Evola e l’infezione psicanalista – Roberto Siconolfi

Evola e l’infezione psicanalista – Roberto Siconolfi

L’epidemia mentale nell’occidente contemporaneo, è giunta adun livello tale che sembra davvero difficile distinguere un malato psichico dal resto. Non a caso in questo clima la psicanalisi sguazza come un vero e proprio culto di massa.  Su questo tema, interessante l’insieme di scritti di Julius Evola dal titolo “L’infezione psicanalista”, con prefazione di Adriano Segatori, della casa editrice Controcorrente. In questa prefazione si utilizza il quadro di riferimento evoliano per un’operazione di discernimento del positivo dal negativo in tutto il sapere psicanalitico. Il saggio, poi, prosegue sulla base di tale discernimento, proponendo la via atta al “superamento” dell’Uomo, propria alle concezioni tradizionali. Questa differisce dall’esaltazione, invece, di tutto ciò che è subconscio, subliminale ed infero, tipico della psicanalisi, in pratica l’esatto opposto.

Per Evola stesso la conoscenza, non semplicemente intellettualistica ovviamente, del sovrasensibile fornisce la capacità di scendere nella profondità del proprio Io. Grazie a una disciplina ascetica “la soglia stessa della coscienza è rimossa, la zona luminosa scende più in basso, e non si arresta più dove si aprono i fiori emergenti delle forme della coscienza esterna, ma ne coglie gli steli, prima immersi nelle acque profonde dell’incoscienza”. Riuscire ad identificare gli impulsi a base del proprio Io, è possibile attraverso una conoscenza del mondo spirituale, diversamente, la psicanalisi non riesce, per sua stessa essenza, a fare il cammino inverso.  Essa, così per come è stata concepita da Freud, è monca del lato spirituale dell’individuo, e quindi considera l’Uomo come semplice aggregato di parti, istinti, pulsioni e riflessi di tipo neuro-vegetativo. Anche la libido, se da un lato è per davvero forza vitale e creatrice, dall’altro viene esclusivamente vista in chiave materialista.

Sulla psicanalisi junghiana, poi, Evola è ancora più critico, in particolare per la sua pretesa a rendere spirituali delle cose che di spirituale non hanno nulla. Su tutte la tendenza ad eguagliare le divagazioni e le veggenze di pazienti nevropatici con i simbolismi delle antiche tradizioni e concezioni metafisiche. Oggi, come dicevamo, c’è una sovrabbondanza dei temi psicanalitici, tanto che la psicanalisi è divenuta una vera e propria forma mentis. Non si rimane più nell’ambito strettamente medico e diagnostico, di soggetti con problematiche di tipo psichico, bensì si tende a psicanalizzare tutto e tutti. Ma questa operazione ha arrecato dei danni alla integrità della persona davvero notevoli, non a caso l’identificazione evoliana della psicanalisi come “infezione” – un qualcosa che tende alla dissoluzione dell’Io. Direbbe Hillman “100 anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio”, ed è sotto gli occhi di tutti l’affezione morbosa che l’uomo moderno intraprende verso ciò che è subconscio.

Ovunque ci sono dettagli da analizzare, sogni da rielaborare, pulsioni limite della propria psiche da liberare e non tenere repressi, particolari da assolutizzare e ancora “retropensieri” che primeggiano sulla stessa evidenza dei fatti, e poi domande, domande e domande. Il semplice rapporto sereno con la propria coscienza è stato sostituito da questa specie di “manicomi a riflessione continua” che sono le menti dell’uomo moderno.

Una sera, ad una cena, mi capitò di conoscere una signora che era in cura dall’analista da circa 20 anni, sic!, e mi chiedevo quale “strage” abbia mai potuto commettere una persona che avesse bisogno di tutta questa rielaborazione. Tra gli scritti sulla psicanalisi, Evola affronta anche Wilhelm Reich e la sua teoria “pansessualista”, tanto apprezzata negli ambienti anarcoidi ed edonistici contemporanei. Innanzitutto potremmo dire che se l’intento di questa concezione era utilizzare l’energia sessuale, e il discorso sull’Orgone, come catalizzatore di una possibile “rivoluzione sociale”, questa cosa non è riuscita. Anzi, oggi, proprio gli alfieri dell’incatenamento “peggiore” dell’Uomo, vanno avanti a colpi di pansessualismo.  E’ evidente che c’è sesso ovunque, a partire dai programmi per bambini. Certo, direbbero i reichiani, non è in quella direzione che deve andare la rivoluzione sessuale, ma fatto sta che essa è strumento nelle mani delle oligarchie. Molto più probabile che tutto il presupposto della repressione dell’energia sessuale che genera violenza è sbagliato. Eros e Thánatos, in realtà, sono due principi che vanno sì bilanciati, ma che convivono nell’individuo, e pensare di abolire il lato distruttivo, è impossibile oltre che innaturale.

Fondamentale è poi analizzare il ruolo stesso degli operatori del settore: psicologi, terapeuti ed analisti. Nel più dei casi soggetti dal culto morboso verso il subconscio “altrui”. Di conseguenza non medici che, presentata la diagnosi al paziente, fanno il possibile per sostenerlo nel suo processo di guarigione. Sovente, abbiamo addirittura dei peggioramenti della condizione di partenza, o comunque dei miglioramenti che si interromperanno per regredire di nuovo, laddove si interrompe il rapporto medico-paziente.  A parte che non c’è pratica più sbagliata di mettersi a risolvere i problemi altrui, infatti la crescita sta proprio nel cavarsela da solo – sbagliando si impara! Visti i livelli in campo, poi, si realizza una piena similitudine tra l’analista e quelli che sono i suoi pazienti, che in più dei casi rende difficile una reale distinzione. E non è una bella cosa, così come viene proposta in modo da rappresentare l’idea che fondamentalmente “siamo tutti uguali”.  C’è davvero da meravigliarsi come personaggi di questo tipo, non siano essi stessi in terapia, essendo portatori di problematiche, come quelle accennate, e bisognosi di cure. E teniamo conto, anche, dell’unico dato, questo sì, costante e tangibile, ovvero il portafogli del “cliente” che seduta per seduta si svuota sempre più.

Roberto Siconolfi

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Categorie: Julius Evola, Psicanalisi

Pubblicato da Ereticamente il 12 aprile 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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