“CONSIDEREREMO ALLA STREGUA DI DISERTORI COLORO CHE NON SI RECHERANNO ALLE URNE” (il 1921 sulle pagine de “L’Assalto”, giornale del Fascio bolognese di Combattimento) – 3° capitolo: 30 aprile -28 maggio)

“CONSIDEREREMO ALLA STREGUA DI DISERTORI COLORO CHE NON SI RECHERANNO ALLE URNE”  (il 1921 sulle pagine de “L’Assalto”, giornale del Fascio bolognese di Combattimento)  – 3° capitolo:  30 aprile -28 maggio)

“E’ semplicissimo. Vogliamo vincere. Vogliamo vincere perché sentiamo di essere degni della vittoria. Più ancora, perché il Paese attende da noi una parola rinnovatrice ed un’azione conclusiva, che realizzi quanto è contenuto nelle nostre premesse” (1)

  1. DALLE PIAZZE AL PARLAMENTO

Contro ogni pregiudizio scaramantico, col numero 17, in edicola il 30 aprile, “L’Assalto” diventa quotidiano, e cambia la sottotitolazione da “Periodico del fascio bolognese di combattimento” nel più pretenzioso: “Quotidiano del Fascismo”. La scelta evidentemente ha  carattere squisitamente elettorale: mancano 15 giorni al giorno del voto, e l’esigenza di potenziare al massimo gli strumenti di propaganda prevale sulla prudenza che le non rosee finanze suggerirebbe.

Nulla va trascurato, perché, alla vigilia del voto, si profila anche   il rischio che i colleghi di lista del Blocco, più rodati nei maneggi schedaioli, riescano ad imbrogliare le carte. Il richiamo alla massima attenzione è, in questo senso, fermo e preciso:

“A tutti i fascisti !

In questo periodo di lotta elettorale, tutte le vecchie ambizioni delle vecchie camarille si sono scatenate, e dappertutto si tenta, in tutti i modi, di sfruttare il movimento dei Fasci di Combattimento, salvo poi a SABOTARE I CANDIDATI FASCISTI nei voti di preferenza.

Mettiamo in guardia tutti i Fasci e tutti i Nuclei fascisti, perché non si prestino al subdolo gioco, perché tengano costantemente l’effettiva direzione della lotta elettorale dappertutto, escludendo inesorabilmente gli elementi non fidati.

Tutti Fasci ed i fascisti hanno il dovere sacrosanto di favorire I LORO CANDIDATI e di attenersi scrupolosamente agli ordini che giungeranno dal Direttorio dei Fasci. Chi manca a questo sacrosanto dovere di DISCIPLINA tradisce la causa del Fascismo che è la causa d’Italia. Lavoro assiduo, sorveglianza costante e direzione nella lotta, disciplina.

ECCO IL SEGRETO DELLA NOSTRA VITTORIA FASCISTA.” (2)

I candidati di Bologna sono Arpinati, Baroncini, Grandi e Oviglio, mentre quelli di Ferrara sono Mussolini e Gattelli. Assente dalla competizione, per sua scelta, Balbo, che pure sarebbe plebiscitariamente eletto, per la fama che si è conquistato in pochi mesi.

Comunque, per il momento, a fare premio su ogni alchimia elettorale è l’urgenza degli avvenimenti. La prima pagina  dello stesso numero 17 del giornale è interamente intitolata a Amos Maramotti, diciottenne studente di Reggio Emilia, a Torino per motivi di studio, caduto durante l’assalto alla Camera del Lavoro cittadina.

Episodio noto, e che non è qui il caso di riepilogare, se non per un particolare, che tale non è, perchè rivelatore dello “spirito” che anima questi ardimentosi.  Maramotti, infatti, quasi per tragico presentimento, prima di partire per l’azione, ha scritto un biglietto alla madre, nel quale è detto: Mamma, vado forse a morire. Non piangere, ma sii orgogliosa di tuo figlio. Viva L’Italia ! Viva il fascismo “

È proprio la tragica fine del giovane squadrista a segnare la differenza tra questo episodio e quanto avvenuto il 4 novembre dell’anno prima a Bologna. Per il resto, il piccolo numero, le modalità dell’azione, che conosce, in ambedue i casi,  una forte reazione degli avversari, lo stesso obiettivo prescelto, segnano una costante di comportamenti tanto arditi e fino allora “impensabili”, quanto approssimativi nell’organizzazione, che contrassegnerà tutta la stagione rivoluzionaria.

Ciò che è certo è che a Torino, come nel  capoluogo emiliano, un’azione si dimostra più risolutiva di mille parole:  dal giorno 26, in città, il pericolo bolscevico sarà ridimensionato e non spaventerà più nessuno.

I fascisti di tutta Italia non potranno non trarne insegnamento.

La campagna elettorale bolognese scorre, in verità, abbastanza tranquilla, così che il giornale può orgogliosamente affermare, sul numero 19: In città non trovate più un bolscevico, a cercarlo col lanternino”, né modifica più di tanto la situazione qualche non gravissimo incidente che si verifica qua e là nei paesi, ultimo residuo di regolamenti di conti ancora in sospeso.

Contro il Primo maggio socialista, manifestazioni si tengono, in molti centri della provincia, in occasione del 21 aprile, per   celebrare quel “Natale di Roma” che, proprio a Bologna, il 3 aprile, Mussolini ha indicato come giornata fascista destinata a sostituire la tradizionale Festa del Lavoro.

Nella  ventina di giorni che precedono la consultazione vera e propria, è quasi  impossibile tenere il conto dei comizi fascisti in tutta l’Emilia. Essi, infatti,   raggiungono anche i centri più piccoli, e talora si accompagnano alla costituzione di Fasci locali. In prima fila, instancabili, sempre Oviglio, Baroncini e Grandi.

Quest’ultimo ha un rapporto controverso con la base squadrista, che, da un lato resta diffidente verso la sua scarsa propensione all’azione (nella quale il primo attore resta il “silenzioso” Arpinati), ma dall’altro  ne subisce   il fascino oratorio e culturale.

Le sue posizioni di “sindacalista integrale” lo rendono invece poco gradito alla parte più conservatrice del Blocco elettorale, tanto che lo stesso giornale deve, sul numero 24 del 9 maggio, dedicargli un trafiletto (a lui, che ne è il Direttore !) contro il malumore di quelli che, ai tempi della raffica bolscevica, non seppero far nulla di meglio che tapparsi nel proprio stabbio e tremar verga a verga”.

In effetti, quella che si svolge all’interno dello schieramento “nazionale” è una contesa aspra, che in parte si estende al campo fascista, dove vede contrapposti (anche con qualche venatura personalistica)  Arpinati e Grandi, principali rappresentanti di due schieramenti che hanno le stesse motivazioni ideologiche di fondo, ma evidenziano sfaccettature diverse che sfuggono ad ogni tradizionale classificazione precedente.

Così, con Arpinati, pragmatico e sostenitore della priorità del Partito, si schierano insieme squadristi e sindacalisti della Camera Sindacale del Lavoro (potremmo dire, a sciabolate, uomini di una “nuova sinistra”), insieme – e questo non può non apparire strano ad un osservatore superficiale  a qualche esponente della destra fascista che spera di riuscire a “pilotare” l’azione “militare” dell’impetuoso capo.

Con Grandi, non molto gradito agli squadristi, come si è detto, ci sono i sindacalisti “di base” (ivi compresi molti che già furono delle vecchie associazioni leghiste e cooperative, che i vecchi modelli vogliono riproporre), mentre contro si mobilita la destra fascista e fiancheggiatrice, nonché i “giovani liberali” capitanati da Giuseppe Cangini e Giuseppe Osti.

Per ora, comunque, la campagna elettorale va avanti, e proprio Baronicini, che fu già sindacalista nella natia Imola,  è protagonista di una vicenda personale i cui contorni restano non ben chiariti. La conclusione è che, con una lettera al Fascio,   pubblicata integralmente da “L’Assalto”, e poi  riprodotta in ogni numero, fino al giorno delle elezioni, egli – che pure è uno dei più attivi esponenti fascisti, con più di una chance di elezione  ritira la sua candidatura:

“Carissimi amici del Fascio di combattimento,

per un sentimento di disciplina accettai la candidatura fascista da voi offertami, ma per lo steso sentimento di disciplina e di attaccamento per il Fascio credo mio dovere ritirarmi dalla lotta per ridurre quanto più è possibile il numero dei candidati fascisti sui quali dovranno essere concentrate le preferenze di tutti coloro che riconoscono al Fascio di combattimento il merito di aver salvato il nostro Paese dal dissolvimento e dalla catastrofe.

In quest’ora tutti i vecchi Partiti e le vecchie consorterie tentano di sfruttare l’opera fascista e di sabotare i nostri candidati, ma io sono sicuro che il corpo elettorale, nel suo illuminato discernimento, saprà, con in voti di preferenza, designare a propri rappresentanti coloro che, con la loro intelligenza e col braccio prepararono questi giorni di rinascita nazionale.

La mia modesta opera rimane però tutta per voi, fino all’ultimo.

E faccio voti perché questa nostra battaglia segni una nuova gloriosa tappa del fascismo italiano.

Fraternamente, Bologna 6.5.21 “ (3)

Un gesto sicuramente generoso, in pratica teso a favorire, con la concentrazione delle preferenze, Dino Grandi, esponente di spicco di quella corrente di “democrazia rurale” nella quale il dimissionario si riconosce.

Sul piano normativo è da ritenere che il ritiro della candidatura  non sia in sé produttivo di effetti, e valga, piuttosto, sul piano politico,  come indicazione di “non voto” agli elettori. Infatti, la lista del Blocco Nazionale che il giornale riproduce praticamente su ogni numero, fino  al giorno precedente il voto, continua a comprendere il nome del “rinunciatario”. Nel dettaglio, essa è così composta:

“Arpinati Leandro (fascista) – Baroncini rag. Gino (fascista) – Biagi avv. Bruno (combattente) – Cangini avv. Giuseppe (liberale) – Carlotti avv. Asvero (liberale) – Franchi avv. Guido (liberale) – Colliva avv. Cesare (liberale) – Gattelli barbato (fascista) – Grandi avv. Dino (fascista) – Levi ing. Giorgio (per i tecnici) – Manaresi avv. Angelo (combattente) – Mantovani ing. Vico (agrario) – Mussolini prof. Benito (fascista) – Orlandi avv. Antonio (radicale) – Oviglio avv. Aldo (fascista) – Pavone colonnello Giuseppe (combattente) – Pini Aldo (mutilati-tecnici) – Sitia prof. Pietro (liberale) – Tumedei dott. Cesare (nazionalista) – Tumiati prof. Leopoldo (combattente)” (4)

 

  1. “LE LEGNATE FASCISTE SI SENTONO ANCHE AL KREMLINO DI MOSCA”

Sul numero dell’11 maggio del giornale appare un curioso articoletto, che riprende una corrispondenza da Zurigo del “Il Popolo d’Italia”, riferita ad uno scritto   di Lenin apparso su “La Pravda”. Nel suo pezzo,  il leader bolscevico, dopo aver lamentato il sacrificio inutile di ingenti somme spese per la propaganda bolscevica sembra prefigurare un esito non positivo delle prossime elezioni italiane, e quasi rinviare al futuro la ripresa del sovversivismo nazionale:

“Potranno entrare nella nuova camera 50 Deputati socialisti in meno – dice Lenin – ma il malcontento resta, la borghesia malata non sarà mai in grado di farlo cessare, e il popolo deluso tornerà a noi tra non molto, se sapremo comportarci in modo da riguadagnare la sua fiducia”. (5)

Il commento de “L’Assalto” a un così autorevole giudizio, è irridente:

“Le legnate fasciste si sentono – a quanto pare – anche al Kremlino di Mosca. Si direbbe che il “divo” bolscevico è in uno stato d’animo piuttosto negativo per quanto concerne il pussimo italiano. Notiamo l’ammissione leniniana circa l’invio di forti somme in Italia. Denaro speso male, ha l’aria di pensare il dittatore non più del tutto bolscevico.

Quanto poi alle previsioni per il futuro, chi vivrà vedrà, e a vedere non sarà precisamente Lenin e i suoi gregari d’Italia.“ (6)

In verità, a Bologna e provincia, non è più tempo di “legnate”. Meno di quattro mesi sono bastati per polverizzare l’organizzazione di Leghe, Case del Popolo, Cooperative e Camere del Lavoro che sembrava invincibile, e autorizzare la rivincita di chi ieri fu costretto a subire.

Così, il rurale obbligato alla sera a passare alla sede della Lega, offrire da bere a tutti i presenti, e bere lui stesso, mentre legge, ad alta voce,  l’articolo di fondo dell’Avanti, si toglie ora lo sfizio di far ingurgitare qualche cucchiaio di olio di ricino al prepotente che lo aveva ieri perseguitato, perché è sicuro dell’intervento di supporto, se occorre, della squadra fascista del paese.

La stessa squadra che se la ride, mentre vede sfilare i fifoni del “biennio rosso” che hanno preso coraggio, e se ne vanno cantando, sotto le poche residue bandiere con falce e martello esposte a qualche finestra“E quando comandavi – a letto ci mandavi – ed ora che si comanda – a letto ti si manda”.

Beghe paesane che sono “anche” politiche, e che si possono rimandare ad altro momento. L’impegno ora è quello di arrivare ad un successo nelle urne. Le raccomandazioni “tecniche” ai rappresentanti del Blocco, invitati “in caso di osservazioni a rivolgersi sempre cortesemente, e con sangue freddo, al presidente del seggio”, si alternano ad un linguaggio militaresco, quasi si tratti di una battaglia della guerra appena conclusa.

Sul numero 26 del 12 maggio, il gergo trincerista è ripetuto due volte:

“Mobilitazione fascista

Nei giorni di venerdì, sabato e domenica (13,14 e 15 corr.) tutti i fascisti sono obbligati a passare alla sede (via Marsala 30) a prendere ordini.

Nessuno manchi.

…..

Ai cittadini elettori ricordiamo l’obbligo di recarsi a votare domenica 15 p. v. corrente.

Considereremo alla stregua dei disertori coloro che, per indolenza o per vigliaccheria, non si recheranno alle urne. Le nostre squadre vigilano. In guardia !” (7)

La chiusura della campagna è, in pratica, affidata a Grandi, mentre Arpinati è assente anche perché malato, come  informa il giornale, per evitare ogni insinuazione, e specificando che trattasi  di malattia che “pur non investendo alcun carattere di gravità, lo tiene obbligato al letto”.

Il discorso dell’avvocato imolese, pubblicato in prima pagina, e accompagnato dalla definizione di “forte”, affronta tutti i temi sul tappeto, dalla crisi dello Stato alla politica estera, dai rapporti tra Fiumanesimo e Fascismo alla prospettiva di una “nuova democrazia”.

Soprattutto, però, vi è la volontà dell’oratore di “spiegare” che cosa è il Fascismo:

L’insurrezione fascista ha, infatti, gli stessi caratteri della Rivoluzione romantica dell’800. Essa è stata compiuta da due forze distinte: dalla giovinezza combattente che, tornata esausta e delusa dalla guerra, di fronte al tradimento perpetrato dalle classi dirigenti la nostra politica e la nostra economia, e di fronte allo sfruttamento demagogico ed al dileggio del combattente, ha ritrovato ad un tratto tutta l’antica fede mazziniana nel sacrificio.

E un’altra generazione, quella dei giovanissimi, gli adolescenti di ieri che hanno sentito nel Fascismo quel contenuto ideologico di cui erano ormai completamente prive le carcasse esauste dei vecchi partiti nazionali, e di cui tanto più è privo quel Partito socialista, il quale, nato dal più brutale determinismo storico, e dopo aver falsato perfino i suoi presupposti marxisti, si preparava ad instaurare in Italia una tirannide antiliberale e antisocialista….

Il Fascismo è stata una grande rivolta guelfa, ed il segreto della sua vittoria sta nell’intuito e nell’istinto che ha creato ad un tratto, nella parte migliore del nostro popolo, al di sopra di tutti i teoremi e di tutti i sillogismi filosofici, un’imperiosa necessità di salvare la razza dal dissolvimento e dalla decadenza più paurosa.” (8)

Che Grandi, e con lui tutto il Fascismo bolognese, conti molto sul discorso come decisiva carta per convincere anche gli incerti, lo dimostra il fatto che esso, oltre ad occupare l’intera prima pagina, è riproposto in un foglio allegato, come “supplemento”, probabilmente per il volantinaggio per le strade e la massima diffusione.

E, finalmente, le elezioni arrivano, e…passano. Sul giornale del 21 maggio, il primo dopo il voto, che torna alla sua vecchia periodicità settimanale, al centro della prima pagina, c’è l’elenco dei Deputati fascisti.

Elenco impreciso, che parla di 45 eletti, mentre fanno il loro ingresso in Parlamento solo 37 fascisti (35 eletti col Blocco Nazionale e 2 in liste autonome), ma l’errore poco conta, a fronte di ciò che sta per accadere.

Ad accendere la miccia è lo stesso Mussolini, con un’intervista, il 21 maggio,  al “Giornale d’Italia”, nella quale prende  di petto il problema istituzionale, affermando che il suo movimento non ha pregiudiziali monarchiche o repubblicane.

Posta così brutalmente, la questione della “tendenzialità è destinata a provocare le proteste di alcuni dei neoeletti e dei Fasci del Mezzogiorno: a Bari, per esempio, duecento fascisti si dimettono. L’episodio, però,  è destinato a rimanere isolato, mentre prevalgono nettamente le posizioni di appoggio al Capo.

Grandi, per esempio, dirà che, dopo l’ intervista, le adesioni allo squadrismo romagnolo raddoppiano, mentre Balbo il 30 maggio riunisce tutti i Segretari politici della sua zona, che manifestano pieno appoggio a Mussolini.

A Bologna, quindi, sintonia piena tra vertice politico e base squadrista. Ma non durerà molto….

 

NOTE

  1. “L’Assalto”, numero 21 del 6 maggio 1921: “Vogliamo vincere”, in prima pagina
  2. “L’Assalto”, numero 19 del 4 maggio 1921: “A tutti i fascisti”, in terza pagina
  3. “L’Assalto”, numero 24 del 9 maggio 1921: “Il generoso gesto di Gino Baroncini”, in prima pagina
  4. “L’Assalto”, numero 28 del 14 maggio 1921: “La lista del Blocco nazionale”, in seconda pagina
  5. “L’Assalto”, numero 25 dell’11 maggio 1921: “Il rimpianto di Lenin per il denaro speso in Italia”, in prima pagina
  6. Ibidem
  7. “L’Assalto”, numero 26 del 12 maggio 1921, trafiletti in seconda pagina
  8. “L’Assalto”, numero 26 cit.: “Il forte discorso dell’avv. Dino Grandi al teatro Comunale”, in prima pagina
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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 14 aprile 2018

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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