Quella sottile linea rossa italica…

Quella sottile linea rossa italica…

L’Italia, lo sappiamo, è una realtà nazionale alquanto variegata, non solo in senso paesaggistico, climatico, ambientale ma anche etnico, linguistico, antropologico, culturale, poiché riflette una storia lussureggiante e complessa che fa del nostro Paese un unicum in Europa. A ben vedere potremmo in un certo senso dire che l’Italia è costituita da un insieme di nazioni che sono però coese da un’identità storica nobile che travalica i limiti materiali per abbracciare una sfera spirituale senza tempo che nasce e prospera con la romanità, giungendo sino ai nostri giorni. Questo nonostante per un migliaio e mezzo d’anni l’Italia sia stata politicamente divisa e frammentata.

C’è però da dire che esistono anche elementi, forse più concreti, di questo, che collegano il Nord, il Centro e il Sud del Paese mediante una sottile linea rossa, una linea rossa che va, idealmente, dal Medioevo longobardo alla Repubblica Sociale del secolo scorso, e cioè nel periodo in cui – nonostante la comparsa dello stato unitario ottocentesco – gli Italiani si ritrovavano inquadrati sotto svariate entità politiche preunitarie, talvolta di grande dimensione (il Regno meridionale su tutti), talaltra di ridotta o ridottissima dimensione (è il caso della polverizzazione comunale padana e toscana e dei potentati signorili succeduti a questo fenomeno).

Esiste, infatti, soprattutto un forte legame storico tra Nord Italia e Centro Italia che può essere ricondotto all’orizzonte imperiale medievale, fatto di liberi comuni, signorie, Regnum Italiae, eredità longobarda, dominio franco, concetto storico di Lombardie che riguarda anche la Toscana e non solo il Settentrione, un legame che però prosegue sino all’età contemporanea sboccando nella brevissima, e sfortunata, esperienza di Salò, quando il Centro-Nord italiano rimase in mano all’Asse sbarazzandosi di corone, papi e Alleati. L’anagramma di SRI è RSI, una facezia che ogni volta mi inorgoglisce perché parla della storia di una buona fetta della nostra nazione, in nome di un ghibellinismo che non morirà mai.

Però, se riandiamo indietro nel tempo (ed è qui che voglio arrivare), vi sono esperienze storiche che hanno accomunato tutte le plaghe d’Italia: dalla conquista romana e seguente romanizzazione ai Goti, dagli Etruschi alla presenza bizantina e/o longobarda. Ma, forse, l’elemento più concreto è quello dell’invasione italica della Penisola, a partire dall’angolo nordorientale d’Italia, che ha coinvolto tutto il Paese creando una sorta di unificazione avanti lettera, seppur flebile da un punto di vista etnico, e stanziando da Nord a Sud diverse tribù indoeuropee riconducibili ad una medesima matrice che chiameremo italo-celtica.

Per comodità, si definiscono italiche quelle genti indoeuropee che, in due ondate distinte, calarono in Italia dall’Europa centro-orientale danubiana tra Età del bronzo e soprattutto del ferro, e che recarono nella Penisola un insieme di dialetti ariani convenzionalmente suddivisi in due tronconi e chiamati latino-falisco (il primo e più antico) e osco-umbro (il secondo, più recente, e forse più propriamente italico). La prima ondata, quella latino-falisca, si situa tra i fenomeni culturali protostorici delle terramare e della civiltà protovillanoviana, in un contesto squisitamente padano dunque, mentre la seconda, ossia l’osco-umbro-sabellica, segue la diffusione della cultura villanoviana e copre un vasto territorio che va dall’Emilia-Romagna sino alla punta della Calabria, ossia la primigenia Italia, praticamente.

I popoli italici dell’antichità (che non sono un concetto generico ma propriamente da intendersi come una delle diramazioni occidentali della famiglia indoeuropea) erano strettamente affini ai Celti, tanto da costituire nei primordi un continuum italo-celtico continentale situato, per la precisione, nell’Europa centrale/centro-orientale, ossia nel fulcro della cultura protoceltica di Hallstatt ma prima ancora in quella proto-italo-celtica dei tumuli e quindi dei campi di urne. A testimonianza di questa comunanza protostorica stanno le lingue celtiche ed italiche, nate da un medesimo ceppo primigenio, lingue indoeuropee occidentali centum dalla cui sovrapposizione dovrebbe essere nata anche la lingua ligure antica. I Celti furono un popolo più centro-europeo (Hallstatt e La Tène), mentre gli Italici presero una direzione più orientale, danubiana, un fatto confermato anche dai fenotipi correlati a questi popoli, l’alpino nel caso celtico, il dinarico nel caso italico. Fermo restando che le élite celtiche e italiche erano costituite da elementi nordici, che l’antropologia fisica di un tempo definiva Keltic Nordid (parte degli Iron Age Nordid assieme all’Hallstatt germanico, il nordico classico).

Al di là dei Celti (e poi dei Galli) stanziati nell’Italia settentrionale, soprattutto a nordovest, a cui si deve l’ingresso cisalpino di culture centro-europee come Canegrate e Golasecca, e delle probabili avanguardie proto-italo-celtiche giunte in Italia, da est, con la cultura epi-campaniforme nordorientale di Polada, dobbiamo soffermarci sullo stanziamento degli Italici che costituirono un vero e proprio continuum lungo la Penisola; certo, un continuum più centro-meridionale che pan-italiano, ma che comunque, se osservato come si deve, fa capire come vi sia stata un’impronta italica su tutta l’Italia antica e non solo nelle sedi storiche di Latino-Falisci e Osco-Umbri.

Sicché, il primo ingresso italico da nordest introdusse in Italia i Veneti antichi nel Triveneto, le genti delle terramare ma soprattutto della cultura protovillanoviana (che trova molti paralleli con quella di Canegrate e poi di Golasecca, in Lombardia) in Emilia, Romagna, Toscana, Italia centrale, i Latini e i Falisci nel Lazio, gli Enotri nel Meridione, i Siculi in Sicilia, e anche altri popoli antichi minori come Aborigeni, Opici ed Elimi sembrerebbero appartenere a questa prima espansione italica, convenzionalmente chiamata latino-falisca basandosi sui comuni fenomeni culturali e soprattutto linguistici.

Il secondo ingresso, presumibilmente anch’esso dovuto ad un’invasione dall’Europa centrale (anche se qualcuno vi vede, piuttosto, una provenienza balcanica via mare che avrebbe risalito la Penisola partendo dalla Puglia), è sotto il segno della cultura villanoviana, la stessa nota per gli Etruschi (un popolo che è il risultato della stratificazione di varie genti dell’Italia antica che diedero vita ad una civiltà indigena originale, l’etrusca appunto), ed è caratterizzato, innanzitutto, dall’ethnos umbro che occupò Emilia-Romagna, Toscana, l’omonima Umbria e il resto dell’Italia centrale; gli Umbri, in Emilia, si sovrapposero ai Liguri dando vita alle genti umbro-liguri che, secondo uno studioso come Adolfo Zavaroni, erano popoli che si riconoscevano in un unico ceppo, quello degli Ambrones-Umbri.

Oltre agli Umbri, altre tribù distaccatesi dal ceppo principale erano i Piceni delle Marche, i Sabini tra Umbria e Lazio, mentre per quanto riguarda l’altra componente precipua della seconda ondata, ossia l’osca, scendiamo nel contesto centro-meridionale con le genti sabelliche dell’Abruzzo, i Sanniti nel cuore appenninico del Meridione, i Lucani in Basilicata, i Bruzi in Calabria e appunto gli Oschi nell’area campana. Solitamente si designano come ausoniche le tribù osco-umbre del Mezzogiorno, un appellativo di origine ariana che etimologicamente rimanda alla natura vulcanica del territorio compreso tra odierno basso Lazio e Campania.

La tradizione vuole che il toponimo Italia sia nato nel profondo sud calabrese, dove questa ipotesi scolora nel mito, e successivamente esteso dai Romani a tutta la Penisola, sino alle Alpi. L’etimo ricondurrebbe al vitello (l’osco Víteliú), al giovane toro, animale totemico degli Italici del Bruzio (e non solo, basta vedere la monetazione della guerra sociale di epoca romana) di chiara matrice indoeuropea (essendo i bovini al centro della vita nomadica ariana), ma il suddetto Zavaroni avanza un’ipotesi per certi versi più affascinante:

“Ritengo che vitalio- e l’eventuale variante vitelio- significhino ‘federato, aderente alla lega’ e corrispondano alla scritta viteliú(m) delle monete coniate dalla Lega italica durante la guerra sociale. Inoltre, i due termini permettono di stabilire che il nome viteliú(m) non ha alcuna relazione con lat. vitulus ‘vitello’, come comunemente si legge, ma deriva dalla radice di lat. vieō ‘lego’, tilis ‘intrecciato’, vitta ‘fascia’, got. kuna-wida «Fessel», aisl. við, -jar «gedrehtes Band» etc. Dunque, interpreto vitelio- = vitalio- come «federato, aderente alla lega».”

(Tratto da Gli antichi abitanti del Frignano si chiamavano Umbri, Ombri… di Adolfo Zavaroni, studioso reggiano)

L’attributo di federati riguardava i popoli a sud del Po, che nell’89 avanti era volgare beneficiarono della Lex Plautia Papiria, e dunque della cittadinanza romana; in buona sostanza questi erano gli Italici del Centro e del Sud, di estrazione osco-umbro-sabellica. Tuttavia, come ricordato, gli Umbri si trovavano anche nella Pianura Padana ed è molto interessante la prossimità etnonimica con gli Ambrones (ossia i Liguri), popolo nordoccidentale che, secondo i moderni studi, parlava (perlomeno in fase protostorica) un idioma a metà strada tra celtico e italico, in virtù dei contatti con i Celti a nord e gli Italici a est e sud. Non si può dunque escludere che i Liguri protostorici fossero molto prossimi agli Umbri (e del resto nel territorio cispadano Ambrones e Umbri si sovrapposero).
Davvero suggestivo pensare che “Italia” possa significare “(con)federazione (legata a Roma)”; sembra quasi di leggervi il destino che potrebbe portare alla rinascita etnonazionale del Paese.

Cosicché, anche se l’eterogeneità italiana rimane evidente, possiamo affermare che esista davvero questa sottile linea rossa che, a partire dall’antichità indoeuropea, unisce la nazione da Nord a Sud, passando per il cuore centrale italico-romano ed etrusco, testimonianza di una coscienza di stirpe ario-italica presente nel Settentrione come (soprattutto) nel Centro e nel Meridione. Rappresenta un flebile segnale, da un punto di vista etnico, ma un importante attestazione di continuità italica, di marca indogermanica, che va dal Triveneto alla Calabria, lungo la dorsale appenninica, e dalla Liguria antica alla Sicilia passando per le regioni centrali d’Italia. D’altronde, a rafforzare questa sorta di fratellanza arcaica (che ricorda la germanica), concorrono i legami reto-etruschi, tirrenici, che dalle Alpi si insinuavano sino alle coste campane, quelli paleo-mediterranei che coinvolgono (ancora una volta con lo zampino degli Etruschi) anche la Sardegna, la romanizzazione della Penisola (che raggiunse la sua primeva unità politica con Augusto, Pater Patriae) e l’azione, tardo-antica prima e medievale poi, di Goti e Longobardi, popoli germanici profondamente innamorati dell’Italia tanto da assorbirne velocemente lingua, artisticità, cultura, usi e costumi, spiritualità, romanità. E se ne subivano il fascino del prestigio i “barbari” chi saremmo noi, figli prediletti di Roma, per resistervi?

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 4 marzo 2018

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

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