L’arte del Fulgurator ed il romanzo ieratico di Matteo Trevisani – Luca Valentini

L’arte del Fulgurator ed il romanzo ieratico di Matteo Trevisani – Luca Valentini

Secondo le fonti antiche (1) l’arte di ottenere responso attraverso la discesa in terra di fulmini e saette era prettamente riferibile alla cosiddetta Etrusca Disciplina, mentre secondo l’esegesi di un Dumezil (2) non solo tale conoscenza ieratica era riferibile ad un più arcaico riferimento pitagorico, ma nell’uso che se ne faceva nell’ambito della religiosità romana vi si presentava una particolare specificazione. Infatti, mentre per gli aruspici etruschi era ben nove le divinità che avevano la potestà di scagliare i lampi, tale privilegio, in ambito prettamente romano, era relegata solo a Giove e Summano. Sempre come riporta il Dumézil la scienza connessa a tale precisa pratica divinatoria conduce ad un preciso intento purificatorio l’intero sistema che si era relazionato con tale manifestazione: suolo folgorato, divinità folgoratrice, cosa o essere folgorato (3). Anche nella loro valenza simbolica ogni espressione celeste poteva avere valenze differenti, fauste e meno fauste o di natura interpretative: anche in tale merito, si evidenziò la maggiore libertà dell’augure romano rispetto ad un più rigoroso fatalismo etrusco. Di una specialità va considerata l’unicità, cioè quella dei fulmina hospitalia e auxiliara, i quali, nella loro portata magico – interpretativa, conferivano all’officiante una potere determinativo assolutamente prevalente rispetto agli altri uomini. E’ la nozione del cosiddetto bonum fulmen che era prerogativa dei tre fulmini di Giove e di una regalità sacrale come quella di Numa.

In tale contesto, recente, per un’emergente casa editrice, Atlantide, capitanata da un valente amico, Simone Caltabellotta, è stato pubblico a firma di Matteo Trevisani un particolarissimo ed affascinante romanzo esoterico, Libro dei Fulmini (4), che si centra sull’Urbe e le arti magico – divinatorie che la caratterizzavano e la sostanziavano. L’autore con rara maestria riprende i presagi, le allegorie, le gesta mitiche ed eroiche della Roma arcaica e riesce a coglierne nelle varie fasi del percorso purificatorio del protagonista tutta la portata palingenetica, tanto da attualizzare dei precisi riferimenti che non appaiono più con connotati crepuscolari del passato, ma con la forza viva del presente. Infatti, ciò che appare al principio un labirinto di natura formalmente archeologica pian piano al lettore dipana una precisa trama enigmatica, un preciso labirinto animico che coinvolge, in un’unica trama, non solo il protagonista e l’autore, ma anche e soprattutto tutti i lettori, come in un fantomatico teatro in cui, insieme, si possano ripercorre le contrade della “Roma fantastica”:

Sarei stato in grado di riconoscere ciò che è invisibile, e quindi perdermi nei segreti di Roma senza inabissarmi per sempre, senza scomparire di fronte alla grandezza dell’assoluto, senza diventare pazzo?” (5).

Il bel racconto del Trevisano, oltre la bella dimensione agonale (6) che presenta, ha il grande merito di riaffermare una dimensione sacrale romana che sublima se stessa ben oltre le pur importanti carte dell’erudizione e la pur importante polvere degli svavi archeologici. Nella narrazione il Fulgor Conditum Summanium (7), non solo era il significato dell’acronimo F C S, legato ad uno degli enigmi del testo, che lasciamo all’attento lettore investigare e svelare, ma, principalmente era l’espressione di un riconoscimento spirituale. Tale era la consapevolezza del protagonista di aver stabilito un contatto con la dimensione più interna, arcana della Tradizione di Roma, in cui il culto ha un suo naturale limite religioso, ma il rito non svela a chiunque tutta la sua vasta portata magico – teurgica:

Da anni studiavo la magia antica, i riti che si officiavano per placare l’ira di certi dèi e quelli per scongiurarla fortuna dei nemici. Ma la cerimonia a cui avevo assistito non assomigliava a niente di ciò che conoscevo. Nella tradizione magica i luoghi rivestono un’importanza capitale e quello che avevo intravisto io, poco sotto le colonne dei Dioscuri, non poteva essere stato scelto a caso” (8).

L’intreccia del mondo romano con le pratiche dell’Alta Magia sono frequenti nel testo, notevoli e quasi mai scontate. Da Crowley, ad Eliphas Levi, all’esperienza di Ur, a Frazer, tutto un preciso intreccio si vivifica pagina dopo pagina, enigma dopo enigma, fino ad arrivare ad un libro, Roma Arcana, fino ad arrivare ad una citazione, tratta dal De Divinatione di Cicerone, in cui l’itinerario del Trevisani, autore e protagonista si delinea per ciò che l’arte fulguratoria è sempre stata, cioè una scienza purificatoria, in cui l’istante igneo ha la funzione esiziale di annientare ogni caducità:

Il cambiamento radicale, che mette tutto in discussione, tutto quello che hai amato e tutto quello che sei stato, è spaventoso” (9).

Non casuale, infatti, è un precipuo rapporto con l’esperienza della morte, con il mondo invisibile dell’oltre – vita, con la meditazione profonda della malattia che alcuni co – protagonisti sperimentato direttamente. Il Libro di Fulmini esprime nella sua non prosa coinvolgente il senso profondo di un antico ma ancor possibile contatto coi Numi dell’Urbe Adelia, della Roma che sopravvive misteriosamente allo sfaldarsi della civiltà occidentale e all’inesorabile superamento delle forme e della storia. Nel capitolo Iniziazioni tutto il gelido inverarsi di un mondo magico arcaico inizia a diventare un tumulto, quasi silente, ma inesorabile, in cui non ci si può esimersi dalla partecipazione attiva della lettura e della connessa esperienza interiore.

In conclusione, non possiamo che giudicare la narrazione del Trevisani come una trascrizione su carta di papiro di una parte della propria storia personale, che come la storia di tutti noi non può essere realmente valorizzata senza la presenza spesso ingombrante di Roma, in quelli che sono le sue tante vie labirintiche, nei suoi misteri, nella magia che alimenta la sua eternità sin dalla sua fondazione, sin dall’Idea che imperitura permane:

Le parole avevano una grafia minuziosa e particolare, sembravano vergate da una grazia antica. Sotto la scritta trovai disegnata una mappa di Roma, sopra vi erano segnate le tombe dei fulmini che io e Silvia avevamo trovato insieme. A margine una foresta e un fulmine, a significare un appuntamento e un luogo che conoscevo solo io” (10).

Note:

1 – Seneca (Nat. Quaest. 2, 31-41 e 47 -51) e Plinio (Nat. Hist. 2 137-146);
2 – G. Dumézil, La religione romana arcaica, BUR, Milano 2001, p. 541ss;
3 – G. Dumézil, op. cit., p. 548;
4 – Matteo Trevisani, Libro dei Fulmini, Edizioni Atlantide, Roma 2017;
5 – Matteo Trevisani, op. cit., p. 13;
6 – Intendiamo ivi il termine “agonale” con la stessa pregnanza che ad esso attribuiva un Abraxa (Ercole Quadrelli) nella monografia Magia della Vittoria, in Krur 1929, cioè secondo un’intepretazione eroico – ermetica, cioè dell’ascesi guerriera interiore;
7 – Matteo Trevisani, op. cit., p. 28;
8 – Matteo Trevisani, op. cit., p. 25;
9 – Matteo Trevisani, op. cit., p. 116;
10 – Matteo Trevisani, op. cit., p. 164 – 5.

Luca Valentini

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Categorie: Libreria, Magia, Tradizione Romana

Pubblicato da Luca Valentini il 9 aprile 2018

Luca Valentini

Redazione di EreticaMente.net, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea: collaboratore di riviste come Elixir, Vie della Tradizione, Atrium, Fenix Rivista, Il Cervo Bianco, Pietas, Il Primato Nazionale. Dirige le collane Arcana, rarità classiche ed ermetiche, ed Orfeo, narrativa e poetica esoterica, per la Casa Libraria Edit@ di Taranto. Partecipa a seminari di ricerca di livello nazionale ed europeo. Ha pubblicato testi inerenti l'Alchimia, l'Amor Sacro e di poetica ermetica.

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