Il Padre – Danilo Leo Lazzarini

Il Padre – Danilo Leo Lazzarini

Stavo guardando mio Padre appena tornato dalla miniera, sporco di carbone, mentre si spogliava per entrare nella tinozza preparata in cucina perché potesse lavarsi.
Era un uomo vigoroso, e lo guardavo pieno di ammirazione e di amore, simulacro di quella forza che avrei voluto possedere.
Mia madre mi prese da parte e mi disse:
– Vedi quell’uomo sporco, tu non dovrai mai essere come lui, tu dovrai diventare un intellettuale, un signore.

Libera interpretazione dello scritto autobiografico di David Herbert Lawrence

***

Gli rispose il paziente, glorioso Odisseo:
Non sono un dio:
perché mi paragoni agli immortali?
Io sono tuo padre,
quello per cui singhiozzi e soffri tanto,
tormentato dalla violenza dei tuoi nemici.
Detto così, baciò il figlio,
e dalle sue guance scorrevano a terra
le lacrime che fino allora aveva trattenuto”. (XVI, vv. 186-191 )

Il ritorno di Ulisse.

***

“Non riesco a pensare ad alcun bisogno dell’infanzia altrettanto forte quanto il bisogno della protezione di un padre.”

Sigmund Freud

***

“E ancor curioso, e volessero gli Dei Maestro, che tu conoscessi la risposta,
Che nel parlar dell’anima mi appare come un’ombra la reminiscenza del Padre mio, di cui nulla so…
Di mia Madre, Alcmena, posso dirti tutto, ma di mio Padre nulla!
Vuoto,
E vuoto di nulla,
Come per l’anima…
Solo un’intuizione lontana,
Un ricordo di un ricordo…
Che non ricordo più.”

Danilo Leo Lazzarini: Ercole, La quinta Prova.

***

L’uomo è Padre e il Padre è uomo.

L’uomo è appartenenza al concetto primo di Padre e, parlando di concetti, viene d’obbligo parlare di archetipi, l’uomo è figlio materiale e spirituale dell’archetipo Padre, se vuoi distruggere l’uomo distruggi il Padre.
Nell’uomo, l’atto di essere Padre si discosta dalla mera paternità genetica, non si parla di questo, perché poca cosa sarebbe nei riguardi di ciò che significa essere Padre e, al di sopra e al di là delle analisi del DNA, la paternità si situa nell’empireo delle relazioni sublimi nate da un atto squisitamente volontario che riconosce nel procreato il proprio figlio.

Ogni figlio, per un Padre nasce esterno, un qualcosa d’altro, che conosce solo attraverso la donna con cui ha lo ha generato, nulla di carnale esiste in questo rapporto se non l’atto di volontà che assume la responsabilità di aver gettato uno spirito in una carne e che fa dire all’uomo “tu sei mio Figlio” e solo e soltanto in quell’esatto momento, l’uomo diventa Padre.

La figura del Padre nasce con la società degli Uomini, dubito che in natura esista una figura simile, perché essa ha bisogno di una potente consapevolezza e non credo, o non mi sento di affermare se non nella bruta formula genetica, che possa esistere nel regno animale.

Quindi l’uomo è appartenenza al Padre archetipico perché per essere Padre deve interpretare il principio “agente” che si contrappone, completandolo, al principio “patente” della Madre.

Azione e passione due opposti che si completano alla ricerca di un fine che abbia un senso nella duplicità, maschio e femmina, o meglio uomo e donna, l’indissolubile uno che trasla nel molteplice due fino alla formazione dell’ineffabile tre.

E l’uno, in questo suo essere indefinibile nasconde tutta la sua essenza contrapponendosi alla fin troppo evidente Madre la quale sempre certissima si trova ad essere.

Mater semper certa est…

Mantra Invocato e recitato con aria ieratica da coloro che sventolano una violenza di genere, affermando la poca conoscibilità del padre, nel tentativo di svilirne la figura considerata oppressiva e desueta, figura da affidare alla damnatio memorie, perché simbolo primo dell’oppressore.

Costoro, in realtà, ne sottolineavano l’estrema potenza concettuale, ponendo la figura del Padre in un ambito non raggiungibile da lacci e catene, perché posto nell’empireo dello spirito e della volontà e, in tale sito non può essere toccato neanche dalla più bieca ignoranza, neanche di quella che negando se stessa o non avendone computo, si esalta nella formulazione di strutture ideologiche atte a negare una qualsiasi possibilità di emancipazione dalla sfera dell’animale.

Ed è proprio in quel tentativo sottolineante l’incertezza della paternità, che si racchiude la chiave di lettura della figura archetipica.

In quel seme nascosto, in quell’atto lontano e discontinuo, nel grembo-terra, trova sviluppo e nutrimento quella vita che ha, però, come incipit qualcosa di diverso collegante al principio creatore, vivificante e fecondante, senza il quale la terra-grembo sarebbe svilita e sterile.

Quel seme che ricorda all’albero la sua origine, nascosta, e per questa concettualmente esoterica, in quel grembo che per la sua evidenza non può essere negato ma che nasconde per la sua esuberanza exoterica il principio altro.

Proprio quel seme ricorda la sottile essenza alchemica che contrappone la materia allo spirito, o meglio ne crea la sintesi.

E così nel seme si ritrova lo spirito insufflantesi nella materia, sganciando la materia stessa dall’essere solo massa, fecondata da un qualcosa che ne emancipa la sostanza.

Nel Padre quindi, si pone la figura che ricorda all’Uomo che la sua origine non è solamente quantificabile ma è sottilmente qualificabile.

Senza la figura del Padre l’origine viene nascosta o dissimulata dal “troppo evidente”, e si badi bene, non parlo puramente di un padre umano efficiente o meno, ma della figura stessa e del valore spirituale che una società dovrebbe e deve tributare al Padre.

Distruggendo il Padre io distruggo l’origine altra.

Se volessi distruggere l’uomo, io prima distruggerei il concetto di Padre, perché uomo e Padre sono la stessa cosa.
Alla fine tirerei un colpo ferale anche all’idea stessa di creatore, al ineffabile principio fecondante che nascosto nel invisibile agente dichiara all’universo il nostro essere cielo e non solamente fango.

In ultima analisi:
Se vuoi distruggere il creatore, distruggi il Padre.

 

Fonte Immagini: web

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 13 aprile 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Gaetano Barbella

    Condivido Danilo Leo Lazzarini.

    Mi sovviene, con le lacrime agli occhi, la figura di mio padre defunto che, nella povertà negli anni dopo l’ultima guerra, tra le molte sue disposizioni ad “arrangiarsi” per sostenere la mamma me e i miei tre fratelli, tutti ancora ragazzini, suolava anche le nostre scarpe. Ma, oltre a fare il ciabattino, sapeva fare anche il falegname, il meccanico, l’orologiaio. Però più di tutto primeggiava in lui la grande maestria di saper disegnatore molto bene. E questo fu il suo lavoro in seguito, presso l’ufficio Tecnico Erariale di Caserta, dove si abitava. Ciò che mi è rimasto impresso, più di altro di lui, è la visione delle sue mani estremamente operose, che per me sembravano d’oro. Ma era “dorata” anche la sua grande generosità nell’aiutare il prossimo per quel che poteva. Era un napoletano, che da piccolo poteva rassomigliare ad uno scugnizzo frizzante e pieno di brio. Nel suo cuore brillava una fiamma di un genere d’amore inestinguibile: per la famiglia, per il prossimo e per la patria. Ma l’involucro del suo cuore non riuscì a reggere tanta energia, non la sopportò, e un giorno, in anticipo con la vecchiaia, lasciò i suoi cari nel dolore.
    Chi era mio padre? Un piccolo grande uomo, di una mia memoria di “quann’ero guagliunciello”, sfocata nel tempo.
    E com’era la povertà con lui, di quann’ero guagliunciello? Puteve anch’essere ddoce ddoce comm’a ‘na nuttata…

    Ddoce è ‘a nuttata quanno
    a fora, ‘o vient’ soscie forte.
    Me stregn’ sott’ ‘e cuperte
    e m’addormo penzanno.
    Penzo a comm’era bello
    quann’ero guagliunciello.

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