Aquarius – parte prima – Gabriele Adinolfi

Aquarius – parte prima – Gabriele Adinolfi

Viviamo un’epoca di trasformazioni rapide e radicali oltre qualsiasi aspettativa. Quella che viene definita Globalizzazione è contrassegnata da una rivoluzione tecnologica che si è riversata sulle concezioni stesse di tempo e di spazio, sui mercati, sulle frontiere, sull’immaginario, sul linguaggio e sulle comunicazioni. È l’avvento dell’Era dei Satelliti, con l’affermazione di quello che Geminello Alvi definì Nomos dell’Aria, coincidente con il passaggio nell’Età dell’Acquario. Una rivoluzione che ha inciso sul nostro quotidiano non meno di quella industriale o di quella elettrica e ha cambiato profondamente il nostro modo di relazionarci tra di noi, fino a produrre mutazioni antropologiche profonde e forse definitive. A questa rivoluzione se ne aggiungono altre: le esplosioni demografiche terzomondiste e i declini demografici nel nord di un mondo sempre più interrelato e in continuo movimento. Ciò sta producendo in Europa quella che è stata definita come Grande Sostituzione di popolazione e che de Benoist più correttamente interpreta come Grande Trasformazione, col che indica soprattutto il tramonto biologico in atto in Europa, ancor troppo ricca e già troppo vecchia. Satelliti e mutazioni demografiche hanno reso ormai superate e desuete le sovranità statali dell’epoca giacobina e trasformato le geografia politica mondiale dove possono avere voce in capitolo e margini di autonomia e di libertà solo i soggetti a dimensione continentale o sub-continentale. Il tutto si verifica quando l’asse del mondo si è appena spostato dall’Atlantico al Pacifico, acuendo il nostro declino e provocando, al tempo stesso, il pungolo per un sussulto strategico di rinascita che resta circoscritto per ora ad alcune élites politico-economiche. Viviamo quindi in un’epoca particolare: un po’ come se in passato fossero accaduti in un colpo solo l’avvento dell’energia elettrica, il passaggio dall’era delle signorie a quello delle nazioni e l’abbandono della centralità mediterranea, il tutto in una condizione di morte biologica. Di fronte a molto meno, nel Cinquecento, l’Italia retrocesse da centro a periferia del mondo e dovette attendere oltre tre secoli per riprendersi.

Partito liquido e poteri moderni

È del tutto normale che si sia entrati in questa nuova era muniti degli schemi mentali che avevamo in precedenza, e che non si riesca quindi ancora a comprenderla, pur adattandoci animalescamente a tutti i suoi dettami. Purtroppo non si fa neanche in tempo a raccapezzarsi che già si è chiamati a nuove sfide, determinate dalla genetica e dalla cibernetica, dalla robotizzazione del lavoro, dalle nuove regole esistenziali e dalle nuove forme di conflitti intestini, cui si collegano gli scollamenti dell’unità sociale con le affermazioni bestiali dell’individualismo atomizzato e delle conflittualità accanite e irrisolvibili a tutto campo (ideologico, sessuale, religioso), secondo uno schema già identificato da Eric Werner.  Il tutto si verifica mentre il Potere stesso evolve, nell’altalena tra la superconcentrazione dei poteri forti (pur sempre scissi nella loro unità) e la diffusione di tanti poteri singoli, nella disorganizzazione progressiva dei corpi intermedi. Il che comporta una duplice tendenza eguale e contraria: all’universalità e alla localizzazione. Una convivenza forzata che un giorno forse troverà soluzione nell’unica forma possibile: la forma imperiale. Intanto l’avvento della cosiddetta Società Liquida o, se preferite, dell’Età volatile dell’Acquario, ha prodotto la trasformazione della politica con la scomparsa del classico modello di partito. Le forze più lucide, come comunisti e clericali, hanno sciolto ormai da tempo i partiti di riferimento per ritrovarsi ad incidere trasversalmente ovunque. Questa liquidità viene incarnata dalle forze dominanti e anche dalle loro alternative che si sono liberate, o si stanno liberando, delle stampelle abituali e delle gabbie istituzionali: da Macron a Trump, passando per il Vaticano e fino ai Cinque Stelle, ci si muove con il partito liquido come già aveva fatto Berlusconi. Chi resta abbarbicato a modelli solidi affonda.

Ideologie vetuste e opposizioni risibili

Grande è il disagio perché tutte queste trasformazioni vengono più subite che vissute, non vi è coscienza né fierezza, mancano i presupposti metafisici e filosofici, i riferimenti stabili, per far fronte a cambiamenti così notevoli che comportano rinunce immancabili. A questo si aggiunge il dramma che gli interpreti e i portavoce ufficiali del sistema politico sono quasi esclusivamente dei sopravvissuti delle fallite e arroganti utopie progressiste mentre da nessuna parte si riesce ancora ad articolare una risposta attuale, credibile e vincente che non sia fatta di slogan sommari e qualunquisti.  Le opposizioni si limitano a raccogliere il malcontento nel modo più scomposto e a ritrasmetterlo così com’è senza neppure interpretarlo. Che siano di estrazione reazionaria, comunista o democristiana esse di limitano a:

– produrre un immaginario psicotico che riduce tutto il disagio all’operato di un soggetto maligno (la Ue, l’Euro, la Cia, Soros, Berlusconi, l’Islam, Kalergi ecc) e che esprime per tutta risposta il ritorno indietro a una presunta età dell’oro di prima della Caduta del Muro di Berlino, vantando scomparsi paradisi terrestri che non c’erano;
– rivendicare la funzione salvifica di chi si appresta a rimettere le cose a posto. Ovvero di chi contrappone un modello politico di un’epoca trascorsa a quelli dell’epoca in atto. Il che è possibile solo nella fantasia, purché sia scarsa.

Quanto più una forza d’opposizione si avvicina a una semplice possibilità di amministrazione tanto più edulcora il suo estremismo, tanto nelle negazioni quanto nelle proposte, non perché si venda, ma perché si rende semplicemente conto che tutto il teorema al quale si era fino aggrappata è un trip effettuato con il paraocchi che impedisce ogni movimento, esclusi gli scatti frenetici e iracondi dell’impotenza.

Pregiudizio democratico

Il paradossale di questa palese non-corrispondenza tra le opposizioni e la realtà effettiva è l’acquisizione di un fanatico pregiudizio democratico. Gli insegnamenti della scuola marxista, dell’intelligenza reazionaria e della genialità fascista avevano smascherato l’equivoco democratico e individuato separatamente i meccanismi che lo compongono stabilendo come relazionarsi efficacemente con essi senza esserne succubi. Coloro che si pretendono eredi o nostalgici delle alternative al liberalismo hanno completamente smarrito i fondamentali. Il motivo di questa degenerazione culturale è probabilmente da addebitarsi all’assenza di una prospettiva strategica di qualsiasi tipo. Da qui, quasi per disperazione, deriva la pretesa grottesca di contrapporre un preteso sentimento popolare incarnato nel nome della democrazia a coloro che la democrazia avrebbero invece tradito. Il meccanismo grossolano è il seguente: dei malefici o dei prezzolati starebbero ingannando il popolo e imponendo delle malefatte che escono per incanto dal loro cilindro, o meglio da quello dei loro padroni. Come impedirglielo? Raggiungendo la maggioranza e cambiando le cose per legge dal Parlamento conquistato. Peccato che tutto questo già sarebbe stato assurdo in epoca di democrazia compiuta perché ignora in toto i meccanismi del potere, del consenso, delle élites. Oggi, nel potere trasformato, nemmeno la conquista per assurdo di una maggioranza potrebbe fornire alcuno strumento per scalzare i poteri reali e men che meno per intervenire unilateralmente sulle questioni epocali. Siamo nella piena democrazia, dal punto di vista spirituale e valoriale, ma in piena post-democrazia da quello tecnico. Una post-democrazia debole, che dove diviene forte con dosi autocratiche, come in Cina, in Usa, in Turchia, in Israele, in Russia, viene definita da qualcuno “democratura” oppure “democrazia2.0” Dunque non c’è niente da fare? Elezioni e partiti devono essere ignorati? Non necessariamente, è una questione di dosaggi, di strumenti, di prospettive e di strategie. Se però l’idea permarrà quella di cambiare le cose promuovendo democraticamente un partito estremistico che non ha effettiva coscienza della realtà ma solo un’interpretazione soggettiva e non approfondita di essa, si tratterà sempre e soltanto di avviarsi a testa bassa in un vicolo cieco.  Con effetti collaterali, magari appetitosi in quanto a mediatizzazione, allargamento di effettivi ed emolumenti, ma nulli dal punto di vista strategico quando non si venga addirittura impugnati e strumentalizzati per frenare rinascite nazionali ed europee.

Un salto di mentalità

Oltre alla sbornia democraticista in che modi gli scontenti si esprimono? Sempre in maniera episodica, mutila e frammentaria, a volte patologica.  Si va dalla setta astiosa che si attende soluzioni apocalittiche (guerra razziale, scontro religioso, insurrezione sociale, implosione del sistema, lotta di classe, dittatura del proletariato, invasione russa) alla comunità chiusa che legge, cena, discute, guarda film e ascolta canzoni in nicchie-salotti, passando per i centri studi fini a se stessi. A questo si aggiungono gli opportunismi, più o meno avventuristi, in ottica portaborsistica e la sempre più diffusa megalomania onanista negli sfogatoi social. Purtroppo il leit motiv più o meno di tutti, che sia conscio o inconscio, è quello di cercare di essere rappresentati nella commedia umana, di essere insomma riconosciuti, di esistere, di ottenere notorietà, non quello di andare in pressing sul reale per cambiarlo: insomma si fa tutto per se stessi (che il se stessi sia o no comunitario cambia poco) e quasi nulla per un dovere superiore. A tutto quanto – partiti, movimenti, comunità, individui – fanno difetto una visione d’insieme, una consapevolezza strategica, una lucidità metodologica e, cosa più grave, rarissimi sono i richiami lucidi e vissuti ai fondamentali nello stile, nell’esistenza, nei principii e nella stessa storia di quel mondo da cui credono di trarre le proprie idee, che finiscono puntualmente con lo scadere, nella loro riedizione, in dogmi sclerotici e in teorie discutibili.  Tutto sbagliato dunque, tutto inutile? No perché ogni espressione viva reca in sé un enorme potenziale di conservazione, di trasformazione e perfino di rigenerazione, anche quando gira su se stessa in continuo avvitamento. Perché però si passi ad assumere un senso compiuto, a prendere una direzione che non sia quella del ghetto (o la pretesa un po’ patetica dello sdoganamento del ghetto…) o non conduca a girovagare a vuoto in un labirinto, bisogna assumere tutto: stile, mentalità, conoscenza, coscienza piena, per poi articolare una tendenza strategica in un’attualità compresa, cambiando il segno della storia e non cercando di sfuggire invece alla storia e all’evidenza. Questo se si vuole lasciare un’impronta di combattimento e assumere una valenza effettiva.

SEGUE

 

Gabriele Adinolfi

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Categorie: Avanguardia

Pubblicato da Ereticamente il 8 aprile 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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