Una Ahnenerbe casalinga, sessantaseiesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, sessantaseiesima parte – Fabio Calabrese

Io credo di avervelo spiegato più volte: il lavoro svolto dai gruppi facebook “nostri”, “di area” che si occupano delle tematiche delle origini, come “Frammenti di Atlantide-Iperborea”, “L’immagine perduta”, “Tradizione primordiale e forme tradizionali”, e soprattutto l’ottimo “MANvantara” gestito dal nostro amico e collaboratore Michele Ruzzai, non hanno la possibilità di raggiungere un pubblico vasto come quello di “Ereticamente” (“MANvantara” che è quello che ha la maggiore diffusione, attualmente è poco sopra i 1300 iscritti), ma in compenso hanno la possibilità di “stare sul pezzo” con molta maggiore tempestività di quello che riesce di fare al sottoscritto, anche perché possono avvalersi di una pluralità di collaboratori.

La tenuta di questa rubrica-serie di articoli, invece, rimane un lavoro strettamente individuale, una Ahnenerbe, appunto, casalinga, one man’s band, e non bisogna scordarsi mai che la rete è un mare magnum dove non è possibile tenere d’occhio tutto quanto con la tempestività che sarebbe auspicabile, a parte il fatto che, come ormai sapete, questa rubrica ha una tempistica bisettimanale, in cui le questioni relative all’eredità degli antenati si alternano ad argomenti di altra natura, perché esiste anche la politica attuale, e ci sono altre tematiche che riguardano la nostra cultura politica, delle quali bisogna rendere conto.

Ormai la cosa non è recentissima: il 9 gennaio “MANvantara” ha riportato e commentato un articolo apparso su “Ethnopedia” in data 24 agosto 2017, il che è come dire che nel frattempo di acqua sotto i ponti ne è passata un bel po’, tuttavia, data la tematica trattata, non mi pare che questo pezzo possa essere lasciato senza una risposta anche da parte mia/nostra.

LA SOLITA “Ethnopedia” potremmo dire, e l’autore il cui pseudonimo è quasi celato in fondo al pezzo (quanto al nome vero, non ne parliamo proprio, è mai possibile che questa gente abbia così poco il coraggio delle proprie opinioni, che del resto coincidono con l’ortodossia politica dominante?), non vi stupirete di saper che si tratta del SOLITO “Kirk”, lo stesso che, ne abbiamo già parlato, si era fatto saltare i nervi per la scoperta di El Greco, l’ominide balcanico la cui esistenza contraddice vistosamente l’assunto dell’esclusiva africanità di questi antichi precursori della specie umana (una scoperta “fascista” e quindi da rigettare a dispetto dell’evidenza dei fatti?).

Ma c’è anche – se capisco bene, perché non è che la chiarezza su questo punto della loro esposizione sia proprio il massimo – anche un co-firmatario a cui accostarsi al capitano della mitica astronave Enterprise di Star Trek deve essere sembrato uno sfoggio di modestia eccessiva, infatti ha pensato bene di firmarsi Zeus.

L’articolo (andiamo proprio bene!) si intitola Romani africani in Britannia?, ma prima di esaminarne in dettaglio il contenuto, andiamo a considerare quello che dice nell’incipit:

“Come purtroppo spesso accade, questi argomenti vengono sovente politicizzati. Chi ci conosce bene sa che condanniamo apertamente la politicizzazione e l’ideologizzazione di scienze come l’antropologia e la genetica, come abbiamo già fatto precedentemente con articoli intrisi di propaganda politica di destra che facevano disinformazione riguardo alle origini africane dell’Homo sapiens[1], la cui ipotesi (chiamata anche Out of Africa) è quella che a contrario di altre gode di più conferme in ambito non solo archeologico, ma anche genetico e linguistico”.

 La nota [1] si riferisce in modo esplicito a “Ereticamente”, questa volta a differenza di quanto aveva già fatto Kirk nell’articolo su “El Greco”, nemmeno accostando la nostra pubblicazione ad altre come “Il primato nazionale”, e poiché sulle nostre pagine sono soprattutto io a occuparmi di queste tematiche, mi sento chiamato direttamente in causa. C’è da dire che negli ultimi tempi abbiamo dovuto registrare una serie di attacchi, sia da fuori, sia da dentro “l’Area”. La cosa non ci preoccupa, anzi, è un sintomo positivo, vuol dire che stiamo crescendo, stiamo diventando importanti, e sia dentro “l’Area” sia fuori di essa, occorre fare i conti con noi.

Sintetizzando il pensiero del capitano dell’astronave Enterprise e del padre degli dei greci, o di chi ha spudoratamente rubato i loro nomi, in poche parole, contraddire l’Out of Africa significa fare disinformazione di destra. Ora voi capite che qui si potrebbero dare delle risposte estremamente articolate, citando montagne di fatti, ma mi limiterò a un paio di essi.

Nell’agosto 2007 “Scientific American” ha dato notizia di una ricerca condotta da Maria Matinòn-Torres, paleobiologa del Centro Nazionale di Ricerca sull’Evoluzione Umana di Burgos (Spagna), che ha ricostruito un albero genealogico dell’umanità basandosi sulla conformazione delle corone dentarie (non influenzata dall’ambiente e prodotto diretto del genoma) che pone l’origine della nostra specie non in Africa ma in Eurasia.

Nell’agosto 2012 “Le scienze” ha pubblicato un articolo a firma di Gary Stix, In Africa i primi umani moderni si incrociarono con altre specie che è  un’intervista con la genetista Sarah Tishkoff, che avrebbe individuato nel DNA dei neri subsahariani la traccia genetica di un incrocio avvenuto qualche decina di migliaia di anni fa tra un ominide separatosi dalla linea umana principale 1,2 milioni di anni fa, con popolazioni sapiens provenienti dall’Eurasia, e questo incrocio sarebbe all’origine dei subsahariani odierni.

Nel luglio 2017 “Le scienze” da notizia di una ricerca condotta dai biologi dell’università di Buffalo Omer Gokcumen e Stefan Ruhl che studiando le proteine della saliva, sono giunti alla stessa conclusione.

Quindi non ci può essere dubbio: “Scientific American”/ “Le Scienze” contraddice l’Out of Africa, fa disinformazione di destra, è un covo di cripto-fascisti.

Sembra, anzi probabilmente è, la tipica paranoia della sinistra, sempre pronta a vedere le TORA (Trame Oscure della Reazione in Agguato) anche sotto il letto.

La verità dei fatti è molto semplice: questa gente non sa più cosa inventarsi per salvare questa interpretazione falsata delle nostre origini, creata apposta per rimuovere il concetto di razze umane e indurci ad accettare con rassegnazione l’immigrazione extracomunitaria, di fronte alle incalzanti smentite portate ad essa dalla ricerca scientifica seria che non sono ancora riusciti del tutto a imbavagliare.

Il contenuto dell’articolo, a parte lo schizzo di veleno contro di noi (come  era già successo in quello riguardante “El Greco”, si tratta di un attacco a testa bassa senza citare né tanto meno cercare di confutare un singolo articolo né un’affermazione contenuta in uno di essi, ma una dichiarazione a priori che siamo “brutti e cattivi”), fa riferimento a una questione da tempo nota, di cui abbiamo parlato a suo tempo, e che ha dei risvolti davvero grotteschi.

Come purtroppo ci è noto da un pezzo, Hollywood e i media americani non mettono in cantiere una produzione cinematografica o una serie televisiva di ambientazione storica, che si tratti dell’antica Roma, dell’Ellade omerica, dei Celti, dei Vichinghi, dell’Europa medioevale senza metterci dentro dei personaggi di colore contro ogni evidente storicità.

Potremmo anche pensare in un impeto di generosità che questo sia dovuto al fatto che i sindacati degli attori impongano alle produzioni l’impiego di una certa quota di attori o comparse di colore, ma la stessa cosa avviene anche nei cartoni animati, e non credo proprio che i personaggi disegnati dei cartoons abbiano un sindacato. Diciamo piuttosto la verità: è in atto un tentativo su vasta scala di persuaderci, di persuadere l’universo mondo che società multietniche e multirazziali come quella che esiste oggi negli Stati Uniti e come oggi vogliono imporre anche a noi in Europa sia una cosa normale, sempre esistita, approfittando del fatto che a livello inconscio abbiamo molti meno filtri critici per ciò che “si vede” rispetto a ciò che “si sente dire”; nella storia biologica dei nostri processi cognitivi non erano previsti il trucco o la simulazione cinematografica o televisiva.

Nel 2014, la BBC non meno servile della “nostra” televisione rispetto ai modelli che vengono d’oltre oceano, mandò in onda una storia della Gran Bretagna a cartoni animati dove regolarmente comparivano personaggi di colore fra gli antichi Celti, i legionari romani gli Inglesi medioevali e persino tra i vichinghi. La cosa era tanto più grave, in quanto si trattava di una produzione rivolta ad un pubblico infantile che si voleva persuadere da subito, contro ogni evidenza storica, che le società multietniche e multirazziali siano qualcosa di normale e sempre esistito. La questione in particolare fu sollevata da un certo cartone animato ambientato nella Britannia dell’epoca della conquista romana, che aveva come protagonista un centurione “romano” e la sua famiglia dagli evidenti tratti e colore subsahariani.

La cosa ha dato in Inghilterra un comprensibile fastidio e sollevato polemiche. Ricordiamo che gli Inglesi hanno votato con un referendum la Brexit, l’uscita dalla UE soprattutto per liberarsi dalle norme capestro della cosiddetta Unione Europea che impediscono di porre un freno all’immigrazione allogena incontrollata.

La realtà dei fatti è tristemente chiara: i laburisti britannici hanno preceduto di almeno vent’anni il “nostro” PD nell’opera criminale di sostituzione etnica. Come sempre, la gente comune, il popolo, soprattutto le classi lavoratrici non possono aspettarsi che da sinistra venga nulla di buono per loro. Oggi è possibile girare per gran parte dei quartieri di Londra, che è governata da un sindaco pachistano, senza incontrare una sola faccia europea.

Di fronte alle chiare smentite della genetica circa una presenza subsahariana nelle legioni romane che occuparono la Britannia, abbiamo potuto registrare il patetico intervento di una deputata laburista secondo la quale “la genetica non basta”, i dati scientifici vanno accantonati quando contraddicono i pregiudizi “rossi”.

Ma bisogna capirla, poverina, lei e i suoi congeneri ideologici sono stati allevati a buonismo e cosmopolitismo cristiano-marxista, la favola rousseauiana del “buon selvaggio” e sciocchezze del genere.

Sulla faccenda era intervenuta persino “La Repubblica” con un articolo, non a caso citato nell’articolo di Ethnopedia, intitolato: Fatevene una ragione: gli antichi Romani erano molto africani (persino in Britannia). Ah già, ma il quotidiano di De Benedetti, il più diretto erede de “L’Unità” è obiettivo e imparziale, non fa disinformazione di sinistra.

La cosa davvero interessante, è che se leggiamo con attenzione l’articolo, scopriamo abbastanza elementi che vanno proprio a smentire questa tesi. Esso ci parla ad esempio del “ritrovamento di uno scheletro di una donna con un cranio marcatamente nordafricano nella città di York, risalente al periodo romano”.

UNO scheletro di UNA donna. Un certo flusso genetico tra le popolazioni umane è sempre esistito, ma noi capiamo bene che è una questione di proporzioni, entro certi limiti può essere fisiologico e magari benefico, ma quello che entro certi limiti è positivo, quando si arriva all’eccesso diventa un veleno.

Ma il punto importante non è tanto questo. Come sempre si gioca sull’equivoco, infatti “africano” non significa necessariamente “nero”. Roma ha esteso il suo dominio su tutto il Mediterraneo, compresa la sponda africana, dallo stretto di Gibilterra fino a Suez, e ha inserito anche le popolazioni di quest’area come tutte le altre su cui ha esteso il proprio dominio, nel suo sistema, dando loro la possibilità di raggiungere posizioni non diverse da quelle dei romani di ceppo italico, ma queste popolazioni non erano nere, né lo sono oggi.

La cosa sorprendente è che questo articolo afferma questo punto essenziale con molta chiarezza:

Un errore molto diffuso consiste nel confondere gli Africani settentrionali con i subsahariani, mettendoli nello stesso calderone a causa del fatto che abitano il medesimo continente. Tuttavia com’è noto sia nell’antropologia fisica che nella genetica delle popolazioni, mentre i nordafricani sono caucasoidi di origine eurasiatica, i subsahariani appartengono al ceppo negroide che dall’Africa non è mai uscito. Tale differenza è piuttosto marcata, sia nelle caratteristiche antropometriche che nelle distanze genetiche, in quanto il Deserto del Sahara è sempre stato un muro non solo geografico ma anche genetico, che ha impedito i flussi migratori, isolando le popolazioni che separava”.

La verità pura e semplice è che neri “romani” non ve ne sono mai stati, né in Britannia né altrove, e tanto meno celti, inglesi o vichinghi.

Ora, una simile onestà ci può anche stupire, ma una tecnica ripetutamente usata dalla disinformazione di sinistra è quella di mettere nel titolo o nell’incipit di un articolo qualche corbelleria di cui si vuole persuadere il pubblico, e poi mettere nel testo informazioni veritiere in contrasto con essa, in modo da non poter essere presi in castagna, e fidando sul fatto che la gran parte della gente, sia sulle pubblicazioni cartacee, sia on line, si limita a leggere i titoli o i primi paragrafi degli articoli.

Batti e ribatti il chiodo entra, dice il proverbio, o per meglio dire, secondo quanto spiega George Orwell in 1984, una menzogna ripetuta abbastanza spesso e con sufficiente insistenza finisce per diventare la verità. Diversi anni fa, mi è capitato di leggere un romanzo di fantascienza, credo di Philip Jose Farmer, ma non potrei giurarlo in tribunale, dove tra i personaggi c’è un nero russo, che non è – come verrebbe da pensare – il discendente di una recente immigrazione. L’autore “spiega” che la minoranza nera in Russia è sempre esistita, ma le autorità sovietiche ne hanno nascosta l’esistenza. Strano che ancora oggi, a quasi trent’anni dalla scomparsa dell’Unione Sovietica, nessuno di loro si sia fatto avanti, né se ne abbia avuta notizia in alcun modo.

Scrivere un romanzo richiede una certa dose d’intelligenza, e scrivere fantascienza richiede una cultura non infima soprattutto ma non solo riguardo alle tematiche scientifiche, quindi è chiaro che non stiamo parlando di uno sprovveduto, e tuttavia non sembra capace di concepire il fatto dell’esistenza di società unirazziali ed etnicamente compatte, non solo, ma che esse sono la norma e non l’eccezione nella storia umana. Allora proviamo a immaginarci come stiano le cose per l’americano medio, e a come faranno diventare i nostri ragazzi sottoposti a un flusso continuo di disinformazione democratica-cristiana-buonista-sinistrorsa.

Non solo le società multietniche sono l’eccezione nella storia, ma come i tardi regni ellenistici e il basso impero romano, coincidono sempre con periodi di decadenza, e parliamo di società multietniche ma non multirazziali. D’altra parte, basta che ci guardiamo intorno oggi: le società multirazziali come il Brasile e l’India sono abissi di miseria spaventosi anche là dove sono insediate in terre ricche di risorse naturali. Oggi è probabilmente solo il fatto che il dollaro è forzatamente imposto come moneta di scambio delle transazioni internazionali, che impedisce PER ORA agli Stati Uniti di fare la stessa fine.

Ma quello che ci deve preoccupare di più, è il destino dell’Europa, che occorre impedire che si trasformi in un’appendice del Terzo Mondo.

 

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 5 febbraio 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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