul nostro suolo di due specie di girova-
    ghi, orientali o zingari ed occidentali o Gitani; infatti esi-
    stono due specie di girovaghi che sembrano del tutto estra-
    nee l’una all’altra, che si trattano piuttosto da nemiche;
    non hanno gli stessi caratteri razziali, non parlano la stessa
    lingua e non esercitano gli stessi mestieri._Ci sono i Giro-
    vaghi orientali o Zingari, che sono soprattutto domatori d’or-
    si e calderai; e vi sono i Girovaghi (occidentali) meridionali
    o Gitani, chiamati << Caraques » in Linguadoca ed in Prof
    venza, e che sono quasi esclusivamente mercanti di cavalli;
    sono solo questi che si riuniscono alle Saintes-Maries… Il
    marchese di Baroncelli-Javon, in un curiosissimo studio sui
    pg Girovaghi delle -Saintes-Maries de la Mer » indica numerosi
    tratti che essi hanno in comune coi Pellirosse d'America e
    non esita, a cagione di questi confronti e anche per le inter-
    pretazioni delle loro tradizioni, ad attribuire loro un'origine
    atlantica; anche se questa non è che un'ipotesi, essa asain
    ogni caso abbastanza degna di rilievo… Come vi sono due
    specie di Girovaghi vi _ sono anche due specie di ,_Ebrei,
    Ashkenaziti e Sefarditi, per i quali si potrebbero fare rilievi"
    analoghi per quanto concerne le differenze di tratti somatici,
    di lingua, -di attitudini… meglio… si riscontra che le regioni
    percorse -dai girovaghi orientali e dai Girovaghi Occidentali
    sono precisamente le stesse di quelle abitate rispettivamen-
    te da Ashkenaziti e da Sefarditi » (8). ‘Secondo quanto abbia
    mo visto, sembra dunque che il Polo d'Evoluzione atlantico,
    come l’abbiamo delinito sopra, abbia effettivamente retto
    l’evoluzione della razza rossa nel corso del IV Grande Anno.

    Scritture Cuneiformi a Tiwanaku e civiltà atlanto mediterranea in Sudamerica
    http://losvikingosenamerica.blogspot.it/2017/02/preamerica-el-origen-de-la-civilizacion.html
    Nell'articoloParticolare della Magna Fountain, una ciotola litica preispanica scoperta nelle vicinanze di Tiahuanaco, la metropoli degli dei , in cui si possono osservare caratteri cuneiformi.

    GLI DEI BIANCHI D'AMERICA
    http://inglinga.blogspot.it/2018/03/the-white-gods.html?m=0

    RICERCHE SUL DNA DEI NATIVI AMERICANI SUPPORTANO LE VISIONI DI CAYCE SU ATLANTIDE E MU
    http://atlanteangardens.blogspot.it/2014/04/dna-research-supports-cayces-atlantean.html

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