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DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa (X parte) – Gianluca Padovan

DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa (X parte) – Gianluca Padovan

«… a chi ci accusa di essere antifascisti rispondiamo: – non eravamo né anti, né pro, eravamo solo impegnati nel proseguire una guerra che avevamo cominciata e che sapevamo di già perduta: – avevamo “poca prora per l’insidia vasta”»

Pasca Piredda; 1944

 

La guerra in casa.

Sabato 18 settembre Benito Mussolini parla agli Italiani da Radio Monaco. Il 23 rientra in Italia e si stabilisce momentaneamente a Rocca delle Carminate, in Romagna, per poi trasferirsi a Gargnano, sul Lago di Garda, a Villa Feltrinelli.

Sempre verso la fine di settembre, con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana e delle Forze Armate, il Capo dello Stato e Comandante Supremo delle FF. AA. Repubblicane è Benito Mussolini; il Ministro delle Difesa Nazionale e al contempo Capo di Stato Maggiore Generale è il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, mentre il Segretario Generale dell’Esercito Repubblicano è il Generale di Brigata Emilio Canevari.

Canevari lo si ricorda per avere scritto il libro Graziani mi disse, pubblicato nel 1947, ma anche prima per essere stato “curiosamente” allontanato dal ruolo che ricopriva, poi arrestato e infine entrato a fare parte dei così detti “fascisti rossi” di Giovanni Antonio de Rosas alias Stanis Ruinas nell’immediato dopoguerra. (1)

Alessandro Pavolini diviene segretario del P.F.R. (Partito Fascista Repubblicano), mentre Renato Ricci è il Comandante della Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.). L’Ammiraglio di Squadra Antonio Legnani (2) è nominato Sottosegretario di Stato per la Marina, ma deceduto in un incidente d’auto il 20 ottobre la nomina passa al Capitano di Vascello Ferruccio Ferrini, ex sommergibilista. Anche costui, dopo avere fatto arrestare il Comandante Borghese, sparirà dal “direttivo” della R.S.I. ed entrerà a fare parte dei “fascisti rossi” a fine guerra.

 

 

Repubblica “di Salò” o di Gargnano?

Puntualizza Sergio Nesi, combattente decorato della Decima: «La costituzione e la composizione del governo (un governo provvisorio come lasciò intendere Pavolini) furono decise a Roma il 23 settembre e comunicate per radio lo stesso giorno, dopo laboriose riunioni. Come si è visto in precedenza, la prima seduta del governo, invece, si svolse il 27 alla Rocca delle Carminate alla presenza di Mussolini, assente a Roma. Fra le decisioni prese, importante fu quella di decentrare i vari ministeri, sparpagliandoli tra Lombardia e Veneto. A Salò furono collocati soltanto il Ministero degli Esteri e quello della Cultura Popolare, per cui non ci si spiega il vezzo antistorico di chiamare la R.S.I. la Repubblica di Salò» (Nesi Sergio, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Italiano, Editrice Lo Scarabeo, Bologna 2004, p. 251).

 

 

Solo promozioni sul campo e solo per merito di guerra.

Il 5 ottobre 1943 Benito Mussolini riceve il Comandante Borghese. Nell’opera Gli ultimi in grigioverde Giorgio Pisanò raccoglie anche la testimonianza postbellica del Comandante Borghese su quei momenti: «“L’incontro con Mussolini consacrò in un certo senso le origini della ‘Decima’ come forza armata della R.S.I. Da quel momento, infatti, noi tutti ci considerammo soldati della Repubblica sociale, e sotto la sua bandiera combattemmo fino all’ultimo. Ma quel primissimo, avventuroso periodo, venne contrassegnato anche da alcuni particolari che credo interessante ricordare. Quando mi accorsi, infatti, che attorno a noi si era creato il vuoto, che istituzioni, strutture, enti, comandi, e così via, non esistevano più, capii che era necessario intraprendere in senso rivoluzionario la nuova realtà, e fornire agli uomini che stavano radunandosi attorno a me delle direttive atte a rompere decisamente con gli schemi di un passato e di una tradizione che non avevano retto alla prova dei fatti. Emanai così alcune disposizioni fondamentali: 1) Rancio unico per ufficiali, sottufficiali e marinai. 2) Panno della divisa uguale per tutti. 3) Sospensione di ogni promozione sino alla fine della guerra, fatta eccezione per le promozioni per merito di guerra sul campo. 4) Reclutamento esclusivamente volontario. 5) Pena di morte per i militari della “Decima” che vengano riconosciuti colpevoli di furto o saccheggio, diserzione, codardia di fronte al nemico”» (Giorgio Pisanò, Gli ultimi in grigioverde. Storia delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), Vol. II, Edizioni FPE, Milano 1966, pp. 1038- 1040).

 

 

I nuovi combattenti della Xa FLOTTIGLIA M.A.S.

Borghese afferma che la nuova formazione militare è al servizio della Patria e non del partito, riferendosi evidentemente tanto al vecchio P.N.F. quanto al nuovo P.F.R.

Pertanto: «“accorsero decine di migliaia di uomini di ogni età, di ogni classe sociale. Si verificarono anche casi di generali che si presentarono per arruolarsi, e a me che li volevo respingere a causa della loro età e del grado ricoperto, risposero: ‘Io sono qui per obbedire e combattere come marinaio semplice’. Tutta la storia della ‘Decima’ dal settembre del ’43 all’aprile del ’45 sta del resto a testimoniare quale forza morale e rivoluzionaria abbia ispirato la condotta dei miei marinai. Un riflesso di tale carica spirituale può essere anche identificato nello ‘scudetto’ da braccio che adottammo sulle uniformi: la ‘X’ della ‘Decima’ su campo azzurro, sormontata dal teschio con la rosa in bocca. Tale scudetto nacque, come del resto la canzone della ‘Decima’, in un piccolo alberghetto presso Lerici, dove erano ospitate la mia famiglia e quelle di altri ufficiali e dove qualche volta, di sera, riuscivamo a trovarci per trascorrere qualche ora di distensione. L’idea dello ‘scudetto’ con il teschio e la rosa rossa ci venne ricordando il comandante Todaro, Medaglia d’Oro, una delle figure leggendarie della ‘Decima’ ante 8 settembre. Todaro, come Teseo Tesei, un altro dei nostri eroi, aveva lasciato in noi della ‘Decima’ una traccia profonda e indelebile. Todaro era il mistico di un determinato tipo di vita, che cercava più che la vittoria, la bella morte: ‘Non importa’, ci diceva ‘affondare la nave nemica. Una nave viene ricostruita. Quello che importa è dimostrare al nemico che vi sono degli italiani capaci di morire gettandosi con un carico di esplosivo contro le fiancate del naviglio avversario’. Tra l’altro, prima di cadere, ci aveva parlato del suo desiderio di coniare un distintivo dove apparisse l’emblema di una rosa rossa in bocca a un teschio: ‘Perché per noi’, ci aveva detto ‘la morte in combattimento è una cosa bella, profumata’. Nel suo ricordo disegnammo così lo ‘scudetto’. E mai, forse, un distintivo fu ‘capito’ e portato con tanta passione. Perché sintetizzò veramente lo spirito rivoluzionario, beffardo, coraggioso, leale che animò, in terra e sul mare, gli uomini della ‘Decima’ repubblicana”» (Ibidem, p. 1040).

 

 

Il saluto militare della Decima.

Un altro particolare segno distintivo della Xa Flottiglia M.A.S. riguarda il saluto militare: «Il comandante di reparto apriva le assemblee rivolgendo ai suoi ragazzi un forte: “Decima, marinai!” e la truppa schierata rispondeva a una voce, altissimo: “Decima, Comandante!”. Il grido esprimeva la stretta unione fra chi dava gli ordini e chi li eseguiva, e insieme prometteva da una parte all’altra, lealtà e fiducia» (Guido Bonvicini, Decima Marinai! Decima Comandante! La fanteria di marina 1943-1945, Ugo Mursia Editore, Milano 1988, p. 26).

Anche questo aspetto dava un marcato senso di fastidio a molti politici e militari di regime. In ogni caso il rapporto tra la Xa Flottiglia M.A.S. e il Governo Italiano vengono chiaramente stabiliti: «l’indipendenza formale e sostanziale che era garantita dal patto con le forze armate tedesche veniva completata da una volontaria adesione al governo repubblicano italiano, riconosciuto come esistente di fatto e di diritto» (Ibidem, p. 16).

Alla fine del mese di settembre, come scrive Donald Guerrey «Borghese incontrò a Berlino l’ammiraglio Doenitz, comandante in capo della Marina, col quale concordò di mettere la flottiglia, o almeno una sua parte, sotto il comando congiunto di essa e dell’Abwehr. Per i due mesi seguenti vi fu un’aspra disputa sui rispettivi ruoli di queste due organizzazioni [sopraggiunte a seguito della costituzione della Repubblica Sociale Italiana e culminati con l’arresto del Comandante Borghese. N.d.A.], ma i primi del 1944 si raggiunse un’intesa, dopo di che reclutamento, addestramento ed espansione furono accelerati. La componente navale della Decima fu incorporata nei KdK [Kommando der Kleinkampfverbände, Comando delle unità minori di battaglia. N.d.A.] e la maggior parte degli uomini Gamma vennero posti a disposizione dell’Abwehr II per i sabotaggi. Sotto il controllo italiano rimasero i battaglioni di fanteria, guastatori alpini e genio (Barbarigo, San Giusto, Lupo, Serenissima, Freccia) e un reggimento di artiglieria (Condottieri). All’inizio fece parte della Decima anche il I° reggimento fanteria di marina San Marco, comuni combattenti non specializzati, impiegati come fanteria; questo però fu un serbatoio cui attinsero i tedeschi per le operazioni dell’Abwehr. L’espansione portò la Decima, innalzata al rango di divisione dal 1° maggio 1944, a un totale massimo di quasi trentamila uomini, inquadrati in battaglioni o gruppi di fanteria, artiglieria e genio, più una quantità di reparti speciali (sempre chiamati X Flottiglia MAS, ma solo una parte del tutto) di sabotatori, nuotatori-paracadutisti eccetera. Nei primi mesi del 1944 il reggimento San Marco aveva contribuito a formare la X divisione MAS o X MAS, per cui il suo nome fu dato alla divisione di fanteria di Marina della RSI, addestrata in Germania fino al luglio-agosto 1944, quando venne trasferita in provincia di Savona, dove rimase di stanza, in attesa di uno sbarco alleato che non si ebbe mai; fu impiegata nella repressione del movimento partigiano e, in misura minore, sul fronte della Garfagnana contro brasiliani e afroamericani» (Donald Guerrey, La guerra segreta nell’Italia liberata. Spie e sabotatori dell’Asse 1943-1945, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2004, p. 94). (3)

 

 

Le forze in campo.

Le forze combattenti italiane vengono “nominalmente” riunite sotto un’unica bandiera, seppure da subito sorgano tensioni di vario genere perché da un lato si vorrebbe una Milizia forte e sotto cui militi l’Esercito, dall’altro un Esercito sotto cui militi anche la Milizia.

Non si può sottacere come le truppe italiane passate al nemico siano fatte combattere anch’esse sotto un’unica, ma diversa bandiera: però si tratta di soldati che fanno parte del Corpo Italiano di Liberazione, che non ottengono né subito né mai la qualifica di “alleati”.

Dalla storia bellica narrata da più autori e da molteplici angolazioni, dai resoconti militari e dai documenti emerge sempre e chiaro il dato di fatto che discordie meramente personali, ideologiche, partitiche e militari non siano messe da parte per fare “fronte comune” innanzi alle reali urgenze dettate dalla guerra in corso. Non si può sottacere che taluni personaggi possano avere agito in accordo con l’avversario, ovvero con gli angloamericani, oppure avere obbedito a direttive emanate dalle logge massoniche d’appartenenza, il che equivale, in entrambi i casi, a quello che il Codice Penale Militare indica con il nome tradimento. (4)

Nel frattempo l’11 gennaio 1944 a Verona sono fucilati come traditori alcuni personaggi di spicco del passato regime fascista, tutti appartenenti al decaduto Gran Consiglio del Fascismo; altri, come ad esempio Dino Grandi, sono condannati in contumacia. (5)

Senza scendere in dissertazioni sull’ancora oggi controverso argomento e sulle successive conseguenze politiche e militari, si può ricordare che l’organizzazione militare della R.S.I. è ben lungi dal poter essere dichiarata operativa. Difatti le uniche truppe pronte a combattere, seppure solo in parte adeguatamente addestrate, si trovano nelle fila della Xa Flottiglia M.A.S.

Il 13 gennaio, il Comandante Borghese è “curiosamente” fatto arrestare da Ferrini a Gargnano, dove si era recato per conferire con Benito Mussolini, ed è tradotto in carcere nel castello di Brescia, antica fortificazione presidiata dalla G.N.R. Arresto quanto mai “inopportuno” dal momento che gli angloamericani s’apprestano ad un nuovo sbarco che avviene il 22 gennaio a Nettunia, meglio noto come “sbarco di Anzio-Nettuno”.

 

 

Borghese non s’arrende.

La storia dalla “rivolta di Borghese”, ovvero dalla sera in cui il Comandante ha udito alla radio l’annuncio di Badoglio fino al 25 aprile 1945, è stata presentata e commentata da numerosi autori con versioni tutt’altro che concordi tra loro.

Innanzitutto Junio Valerio Borghese è un militare e come tale ha prestato giuramento, intraprendendo la guerra come richiesto dallo Stato che l’aveva dichiarata. I rivolgimenti politici del luglio 1943 gli fanno capire che il Regno d’Italia potrebbe chiedere una pace separata. Vista la perplimente conduzione sia della politica italiana sia della guerra e soprattutto da parte della Regia Marina, ritiene che ci si debba opporre a “una pace separata e vergognosa”. Difatti lui sta conducendo la guerra come ci si può aspettare da un qualsiasi soldato ed è conscio che l’unica possibilità di uscirne con onore è battersi lealmente.

In questo ambito non si è in grado di affermare se Junio Valerio Borghese fosse perfettamente al corrente della situazione in cui versava lo Stato Maggiore Italiano. Oppure se fosse a conoscenza della ferma intesa tra personaggi di spicco di Casa Savoia, tra i quali il Re in primis, nonché tra persone della politica e delle Forze Armate, con personaggi altrettanto di spicco e appartenenti a Stati contro i quali si sarebbe potuti entrare in guerra. Certamente doveva essere a conoscenza del fatto che numerosi alti ufficiali erano affiliati a logge massoniche e l’obbedienza di costoro andava innanzitutto alle logge d’appartenenza e non già alla Bandiera su cui avevano giurato e innanzi a uno Stato che li stipendiava più che lautamente.

Certamente a Borghese molte faccende non dovevano essergli ignote, soprattutto dopo avere sperimentato in prima persona il fallimento di numerose missioni di guerra e non certo per imperizia sua o dei suoi marinai. Come ampiamente dissertato da vari autori vi sono stati fin dall’inizio delle ostilità una chiara incapacità nei settori di comando e un chiaro tradimento da parte di taluni e sicuramente di troppi.

La guerra porta Junio Valerio Borghese ad avere contatti con ufficiali Tedeschi e ad apprezzarne l’operato. Pertanto, dopo due anni di guerra, reputa che non si possa tradire l’Alleato con “una pace separata e vergognosa”. Non essendo uno sprovveduto e un disinformato si sarà anche reso conto a che cosa sarebbe andata incontro l’Italia a seguito di una resa. Altrettanto certamente non aveva previsto, quel 9 settembre del 1943, che in Italia si sarebbe scatenata una vera e propria guerra civile protrattasi fino al 1947, con strascichi anche negli anni successivi. Si ritrova inoltre “imbrigliato” nella costituzione di una Repubblica, quella Sociale, con elementi del vecchio Partito Fascista e con tutte le pregiudiziali che questo comportava per la buona conduzione della guerra.

Questo avrebbe comportato il dover affrontare tanto il sospetto quanto la sfiducia delle Forze Armate Tedesche, sentimenti rinnovati dall’approssimativa conduzione della guerra anche da parte della R.S.I.

 

 

Commilitoni passati al nemico.

Borghese deve fare consequenzialmente fronte non solo ai noti avversari, ma anche agli ancor meglio noti ex-commilitoni oramai combattenti nell’opposto schieramento. Deve fare fronte, soprattutto, alle “forze partigiane” (meglio definibili “bande parteggianti”) che combattono nel suo stesso territorio: con esse cercherà, quando possibile, di giungere ad una sorta di accordo innanzitutto perché considera che tale guerra sia fratricida e non desidera vedere ulteriore sangue italiano versato, ma si preoccupa anche per l’incolumità dei suoi uomini, fatti oggetto d’attentati e di attacchi “alle spalle”. Soprattutto la sua preoccupazione va alla popolazione civile, inevitabilmente coinvolta dalle “operazioni partigiane” e sottoposta alle rappresaglie conseguenti agli attentati contro le forze combattenti. A tutto ciò si aggiungono le rappresaglie perpetrate dai “partigiani-parteggianti” contro i civili considerati “collaborazionisti”.

Sul fronte carsico, nella Terra d’Istria italiana, nel Friuli e nella Venezia Giulia dovrà necessariamente trovare accordi con talune “formazioni partigiane” e successivamente con gli angloamericani affinché i civili non vengano continuamente trucidati dalle forze combattenti comuniste agli ordini del Maresciallo “Tito”, ovvero il sig. Josif Weiss (o Broz), fondatore del Partito Comunista Jugoslavo di confessione ebraica.

Non in ultimo, si prodiga affinché le forze tedesche in ritirata evitino di causare ulteriori problemi e lutti alla popolazione italiana.

 

 

L’indiscutibile operato.

Parlando dell’operato proprio e della Xa Flottiglia M.A.S., Borghese scrive: «Ha assistito la popolazione bisognosa; ha evitato in tutti i modi la disastrosa guerra civile, ma ha lottato – sempre con buona guerra – contro il banditismo, mai contro il patriottismo. Ha collaborato per evitare distruzioni [e] sabotaggi da parte germanica; ha il merito della salvezza del porto di Genova. Ha difeso al massimo limite delle sue possibilità il suolo della Patria contro gli invasori e, in particolare, la Venezia Giulia contro le orde di Tito» (Junio Valerio Borghese, La Xa Flottiglia MAS, Effepi, Genova 2016, p. 73).

Il Comandante Junio Valerio Borghese ha fatto tutto l’umanamente possibile per cercare di salvare il più possibile nel corso dell’affondamento della Nazione.

Leggendo i testi dei Manifesti e dei Volantini conservati presso collezioni sia pubbliche sia private si può affermare che il Comandante Borghese fosse perfettamente conscio del valore dimostrato in guerra da lui e dalla Xa Flottiglia M.A.S. Ed era altrettanto conscio della rilevanza che avrebbero avuto nella storia futura dell’Italia le gesta prima (ante 8 settembre) e la decisione di non recedere poi.

Nel Volantino vincere nel tempo c’è scritto: «A noi, marinai della Decima, questa coscienza dà forza e certezza. Chi potrà domani tracciare una storia dell’Italia senza ricordarci e senza ammirarci? Sì, ammirarci anche: giacché la storia ricorda solo coloro che ne sono degni».

 

Dopo la conclusione della guerra Junio Valerio Borghese scrive di suo pugno:

«Oggi il dovere di ciascuno di noi è di lavorare: con i nostri principi di allora e di sempre: onestà, lealtà, coraggio e competenza»

(Associazione Combattenti Xa Flottiglia Mas, Capitano di Fregata Medaglia d’Oro al Valore Militare Junio Valerio Borghese, 1906-2006 centenario della nascita, Milano 2006, p. 69).

 

 

 

Note

 

1) La voce dei “fascisti rossi” è la rivista fondata a Roma nel 1947: Pensiero Nazionale, finanziata anche dal Partito Comunista Italiano. Sull’argomento “comunismo” vedere utilmente l’articolo Falce e maglietto, apparso su Ereticamente. Sul ruolo giocato anche dal P.C.I. nel dopoguerra prendere visione di Prigionieri!, sempre su Ereticamente.

Gioele Magaldi nel libro Massoni dichiara d’essere affiliato alla loggia “Thomas Paine”, che è «la più antica Ur-Lodge del mondo (risale al 1849-1850)» (Gioele Magaldi -con collaborazione di Laura Maragnani-, Massoni. Società a responsabilità illimitata. La scoperta delle Ur-Lodges, Chiarelettere Editore, Milano 2016, p. 22). Affiliati a questa loggia figurano, tra i tanti, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Charles Darwin, George Orwell, Eleanor Roosewelt, Gandhi, ecc. Per quanto concerne le Ur-Lodges: «È un network di superlogge che nascono costitutivamente su base cosmopolita e vocazione identitaria e operativa sovranazionale» (Ivi).

 

2) Un breve nota sull’Ammiraglio di Squadra Antonio Legnani (Asti 1888 – Lonato 1943): «All’atto dell’armistizio, fervente sostenitore del regime, scelse senza esitare la collaborazione con le forze germaniche e aderì alla R.S.I., assumendo il 23 settembre 1943 l’incarico si sottosegretario di stato per la Marina. Morì per incidente automobilistico meno di un mese dopo, il 20 ottobre del 1943, a Lonato (Brescia). A seguito del decesso, nel dopoguerra non fu aperto procedimento nei suoi confronti. La revisione critica della storia militare del dopoguerra ha sollevato sul suo operato di comandante in capo dei sommergibili alcune valutazioni negative, specie per quanto attiene il suo intervento nel 1937-1938, teso a chiudere definitivamente le sperimentazioni, pur positive, fatte nel 1933 sul sommergibile H 3 sull’impiego del sistema “ML” (noto un decennio più tardi come schnorkel) del maggiore del Corpo del Genio navale Pericle Ferretti (vds.), che permetteva la navigazione in immersione delle unità subacquee con i motori termici e con la piena capacità di arieggiare i locali interni del battello. La documentazione della giustificazione del diniego a proseguire le sperimentazioni e della decisione di demolire i sistemi “ML” già pronti oggi non esiste, ma i più accreditati critici la ritengono in linea e consona ai criteri d’impiego dei sommergibili dell’epoca» (Paolo Alberini, Franco Prosperini, Uomini della Marina 1861 – 1946. Dizionario biografico, Ufficio Storico della Marina Militare, Stato Maggiore della Difesa, prima ristampa, Nadir Media, Roma 2016, p. 297).

Per quanto concerne la valutazione dei “più accreditati critici”, dissento fortemente. In ogni caso si consideri che ogni lavoro dell’Ufficio Storico della Marina Militare dello Stato Maggiore della Difesa è indubbiamente ben documentato, ma altrettanto certamente risente di più d’un “vizio di forma” perché la Regia Marina si consegnò al nemico. Oggi lo stato italiano non è tale perché soggetto al diktat militare americano costituito innanzitutto da una guerra persa dall’Italia e dall’odierna esistenza di 114 basi militari operative americane sul suolo italiano. Taluni “storici” possono forse scrivere qualche cosa di differente da quello che è stato imposto a seguito della resa incondizionata? Costoro, se vogliono mantenere il loro posto di lavoro, possono scrivere qualche cosa che si discosti dall’imposto “pensiero unico”?

 

3) L’Abwehr (Difesa della Sicurezza) è il servizio di sicurezza e informazioni della Werhmacht e dipende direttamente dall’OKW (Oberkommando der Wehrmacht), ovvero il Comando supremo delle Forze Armate Tedesche (Esercito, Marina e Aeronautica). È utile ricordare che l’Ammiraglio Wilhelm Canaris (Aplerbeck 1997 – Flossenburg 1945) è il capo dell’Abwehr dal 1935 fino al 1° marzo 1944; implicato nell’attentato del 20 luglio 1944 al Cancelliere di Germania Adolf Hitler è incarcerato e giustiziato l’anno seguente. L’Abwehr è assorbito nel marzo del 1944 dal RSHA (Reichsicherheitshauptamt), il Comando Supremo della Sicurezza del Reich responsabile già della Gestapo (Geheime Staatspolizei, Polizia Segreta di Stato), della Kripo (Kriminalpolizei, Polizia Giudiziaria) e del SD (Sicherheitsdienst, Servizio di Sicurezza del Partito Nazionalsocialista). L’SS-Obergruppenführer Ernst Kalterbrunner (Ried im Innkreis 1903 – Norimberga 1946) diviene Comandante in capo del RSHA a seguito dell’assassinio del Viceprotettore di Boemia e Moravia SS-Obergruppenführer Reinhard Heydrich (4 giugno 1942).

 

4) Il Codice Penale Militare di Guerra, nel Libro Terzo, Dei reati militari, in particolare, Titolo Secondo Dei reati contro la fedeltà e la difesa militare, Capo I Del Tradimento, Art. 51 (Aiuto al nemico), dice: «Il militare, che commette un fatto diretto a favorire le operazioni militari del nemico ovvero a nuocere altrimenti alle operazioni delle forze armate dello Stato italiano, è punito con la morte con degradazione»; l’Art. 52 (Nocumento alle operazioni militari) recita: «Il militare, che, fuori dei casi preveduti dall’articolo precedente, impedisce od ostacola lo svolgimento di attività inerenti alla preparazione o alla difesa militare, è punito, se dal fatto è derivato nocumento alle operazioni di guerra dello Stato italiano, con la reclusione non inferiore a dieci anni» (Ministero della Guerra, Codici Penali Militari di pace e di guerra, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1941 anno xix, pp. 379-380).

 

5) Vengono condannati a morte e fucilati: Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi; Cianetti è condannato a 30 anni di reclusione. Condannati a morte in contumacia: Acerbo, Albini, Alfieri, Bastianini, Belella, Bignardi, Bottai, De Marsico, De Stefani, De Vecchi, Federzoni, Grandi, e Rossoni. Oggi è certo che almeno la buona parte del Gran Consiglio del Fascismo fosse affiliato alla Massoneria. Pertanto ci si chieda: il Gran Consiglio del Fascismo poteva essere avverso alla Massoneria nonostante l’esistenza della Legge del 1925 inerente le associazioni segrete?

 

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Categorie: Controstoria, X Mas

Pubblicato da Ereticamente il 20 Aprile 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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