Il trionfo della stupidità, seconda parte – Fabio Calabrese

Il trionfo della stupidità, seconda parte – Fabio Calabrese

A volte, gli articoli che presento sulle pagine di “Ereticamente” hanno una storia curiosa, e forse non meno interessante del loro stesso contenuto. L’articolo che precede questo ha avuto una storia affatto particolare e, diciamolo pure, tormentata, una storia che parte da vent’anni fa. All’epoca, nel maggio 1998, la rivista scientifica “Focus” pubblicò un articolo di Ivan Vispiez, Bestie del lontano futuro. (In quel periodo, un geologo scozzese, Dougal Dixon aveva pubblicato un libro, Animali dopo l’uomo, nel quale si cercava di immaginare quali forme avrebbe potuto assumere la vita animale nel lontano futuro dopo l’estinzione della nostra specie, nel prossimi 50 milioni di anni, e questo testo aveva avuto un inaspettato successo, e vari altri autori si erano spinti a ipotizzare una serie di animali futuribili).

Quel che più sollecitò (o solleticò) un vivo interesse da parte mia, non fu tanto l’articolo in sé, quanto piuttosto un riquadro opera del  professor Giuseppe D’Amore dell’Università di Firenze in cui s’ipotizzava la possibile evoluzione (o meglio involuzione) della specie umana.

I dati a nostra disposizione per cercare di capire quale futuro potrebbe avere la nostra specie, sono tutt’altro che incoraggianti. Le dimensioni del cervello umano e con esse, per quel che è possibile ipotizzare, dell’intelligenza della nostra specie, sono in diminuzione, e non da ora, da millenni.

Nel paleolitico superiore, 35.000 anni fa, ci spiega D’Amore, il cervello umano ha raggiunto il suo massimo, con un volume medio di 1600 centimetri cubi. Nel neolitico, 8000 anni fa, esso era sceso a 1500 c.c., e oggi viaggiamo mediamente sui 1400.

Le cause di questa involuzione dipendono dal fatto che il progresso tecnico ha messo in scacco la selezione naturale. L’antropologo fiorentino spiega:

“Con il progresso è diventato sempre più facile raggiungere l’età adulta. Oggi tutti possono fare figli senza che contino l’intelligenza e l’abilità di sopravvivere. Nell’età della pietra queste qualità erano invece necessarie per arrivare a riprodursi”.

Quel che però mi colpì e mi spinse a provare il bisogno impellente di scrivere una replica (che inviai a “Focus” che si guardò bene dal pubblicarla), fu la conclusione del tutto ottimistica e ingiustificata di D’Amore secondo la quale il limite dei 1000 c. c. al disotto del quale non si potrà più parlare di homo sapiens sarà toccato solo fra tre milioni di anni. Infatti, è chiaro che i conti non tornano.

Per perdere i primi 100 c.c. Ci sono voluti 27.000 anni, mentre i secondi 100 se ne sono andati in soli 8000, cioè la velocità di rimpicciolimento del cervello umano si è più che triplicata rispetto alla preistoria.

C’è poi un altro fattore che D’Amore non ha preso in considerazione: una misurazione attendibile dell’intelligenza in base alle dimensioni del cervello non si ottiene considerando le stesse in numeri assoluti, ma in proporzione alle dimensioni corporee, è quello che tecnicamente si chiama indice di cefalizzazione; in poche parole, persone più piccole hanno cervelli più piccoli di altre di mole maggiore senza che questo implichi un pregiudizio dell’intelligenza, perché hanno una minore massa corporea da controllare.

Il neolitico è caratterizzato rispetto al paleolitico dalla scoperta dell’agricoltura, che ha messo a disposizione dell’umanità una nuova risorsa e permesso alle comunità umane di espandersi demograficamente, ma ciò non toglie che l’agricoltore neolitico avesse una dieta più povera rispetto al cacciatore paleolitico, soprattutto riguardo alle proteine, e avesse di conseguenza una taglia minore, è probabile che un uomo vissuto alle soglie dell’Età dei Metalli come quelli che edificarono Stonehenge, non fosse per nulla meno intelligente di un cacciatore magdaleniano.

Negli ultimi otto millenni, però, mentre la taglia corporea ha ripreso a crescere, le dimensioni del cervello sono diminuite in maniera esponenziale. Io ho avuto l’impressione che il professor D’Amore abbia posto l’estinzione della nostra specie a tre milioni di anni, cioè in un lontano futuro nebuloso, per aver ricevuto l’ordine di non spaventare il pubblico dei lettori.

Come vi ho detto, la mia replica non fu pubblicata da “Focus”, la trasformai allora in un articolo, quello stesso che a quasi vent’anni di distanza avete letto su “Ereticamente”, che feci girare tra conoscenti e corrispondenti.

Parecchi anni dopo, ebbi l’opportunità di collaborare con la rivista “Ciaoeuropa” di Antonino Amato, e misi anche questo articolo in programmazione, ma, scavalcato da pezzi di più impellente attualità, scivolò sempre più indietro nella lista d’attesa fino a quando “Ciaoeuropa” non cessò le pubblicazioni.

Vi potrà sembrare strano, ma si può letteralmente perdere un pezzo, quando l’esigenza di salvare spazio sull’hard disk del proprio computer costringe a salvarli come file zippati dentro altri file zippati, e così casualmente l’anno scorso ho ritrovato una cartella compressa dove avevo salvato gli articoli destinati a “Ciaoeuropa” che non avevano fatto in tempo a vedere la pubblicazione prima della cessazione della rivista. Naturalmente, la maggior parte di essi aveva perso di attualità, ma ce n’erano due “ancora buoni” che ho girato a “Ereticamente”, Memorie controcorrente e, appunto, Il trionfo della stupidità che ha finalmente visto la luce a quasi vent’anni dalla sua stesura.

Il declino dell’intelligenza nella specie umana non è un argomento di cui sia piacevole occuparsi, è deprimente. Fatto sta che nel quasi ventennio intercorso fra lo scritto di Giuseppe D’Amore su “Focus”, che poi non era un articolo, ma un riquadro a commento di un pezzo di un altro autore e di altra natura, e la comparsa del mio articolo su “Ereticamente”, sembra che di una tematica simile nessuno abbia avuto voglia di occuparsi.

Di colpo, sorprendentemente, l’argomento sembra aver sollevato più di un interesse. Si tratta di una coincidenza, oppure dobbiamo dedurne che “Ereticamente” è molto più seguita e suscita un interessamento molto maggiore di quel che avremmo osato sperare, anche in chi non la pensa come noi.

A riprendere in mano la questione è stato prima di tutti Maurizio Blondet, in un articolo apparso sul suo sito “Blondet & Friends” dello scorso 26 luglio, che ha un titolo estremamente esplicito: Calo vertiginoso del quoziente intellettivo in Europa (come volevasi dimostrare). In tutta sincerità, l’argomento mi parve allora così simile a quello che io avevo da poco trattato su “Ereticamente”, che allora non mi parve il caso di stendere un pezzo come quello che state ora leggendo, ma come dice il proverbio, in tempo di guerra non si butta via niente, e noi siamo in guerra, guerra per difendere il futuro dei nostri figli, della nostra gente, dall’orrore della sostituzione etnica, dalla morte che la democrazia ha democraticamente decretato per noi secondo il piano Kalergi e, come vedremo, fra il declino dell’intelligenza e la sostituzione etnica c’è una connessione stretta, strettissima.

Così, per non sprecare le informazioni fornite nell’articolo di Blondet, le ho riutilizzate nella nona parte di Narrativa fantastica, una rilettura politica, approfittando della circostanza che il declino dell’intelligenza sul nostro pianeta era stato previsto con sorprendente lungimiranza da due autori di fantascienza, Frederic Pohl e Cyril M. Kornbluth, che ne fanno menzione nel loro romanzo a quattro mani più noto, I mercanti dello spazio, e poi esso diventa il tema principale nel romanzo (anche qui con un titolo molto esplicito) Gli idioti in marcia del solo Kornbluth. Due romanzi che ci fanno davvero capire quale sguardo lungimirante può gettare sul futuro la fantascienza quando non si lascia condizionare dall’utopia progressista.

Secondo i due romanzieri americani, il fattore cruciale destinato a portare al declino dell’intelligenza nel nostro mondo, è relativamente semplice da capire: le persone più intelligenti e ambiziose con le potenzialità per raggiungere uno status sociale elevato, sono costrette a un lungo apprendistato, un curriculum di studi che supera la soglia dei trent’anni, tempi lunghi per un inserimento professionale adeguato e per iniziare una carriera, tutto questo finisce per ritardare sempre più la possibilità di formarsi una famiglia. Intanto, nulla impedisce agli individui meno dotati, agli idioti di prolificare secondo la legge di Malthus.

A mio parere, i due autori hanno colto indubbiamente una parte della verità, ma non tutta la verità.

Torniamo all’articolo di Blondet: i dati che cita sono impressionanti: il regresso intellettivo è più evidente in Europa che altrove (e c’è un motivo preciso per ciò). Secondo le ultime rilevazioni, il quoziente intellettivo medio in Francia è regredito di 4 punti nell’arco di dieci anni, in Gran Bretagna il regresso è stato addirittura di 14 punti.

Fermiamoci un momento a riflettere: 14 punti di Q. I. in meno nell’arco di dieci anni sono un’enormità che, ammettendo tutti i fenomeni degenerativi che volete, non potrebbe essere in alcun modo spiegata considerando solo il saldo naturale, e non quello demografico della popolazione. Per coloro che sono digiuni di statistica, diciamo che il saldo naturale è dato dalla differenza fra nascite e morti all’interno di una popolazione, mentre il saldo demografico tiene conto anche delle variazioni dovute a emigrazione ed immigrazione. In termini semplici, il declino così accentuato dell’intelligenza in Europa ha una causa precisa, che è l’immigrazione extracomunitaria.

Questa è la verità che tutti (o quasi) sanno e che nessuno, nessuno almeno degli zelanti e democratici esecutori del piano Kalergi  vuole dire, è che quello che volenti o nolenti, siamo costretti a importare dall’Africa, è un materiale umano di valore assai discutibile, che non ha soltanto una propensione al crimine, un tasso di criminalità, soprattutto per quanto riguarda i reati violenti e di natura sessuale cinque volte maggiore di quello della popolazione europea bianca, ma che ha anche un quoziente intellettivo decisamente inferiore, e tutto questo non dipende da cause culturali o ambientali, ma è pura e semplice genetica.

Dobbiamo ad Arthur Jensen che ha lavorato con ragazzi afroamericani, ne ho parlato più volte, un’eccellente dimostrazione del fatto che la differenza di Q. I. di 15 punti fra questi ultimi e la popolazione bianca è incomprimibile ed è genetica, una dimostrazione tanto più preziosa in quanto frutto di un esperimento che voleva dimostrare precisamente il contrario.

Ma attenzione: l’afroamericano non è un nero puro, è sostanzialmente un mulatto. Se andiamo a vedere la situazione dell’Africa subsahariana, scopriamo che la distanza in termini di Q. I. rispetto alla media dei bianchi europei raddoppia, e qui troviamo un quoziente medio di 70. 70 è il limite del ritardo mentale, il che significa che la metà dei neri subshariani è da considerare mentalmente ritardata, e che anche dall’altra metà non c’è da aspettarsi un gran che.

I democratici, i sinistri, i mentecattolici bergoglioniti (che a mio parere sono la specie peggiore), quanti cercano di venderci come “risorse” questo materiale umano scadente, come ultima ratio cercano di persuaderci che il Q. I. non misurerebbe realmente l’intelligenza, ma piuttosto gli standard culturali della società occidentale “bianca”. A smentirli basterebbe il fatto che le popolazioni asiatiche di ceppo mongolico ottengono punteggi di Q. I. non inferiori, ma persino superiori a quelli dei bianchi occidentali.

Questo, però, non è un tema che va enfatizzato, questa superiorità non è per nulla così netta come pretendono alcuni ammiratori di tutto ciò che non è europeo: i Cinesi, ad esempio (e la Cina, con un miliardo di persone è certamente un campione significativo) ottengono un punteggio di Q. I. medio di 102, cioè esattamente uguale a quello degli Italiani nativi (perché è certo che l’immigrazione produrrà a breve un abbassamento del Q. I. in Italia analogo a quello che si è registrato in Gran Bretagna, se non peggio).

Io vi ho spiegato più volte il concetto secondo cui noi non dovremmo rispondere alle mistificazioni aprioristiche di democratici e “compagni” con altrettante mistificazioni di segno contrario ma, per quanto le nostre forze e le nostre conoscenze ce lo consentono, con la verità dei fatti. In altre parole, se costoro asseriscono che due più due è uguale a tre, noi non dobbiamo per questo asserire che due più due faccia cinque. Il fatto che costoro si ostinino a non attribuire nessun peso all’eredità biologica, alla genetica, non deve spingere noi a non riconoscere nessun ruolo all’apprendimento, alla cultura. Il discorso sull’intelligenza è sostanzialmente analogo a quello sulla complessione fisica: si può nascere con una struttura tendenzialmente atletica, ma se non si pratica uno sport, non ci si tiene in forma, non ci si allena…

La questione dell’intelligenza superiore delle popolazioni di origine asiatica di ceppo mongolico rispetto ai bianchi caucasici, l’avevo già rilevato, rientra precisamente in questa casistica (premesso che appare trascurabile rispetto all’abisso che separa gli uni e gli altri dai neri africani). Essa parte da studi che sono stati fatti negli Stati Uniti sui ragazzi di origine cinese e giapponese, ma questa differenza, che non esiste all’ingresso nella scuola e si manifesta negli anni, appare legata a fattori culturali-ambientali piuttosto che genetici, perché i genitori asiatici sono severi e pretendono dai figli puntuale esecuzione delle consegne e buoni risultati scolastici. L’allenamento incrementa quel che la biologia ha dato come potenzialità, esattamente come succede per il fisico.

Se, come vi ho raccontato, del declino dell’intelligenza in questo ventennio non si è parlato molto (o nulla affatto), un tema che non poteva sfuggire all’attenzione è quello del degrado della nostra cultura, tema di cui ora scopriamo le connessioni con il primo.

Io vi ho raccontato di aver avuto contatti con il CICAP, di cui mi interessava la lotta contro la ciarlataneria, e di come sono rimasto deluso dal fatto che questa organizzazione fosse ideologicamente incanalata a sinistra. In quel periodo ebbi una controversia con i redattori di “Scienza e paranormale”, la rivista del CICAP precisamente sul tema dell’istruzione. La rivista aveva pubblicato un articolo nel quale si constatava che in effetti il livello d’istruzione degli Italiani non era molto alto: la maggior parte, infatti, all’epoca non andava oltre la terza media, quindi erano secondo l’articolista, almeno formalmente analfabeti.

Risposi loro che il problema a mio parere non era tanto questo quanto l’intrinseco degrado dell’insegnamento impartito dall’istituzione scolastica, perché, diciamolo pure, il livello dell’istruzione di una licenza elementare di settant’anni fa, è paragonabile se non superiore a quello di un diploma di maturità di oggi.

Niente, fu un dialogo tra sordi (almeno da una parte), come parlare a un muro. Quei signori si ostinavano a non capire, o almeno non volevano ammettere che questi sono esattamente i frutti della scuola democratica, della scuola modello Barbiana, della scuola preconizzata da don Milani, che per non lasciare indietro nessuno tiene tutti fermi ai blocchi di partenza.

Come vi dicevo, tuttavia, Blondet non è stato il solo di questi tempi a occuparsi di una simile tematica. A ottobre su complottisti.com è apparso un articolo a firma di Michael Snyder dal titolo anch’esso estremamente esplicito: Sempre più tonti: prove scientifiche del fatto che la gente sta diventando “più stupida”.

La lettura dell’articolo risulta però deludente. Secondo Snyder, infatti, il declino dell’intelligenza sarebbe dovuto principalmente all’invecchiamento della popolazione nei Paesi occidentali.

Questo è un vecchio pregiudizio nei confronti degli anziani, che un tempo si riteneva “rimbambissero”, cioè alla lettera tornassero mentalmente bambini. Oggi conosciamo bene gli effetti dell’invecchiamento sugli anziani. Il diradamento dei neuroni provoca un allungamento dei tempi di reazione, ragion per cui dopo una certa età è sconsigliabile continuare a guidare, ma nell’anziano sano non c’è un degrado sensibile delle capacità cognitive, tranne una certa perdita della memoria recente.

 Esistono patologie che compromettono le capacità cognitive in tarda età: le demenze, e la più diffusa è il morbo di Alzheimer, tuttavia interessano una parte limitata della popolazione anziana. Certamente, l’invecchiamento della popolazione come causa del deterioramento dell’intelligenza viene molto dopo l’arrivo all’età riproduttiva di soggetti che la selezione naturale avrebbe eliminato, alla mancanza di esercizio delle facoltà cognitive causata dal regresso culturale frutto dell’educazione “democratica”, e soprattutto, per quel che riguarda l’Europa, dell’invasione di masse allogene intellettualmente meno dotate, e per quanto riguarda il mondo in generale, del regresso demografico delle popolazioni caucasiche bianche nei confronti delle masse “colorate”.

Mi pare una versione poco diversa dello stesso ipocrita discorso fatto sui vaccini. Si insiste sulla massima copertura vaccinale possibile, per non dire che la nostra salute oggi è messa a repentaglio dalle malattie portate dagli immigrati.

Peggio: questo discorso ricorda quello di quel bel campione di Jacques Attali, secondo cui non dovremmo campare a lungo per non gravare troppo sul sistema pensionistico.

Hanno fatto di tutto per far invecchiare la popolazione, ostacolando quanto più possibile l’accesso ai giovani al mercato del lavoro e alla possibilità di farsi una famiglia, inibendo il ricambio generazionale. Siamo dei superstiti, ma questo non gli basta, ci vogliono eliminare.

Nel declino dell’intelligenza, l’invecchiamento della popolazione e le demenze hanno un ruolo modesto, tuttavia ce l’hanno, e anche a questo riguardo ci sono delle cose che non sono mai state dette, almeno non con sufficiente chiarezza.

Gli esperti di demografia si aspettavano che negli ultimi anni vi fosse un aumento delle demenze per il fatto che molta più gente di un tempo arriva all’età anziana, ma si è potuto constatare che tale aumento si è verificato non solo in termini assoluti, ma anche in rapporto alla popolazione anziana, superando largamente i termini previsti. Di questo fenomeno pare si possa dare una sola spiegazione: è arrivata all’età anziana la prima generazione per la quale il consumo di stupefacenti è diventato un fenomeno di massa. Per queste persone, i danni cerebrali pregressi dovuti agli stupefacenti vanno a sommarsi a quelli inevitabili prodotti dall’età. Un tossicodipendente può avere la fortuna di non morire di overdose, ma i danni a lungo termine al sistema nervoso sono inevitabili, e costituiscono un fenomeno di accumulo.

La sinistra, il movimento hippy che negli anni ’60 propagandavano il consumo di stupefacenti come gesto libertario e di trasgressione, le persone che allora ne facevano parte, non hanno nessun senso di colpa a tale proposito?

Lasciamoli comunque alla loro cattiva coscienza. Noi abbiamo altro da fare, la difesa dell’uomo europeo innanzi tutto, anche perché la nostra specie non regredisca a livelli animaleschi.

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Categorie: Scienza

Pubblicato da Fabio Calabrese il 12 febbraio 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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