Le derive del multiculturalismo – Il Poliscriba

Le derive del multiculturalismo – Il Poliscriba

Me ne infischio della ragione che mi da il cavadenti incaricato dell’estrazione della mia anima.

Vedo che non ho più il diritto di essere me stesso, ecco tutto
(Maurice Bradéche)

Non abbiamo il diritto di essere bianchi, perché siamo additati come suprematisti. Non abbiamo il diritto di essere virili, perché siamo offesi con l’appellativo di maschilisti. Se le nostre budella si contorcono davanti agli indegni spettacolini improntati per farci accettare la pansessualità come un dato di fatto, dobbiamo farcene una ragione, sono soltanto i sintomi nauseabondi della nostra ri-educazione. Così come la nausea che ci assale a forza di vedere i bimbi neri malati, i migranti stipati sui barconi, il degrado delle nostre città prodotto dal mutliculturalismo, è l’effetto della cura democratica postbellica e postcoloniale alla quale i sacerdoti ecclesiastici e quelli officianti il culto indiscusso e indiscutibile della correttezza politica e di pensiero, degli atti e delle intenzioni, ci hanno sottoposto da oltre 70 anni.

L’Africa e gli africani sono stati infilzati sotto la nostra pelle, inoculati attraverso la musica e lo sport, in particolare il calcio, operazione terzomondista subliminale dei quali pochi hanno preso coscienza quando si doveva prenderla. Le Olimpiadi, sottratte al mondo classico, hanno invece assunto il ruolo di Cavallo di Troia dell’inclusione forzata tra popoli diversi, tra razze diverse, per esportare, soprattutto quando non necessario, capitalismo e democrazia, quasi sempre indebitando paurosamente le nazioni ospitanti i giochi (vedi Grecia), per mostrare al mondo intero chi sono i governanti buoni, allineati e quelli cattivi, generalmente dittatori spietati e irriducibili alle sirene del politicamente corretto. (Putin, Duterte, Maduro, Kim Jong-un, etc …)

Stessa cosa per il Premio Nobel, in maniera speciale quello per la pace e la letteratura, strumento di dittatura politica, bastone e carota insieme.  Anche la psicologia si è impadronita del nostro essere più profondo, imponendoci una patologia inesistente, la xenofobia e i suoi derivati, classificandoli e collocandoli nei suoi grossi manuali, da dove invece sono state espunte le malattie mentali vere, quelle insediate nei parlamenti, nei consessi giuridici, quelle che circolano a piede libero per le strade, rendendo la nostra vita precaria, insicura, ingiusta e priva di significato.

E a questo proposito, sono molti i pensatori controcorrente che sostengono con forza che la psicologia è essa stessa una patologia culturale frutto della decadenza della civiltà occidentale, motivo per il quale, come scienza materialista della distruzione dell’anima, si è insediata come patogeno in ogni aspetto dell’esistenza umana, dirigendone le basse pulsioni animali e non le altezze dello spirito che ha recisamente negato. Non abbiamo più il diritto di parlare degli stati africani come sottosviluppati, ma in via di sviluppo, uno sviluppo che non avviene mai e non avverrà mai, a patto che noi… rimettiamo i debiti ai nostri debitori…

Ci raccontano dei cattivi capitalisti euro-angloamericani che estorcono plusvalore dall’Africa, ma non una parola contro quelli cinesi sempre all’apice delle fantasticherie progressiste degli irriducibili adoratori di Mao, l’intoccabile figuro, il genocida che nessun regista hollywoodiano farà mai veramente a pezzi. E nemmeno si può sostenere che i postmarxisti – oggi orgogliosamente democratici grazie anche alle risorse africane estorte dalle stesse lobby plutocratiche che li finanziano e dalle banche che investono in armi buona parte dei derivati tossici della finanza creativa, armi che in parte finiscono clandestinamente in mano ai Ras che controllano i territori di caccia capitalista – vogliano considerare tutti uguali i poveri del mondo, rispolverando il mito del proletariato indifferenziato.  Una narrazione fantastica, come quella di Stachanov o Popov, che è sempre stata una miopia del potere sinistro, evidente a chiunque si faccia un giro nei casermoni burocratici che ci stritolano, lì dove i tecnocrati, altra specie di cava-anime, rubano la nostra esistenza e ci puniscono per crimini non commessi. Questi edifici, escrementi cementizi, sono purgatori dove gli immigrati non entrano e se entrano, si avvantaggiano di leggi per la loro salvaguardia e non sono stritolati dalle tasse che i loro amici politici ci spremono per mantenere la loro superiorità morale e presto numerica, nei confronti della nostra “ex superiorità razziale”. (vedi recente estensione Bonus-Mamme alle straniere con permesso di soggiorno breve) Per questi privilegiati della povertà, i poveri bianchi di ogni età languono e muoiono nel silenzio mediatico. Per questi poveri che hanno vinto la classifica dei più poveri, noi dobbiamo scontare una pena senza fine, seguendo le “auree” parole bibliche salmodianti le nostre eterne colpe di ex colonizzatori che non avevano nessun diritto di andare in Africa. E quindi, che le colpe dei nostri avi ricadono su di noi e sui nostri figli, come i vincitorici hanno imposto da Norimberga in avanti.

Qualunque cosa gli africani hanno compiuto, compiono e faranno dopo la decolonizzazione, è sacra e non si può mettere in discussione, perché la radice del male sta nel l’uomo bianco sfruttatore, non nel povero africano che si riproduce incessantemente contro se stesso e contro di noi, protetto da quel mondialismo che ha trovato negli uteri africani l’incubatrice delle nostre peggiori angosce sociali; la Matrix con la quale svuotarci di senso. Mentre, l’istituzione dell’adozione dei figli, che ha privato molte donne bianche di accogliere nella loro vita figli bianchi in tenera età (e ce ne sono tantissimi!), ha dimostrato una volta per tutte che anche madri e bambini non sono uguali, come le pubblicità arcobaleno vogliono raccontarci.

Adottare un bimbo di colore è molto più morale e buono, è un atto di giustizia sociale, profondo, di rilevanza storica, è un ri-orientamento dell’amore materno ed è per questo, che l’unica via di fuga è stata l’inseminazione artificiale di ogni tipo: fatto scientifico, cura tecnologica dai risvolti etici tutt’altro che trascurabili, che permette di soddisfare una ridda di desideri che la politicizzazione delle adozioni non poteva del tutto accontentare o arginare; come volere a tutti i costi un figlio nordico, biondo con gli occhi azzurri e non per questo sentirsi in colpa o nazisti.

Il Poliscriba

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Categorie: Analisi

Pubblicato da Il Poliscriba il 15 febbraio 2018

Il Poliscriba

Il Poliscriba è un blogger indipendente, scrittore di articoli di saggistica sociopolitica su carta e in rete. Ha co-fondato alcuni blog di critica sociale, si è dedicato alla narrativa pubblicando alcune raccolte di racconti brevi. Il suo percorso didattico e culturale sui generis, lo ha portato a un rapporto con la scrittura immediato, scarno, incisivo con il quale cerca di veicolare stati d'animo visceralmente condivisi, più che sottili analisi speculative. Sente di appartenere a una Tradizione forte, spartana, luminosa in contrapposizione al mellifluo scivolare contemporaneo in oscure trame decadenti che sviliscono il senso stesso della vita su questo pianeta.

Commenti

  1. Nebel

    Oh, beh. In quanto ormai nuova minoranza sia razziale che culturale, allora rivendichiamo anche noi i nostri diritti fondamentali! Cominciamo a professarci discriminati, ignorati, messi da parte! Chissà che qualcuno non ritenga opportuno occuparsi anche di noi.

  2. DAmod1

    Mai, cara Nebel, meglio estinguersi. L’articolo è da sottoscrivere ma le cose andranno diversamente e nessuno sa come andranno a finire, chi saremo e cosa faremo alla fine di quel percorso così ben sopra descritto. Nel mondo che stiamo vivendo, guida sovrana è l’ipocrisia dei benpensanti, i sedicenti politically correct. Io in quelle mani non mi ci metterei. Cordialità a lei e ai ns lettori.-

  3. Alessandro

    Articolo semplicemente perfetto. Ciò che sconforta è proprio la concomitanza fra il sostanziale permesso di dire, fare e pensare le peggiori e più degenerate fra le cose, e il divieto di dire la verità e fare quanto va fatto. Molti, moltissimi lo pensano ( anche se non abbastanza “forte”), ma non ne hanno il coraggio o, schiavizzati dal subdolo e vigliacco regime anti-ideologico in cui viviamo, se ne vergognano.

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