Prigionieri! – Gianluca Padovan

Prigionieri! – Gianluca Padovan

«Nel giugno del 1954 l’ex partigiano Edgardo Sogno aveva denunciato in una conferenza stampa proprio D’Onofrio, accusandolo di essere a capo di un’organizzazione spionistica che vedeva mobilitati i deputati del PCI nel fornire all’URSS notizie militari ed economiche relative alla difesa dello Stato italiano. Poche settimane dopo da un archivio del ministero dell’Industria sarebbero misteriosamente scomparsi importanti documenti militari»

Alessandro Frigerio, Reduci alla sbarra. 1949: il processo D’Onofrio e il ruolo del PCI nei lager sovietici; 2006

Agitare con il maglietto.

Oggi gli “agitatori del popolo” gridano al “revisionismo storico”, condannando con indice accusatore coloro i quali si permettono di parlare e scrivere di Storia non uniformandosi pedissequamente alla “storia” confezionata ad uso e consumo del Popolo. Confezionata affinché non susciti domande da ritenersi illecite.

Parlando di Storia un aspetto da considerare, per poter ben inquadrare il panorama innanzitutto italiano, è la sorte toccata a coloro i quali sono stati inviati dal massonico Regno d’Italia, nominalmente condotto dal Gran Consiglio del Fascismo (quattro quinti del quale composto da massoni) a combattere oltre confine nel corso della Seconda Guerra Mondiale (a questo proposito vedere il mio precedente articolo Compagni di gioco).

Se qualcheduno sbuffa sostenendo, a ragione, che da allora è passato quasi un secolo, gli posso fare notare che da più di un secolo la politica, innanzitutto italiana, si è cristallizzata su posizioni tutt’altro che congeniali al Popolo. O, meglio, ad oggi il Popolo a scuola non studia la Storia, ma bensì la “storiella” di facciata; difatti dirigono le sorti dello sfasciato Paese quegli individui che in modo massonicamente sinistro hanno operato nel corso della Storia e della Seconda Guerra Mondiale. Ma il Popolo deve continuare ad ignorare per poter essere “docilmente governato”. E mandato in guerra quando serve, … ovvero quando serve alla loggia di turno, non alla Patria.

Mancò tutto tranne il Valore.

Il “surrogato della Storia” ci recita a campana che i paracadutisti delle Divisione Folgore e i soldati, in primis gli Alpini della Divisione Julia, furono inviati al fronte e si coprirono di gloria.

Poniamoci una domandina: perché ciò si è reso necessario?

A mo’ di risposta si può citare quello che qualcheduno ha già scritto: «mancò tutto tranne il valore».

In quanto soldati potevano essere mandati al fronte in caso di guerra, ma altrettanto certamente la “patria” che li aveva inviati doveva quanto meno provvedere loro. Ma così non è stato e non per mera negligenza, ma bensì per calcolo preordinato.

Attenzione: personalmente sono del parere che la “patria”, allora come oggi diretta da personaggi afferenti a logge e ad altre “patrie”, sia entrata nella II Guerra Mondiale per motivi ancora da chiarire e che abbia provveduto, nel corso delle buone occasioni che si sono presentate, a togliersi di torno i migliori Combattenti che, di contro, qualsiasi altra Patria avrebbe riconosciuto e onorato come suoi Figli migliori.

Tutto ciò fermo restando che l’Italia s’era alleata alla Germania e questa subì i fatti di Danzica indotti dalla Polonia e a cui sono seguiti gli scontri armati, prodromi del pretesto franco-inglese d’attaccare la Germania. Difatti non si dimentichi il fallimentare attacco della Francia alla Saarland tedesca il 7 settembre 1939. Ma non desidero parlare di ciò, bensì di… prigionieri!

Il motivo di questo mio articoletto vergato in punta di daga è presto chiarito: ci stanno conducendo verso un nuovo stato di guerra. O, per meglio dire, la guerra non è mai stata conclusa e a breve potremo ritrovarci nuovamente sotto le bombe e non certo per finirla definitivamente.

Conosciuta la Storia passata, pertanto sapendo che fine ha fatto il Popolo prima, durante e dopo ogni moderno conflitto, si può essere ancora disposti a dare credito al “governo” che vorrà proclamare un nuovo stato di guerra?

Il Popolo, una volta conosciuta la Storia passata, saprà perfettamente che fine faranno consorti, figli e nipoti una volta entrati in guerra. Il Popolo avvallerà quindi una nuova guerra? O, meglio, il Popolo si farà cogliere nuovamente impreparato?

Ovvero: il Popolo si farà mandare in guerra perché gli saranno puntati alle spalle i fucili con baionette innestate come in passato?

Detto questo, entriamo nella faccenda dei prigionieri di guerra italiani.

L’ufficiale storia scritta non è Storia.

Ecco un paio di recenti considerazioni scritte da Nicola Labanca, il quale ha probabilmente potuto usufruire di una curiosa “documentazione storica” su cui formarsi e, conseguentemente, su cui scrivere. Difatti si vedano, più avanti, ad utile confronto, le trascrizioni delle documentazioni redatte da Ministeri, Commissioni, Storici, etc.

Riporto quindi un paio di passi, o passetti, di Labanca lasciando poi al Lettore ogni riflessiva valutazione:

«In conclusione la prigionia italiana ebbe caratteri contrastanti: fu più consistente percentualmente (rispetto ai mobilitati) rispetto a molte altre potenze ma non conobbe il dramma di quella sovietica, durò più a lungo di altre ma fu la più breve fra quelle delle tre ex-potenze fasciste che avevano scatenato la guerra. Fu insomma la prigionia di una potenza fascista prima e cobelligerante poi. Se nelle sofferenze individuali non è lecito stilare graduatorie, dal punto di vista degli Stati si può osservare che la prigionia italiana non fu così dura come avrebbe potuto essere quella di una potenza scatenatrice del conflitto (…). In linea generale, come ha fatto notare con estrema nettezza Giorgio Rochat, i governi del dopoguerra decisero di accantonare quanto prima il problema della prigionia perché ciò avrebbe comportato un riesame profondo delle cause della guerra fascista e più in generale del fascismo» (Nicola Labanca, Gli internati militari nel quadro della prigionia italiana della seconda guerra mondiale, e il loro ritorno in patria, in Pier Paolo Poggio -a cura di-, Resistenza e guerra totale, Fondazione Luigi Micheletti, Grafo edizioni, Brescia 2006, p. 61).

Ecco il secondo passetto, da meditare attentamente, sempre scritto da Labanca:

«A peggiorare l’immagine della politica italiana verso i reduci sono venute poi le ricerche di Sandro Rinauro. Esse hanno mostrato l’influenza del problema della disoccupazione sulle politiche dei governi dell’Italia postbellica per i reduci: il timore della disoccupazione e quello del rovesciarsi sul mercato del lavoro italiano della valanga del ritorno dei reduci avrebbero ridotto le pressioni dei governi italiani per un pronto rimpatrio degli ex-prigionieri. In realtà lo status di potenza minore, sottoposta al diktat armistiziale e solo “cobelligerante” più che vincitrice del conflitto, assieme alle oggettive ristrettezze di mezzi di trasporto (che spingevano gli alleati a recuperare quanto prima i propri uomini e solo poi quelli di una potenza già fascista) contribuivano da soli ad allungare i tempi del ritorno» (Ibidem, p. 64).

Voti nel cassetto e dietro i reticolati inglesi…

Cominciamo con il ricordare i prigionieri Italiani sopravvissuti ai campi di concentramento in India. Costoro vengono in massima parte rimpatriati solo nel 1947 e questo è dovuto, con ogni probabilità, al fatto che il Governo italiano ha chiesto agli angloamericani che i prigionieri di guerra rimangano detenuti fin dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, dove il Popolo italiano dovrà scegliere tra monarchia e repubblica. A questo proposito puntualizza con estrema chiarezza il Generale degli Alpini Gianni Marizza:

«Annotava ancora il Capitano Poesio nel suo diario giovedì 16 marzo 1944 che “Radio Delhi ci dimostra che se non rimpatriamo è perché il governo Badoglio non vuole”. Se questo fatto nella prima parte del 1944 era solo un sospetto, due anni più tardi diventa una certezza. Infatti gli Italiani (ma non tutti, come vedremo) nella giornata del 2 giugno e nella mattina del 3 giugno 1946 vengono chiamati ad esprimersi sulla forma istituzionale del nuovo stato uscito dalla guerra: monarchia o repubblica? I primi risultati pervenuti, in particolare i rapporti dell’Arma dei Carabinieri, indicano una netta prevalenza di voti in favore della monarchia. Improvvisamente, dopo che anche al Papa era stato comunicato l’andamento sfavorevole alla repubblica e dopo che lo stesso presidente del consiglio Alcide De Gasperi aveva telefonato al ministro della Real Casa per anticipare la vittoria della monarchia, la situazione stranamente cambia di colpo. Si narra che Giuseppe Romita, ministro dell’interno, abbia rassicurato il primo ministro con la famosa frase “Ho un milione di voti nel cassetto”. Alla fine la repubblica ottiene 12.717.923 voti, mentre i favorevoli alla monarchia risultano 10.719.284, ma non mancano ricorsi e voci di brogli. Non mancano nemmeno nutrite proteste di piazza e violente repressioni, come a Napoli dove nove manifestanti perdono la vita e 150 rimangono feriti. Analizzando i dati regione per regione si nota come l’Italia sia praticamente spaccata in due: il nord, dove la repubblica prevale con il 66,2%, ed il sud, dove la monarchia vince con il 63,8% (…). Brogli a parte, va notato che una gran moltitudine di Italiani fu esclusa dal voto. Non votò la provincia di Bolzano (300.000 elettori), non votò la Venezia Giulia (1.300.000), non votarono gli Istriani e i Dalmati (250.000), non votarono gli Italiani delle Colonie e tutti i prigionieri di guerra (centinaia di migliaia) che, alla faccia della cobelligeranza, erano ancora nelle mani dei sovietici e degli Alleati, fra cui i rinchiusi a Yol (…). Non si hanno notizie di altri casi storici in cui un governo abbia deliberatamente rallentato la restituzione dei propri prigionieri di guerra» (Giovanni Marizza, Diecimila italiani dimenticati in India, Herald Editore, Roma 2012, pp. 54-55).

Il trattato-capestro.

Il 10 febbraio 1947 è firmato a Parigi il Trattato di Pace, imposto all’Italia e sulla cui validità sarebbe opportuno condurre oggi ampie e circostanziate indagini: innanzitutto per mantenere la coscienza, come Italiani del XXI secolo, su cosa si sia stati costretti a concedere e quanto esso incida negativamente sull’attuale vita nazionale, sociale ed economica.

L’Articolo 71 dispone: «1. I prigionieri di guerra italiani saranno rimpatriati al più presto possibile, in conformità degli accordi conclusi tra ciascuna delle Potenze che detengono tali prigionieri e l’Italia».

A questo punto desidero rammentare un paio di casi per tutti: il rimpatrio del Capitano di Corvetta Stefano Baccarini il 1° novembre 1949 e la sorte toccata ai Marò della Xa Flottiglia M.A.S. di stanza alla Base Est di Brioni.

Stefano Baccarini.

Questa è stata la sorte di un Soldato Italiano per tutti:

«La X ha pagato. Stefano Baccarini di Enrico, n. 9-9-1910 a Firenze, aveva comandato la corvetta “Tifone”, autoaffondata nella notte del 22-5-1943 sulla spiaggia di Korbus (Tunisia) dopo un tentativo di forzare il blocco navale ed aereo nemico, ormai caduta anche Tunisi. Rimpatriato con una nave ospedale, fu destinato al comando di un reparto del reggimento “San Marco”. Rimase al suo posto. Capitano di corvetta fu, con la X MAS, al comando della compagnia “Nazario Sauro”. Soldato di assoluta onestà, credette nel patto sottoscritto con il Comitato di liberazione di Pola; fu tratto in arresto, deportato a Cocevie, torturato con ferocia e legato con filo di ferro, imprigionato entro una cisterna per mesi e mesi, quasi impazzì, perdette i denti, i capelli, fu ridotto ad una larva umana. Il 1° novembre 1949 venne consegnato, alla frontiera, vicino a Trieste, a due agenti dei servizi segreti italiani… Dopo molte sofferenze, decedeva, prematuramente, a Firenze il 7 ottobre 1966» (Luigi Papo de Montona, L’Istria tradita. Storia e tragedia senza la parola fine, Vol. 2°, Unione degli Istriani Trieste, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1999, pp. 50-51).

Per quanto riguarda i Marò della Xa Flottiglia M.A.S. si possono ricordare, per tutti, coloro di stanza alla Base Est di Brioni: «dopo la partenza del comandante Lenzi per l’ultima missione in Adriatico, in base agli ordini ricevuti dal comandante Baccarini cercarono di trasferirsi a Pola. A Brioni rimasero soltanto due MTM con alcuni Tedeschi. I marò, divisi in due gruppi, giunsero con i loro barconi a Pola, ma oramai era troppo tardi; la città era già in mani slave. I marò furono separati dagli ufficiali e dai sottufficiali; ebbero inizio le solite sparizioni; un gruppo fu imbarcato su zattere e barconi e trasferito al campo di Tivat, un porto alle Bocche di Cattaro in Dalmazia. Ma nel corso della traversata alcuni furono fatti sbarcare a Curzola. Non dettero più notizie. Due marò furono uccisi a calci e pugni a Spalato ed i loro corpi furono fatti sparire. Il 26 dicembre 1946 alcuni superstiti vennero trasferiti in Bosnia ad ingrossare i famosi battaglioni di volontari messi al lavoro sulla “ferrovia della giovinezza”. I pochi che riuscirono a superare le torture, la fame, la fatica, le malattie furono liberati il 27 marzo 1947 e con loro alcune centinaia di prigionieri di altri reparti della RSI» (Ibidem, p. 50).

Foibe e dintorni.

Un altro fatto su cui i così detti “media” generalmente sorvolano è l’esodo di decine di migliaia di persone dalle terre italiane cadute in mano alle truppe di Tito prima e inglobate nella Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia poi. Ci si guarda dal dire come furono accolti in Italia e che la maggior parte fu stanziata inizialmente in vecchi campi di prigionia perché considerati “fascisti”, non già Cittadini Italiani scampati al genocidio e alle deportazioni.

A ciò si aggiungano le vicende delle foibe e dello sterminio dei prigionieri italiani nei campi di concentramento jugoslavi, o meglio di annullamento, da cui rimpatriarono solo il 6% degli internati.

I fatti si ricollegano all’altrettanto tragica prigionìa subita dagli altri soldati Italiani, soprattutto appartenenti al Corpo degli Alpini, detenuti nei campi sovietici di concentramento, o meglio di sterminio: gruppi di sopravvissuti vennero rimpatriati fino al 1954, ma da lì al 1957 ne tornarono ancora e comunque non erano tutti.

A ricordo dell’inanità, o per meglio dire a causa della criminale complicità del governo italiano, artefici soprattutto Palmiro Togliatti e il Partito Comunista Italiano, vediamo alcuni documenti di seguito riprodotti. Perché, piaccia o meno, la Storia è composta dai fatti, ovvero dagli accadimenti, e dai documenti: non dalla carta straccia pubblicata a posteriori dai prezzolati per mettere le toppe sui pantaloni sfondati.

Scrive Alessandro Frigerio: «La questione dei campi di concentramento sovietici tornò prepotentemente alla ribalta nel 1948 quando un gruppo di reduci dell’ARMIR denunciò l’ecatombe di uomini all’interno dei campi di prigionia e le pesanti responsabilità dei funzionari del Partito Comunista Italiano presenti nei lager, i quali, oltre a negare qualsiasi aiuto ai loro connazionali, contribuirono a suscitare tra i prigionieri un opprimente clima da guerra civile. Tra i responsabili figurava anche uno dei più stretti collaboratori di Togliatti, Edoardo D’Onofrio, rivoluzionario di professione, funzionario devoto al partito e a Mosca, più volte parlamentare, che dal 1949 porterà i suoi accusatori in tribunale» (Alessandro Frigerio, Reduci alla sbarra. 1949: il processo D’Onofrio e il ruolo del PCI nei lager sovietici, Mursia Editore, Milano 2006, pp. 6-7).

Qualcuno ordinò «che nessuno torni»?

Nel corso della guerra l’Italia invia sul fronte russo il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), a cui fa seguito, su pressione anche di Benito Mussolini, l’8a Armata Italiana in Russia, meglio nota come ARMIR, costituita in buona parte da Alpini. Quanti non sono tornati?

Le cifre sono svariate, spesso discordanti. Comincio con il riportare quanto scritto da Giulio Bedeschi: «Quando si parla dei 74.800 “non tornati”, si fa riferimento ai militari dell’ARMIR, schierati sul fronte al Don nell’inverno ’42-’43 fra 229.005 uomini che componevano l’Ottava Armata Italiana, impegnati quindi nelle disastrose battaglie di quell’inverno e nella ritirata che le concluse» (Giulio Bedeschi, Per uno che riemerge dal nulla, migliaia non torneranno mai più, in Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra e U.N.I.R.R. – Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, Elenco Ufficiale dei prigionieri italiani deceduti nei lager russi, Supplemento de il Notiziario U.N.I.R.R., n. 45, 4° fascicolo, Milano s.d., p. 12).

Si è indicativamente calcolato che dalla Russia faccia ritorno un Italiano su due, ma delle sole Divisioni Alpine rimpatria un Alpino su dieci.

Altre fonti, altri dati: «Sull’entità dei nostri prigionieri in Russia si sono azzardate varie cifre: – 60.000 secondo i nostri calcoli al termine della campagna di guerra; – 85.000 secondo un comunicato apparso sul giornaletto “Alba” del 10-2-1943 – periodico edito in Russia e distribuito nei campi di concentramento italiani –; – 115.000 secondo un comunicato dell’agenzia d’informazioni Tass, diramato nella notte tra il 15 e il 16 marzo 1943; – 50.000 o 80.000 secondo una rassegna della stampa svedese del 3 aprile 1944 – secondo cui da notizie raccolte da un suo corrispondente londinese, si riteneva prossima la organizzazione in Russia di una Armata italiana composta di 50.000-80.000 prigionieri di guerra» (Ufficio del Delegato Italiano presso la Commissione Speciale dell’O.N.U. per i prigionieri di guerra, Note e documenti riguardanti i militari italiani prigionieri e dispersi in Russia, Arti Grafiche Sella, Milano 1958, p. 8).

Un’altra fonte afferma che «su circa 70.000 soldati italiani catturati dall’Esercito Rosso dopo la disfatta dell’ARMIR, 10.087 furono rimpatriati, ovvero solamente il 14%. Tale percentuale risulta spaventosamente bassa soprattutto se confrontata con le percentuali di prigionieri di guerra italiani rimpatriati dalle altre potenze belligeranti: il 99% dagli Stati Uniti e dalla Francia ed il 98% dalla Germania e dall’Inghilterra» (Luca Vaglica, I prigionieri di guerra italiani in URSS. Tra propaganda e rieducazione politica “L’Alba” 1943-1946, Prospettiva Editrice, Civitavecchia 2010, p. 5).

Ben si comprende che le cifre, purtroppo, discordano, pur rimanendo assolutamente indicative della strage perpetrata nei confronti dei militari italiani prigionieri. A riprova dell’eccidio così si legge in una pubblicazione del Ministero della Difesa: «Purtroppo la mortalità continuò ad infierire sia per le epidemie, portate e diffuse dai nuovi arrivati, sia per il persistere di trattamenti al di sotto della soglia di sopravvivenza» (Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra, CSIR – ARMIR. Campi di prigionia e fosse comuni, Stabilimento Grafico Militare, Gaeta 1966, p. 1).

L’alba dorata… di massonica memoria?

Nei campi di concentramento sovietici si è operata la rieducazione politica dei prigionieri, anche attraverso la pubblicazione di giornali. Coadiuvati da comunisti italiani pubblicarono “L’Alba. Per un’Italia libera e indipendente. Giornale dei prigionieri di guerra italiani in Unione Sovietica”:

«Il giornale riusciva a raggiungere tutti i campi disseminati nell’intera Unione Sovietica e dal 1945 anche quelli che ospitavano gli italiani, già prigionieri dei nazisti in Germania, “liberati” dai russi nella loro avanzata e trasferiti nelle retrovie ucraine e bielorusse in lager sovietici istituiti dopo la liberazione di quei territori. Il comitato di redazione di quel giornale vantava nomi illustri di antifascisti comunisti italiani quali lo stesso Togliatti, che si firmava con gli pseudonimi di Ercole Ercoli o Mario Correnti, Vincenzo Bianco, Giovanni Germanetto, Ruggero Grieco, Giulio Cerreti, Anselmo e Andrea Marabini, Romolo Rovera, Luigi Longo, Edoardo D’Onofrio. Dopo i primi quattro numeri sotto la direzione di Rita Montagnana, compagna di Palmiro Togliatti, il giornale fu poi diretto fino all’agosto del 1944 da Edoardo D’Onofrio, infine da Luigi Amaldesi e Paolo Robotti» (Luca Vaglica, I prigionieri di guerra italiani in URSS. Tra propaganda e rieducazione politica “L’Alba” 1943-1946, op. cit., pp. 177-178).

Palmiro Togliatti, amico e compagno di Antonio Gramsci, poi Segretario dell’Internazionale comunista nel 1937, prende dimora in Russia per tornare in Italia nel 1944 come ministro nel governo Badoglio; a questo proposito vedere il mio precedente articolo Falce e maglietto. Diviene ministro di Grazia e Giustizia tra il 1945 e il 1946, assumendo la dirigenza del Partito Comunista Italiano; nel 1964, data della sua morte, anche in ricordo del fidato servizio reso a Iosif Vissarionovic Dzugasvili alias Stalin, il secondino-capo della Lubianka, il governo russo fa cambiare nome alla città di Stavropol in «Togliatti» (Toljatti). Come curiosità si può rammentare che in tale città, noto centro petrolifero, è impiantato dalla FIAT uno stabilimento automobilistico.

Palmiro Togliatti scrive una letterina…

Riccardo Baldi nel sito web da lui curato (4a Divisione Alpina Cuneense. Campagna di Russia) scriveva: «Nel 1992, qualche anno dopo l’apertura degli Archivi di Mosca, lo storico Franco Andreucci, scopre una lettera scritta da Palmiro Togliatti (alias “Ercoli”) il 15 febbraio 1943 a Vincenzo Bianco (allora funzionario del Komintern). Nella lettera, suddivisa in vari capitoli, Togliatti risponde alle varie questioni politiche sollevate dal Bianco. Al terzo capitolo (vedi pagine 7, 8 e 9) della lettera, dove Bianco evidentemente chiedeva a Togliatti di fare qualcosa per i tanti prigionieri italiani nei Gulag russi, la risposta di Togliatti è agghiacciante: “…L’altra questione sulla quale sono in disaccordo con te, è quella del trattamento dei prigionieri. Non sono per niente feroce, come tu sai. Sono umanitario quanto te, o quanto può esserlo una dama della Croce Rossa. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso la Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi e ti spiego il perché. Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantista del fascismo. Non nella stessa misura che il popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali, è penetrato nel popolo, insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti. Quanto più largamente penetrerà nel popola la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l’avvenire d’Italia…”» (Sito web: cuneense.it).

La lettera suona come una condanna a morte.

Edoardo D’Onofrio e le vicende giudiziarie.

Edoardo D’Onofrio, nato a Roma nel 1901, nel 1921 passa dal Partito Socialista al Partito Comunista d’Italia e l’anno successivo si reca a Mosca al IV Congresso dell’Internazionale. Nel 1943 è incaricato dal Partito Comunista Sovietico di dirigere il lavoro politico tra i prigionieri italiani. Nel 1948 diviene oggetto di una campagna di stampa, che lo indica come aguzzino dei soldati italiani prigionieri di guerra in Russia. Difatti qualcheduno rimane indignato dal fatto che il personaggio, deputato alla costituente nei seggi del PCI, stia per essere eletto senatore della Repubblica Italiana. Relativamente alla faccenda ecco che cosa si scrive nel numero unico “Russia”, edito a cura dell’UNIRR (Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia):

«D’Onofrio durante la sua permanenza nei campi di concentramento di Oranki e di Skit:

  1. assistito dal Fiammenghi e alla presenza di un Ufficiale dell’N.K.V.D. ha sottoposto ad estenuanti interrogatori i prigionieri italiani detenuti in quei campi;
  2. non si trattava di semplici conversazioni politiche, come ipocritamente il D’Onofrio vorrebbe far credere, ma di veri e propri interrogatori di carattere politico che spesso duravano delle ore e durante i quali veniva messo a verbale quanto il prigioniero rispondeva;
  3. immediatamente dopo la visita di D’Onofrio in quei campi, alcuni dei prigionieri italiani che in quei giorni erano stati sottoposti ad interrogatorio furono allontanati e rinchiusi in campi di punizione e ancora oggi alcuni sono trattenuti nei campi di concentramento di Kiev;
  4. simili procedimenti avevano il duplice scopo di far crollare prima con lusinghe e poi con esplicite minacce (“non ritornerete a casa”; “lei non conosce la Siberia?” allusioni alla famiglia, carcere e simili) la resistenza fisica e morale di questi uomini ridotti dalla fame, dalle malattie, dai maltrattamenti a cadaveri viventi e guadagnare l’adesione degli altri prigionieri intimoriti dall’esempio della sorte toccata a questi.

Firmato: Domenico Dal Toso, Luigi Avalli, Ivo Emett, etc.» (Tratto da “Russia”, p. 7; consultabile su web ai siti: cuneense.it, bibliotecapersicetana.it).

Dopo tali dichiarazioni D’Onofrio denuncia per diffamazione gli Autori di “Russia” e il processo ha inizio nel maggio 1949, durando tre mesi con 33 udienze, i cui atti sono consultabili anche nel sito Internet controstoria.it. Perderà la causa e dovrà pagare le spese processuali a coloro che avevano scritto la verità sul suo conto. Si riporta utilmente uno stralcio del verbale relativo alla prima giornata del processo:

«Dal Toso: — Lasciammo Krinovaia in 400 ufficiali. Giungemmo ad Oranki in 290. Gli altri erano morti durante il trasferimento compiuto nell’interno di carri bestiame e senza alcun cibo. Nel nuovo campo scoppiò una violenta epidemia di tifo petecchiale. Ma non fu dato altro medicamento che del permanganato. Quando fui trasferito al campo convalescenziario di Skit, pesavo soltanto 39 chili. Durante la permanenza ad Oranki venne per la prima volta il Fiammenghi il quale tenne numerose conferenze ai prigionieri.

Presidente: — Cosa vi disse in particolare il Fiammenghi?

Dal Toso: — Voleva conoscere la nostra opinione politica.

(…)

A domanda del presidente, Dal Toso precisa che il signor D’Onofrio, comunista, si qualificò di professione “cospiratore”.

Presidente: — Come, come?…

Dal Toso: — Sì, sì, professione “cospiratore”. Così ci disse. Egli era accompagnato da un ufficiale della polizia russa. Prima ci parlò a lungo della patria lontana, delle nostre case, delle famiglie, provocando la comprensibile commozione dei presenti. Poi ritornò per farci firmare il famoso appello al popolo. Il cap. Magnani, che era a capo della nostra comunità, rispose a nome di tutti che i soldati e gli ufficiali italiani erano legati da un giuramento al Re e che quindi mai avrebbero potuto firmare un appello del genere. D’Onofrio andò su tutte le furie e la sua reazione fu immediata. Il capitano Magnani fu chiamato dal D’Onofrio ed ebbe con lui, presente un capitano russo, un colloquio durato due ore Al termine di esso il Magnani aveva il viso stravolto. Il giorno successivo veniva trasferito in altro campo e da allora non s’è saputo più nulla di lui se non che fu rinchiuso in un campo di punizione. D’Onofrio aveva detto: “Al capitano Magnani ci penso io”.

(…)

Subito dopo viene introdotto il secondo reduce querelato. È il tenente di fanteria della divisione Sforzesca, Luigi Avalli, fatto prigioniero nell’agosto 1942 in Russia. È tutto un racconto di sofferenze senza nome che si riassumono nel desiderio più volte espresso dai prigionieri di essere fucilati piuttosto di continuare a vivere in quegli infernali campi di concentramento. Krinovaja – Minciurinsk – Tamboff: nessuno ne parla eppure erano simili e forse anche peggiori di Meidanek – Buchenwald – Mathausen che tutto il mondo conosce! L’imputato narra le pressioni politiche cui i prigionieri erano sottoposti, con le continue conferenze, le domande, gli interrogatori del Fiammenghi e del D’Onofrio, che richiamavano all’ordine chiunque osasse esprimere opinioni sfavorevoli sul regime sovietico. Con questa deposizione s’è chiusa la prima udienza. L’atmosfera nell’aula è grave, pesante. Il racconto dei reduci ha lasciato in tutti una penosa impressione» (Sito web: bibliotecapersicetana.it).

Nel 1954 D’Onofrio è oggetto di un’ulteriore campagna di stampa, ma ugualmente viene eletto Vicepresidente della Camera. Complimenti a chi gli ha fatto fare carriera!

Camerati in camicia rosa.

Ecco alcuni stralci tratti dal già citato libro di Frigerio, che parlano del sostegno dato a D’Onofrio: «Danilo Ferretti, ex fascista che in prigionia si era avvicinato agli ideali comunisti, fu chiamato a deporre a favore di D’Onofrio» (Alessandro Frigerio, Reduci alla sbarra. 1949: il processo D’Onofrio e il ruolo del PCI nei lager sovietici, op. cit., p. 86); «Durante il dibattimento due testi destarono grande scalpore: Fidia Gambetti e Danilo Ferretti. Su di loro D’Onofrio fece grande affidamento per dimostrare la bontà delle iniziative “educative” tenute in prigionia. Entrambi, infatti, come abbiamo già accennato, erano passati dal fascismo più puro a un comunismo altrettanto cristallino e appassionato. Fidia Gambetti, in particolare, era un’ex camicia nera con ambizioni letterarie, distintosi come giornalista e per la composizione di appassionate liriche a Mussolini. In prigionia aveva mutato opinione e su “l’Alba” aveva pubblicato un diario a puntate in cui spiegava la sua adesione al fascismo e la successiva metamorfosi» (Ibidem, pp. 120-121).

A proposito dei decessi, avvenuti nei campi di concentramento russi, Gambetti al processo dichiara: «“In complesso nei campi di concentramento si stava bene. Vi furono, sì, dei morti, ma i prigionieri che arrivavano già malati preferivano cambiare il pane che veniva loro distribuito con del tabacco e così si produceva un veicolo di infezione”» (Ibidem, pp. 121-122).

Attenzione: le testimonianze e la letteratura sulle atrocità subite dai prigionieri italiani in Russia non mancano. In un lavoro del Ministero della Difesa sui lager istituiti in Russia si legge: «In una seconda fase, alcuni lager furono chiusi: tra questi Miciurinsk, Nekrilovo, Khrinovoe ed i sopravvissuti distribuiti in altri impianti (…). Purtroppo la mortalità continuò ad infierire sia per le epidemie, portate e diffuse dai nuovi arrivati, sia per il persistere di trattamenti al di sotto della soglia di sopravvivenza» (Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti di Guerra, Ricerche effettuate sul territorio della Comunità di Stati indipendenti (ex URSS) per la localizzazione delle fosse comuni e dei campi di concentramento. Dati di interesse, Stabilimento Grafico Militare, Gaeta 1996, p. 1).

Inoltre: «Abbiamo oggi, fornita dagli stessi russi, la conferma di quello che i pochi Reduci hanno sempre sostenuto, quasi mai creduti, spesso indicati come propinatori di notizie false: e cioè che la grande ecatombe che si è verificata nei lager a causa della fame e delle epidemie (…). Infine, in base alla data ed alla località di cattura, si è accertato che più di 10.000 dei prigionieri segnalati non appartenevano all’ARMIR. Una parte è stata presa dai russi nei campi di concentramento tedeschi della Jugoslavia ed appartenevano alle unità italiane operanti in Grecia, Montenegro e nelle isole dell’Egeo, che i tedeschi avevano disarmato e internato dopo l’8 settembre del ’43. Un’altra parte di militari italiani internati fu presa nei lager tedeschi della Polonia nei primi mesi del ’45» (Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra e U.N.I.R.R. – Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, Elenco Ufficiale dei prigionieri italiani deceduti nei lager russi, Supplemento de il Notiziario U.N.I.R.R., 1° fascicolo, Milano s.d., p. 5).

La menzogna: dispersi!

Il quadro della faccenda dei Reduci non rimpatriati può essere reso più chiaro anche dalla lettura di quanto scritto nel 1958 dall’Ufficio del Legato Italiano presso la Commissione Speciale dell’O.N.U. e di cui si riporta uno stralcio:

«Dall’ultimo rapporto della Commissione Speciale dell’ONU per i prigionieri di guerra fatto al Segretario Generale delle Nazioni Unite al termine della VII Sessione di Ginevra si sono tratti alcuni dati, che possono dare la sensazione dei risultati conseguiti e quanto ancora rimane da conoscere sui prigionieri e dispersi dei tre Paesi maggiormente interessati. I dati si riferiscono al periodo 1950-1957 e cioè dalla istituzione della Commissione fino alla VII Sessione della stessa – secondo le segnalazioni fatte dai Governi:

– Militari e civili della Germania Occidentale rimpatriati dall’URSS, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Romania e altri paesi. N. 30.000 (circa).

– Militari e civili del Giappone, rimpatriati dalla URSS, Cina, Australia, Filippine e altri paesi. N. 34.000 (circa).

– Militari e civili dell’Italia, rimpatriati dalla URSS, Polonia, Albania, Jugoslavia ed altri paesi. N. 101.

– I mancati della Germania, Giappone, Italia:

Prigionieri detenuti in URSS della Germania: 68.

Prigionieri detenuti in URSS del Giappone: 1.300.

Prigionieri detenuti in URSS dell’Italia: /.

– Prigionieri dei quali è stata provata la cattività in URSS, non rimpatriati e dei quali si ignora la sorte: Germania 100.000 (circa); Giappone 8.000; Italia 1396.

– Dispersi in URSS: Germania 1.200.000 (circa); Giappone 370.000; Italia 63.654.

Dopo la segnalazione di tali dati e a conclusione del suo rapporto, la Commissione fa rilevare ancora una volta il rifiuto del Governo dell’URSS di cooperare con la Commissione, la quale provvide a precisare sempre nei rapporti dell’Assemblea Generale dell’ONU i termini della questione dei prigionieri di guerra fatti durante la seconda guerra mondiale e cioè che essa fosse risolta d’accordo in uno spirito di pura umanità ed in termini accettabili da tutti i Governi interessati. Rinnova infine l’appello a questi Governi ed alle varie Organizzazioni di continuare i loro sforzi perché il problema dei prigionieri di guerra non era stato ancora completamente risolto» (Ufficio del Delegato Italiano presso la Commissione Speciale dell’O.N.U. per i prigionieri di guerra, Note e documenti riguardanti i militari italiani prigionieri e dispersi in Russia, op. cit., pp. 44-45).

I Caduti che ancora oggi si vuole dimenticare.

Oltre all’utile lettura dei vari fascicoli del Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra e U.N.I.R.R. “Elenco Ufficiale dei prigionieri italiani deceduti nei lager russi”, si può rammentare che nel dopoguerra si cerca fraudolentemente di addurre al mancato rientro di tanti soldati italiani, soprattutto Alpini, la loro decisione di rimanere in Russia creandosi là una famiglia.

Si ricordi inoltre che Enrico Reginato (Treviso 1913 – Padova 1990), catturato nell’aprile del 1942 durante la battaglia di Stalino, è stato liberato dal campo di prigionia solo nel 1954. Tornato in Italia ha pubblicato il libro 12 anni di prigionia nell’URSS, edito da Garzanti nel 1955.

A Ginevra, il 9 settembre 1957 «Nella seduta pubblica il Delegato Italiano, in tono non aggressivo per evitare eventuali reazioni sfavorevoli da parte sovietica, dopo aver ringraziato la Commissione per l’opera svolta, pronunciò la seguente dichiarazione: “Signor Presidente, allorché nel febbraio 1952 noi ci siamo riuniti per la prima volta a Ginevra, voi avete dichiarato che l’iniziativa delle Nazioni Unite e il compito della Commissione dovevano ispirarsi profondamente e unicamente a principii e a uno spirito di umanità. Ed è rispettando queste direttive che si è svolta la nostra azione in questi cinque anni, nella speranza che le nostre domande fossero state accolte e di conseguenza si potessero attendere i fini che l’ONU ha fissato alla nostra Commissione: determinare il dramma che costituisce la sorte dei prigionieri, far ritornare alle loro famiglie i prigionieri che risultano ancora essere trattenuti dal nemico di ieri (…). Io stesso, a nome del mio Governo, in occasione della sessione del 1953, ho dichiarato – quando facevo appello al senso di solidarietà del Governo dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche – che noi eravamo disposti a dimenticare tutti i disaccordi, tutta l’incomprensione esistente nel passato e che eravamo disposti a collaborare su un piano di perfetta uguaglianza, escludendo il carattere di speculazione politica con chiunque sarebbe venuto verso di noi con la stessa cordialità e con la stessa nobiltà di intenzioni (…). Oggi, al contrario, le madri, divenute vecchie e le spose, che hanno visto i loro figli diventare grandi, esigono, dalle autorità responsabili, che sia loro detto quale sia la sorte dei militari datti prigionieri e non più tornati (…). Se noi insistiamo in questa domanda di ricerche e continuiamo ad agitare il problema è perché noi siamo convinti che i motivi di tale ricerca hanno una base sicura, come lo dimostra il fatto del rimpatrio di prigionieri, rimpatrio che si è verificato dopo le dichiarazioni ufficiali del Governo di Mosca sull’inesistenza di altri cittadini italiani prigionieri di guerra in territorio sovietico. Con ciò noi non vogliamo formulare un’accusa o una lagnanza al Governo di Mosca, ma solo constatare come, grazie a delle circostanze e a degli elementi che forse il Governo sovietico stesso non è in grado di controllare, sono rientrati in Italia dei militari che Mosca affermava che non esistevano (…). Che essi sappiano che un atto di tale livello, procurerebbe loro la riconoscenza e la gratitudine di più di 60.000 famiglie che sono interessate al problema della ricerca dei dispersi. Senza alcun dubbio molto cammino è stato fatto dopo il 1952, ma il fine è ancora lontano» (Ufficio del Delegato Italiano presso la Commissione Speciale dell’O.N.U. per i prigionieri di guerra, Note e documenti riguardanti i militari italiani prigionieri e dispersi in Russia, op. cit., pp. 42-43).

Ad ogni buon conto, nel sopra citato lavoro pubblicato nel 1958 così si legge nella conclusione: «Dal 1954 al 1957 rimpatriarono ancora 4 prigionieri, considerati dispersi e per i quali le famiglie beneficiavano già della pensione di guerra e 4 civili italiani (…). Chi siano, ove si trovino e che fine abbiano fatto i prigionieri non rimpatriati lo possono sapere solo le autorità sovietiche. È pertanto a loro che si è chiesto e si rinnova continuamente la domanda di una collaborazione fattiva» (Ibidem, pp. 51-51). Sempre nel citato lavoro, ma negli allegati, compare una carta dei territori sovietici con indicati numerosi campi di concentramento ancora “attivi” e la seguente didascalia: «Alcuni campi di concentramento ove sono stati internati prigionieri di guerra italiani. Nelle zone sottolineate vi sarebbe ancora qualche nostro connazionale» (Ibidem, s.p.); e i campi “sottolineati” sono i seguenti: Leningrad, Tscherepavez, Molotow, Workuta, Inta, Abis, Norilsk, Karakanda, Tashkent, Taisket.

Un documento del Ministero della Difesa, Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra, datato 8 maggio 1993 e firmato dal Commissario Generale, Generale Benito Gavazza, in un passo fornisce una indicazione su cui riflettere: «Purtroppo nulla sarà possibile fare per il rientro in Patria dei Resti mortali di questi Caduti i quali, nella quasi totalità, furono sepolti in fosse comuni unitamente a militari di altre nazionalità in località vicine ai campi di concentramento. Tengo a precisare che personale di questo Commissariato Generale ha già iniziato l’individuazione di tali fosse comuni e su di esse verranno erette lapidi commemorative a perenne ricordo del sacrificio dei militari italiani e a testimonianza della loro presenza in quei luoghi. I parenti di questi Caduti sono già stati avvertiti di questa situazione e la CIFAG (Commissione Internazionale Formazione Atti Giuridici) sta provvedendo a formalizzare l’atto di morte modificando lo “status” degli stessi da “disperso” o “morto presunto” in “morto”» (Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra – Direzione Situazione e Statistica. Prot. n. 3/2089/430/RUSSIA. Oggetto: Elenco Dispersi in Russia. Indirizzato a UNIRR Via Burigozzo 4/a, 20122 Milano. 8 maggio 1993 [Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra e U.N.I.R.R. – Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, Elenco Ufficiale dei prigionieri italiani deceduti nei lager russi, Supplemento de il Notiziario U.N.I.R.R., 1° fascicolo, op. cit., p. 3]).

Ricordare!

Alla data odierna vi sono molteplici individui che la nostra Storia Patria non ha ancora condannato: sono gli sterminatori e i loro complici.

«Dopo ottocento-mille chilometri, ridotti a poche centinaia delle migliaia che eravamo alla partenza delle colonne, giungemmo ai campi di concentramento e qui la tragedia raggiunse l’apice ed i nostri cuori scoppiarono uno dopo l’altro. Fame, pazzia, tifo petecchiale, dissenteria ridussero ancor più le nostre file. Tambov, Krinovaja, Miciurinsk che a più riprese riunirono 30.000, 20.000 e 7.500 italiani ne riconsegnarono alla vita 3.450!!! Negli altri campi ci fu la stessa proporzione. Poi ai sopravvissuti furono riservate altre sofferenze. Ridotta la fame, diminuite le malattie ecco apparire i commissari politici russi, e italiani al loro servizio, per iniziare una martellante propaganda che, senza successo, ma non risparmiando minacce, dolorosi trasferimenti in campi più duri, blandizie e promesse, tentarono di far breccia sui sentimenti di italianità che ognuno conservava intatti. Finalmente venne il giorno tanto sperato del rientro in Patria. Prima i soldati e poi gli ufficiali. I loro nomi vennero cancellati al momento della partenza ed essi vennero rimandati nei campi di prigionia, dove altri erano rimasti sottoposti ad assurde accuse che li tennero in durissima prigionia per 12 anni. Pochi altri indiziati, per fortuite coincidenze, riuscirono a mimetizzarsi ed a rientrare in Patria, benché anche loro fossero stati minacciati di processi e pene a vita. Ogni prigioniero porta con se il ricordo di quegli anni tremendi e ricorda i nomi di altri italiani che esercitavano con zelo i compiti che i russi avevano a loro affidato che non fu certo di aiutare i connazionali a sopravvivere, a lenire le loro sofferenze morali e materiali, a cercare di far avere e dare notizie alle famiglie, ma a deriderli, ad insultarli, a minacciarli, quando si dimostrava fierezza e dignità di Soldato Italiano» (Ministero della Difesa – Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra e U.N.I.R.R. – Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, Elenco Ufficiale dei prigionieri italiani deceduti nei lager russi, Supplemento de il Notiziario U.N.I.R.R., n. 45, 4° fascicolo, op. cit., pp. 10-11).

Ricordare è il primo sforzo che si deve compiere per sapere chi siamo e conoscere il vero volto di chi abbiamo davanti quando ci parla, soprattutto se si tratta di un “politico”. Se Togliatti ha detto e fatto ciò che i documenti comprovano è anche e soprattutto perché in Italia una larga schiera di sostenitori e di fiancheggiatori lo hanno protetto. E ad oggi c’è chi ne “protegge” la memoria.

Decine di migliaia di soldati italiani dati per dispersi erano in realtà prigionieri. Una percentuale spaventosamente alta di prigionieri è stata fatta morire, in alcuni casi, e proditoriamente ammazzata in altri.

A denti stretti, ma concludendo…

Oggi, comodamente assisi in poltrona, vogliamo continuare ad essere prigionieri delle menzogne che ci hanno raccontato? Vogliamo continuare a farci raccontare menzogne? Vogliamo continuare a lasciare che si scrivano solo menzogne?

Ma, soprattutto, dobbiamo stare ad ascoltare le geremiadi di coloro i quali “non sanno a che santi votarsi” e per non volere o non potere guardare la stella bianca (americana), vogliono che si guardi con occhio languido e supplice quella rossa (sovietica)? La “risoluzione” non rimane in un gruppo di logge o nell’altro. Queste non sono le sole alternative, ma in ogni caso è ora che ci si faccia forza e si trovi in noi stessi e innanzitutto in Casa Nostra, nella nostra Patria, cio’ che ci serve per essere finalmente una Nazione.

Ma, mi ripeto, innanzitutto che non si dimentichi.

Se decine di migliaia di Soldati e soprattutto di Alpini non sono tornati alle loro case al termine della guerra si devono ringraziare soprattutto i comunisti sovietici, i comunisti italiani e coloro i quali li hanno appoggiati e difesi. E lo stesso si ricordi per quanto riguarda i non rimpatriati dalle nostre terre slave.

Almeno che questo venga scritto a chiare lettere sui libri di storia che i nostri figli e nipoti leggeranno nei giorni a venire.

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Categorie: Controstoria, Storia

Pubblicato da Ereticamente il 9 febbraio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Meraviglioso, complimenti. Reginato è stato un mio concittadino.
    Da notare che mentre i nostri, alpini e non, soffrivano sotto il tallone rosso del bolscevichi italiani e sovietici, sulle nostre montagne operavano (prevalentemente negli ultimi giorni di guerra e SOPRATUTTO DOPO) “patriot-t-t-t-i d’ importazione: russi, jugoslavi, e comunisti nostrani provenienti dall’ Emilia, con presenze di ex miliziani di Spagna, rientrati tranquillamente in Italia e a piede libero. Rari i “consiglieri militari” Alleati paracadutati dietro le linee del fronte. Le aree maggiormente infestate da queste presenze “resistenziali” erano l’ Altopiano del Cansiglio e il medio corso del Piave, fiume Sacro per l’ occasione… dissacrato, con particolare insistenza nel territorio settentrionale della Provincia di Treviso.
    Saluti camerateschi 10.2.’18 0’9.49
    Bruno

  2. Gianluca Padovan

    Grazie!
    Potrei quasi quasi trascrivere: «(…) servi d’esempio, che male si difende la libertà di un popolo diviso e parteggiante» (Carlo Botta, Storia d’Italia, Tomo Ottavo, Parigi 1832, p. 161).
    E sui parteggianti-partigiani, o viceversa, a mio avviso non s’è detto abbastanza: repetita iuvant!
    Gianluca Padovan

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