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Pellegrino sulla tomba di Nietzsche – Mario Michele Merlino

Pellegrino sulla tomba di Nietzsche – Mario Michele Merlino

Trascorro la notte precedente all’ultimo piano di un albergo prossimo alla stazione. Ansgar mi racconta – non capisco se convinto o solo per far una battuta – come vi si aggiri un fantasma. Di una donna, mi sembra di ricordare, legata a qualche vicenda tragica di amore irrisolto. Sarà suggestione, ma dormo inquieto e come se un soffio d’aria s’aggirasse nella camera. Non rasserenante come avvenne in quel lontano 21 dicembre 1969, cella di isolamento, carcere di Regina Coeli. Ancora una volta rifletto come le sbarre e i chiavistelli sovente stanno fuori dalle mura della prigione. Lipsia, la città ove nacque Richard Wagner nello stesso anno in cu si combattè la cosiddetta ‘battaglia delle Nazioni’ (19 ottobre 1813) in cui Napoleone venne sconfitto e fu costretto a ritirarsi in Francia. Nel 1913, anniversario del primo centenario, venne inaugurato il Voelkerschlachtdenkmal, massiccio e alto monumento, che visito con poco entusiasmo. Preferisco attardarmi in una caffetteria e dove una cameriera, con torta di prugne e caffè con panna, mi porta un sorriso giovane e irraggiungibile. Le confido come assomigli alle donne raffigurate nelle sculture di Arno Breker. Io sul civettuolo. Lei ignora ogni richiamo storico, va da sè; si accontenta di prendermi per un ‘vecchio satiro’. Ride. Simile a fontana zampillante, già… Così prende misura questo viaggio, ennesimo percorso in una terra che mi fu cara fin dall’adolescenza, fin da quando guardavo onda dopo onda il verde cupo dell’Adriatico infrangersi placido sulla riva. In quelle sere, sotto un tripudio di stelle, quando le mani incerte scoprivano una Germania di corpi agili e attraenti. Una Germania, più tardi, che avrebbe assunto la fisionomia del freddo acciaio degli elmetti e il feldgrau delle divise. ‘E’ notte: ora parlan più forte tutte le fonti zampillanti. E anche l’anima mia è una fontana zampillante’. Questo procedere e questa volta con una meta che va oltre ogni meta precedente – collocata sì in uno spazio definito ma a vincere nel tempo ogni suo confine. Perchè la Germania che ho amato e a cui resto fedele comprende altro. Non solo le donne che ho amato e lei, in assoluto; non soltanto Norimberga e ‘le cattedrali di luce’, come suggeriva Robert Brasillach assistendo al raduno del Partito raccolto intorno al suo Fuehrer; non soltanto Albrecht Duerer e l’acquaforte Il Cavaliere la Morte e il Diavolo e le note struggenti del Liebestraum di Franz Liszt che con le sue agili dita riproponeva al pianoforte là, nella Ulmstrasse, in serate magiche ed evocative; no, la Germania che mi appartiene è, anche e soprattutto, quella a cui ho donato le ore di lezione per far comprendere e amare Max Stirner e Martin Heidegger e, ‘per tutti e per nessuno’, la solitudine di Nietzsche, il suo dionisiaco passo di danza. ‘Meine Seele ist das Lied eines Liebenden’, così, a titolo, sulla copertina del cd con i brani composti da Friedrich Nietzsche per voce soprano e pianoforte. E, all’interno del foglio illustrativo, si legge ancora: ‘Nacht ist es: Nun erst erwachen alle Lieder der Liebenden. Und auch meine Seele ist das Lied eines Liebenden’ (‘E’ notte: ora soltanto si destano tutte le canzoni degli innamorati. E anche l’anima mia è una can-zone d’innamorato’, Il canto notturno dal Così parlò Zarathustra). E’ tutto ciò che mi rimane con le immagini le emozioni il cielo azzurro pallido la piccola chiesa e, al suo esterno, la tomba, grande lastra di pietra nera, del filosofo e dei familiari. Roecken, ove nacque il 15 ottobre 1844, modeste casette ordinate, i vasi fioriti alle finestre, poco più di cento abitanti, non distante da Lipsia. Una sorta di pellegrino, mi sento. Senza idoli da adorare o chiese in cui pregare. Eppure, in questo luogo così scarno e nudo, avverto quanto la sua ombra, simile ad un dinosauro estinto da millenni e, al contempo, incombente, si sia proiettata e proietti quella direzione, ardua e terribile, la sola che conduce alla ‘grandezza’… E non parlo del Nietzsche della ‘grande politica’, tanto caro ad Adriano Romualdi e all’amico Rodolfo, del Nietzsche del superuomo e della volontà di potenza (con i fraintendimenti e le interpretazioni contrapposte e dubbie), del Nietzsche che ognuno volle dalla sua parte – il bastone da passeggio con cui la sorella Elisabeth volle omaggiare il Fuehrer o La vergine delle rocce del Vate o il ’68 che inneggiava in piazza a Marx Engels Lenin e lo leggeva, in privato, nella traduzione (così poco ‘poetica’ e con strumentali omissioni) di Giorgio Colli e Mazzino Montinari. ‘Sento in me non so che inappagato, inappagabile, che anela di farsi sentire. E’ in me una brama d’amore, che parla essa stessa il linguaggio dell’amore’, così prosegue Il canto notturno, qui, in edizione 1937, Casa Editrice Apuana, acquistata in una libreria a Cavana, Trieste, a compensare la medesima andata perduta in modo tragico e di cui vi racconto. Sì, mi va ricordare perchè è proprio di Nietzsche l’invito a scrivere con il sangue e scoprire come esso sia Spirito. Qualcuno accomuna il medesimo suo colore intenso di rosso al sentimento d’amore. Amore e Morte poi si accompagnano come nel coito – fragilissimo attimo in cui il corpo s’inebria e, estinguendosi rapido il seme della passione, si appaga. Ho scritto sovente come i miei primi libri li acquistassi sulle bancarelle di Piazza Fon-tanella Borghese, risparmiando sulle cinquanta lire, il costo del biglietto del filobus, per andare al liceo. I Proscritti di Ernst von Salomon, Hanno fucilato un poeta (poe-sie dal carcere di Fresnes di Robert Brasillach) e il Così parlò Zarathustra nella prima edizione, appunto, della Casa Editrice Apuana. In copertina bianca e rigida e, al centro, una figura di vecchio capelluto e scheletrico con in mano un rametto fronzuto e, nell’altra, una lampada ad emanare un sottile fil di fumo. Inizio anni ’60… (I saccenti, i filologi aridi e ottusi (Nietzsche lo fu in principio ma presto volò alto e altrove dalla sua gabbia), storcono il naso, vili e facili all’ironia, sulla sua traduzione. Tant’è…). Giovanni Ferraro è un giovane riccioluto e robusto parco di parole di modesta estrazione sociale e modesta istruzione (confesso una certa mia arroganza da intellettuale piccolo borghese), frequenta il circolo della FAI di via Baccina e, quando si litiga, se ne viene con noi in via del Governo Vecchio. E’ curioso, poco prigioniero di schemi e pregiudizi ideologici, un libertario d’animo oltre che da barricata (nulla a che vedere con centri sociali, volgari e servili, in cui si coltiva una miscela di rancori oscenità esibizionismo e taciti e loschi interessi e protezioni). Non ricordo come si venne a parlare di Nietzsche. Mi chiese il Così parlò Zarathustra. Gli prestai la mia copia. 12 dicembre ’69. L’iter è la Questura le celle d’isolamento gli anni delle sbarre alla finestra e di chiavistelli alla porta (non vi renderò noiosa la narrazione). Tra illazioni e accuse aule da Corte d’Assise e mediatici tribunali del popolo, stampa a dar benzina sul fuoco, il faticoso aprirsi come fra reticolati e trincee nemiche il passo verso l’insegnamento, tento di evitare il naufragio. Perdo molti dei vecchi amici, i rossi e diversi fra i neri; perdo l’Also sprach Zarathustra… Apro il giornale, in data 25 maggio 1982. Un giovane con la fidanzata s’è attardato a mangiare una pizza a Trastevere, raggiunge la macchina, armeggia allo sportello, gli si avvicinano due poliziotti, parte una raffica di proiettili, cade a terra agonizza alcuni giorni in ospedale muore per sopraggiunta setticimia. Nessuno pagherà per il suo omicidio (la legge Reale continua ad impazzare). Quel giovane era Giovanni Ferraro. E, al suo funerale – la famiglia volle il rito religioso -, fuori della chiesa, bandiere rosse e nere pugni chiusi e a cantare Addio, Lugano bella. Così l’opera di Nietzsche si tinge di rosso sangue, dando nobiltà all’inchiostro (nono-stante avesse in un aforisma sentenziato come ‘il sangue non è un buon testimone’), a somiglianza di quanto racconta Drieu la Rochelle ne La commedia di Charleroi dove esso è riposto nello zaino durante la battaglia. Un ponte ideale, di razza dello spirito, tra un soldato francese il suo zaino abbandonato nella fuga e un ufficiale nemico, un tedesco che lo raccoglie. La visita a Roecken, là dove ebbe inizio e conclusione l’esistenza terrena, si risolve e assume la fisionomia legittimata dall’inchiostro e dal sangue di un pellegrinaggio.

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 12 marzo 2018

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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