Ma quale democrazia? – Fabio Calabrese

Ma quale democrazia? – Fabio Calabrese

Cari lettori: vi prometto a breve un’analisi dei risultati del voto di domenica 4 marzo e dei possibili scenari che esso apre. Tuttavia mi sembra utile premettere questo articolo che è una riflessione sul significato della democrazia, proprio perché non ci dobbiamo illudere che attraverso il voto il “popolo sovrano” sia realmente padrone del proprio destino, che è invece deciso altrove. Coloro che sono andati a votare sostenendo i movimenti identitari hanno comunque fatto bene, esprimendo la volontà dhi non subire pecorescamente la nostra sparizione come popolo, ma in realtà i ludi cartacei come giustamente li ha chiamati qualcuno, non significano molto.

Lo ammetto: sono diventato un lettore e uno spettatore televisivo molto distratto. Nei confronti della politica, intesa non come le grandi questioni che interessano la nostra vita come comunità e come nazione, ma come TEATRINO dove una serie di finti leader e aspiranti leader altrettanto fasulli si contendono la scena mediatica per catturare l’attenzione e i consensi della gente con promesse a pacchi, delle quali sanno a priori che anche volendo, potrebbero realizzare ben poco o nulla, che possono essere solo esecutori di un destino deciso per noi dietro le quinte, e che la cosiddetta sovranità popolare non è che un inganno o piuttosto una tragica barzelletta, provo un senso di nausea e di disaffezione crescenti.
Tempo addietro, mi trovavo nella sala d’attesa del medico, e per ingannare il tempo aspettando il mio turno, mi sono messo a sfogliare le riviste che vi si trovavano. Fra queste, c’erano alcuni numeri di “Panorama”, ovviamente datati. A un certo punto ho notato un articolo su uno di essi, e sinceramente non so dirvi nemmeno in che numero, perché mancava la copertina, e lì per lì non mi è venuto in mente neppure di prendere nota del nome dell’autore.
A ogni modo, si trattava del pezzo di un docente universitario che si proponeva di rispondere a un quesito importante: perché la democrazia non riesce ad attecchire in nessun modo nel mondo islamico? Le recenti “primavere arabe” e il loro sostanziale fallimento, nel senso che sono riuscite sì a portare al crollo di una serie di regimi autoritari dell’area mediorientale ma, o hanno aperto la porta a situazioni di caos e guerra civile più o meno permanente, oppure all’affermarsi di nuove dittature, come in Egitto dove la “primavera” si è conclusa con un colpo di stato militare. Insomma, nel mondo arabo-islamico sembra esserci una sola alternativa: o i dittatori o il caos.
E’ perfino superfluo dire che la stessa constatazione e lo stesso giudizio impietoso possono essere facilmente estesi a Paesi che non sono stati interessati dalla recente ondata rivoluzionaria “primaverile” ma hanno conosciuto in precedenza le stesse esperienze e ne stanno ancora scontando gli effetti, come l’Algeria e soprattutto la Somalia, ormai trasformatasi in un “buco nero” senza speranza.
Devo dire la verità: sono stato molto favorevolmente colpito dal fatto di scoprire che c’è almeno qualcuno che si rende conto che gli “immortali principi” della rivoluzione francese, alla prova dei fatti storici non si rivelano per nulla così universali come pretendono di essere, e quanto meno si dimostrano inapplicabili a un contesto umano, storico, sociale, culturale di importanza certo non secondaria, e che rappresenta una bella fetta di umanità.
La spiegazione data dal professore-articolista dell’incompatibilità tra islam e democrazia si basa sulle peculiarità della religione islamica: essa è caratterizzata da una religiosità ossessiva che permea ogni aspetto della vita civile, e nello stesso tempo dall’assenza di un vero e proprio clero, da una struttura che contenga questa religiosità in forme istituzionali codificate, con la parziale eccezione dei mullah dell’Iran sciita, una forma di religione che d’altra parte non incoraggia certo la tolleranza verso forme di religione diverse, e d’altro canto nel crogiolo mediorientale non mancano fratture in seno all’islam (sunniti e sciiti, tanto per cominciare), né comunità religiose diverse: cristiani, yasidi, drusi, zoroastriani.
In assenza di un clero che dia all’espressione della religiosità una forma codificata, secondo il nostro professore, i rais politici si trovano a svolgere funzioni che sono anche religiose, un vero e proprio (usa lui questo termine) cesaropapismo. L’alternativa, in assenza di un rais forte, è l’eterno, cronico conflitto fra le diverse comunità religiose, che non si risolve certo attraverso dialettiche pacifiche, e l’Irak dopo la caduta di Saddam Hussein ne è forse l’esempio più chiaro e drammatico.
A questa analisi, mi sembra che vi sia poco da contestare, ma leggendo mi è venuto un dubbio: premettendo e non mettendo minimamente in discussione il fatto che l’ipertrofica intromissione della religione, di una religione di tipo abramitico, nella vita civile, è qualcosa di patologico, siamo davvero sicuri che sono gli islamici l’eccezione e che noi siamo la regola?
Se noi andiamo a considerare le cose con un minimo di attenzione, ci accorgiamo che non si possono non avanzare fortissimi dubbi sull’universalità degli “immortali principi” del 1789, che di fatto non trovano applicazione per la maggior parte della popolazione di questo pianeta.
Parliamo ad esempio degli stati ex coloniali dell’Africa subsahariana, quella, evidenziamo, non islamica. Formalmente molti di questi stati sono democrazie, ma nella realtà dei fatti questo termine non può che suonare grottesco. Regolarmente, a ogni elezione, quando il presidente e il governo uscenti perdono la maggioranza, si rifiutano di lasciare il potere, e ne nasce una nuova, un’ennesima guerra civile, e questa, c’è poco da fare, è la regola in tutta l’Africa nera al disotto del Sahara, che testimonia di aver assimilato ben poco della mentalità dell’uomo bianco.
Questi conflitti, che non sono l’eccezione ma la norma, perlopiù seguono le “linee di faglia” tribali, e qui c’è un altro fatto di cui il mondo “occidentale” intento a coltivare le sue beate illusioni, si rifiuta di prendere atto. Questi stati sono stati costruiti sulle ex colonie europee, che a loro volta furono disegnate sulla carta geografica senza tenere in alcun conto delle realtà etniche locali, ma unicamente della suddivisione del Continente Nero in zone d’influenza. Per le popolazioni locali, questi stati sono molto meno sentiti delle ben più forti realtà tribali. Non si risolveranno mai i problemi dell’Africa fino a quando non ci si renderà conto che i conflitti, ad esempio tra Ioruba e Ibo in Nigeria o fra Tutsi e Hutu in Burundi non sono stati guerre civili, ma veri e propri conflitti interetnici fra popoli diversi che non ha senso voler obbligare a stare insieme.
Tuttavia, la “nostra” miopia al riguardo è originata da qualcosa che non concerne soltanto l’Africa: la tendenza della democrazia a sostituire l’appartenenza alla nazione con l’appartenenza allo stato, l’identità etnica con la cittadinanza cartacea in vista della creazione ovunque di società multietniche, distruggendo le identità storiche e culturali nazionali che in Europa si sono formate nel corso dei secoli. E’ la menzogna più insidiosa di quel sistema di menzogne che conosciamo come democrazia.
Certamente molto lontani dalla “democrazia occidentale”, sono i regimi comunisti sopravvissuti al crollo dell’Unione Sovietica: Cina, Cuba, Corea del nord, Vietnam. Un bel po’ di gente oltre al miliardo di uomini cinese.
Parliamo dell’India, la sua esuberanza di popolazione, anch’essa vicina al miliardo di persone, ne fa “la più grande democrazia del pianeta”, ma in realtà al di là degli aspetti formali, alle democrazie somiglia molto poco: la centralità che ha nel sistema indiano il Partito del Congresso ricorda molto i regimi del “socialismo reale”, d’altro canto, il fatto che dall’indipendenza a oggi il potere sia sempre rimasto nella mani dei discendenti del pandit Nehru, la rende a tutti gli effetti una monarchia non dichiarata. E’ molto probabile che quest’uomo che certamente non mancava di astuzia, abbia fatto sposare la propria figlia Indira a un uomo che, pur non essendone parente, aveva lo stesso cognome del Mahatma, per sfruttare a beneficio dei propri discendenti l’immenso prestigio di cui godeva e di cui gode ancora il nome di Gandhi.
Parliamo della nazione territorialmente più estesa di questo pianeta, la Russia, oggi post-sovietica. Anche in questo caso, al di là degli aspetti formali, è chiaro che Vladimir Putin è un moderno zar. Questo provoca attacchi di rabbia schiumante ai liberal occidentali, ma sembra proprio che ai Russi vada benissimo così.
Molto meno diffusa e “universale” di quel che forse potrebbe sembrare a prima vista nello spazio, la democrazia lo è anche nel tempo, anzi a maggior ragione, e a questo riguardo bisogna dire una verità che perlopiù ci si ostina a ignorare: le democrazie di cui oggi soffriamo, che affliggono i popoli europei, non sono la continuazione, la restaurazione o la resurrezione dei sistemi liberali in auge fino all’inizio del XX secolo e deceduti di morte naturale fra le due guerre mondiali, ma qualcosa di del tutto diverso.
Questi sistemi andarono incontro a un naturale decesso durante l’epoca fra le due guerre mondiali. Non si trattò solo dei fascismi, ma è abbastanza chiara la tendenza anche in Paesi che non si trovarono dalla parte del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco, e neppure ispirati o alleati all’Italia e alla Germania (Spagna, Romania, Ungheria e via dicendo), ma nel campo opposto, (Polonia, Grecia, l’Austria del cancelliere Dolfuss) o rimasti estranei al secondo tempo del sanguinoso contrasto europeo (la Turchia di Kemal Ataturk, che anzi precedette il regime fascista italiano), adottarono soluzioni che si possono definire quanto meno simil-fasciste.
Il motivo di ciò non è difficile da capire: l’incapacità dei regimi liberali a far fronte alla minaccia bolscevica diffusasi in tutta Europa a seguito della rivoluzione sovietica dell’ottobre 1917. Qui c’è un punto riguardo al quale occorre un’estrema chiarezza: non c’è dubbio sul fatto che fra le due guerre mondiali a spingere milioni di uomini a militare nella file dei movimenti fascisti o analoghi, vi sia stata l’esigenza di evitare al proprio Paese l’infelice sorte della Russia sotto il regime sovietico, ma questo non significa affatto che la favola cara ai comunisti e al sinistrume di ogni tipo, del fascismo come “cane da guardia della borghesia” abbia una qualche minima consistenza storica, perché i milioni di uomini che militarono nei partiti fascisti fra le due guerre erano in massima parte provenienti dalle classi lavoratrici, e consapevoli che la mostruosità sovietica, ben lungi dal realizzare “lo stato dei lavoratori”, era una nuova forma di tirannide che infliggeva al popolo russo e agli altri che formavano il mosaico dell’ex impero zarista, soltanto terrore e miseria.
Proprio perché i fascismi avevano una solida base popolare e stavano in gran parte realizzando quelle riforme sociali che il bolscevismo prometteva, essi non potevano non essere sentiti come una minaccia dal grande capitalismo internazionale che aveva il suo punto di forza nel mondo anglosassone, che per distruggerli, non ebbe difficoltà di sorta a coalizzarsi con il falso socialismo sovietico. Questa fu la vera causa della seconda guerra mondiale, con la Germania attirata nella trappola delle vessazioni subite dai tedeschi che gli innaturali confini tracciati nel 1919 a Versailles avevano lasciato in mano dei Polacchi e dei Cecoslovacchi, e l’Italia del pari spinta sulla via della guerra soprattutto dalle pressioni della Corona e degli alti ambienti militari, che vedevano nella sconfitta bellica un mezzo per sbarazzarsi del fascismo stesso.
I regimi imposti all’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale, le democrazie che ci opprimono da tre quarti di secolo, non sono altro che vassallaggi del potere americano, esattamente come quelli della parte orientale del nostro continente, lo erano del potere sovietico, e rappresentano l’attuazione dei vantati principi di libertà e sovranità popolare tanto quanto i satelliti del defunto impero sovietico realizzavano quelli del socialismo.
Libertà? Ma le fattispecie di reati d’opinione non fanno che moltiplicarsi, è proibito esprimere giudizi positivi sui regimi di anteguerra, è proibito volerci vedere chiaro sul cosiddetto olocausto, il crimine per eccellenza attribuito alla parte sconfitta e che si pretende sia il massimo orrore della storia umana, sebbene le atrocità commesse dai vincitori, non solo dai sovietici ma anche dagli anglosassoni coi bombardamenti terroristici contro le città e le popolazioni civili, lo sorpassino di gran lunga, è proibito accorgersi che le razze umane esistono, e via dicendo. Alla fine, la sola libertà che rimane, è quella di ripetere pappagallescamente quel che il potere “democratico” vuole che pensiamo.
Sovranità popolare? E’ forse la barzelletta più tragica: ai popoli non è concesso di decidere nulla, nemmeno di continuare a esistere in quanto tali; infatti, una volta conclusa la Guerra Fredda, il confronto con l’Unione Sovietica, è scattata la sostituzione etnica, la progressiva e “indolore” eliminazione dei popoli europei, soppiantandoli con turbe di allogeni provenienti dal Terzo Mondo, che si ritengono più facilmente dominabili e manipolabili, è quel che conosciamo come piano Kalergi, della cui esistenza, ovviamente, hanno fatto di tutto per impedirci di essere informati.
Io so benissimo, tutti noi sappiamo benissimo, credo, che la causa che abbiamo deciso di sostenere non è solo oggi fortemente minoritaria, ma anche malvista dai più dopo settant’anni di “democratico” plagio e lavaggio del cervello. Sicuramente non mi aspetto, e penso che nessuno di noi si aspetti un qualche frutto in termini di guadagno personale nel sostenerla. E allora perché insisto, perché insistiamo? La coscienza, l’onore, il senso della dignità personale, il rispetto di se stessi non lasciano alternative. Il delitto che si sta compiendo sotto i nostri occhi con la sostituzione etnica, l’assassinio dei popoli e della civiltà europea, è troppo enorme, e allora non resta altro che gridare la verità in faccia a chi non vuole sentire e non vuole capire, e oggi costoro sono sciaguratamente la maggioranza, combattere con le armi che abbiamo, con le unghie e con i denti se non resta altro. E’ alla nostra coscienza che dobbiamo rispondere, non all’opinione dei più, proprio come spiega la bella frase di Cicerone che ho trovato mentre ero intento alla stesura di questo articolo, e che ho messo come intestazione.

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Categorie: Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 12 marzo 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Massimo

    Due brevi citazioni…riguardo agli “immortali principj” delle democrazie:

    – ”Noi abbiamo inventato la felicità”, dicono gli ultimi uomini, e strizzano l’occhio. (Zarathustra)

    – “Dio per punire, asseconda i nostri desideri”. (Non mi ricordo di chi è…)

  2. Fabrizio

    Orwell aveva previsto tutto.

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