“er zor Meo”, Bartolomeo Pinelli – Emanuele Casalena

“er zor Meo”, Bartolomeo Pinelli – Emanuele Casalena

La morte der zor Meo

Sì, quello che portava li capelli

Giù pp’er grugno e la mosca ar barbozzale

Er pittor de Trestevere, Pinelli.

È crepato per causa d’un bucale.

V’abbasti questo, ch’er dottor Mucchielli,

Vista ch’ebbe la merda in der pitale,

Cominciò a storce e a masticalla male,

Eppoi disse: “Intimate li fratelli.”

Che aveva da lassà? Pe fa’ bisboccia

Ner Gabbionaccio de padron Torrone,

E’ morto co’ tre pavoli in zaccoccia.

E l’anima? Era già scummunicato,

Ha chiuso l’occhi senza confessione…

Cosa ne dite? Se sarà sarvato?

( Giuseppe Gioacchino Belli-1835 )

In questo breve sonetto G. G. Belli traccia un affresco del pittore trasteverino a partire dalla capigliatura con ciocche di capelli che scendevano sul viso fino al suo vizio mortale di tracannar vino all’osteria der sor Torrone, facendo bisbocce e dilapidando tutto ciò che guadagnava, anzi Bartolomeo era pieno de buffi. In più morì scomunicato perché era un laico impenitente in vita come ar momento della  morte. Difatti nel giorno di san Bartolomeo del 1834, il suo nome fu pubblicato nella chiesa omonima all’Isola Tiberina, era sulla lista degli interdetti per inadempimento al precetto de pijà a’ communione almeno a Pasqua. Morì l’anno dopo, fu il pesce d’Aprile del 1835, gli fu fatale una sonora sbronza all’osteria del Gabbione. Il funerale fu a spese degli amici dell’Accademia di S. Luca, lo seppellirono, chissà perché, in una chiesa importante quella dei SS. Vincenzo e Anastasio, vicina a Fontana di Trevi, dove si custodivano, in urne di ceramica, le interiora dei Papi al tempo che i loro corpi  venivano imbalsamati. Quando nel 1927 un’associazione romana vi si recò a ricercare la sepoltura di Pinelli, questa era sparita logicamente con tutte  le sue ossa così ne nacque un mistero, uno dei tanti di Roma, ancora irrisolto. Ma, c’è sempre un ma nelle cose d’Italia, è più realistico pensare che le spoglie der pittore de Trestevere siano state buttate via, che c’avrebbe fatto er corpo d’un laico ‘mpunito con le frattaje de li papi?

Come riporta nel sonetto il Belli non s’era voluto confessà neppure in punto di morte, né ricevere dal parroco l’estrema unzione, però proprio all’ultimo respiro gli aveva teso la mano, Dio solo sa se in cuor suo si pentì, ma senza parlà, come il buon ladrone.

Prendiamo per vera la data del 19 novembre per la sua nascita, l’anno è sicuro, il 1781 a Roma nel quartiere de Trastevere vicino all’ospedale S. Gallicano, la sua casa natia è da un ber pezzo che nun c’è più. Papà Giovanni Battista era un artigiano della creta, campava facendo statue de santi e pupazzetti. mamma Francesca di professione era casalinga. Stando a bottega fin da piccino anche Bartolomeo imparò dal padre l’arte di modellare l’argilla insieme ai primi rudimenti del disegno.“Fu Bartolomeo Pinelli di media statura, di fisonomia e di portamento vivaci; portò folta la capigliatura che a lunghi boccoli gli incorniciava il viso e gli scendeva inanellata dinanzi […]; i tratti del viso ebbe marcati, ma regolari, e non portò che i piccoli mustacchi come appare anche nel suo busto che fu posto al Pincio. Di costumi fu bizzarro, amante anche troppo dello scherzo. Vestì negligentemente a modo del popolo e lo si vide sempre girare per Roma accompagnato da due grandi mastini e munito di mazza che aveva per pomo una figura di bronzo. Era facile all’ira quantunque fosse di consueto allegro e faceto; fu scettico [ateo] come molti degli uomini di ingegno del suo tempo e fu patriota a suo modo, cioè innamorato di Roma […]”. Alberto Sordi c’ha lasciato un grande acquerello del marchese Onofrio del Grillo, diventato famoso, nelle leggende popolari, per i suoi scherzi narrati nel romanzo di Desiato, ma B. Pinelli non era certo da meno, si sollazzava in questo con arguzia e impertinenza riuscendo sempre a farla franca e minchionà i malcapitati.  A 11 anni il monello s’era trasferito, con la famiglia, nella città di Balanzone, Bologna, dove poté continuare gli studi all’Accademia Clementina grazie alle tasche del principe Giovanni Lambertini che incoraggiava le doti artistiche del ragazzino co’ na famija povera ‘n canna. Proprio nella città felsinea sale sul podio più alto, vince il primo premio nella scultura con un tondo dal titolo Bruto condanna i suoi figli a morte,  tema e stile neoclassici, d’altronde siamo nel 1798.

Bartolomeo Pinelli, Bruto condanna i suoi figli a morte, litografia

A Roma nella prima metà del ‘600 era sorto un vernacolo d’artisti fiamminghi che il popolino chiamava “ i Bamboccianti” per via del fatto ch’ er più de loro, l’olandese Pietre van Laer, era soprannominato bamboccio per la deformità del viso rimasto infantile. Questi si dilettavano nel dipingere piccoli quadri di soggetto popolare, dove le comparse della vita e il loro ambiente erano i primi attori. Pittura di genere, dal carnevale romano, alle scampagnate, dall’elemosina, al saltarello e così via. Il mercato dei turisti era fiorente per queste scenette guignolesche strappate sulle scenografie di Roma antica, assai meno bene sentenziava la critica accademica che disprezzava tecnica e soggetti. L’Urbe che “Pinelli immortalò” era la stessa per canovaccio del racconto, una commedia dell’arte della Roma di Giocchino Belli ( suo contemporaneo ), quella pe’ capisse de Rugantino, Bartolomeo era un gran disegnatore dal vero e non dimenticherà mai gli anni di studi anche all’Accademia di S. Luca, per cui le sue figure sono apolli e veneri co’ la retina in testa e er cortello come il trasteverino Meo Patacca o col corpetto stretto e il fazzolettone per le donne. Pinelli s’inventò il neoclassicismo popolano, la quotidianità interpretata da corpi di gladiatori e messaline con quell’orgoglio trasteverino che nun s’abbassa manco si mori. Il romano di Pinelli è un fusto palestrato per due ragioni, la prima perché discende in linea retta con gli antichi avi che fecero della guerra una missione fondando il più grande Impero d’Occidente, erano uomini valorosi perché incarnavano le virtù fondamentali quali l’amore per il diritto contro i soprusi, la moralità severa, il profondo senso dello Stato. In guerra come in pace i cittadini gareggiavano tra loro per virtù, coltivavano la parsimonia, stimando gran cosa la fedeltà nell’amicizia, curavano l’audacia in battaglia quanto l’equità in tempo di pace. Esercitavano il potere più col concedere benefici che con l’incutere timore. Preferivano perdonare invece che punire, sed vae victis se in ballo c’era Roma

(liberamente tratto da De Catilinae coniuratione di G. Sallustio, 9 ). Allora Michelangelo insegnava che tanta virtù di spirito si poteva esprimere, da artista, solo con un corpo altrettanto bello, una metafora insomma. L’altra ragione è quella vanitosa di mostrare la propria  forza fisica, una competizione spavalda pe dimostrà chi è er mejo der bigonzo, sia che si tratti di fare a lotta o giocare a bocce a campo Vaccino, fare colpo sulle pischelle o sfidasse a una bevuta di vino ( il Baccanale romano ). Scanzonato, guascone, arguto nelle battute, amante delle bisbocce ma pure fumantino, il romano giovinotto una cosa nun c’aveva: ‘a voja de lavorà e s’è cucito addosso questo vestito anche grazie a Bartolomeo.Tornato nella sua Roma nel 1799, Pinelli prese casa vicino a via Lata ( via del Corso ) nel Rione Trevi, resterà sempre nel centro de  Roma spostandosi poi a piazza di Spagna e infine a via Sistina dove si fermò dal 1822 insino alla morte. Fu amante del disegno ben fatto seguendo i canoni dell’Accademia di S. Luca, che ne premiò le prove per ben tre volte, e fors’anche gli insegnamenti di un pittore neoclassico ma bizzarro come fu il piemontese Felice Giani, artista emulo del Manierismo di Giulio Romano. Quella classicità pronipote del Rinascimento, perde l’idea che l’arte fosse espressione fisica del Bene come del Vero e cala, con Pinelli, nel quotidiano quasi fosse un racconto popolare recitato in vernacolo ma con dizione perfetta.

   

Bartolomeo Pinelli, Costumi Pittoreschi, 1811

                     

Bartolomeo Pinelli, Cortelli e sassi, 1830

Di professione fu incisore, con il bulino realizzò circa 4.000 soggetti, a diversi aggiungendovi il colore ad acquerello, o utilizzando la tecnica dell’acquaforte, poi ci ha lasciato duemila disegni e in tutto 29 statuette in terracotta. Detto del suo lavoro passiamo al certificato familiare, stato civile coniugato con Mariangela Latti che gli diede due figli, una femmina Maria, nata nel 1806 e forse morta precocemente ed un maschio, Achille (1809-1841) che continuerà la professione paterna. La biografia più completa sulla sua vita è contenuta in un libricino scritto da Oreste Raggi nel 1835 dal quale è possibile ricostruire la cronostoria delle sue opere fino alle sculture in argilla degli ultimi anni, ““fece, negli ultimi giorni, molti gruppi in creta di piccola grandezza, che pure rappresentavano moderni costumi, e che vendeva, come era solito, a tenuissimo prezzo”.

Bartolomeo Pinelli, Burattini, incisione, 1831

Nei primi tempi del suo ritorno a Roma collaborò con il pittore svizzero Franz Kaisermann, il suo compito era di popolare di figurine umane gli acquerelli del vedutista elvetico creando un’atmosfera bucolica, incantata tra le rovine di Roma, un genere “pittoresco” che incontrava consenso e baiocchi tra i turisti, come i suoi acquerelli con scene e costumi di Roma e del Lazio datati 1807 e raccolti oggi a Firenze nel Gabinetto delle stampe e dei disegni. F. Kaisermann c’aveva studio a piazza di Spagna, conobbe Pinelli nel 1803 e fino al 1806 la loro collaborazione artistica continuò finché lo svizzerotto non prese la decisione di sostituire Bartolomeo con un suo cugino tal J. F. Knébel.

 

Kaisermann, Cecilia Metella F. Kaisermann. Il Foro romano

Messosi per proprio conto, Pinelli diede sfogo col bulino alla sua “corte dei miracoli romana”, fiero d’appartenervi da sanguigno trasteverino, perché fu autentico patriota ma per lui l’unica vera Patria era Roma. Nel 1809 esce una sua prima Raccolta d’incisioni dedicata a Cinquanta costumi pittoreschi, dove fissa l’iconografia del popolino romano, miscelando classicismo e pittoresco, nasceva così il suo stile inconfondibile che lo renderà famoso.

Nel 1810 circolano anonime per i salotti romani 20 acquaforti erotiche da lui realizzate in rilettura delle calcografie, sullo stesso tema di Giulio Romano prima, poi di Marcantonio Raimondi, illustrazioni antesignane di Playboy finite al rogo sui sonetti licenziosi di Pietro l’Aretino. La raccolta si intitolava per l’appunto La scuola di Priapo inventata da Giulio Romano,ma il tratto di Pinelli è più morbido dei predecessori, pur nella statuarietà dei corpi, diciamo che l’effetto è assai più coinvolgente per le prurigini di chi le osserva, c’è più eros e meno meccanica dei fatti.

 

 

Copia da M Raimondi di incisione del 1524

           

Bartolomeo Pinelli, incisione d La scuola di Priapo,1810

 

Il 17 maggio del 1809 la Francia di Napoleone s’era pappato lo Stato pontificio, Papa Pio VII venne arrestato e trasferito, i cardinali dispersi come un gregge senza pastore, giù scomuniche ed anatemi ma il vento giacobino soffiava forte sulla città dei papi. Ci tornano ancora alla mente le immagini del film di M. Monicelli Il marchese del Grillo ambientato proprio nel 1809, anche Onofrio si guarda bene dal difendere il potere del Papa anzi coglie con gioia l’aria frizzante e rivoluzionaria dei francesi, così, in parallelo, anche Pinelli si schierò con Bonaparte  ricevendo commesse dai cugini transalpini almeno fino al fatidico 1814 (Lipsia). A Bartolomeo restò l’acquolina in bocca, avrebbe dovuto dipingere quattro grossi pannelli da installare nel bagno di Napoleone al Quirinale con scene della storia romana, restarono soltanto in mente Dei. L’opposizione armata ai francesi la fecero solo i briganti, un fenomeno assai diffuso nell’Agro romano e nel Castelli che Pinelli immortalò storicamente prima con l’incisione della fucilazione del brigante Spadolino alla Bocca della Verità (1812) poi con l’illustrazione di Venticinque soggetti di briganti (1822) ed infine con la cronaca illustrata della Raccolta de’ fatti li più interessanti eseguiti dal capo brigante Massaroni per la strada che da Roma conduce a Napoli dall’anno 1818 fino al 1822 (ed. 1823), il romanticismo pinelliano era sbocciato. Negli anni ’20 coglie i primi forti fermenti del Risorgimento, lo affascinano le idee che promuovono l’antico sogno dantesco di una Patria unita radicato nell’humus storico comune  a tutto il Paese. Già nel 1811 aveva illustrato il poema virgiliano dell’Eneide riscuotendo notevoli consensi, così nel ’19 realizza 100 tavole a commento iconico dell’Historia romana di Tito Livio, furono tre anni di duro lavoro. In successione seguirono raccolte sui soggetti più rimarchevoli della storia greca e romana, tavole per l’Istoria degli imperatori che terminò nel 1829 e settantuno acquerelli di tema mitologico. Accanto a questi soggetti si applicò ad illustrare anche testi letterari fondamentali per la nostra cultura umanistica, dalla Divina Commedia di Dante alla Gerusalemme liberata di Tasso all’Orlando furioso dell’Ariosto, fino all’Asino d’oro di Apuleio lavoro rimasto incompiuto. Tra tanta aulica letteratura si cimentò nel ’23 con la leggenda popolare di Meo Patacca personaggio centrale dell’opera in versi romaneschi di Giuseppe Berneri (1637-1701) illustrandola con 52 tavole, freschissima testimonianza degli usi e costumi della Roma di fine ‘600.

Bartolomeo Pinelli, Il Meo Patacca o vero Roma in festa nei trionfi di Vienna, 1823

Negli anni ’30 Pinelli sperimentò la nuova tecnica della litografia con la quale prese a illustrare il romanzo principe della letteratura scolastica I Promessi Sposi, un lavoro durato due anni. Nel 1834 interpretò il capolavoro di M. Cervantes con Le azioni più celebrate del famoso cavaliere errante don Chisciotte della Mancia che, per certi versi, tanto gli somigliava.

Lui così miscredente, pe’ campà, ne aveva fatte d’incisioni di santini e storie tratte dalla sacra Bibbia, Via Crucis,  come pure cerimonie religiose dandoci un’acuta testimonianza delle liturgie. Chissà se s’è sarvato? Certo quella mano data al prete in punto de morte ce fa sperà nella misericordia divina, in fin dei conti il suo talento non l’aveva sotterrato anzi.

 

                                       

Autoritratto con sonninese, 1824, matita acquerello su carta

Da notare i due mastini che B. Pinelli era uso portare al guinzaglio quando usciva.

 

Emanuele Casalena

 

 In copertina: Gabriele Vangelli, busto in bronzo di Bartolomeo Pinelli a V.le Trastevere

 

Bibliografia:
David  Silvagni, La corte e la società romana nei secoli XVII e XIX, Roma, Forzani & C. Tipografi del Senato, 1881-4, voll. 3, vol. III, p. 395.

Fagiolo, Maurizio e Marini, Maurizio (a cura di). Bartolomeo Pinelli (1781-1835) e il suo tempo. Catalogo della mostra tenuta a Roma nel 1983. Roma, Rondanini, 1983.

Palma Bucarelli, Pinelli Bartolomeo, Enciclopedia Treccani, 1935.

Sergio Natalizia, www.laboratorioroma.it/bartolomeo-pinelli.html

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Categorie: Arte

Pubblicato da Ereticamente il 11 aprile 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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